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domenica 22 febbraio 2015

Every sperm is sacred

Non siamo ancora esattamente all’inveramento della parodia dei Monty Python, ma ci manca poco. Il gesuita Joseph Fessio ha inviato il mese scorso una lettera a Sandro Magister («“La Civiltà Cattolica” non ha sempre ragione. Parola di gesuita», www.chiesa, 29 gennaio 2015), in cui critica il confratello Pierre de Charentenay, colpevole di avere a sua volta attaccato in un suo libro i vescovi delle Filippine, ostili a una legge del loro paese che facilita l’uso di mezzi contraccettivi. De Charentenay scriveva fra l’altro che

la Chiesa cattolica [filippina] non menziona mai la moltiplicazione degli aborti, realtà decisamente più grave della contraccezione che essa combatte. Le due cose sono legate, poiché l’aborto è il mezzo per evitare le nascite, quando la contraccezione non è utilizzata. Il male peggiore segue il male minore.
Ecco come ha risposto Fessio:
Chiedo: è vero che l’aborto è un male peggiore della contraccezione, e anche «decisamente più grave»? Non necessariamente. Prendiamo il caso di coppie sposate che senza grave necessità utilizzano la contraccezione per rinviare la nascita di figli per anni, dopo che si sono sposati. Certamente in alcuni casi la volontà di Dio per loro è che siano aperti a una nuova vita. Qual è allora il male più grave? Prevenire il concepimento – e l’esistenza – di un essere umano con un’anima immortale, voluto da Dio e destinato alla felicità eterna? O abortire un bambino nel grembo materno? Quest’ultimo è certamente un male grave, «Gaudium et spes» lo definisce un «crimine abominevole». Ma comunque esiste un bambino che vivrà eternamente. Mentre nella prima circostanza non esisterà mai un figlio che Dio intendeva venisse al mondo […] è un male maggiore privare qualcuno dell’esistenza rispetto a privare qualcuno della vita temporale.
La frase finale dimostra, temo, che padre Fessio è in preda a una gravissima confusione. Com’è possibile, infatti, privare di qualcosa qualcuno che non esiste – qualcuno che, a rigore, non è affatto «qualcuno»? Non c’è un bambino che esiste da qualche parte – in un futuro alternativo o in un mondo possibile – e che sparisce con un sonoro «puff!» nel momento in cui i genitori ricorrano alla contraccezione. Quel bambino esiste solo nella vivida immaginazione di padre Fessio; a meno di non sostenere che l’anima preesista al concepimento. Ma questo andrebbe contro il dogma, che afferma al contrario che l’anima viene creata nel momento stesso della sua infusione nel corpo.
Sulla Nuova bussola quotidiana Renzo Puccetti («Contraccezione, nello scontro tra gesuiti perde la Civiltà cattolica», 22 febbraio), che naturalmente fa sua la posizione di Fessio (sia pure con qualche circospezione verbale), invoca l’autorità di Sant’Agostino, che così si esprimeva nel De nuptiis et concupiscientia (I.15.17):
questa voluttuosa crudeltà o se vuoi questa crudele voluttà si spinge fino al punto di procurarsi sostanze contraccettive […], volendo che il proprio figlio perisca prima di vivere.
Agostino, però, come dovrebbe essere noto, era incerto riguardo all’origine dell’anima umana, e non ne escludeva neppure la preesistenza (almeno in una prima fase del suo pensiero). Il brano riflette questa sua incertezza, e difficilmente potrebbe essere fatto proprio da un cattolico ortodosso. In altri tempi Puccetti e Fessio (e probabilmente anche Magister, che dà spazio alla vicenda per alimentare la sua personale polemica antibergogliana) avrebbero potuto passare qualche brutto momento per queste affermazioni incaute.

Ma i tempi sono cambiati. Oggi, nell’accelerata trasformazione del cattolicesimo da religione universale a ideologia familista, idee come queste possono diffondersi come un’epidemia di influenza aviaria, e la logica e forse addirittura persino il dogma potrebbero rivelarsi inabili a fermarle. Ho il sospetto che ne sentiremo riparlare.

martedì 29 ottobre 2013

A year of magical thinking leads to… unintended pregnancy

Qualitative Study Explores Women's Perceptions of Pregnancy Risk

In-depth interviews with 49 women obtaining abortions in the United States found that most of the study participants perceived themselves to be at low risk of becoming pregnant at the time that it happened. According to "Perceptions of Susceptibility to Pregnancy Among U.S. Women Obtaining Abortions," by Lori Frohwirth of the Guttmacher Institute et al., the most common reasons women gave for thinking they were at low risk of pregnancy included a perception of invulnerability, a belief that they were infertile, self-described inattention to the possibility of pregnancy and a belief that they were protected by their (often incorrect) use of a contraceptive method. Most participants gave more than one response.
The most common reason women gave for their perceived low risk of pregnancy was perceived invulnerability to pregnancy. Study participants understood that pregnancy could happen, but for reasons they couldn't explain, thought they were immune or safe from pregnancy at the time they engaged in unprotected sex. One reported that she "always had good luck," while another said, "…It's like you believe something so much, like 'I just really don't want children,' [and] for some reason, I thought that would prevent me from getting pregnant." This type of magical thinking—that pregnancy somehow would not happen despite acknowledged exposure—suggests a disconnect between the actual risk of pregnancy incurred by an average couple who does not use contraceptives (85% risk of pregnancy over the course of a year) and a woman's efforts to protect herself from unintended pregnancy.
Equal proportions (one-third) of respondents thought they or their partners were sterile, said the possibility of pregnancy "never crossed my mind" and reported that (often incorrect) contraceptive use was the reason they thought they were at low risk. Perceptions of infertility were not based on medical advice, but rather on past experiences (e.g., the respondent had unprotected sex and didn't get pregnant) or family history. Among those who thought they were protected by their contraceptive method, most women reported inconsistent or incorrect method use. For example, one woman felt a few missed pills did not put her at risk: "I just thought…they were like magic. If I missed it one day, it wouldn't really matter."
Guttmacher Institute.

venerdì 28 settembre 2012

Costanza Miriano, o delle farneticazioni contraccettive

Foto di Lindsay Morris (gender-variant children)

In L’Aborto del giorno dopo - con la “A” maiuscola - Costanza Miriano concentra alcune delle farneticazioni più comuni, scelte con cura tra quelle asservite alla battaglia per confondere le idee e stabilire un codice di comportamento Universale (con la “U”) - il suo.
Quando la bugia da far passare è molto grossa è bene attrezzarsi subito, sin dalla scelta del nome. E così si chiama dipartimento all’educazione la struttura che ha deciso di distribuire gratuitamente nelle scuole superiori di New York la pillola del giorno dopo alle ragazze che ne facciano richiesta. Poi non ci sarà neanche più bisogno del consenso dei genitori, se hanno preventivamente aderito al programma di contraccezione preventiva, e qui è la bugia più grossa di tutte.
Miriano si riferisce a questa iniziativa, giudicata immorale, oscena, pericolosa, negazionista e abortiva. Che manca?
La pillola del giorno dopo, poiché appunto si prende il giorno dopo (anzi, entro 72 ore), non è affatto preventiva, e può o ritardare l’ovulazione, oppure, se il concepimento è avvenuto, impedire l’impianto di una nuova vita che già è cominciata, e quindi si tratta di un vero e proprio aborto in piena regola. C’è di mezzo insomma la vita di un bambino che viene interrotta.
La bugia più grossa di tutte, però, è proprio quella di Miriano. Se avesse avuto la voglia o la buona fede di cercare, avrebbe trovato i comunicati e gli articoli in cui si spiega il funzionamento della contraccezione d’emergenza. Avrebbe poi potuto leggere qualche fondamento di embriologia, magari un Bignami non dico un intero manuale. Ma no, non importano questi dettagli materialisti per chi difende la “Vita”, per chi chiama “bambino” poche cellule che forse nemmeno si impianterebbero o che magari diventerebbero due organismi in seguito (nel caso dei gemelli). Quelle sono una “Vita”, no, non solo, sono un bambino e quindi se prendi una contraccettivo sei un omicida. Ovviamente in seguito te ne renderai conto e ti pentirai per tutta la vita.
Per andare incontro alla pigrizia ecco alcuni link:

Il 6 giugno 2011 la Società Italiana della Contraccezione (SIC) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) hanno redatto un documento comune, dal titolo “Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale”.

World Health Organization sulla contraccezione.

http://ec.princeton.edu

Il gioco è ben riconoscibile (e ben noto): la vita - che diavolo significa? - e l’aborto e il bambino.
Ovviamente stiamo parlando di un ovocita non fecondato o di uno non annidato - questo sarebbe il “bambino” abortito con la contraccezione d’emergenza, che ovviamente non è più contraccezione ma un aborto!
Ma la parte più bella, in linea con il pensiero miraniano, è questa:
A me risulta piuttosto che uno dei passi principali della crescita sia imparare a prendersi responsabilità, smettere di dire “non è colpa mia, l’ho fatto per sbaglio”, cominciare a dire “ho fatto un errore, me ne prendo le conseguenze”. Ho visto tante vite rifiorire, quando una mamma si è fatta carico di quello che all’inizio sembrava un incidente di percorso, e invece è diventata occasione di conversione, e poi gioia infinita, cioè un bambino.
E tra l’altro qui non si vede quale sia il progresso tra abortire in ospedale, sapendo che lo si sta facendo, e abortire senza neanche esserne certe. Io penso che queste adolescenti, crescendo, potrebbero anche tormentarsi tutta la vita, nel dubbio che la bomba preventiva che hanno fatto esplodere nel loro utero abbia ucciso una vita, quella del loro bambino. Sarà ancora più difficile fare i conti con il lutto, se neanche si è certe di cosa si è fatto davvero. C’era mio figlio, lì dentro? L’ho ucciso?
Consiglierei di scagliarsi anche contro le spirali (iud) e, perché no?, contro i preservativi. Forse anche contro l’astinenza (forse lo ha fatto, sono io a essermi persa le precedenti puntate). Tutti i bambini potenziali eliminati da questi infernali meccanismi abortivi!
Miriano è uno degli esempi migliori della totale inutilità del sistema nervoso centrale (vedasi anche i suoi commenti sugli embrioni e sulla fluidità sessuale, se la prende a morte con il pezzo tradotto la settimana passata da Internazionale e pubblicato la scorsa estate dal New York Times).

lunedì 28 maggio 2012

Liberazione sessuale. Agnese De Donato


Foto di Agnese De Donato

La pillola contraccettiva ha da poco compiuto 50 anni. La rivoluzione che ha causato è stata travolgente: il sesso si separa sempre più dalla riproduzione e il controllo riproduttivo diventa molto più efficace e sicuro. Negli anni 70 la pillola è finalmente a disposizione anche delle donne italiane. L’articolo 533 del codice penale, che considerava illegale vendere e anche parlare di contraccezione, viene abrogato dalla Corte Costituzionale. Anche se è possibile usarla, non c’è molta voglia di spiegare e fare informazione. Come ci racconta Agnese De Donato, fotografa e giornalista, la pillola “ha avuto una lunga gestazione: il dosaggio, la visita medica preventiva, le analisi, la prescrizione medica per acquistarla. La pillola ebbe la meglio sull’uso del diaframma, sulla spirale e sulle varie creme vaginali. Era spiccia, liberatoria. La speranza era che si potesse arrivare a una pillola per i maschietti. Ma non c’era molta fiducia in questo! Comunque l’avvento della pillola dava evidentemente una grande libertà alle donne, tanto che mio marito fu irremovibile, non voleva altri figli oltre ai tre già all’asilo e al ginnasio, ma non voleva che io la prendessi. Custodivo amorevolmente la mia bella scatolina rotonda in cucina dietro alle pentole e me la cuccavo di nascosto!”.

Sul Mucchio di giugno, in Gli anni settanta.

sabato 26 maggio 2012

Aborto, cosa significa obiezione di coscienza?


A 34 anni dalla promulgazione della legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza (era il 22 maggio 1978), i dati del Ministero della Salute mettono bene in evidenza quanto la norma sia disattesa: la media nazionale di ginecologi obiettori supera il 70%, arriva in alcune regioni al 90, e rende estremamente difficile la garanzia del servizio.
In questi giorni, peraltro, in Parlamento si discute un testo ambiguo e pericoloso, un testo che gioca sull’ambiguità dei significati: che cosa intendiamo infatti per obiezione di coscienza e cosa c’entra con la libertà individuale e con la libertà di coscienza? Se ne è parlato durante il convegno “Obiezione di coscienza in Italia. Proposte giuridiche a garanzia della piena applicazione della legge 194 sullaborto” organizzato il 22 maggio a Roma dall’Associazione Luca Coscioni e l’Aied.
Nell’estate 2010 Christine McCafferty, parlamentare del partito laburista inglese, ha presentato al Consiglio dEuropa un report sulla regolamentazione dell’obiezione di coscienza, “Women’s access to lawful medical care: the problem of unregulated use of conscientious objection”. Il report fotografa la situazione europea e propone alcune linee guida per limitare i danni di un esercizio illegittimo dell’obiezione di coscienza. McCafferty non abbraccia una posizione estrema, non critica cioè la possibilità di ricorrere alla obiezione, ma sottolinea che i diritti delle donne e dei pazienti vengono prima della coscienza del personale medico. È necessario un bilanciamento tra la coscienza personale e la responsabilità professionale altrimenti si finisce per ledere lo stesso diritto dei pazienti di ricevere cure e assistenza, sostituite da una predica moralistica.

Quali sarebbero le condizioni per l’esercizio legittimo della obiezione di coscienza? Possono ricorrervi i singoli direttamente coinvolti nella procedura medica e non le strutture sanitarie. Il personale sanitario ha l’obbligo di fornire tutte le informazioni sui trattamenti previsti dalla legge, di informare tempestivamente il paziente della propria obiezione di coscienza, di metterlo in contatto con un altro medico e di assicurarsi che riceva il trattamento richiesto. Se è impossibile trovare un altro medico o in caso di emergenza non c’è coscienza che tenga: il personale sanitario è obbligato a eseguire il trattamento richiesto o necessario nonostante le proprie posizioni personali. Il documento si sofferma spesso sugli effetti discriminatori soprattutto per le donne più in difficoltà, perché vivono in condizioni economiche difficili o in aree isolate o per altre ragioni.

Le condizioni indicate da McCafferty sono in linea con l’articolo 9 della 194 - ma l’articolo 9 spesso rimane solo sulla carta. L’Italia è infatti tra i Paesi che regolamentano in modo inadeguato l’esercizio della obiezione di coscienza, avverte McCafferty, insieme alla Polonia e alla Slovacchia. Il report poi sottolinea che l’obiezione non può essere esercitata dal personale non medico, come amministrativi o portantini, e che l’assistenza precedente e successiva non possono essere oggetto di obiezione. Anche questo è in linea con l’articolo della legge italiana ed è utile per le discussioni sull’ampliamento dell’esercizio della obiezione ai farmacisti. A questo proposito ricordo il caso Pichon and Sapious vs. France (Corte europea dei diritti umani, 7 giugno 1999): la Corte stabilì che un farmacista che rifiuta di vendere i contraccettivi non può imporre la propria visione del mondo agli altri e che il diritto alla libertà religiosa - diritto individuale sacrosanto e strettamente intrecciato alla coscienza - non garantisce il diritto di comportarsi pubblicamente secondo le proprie credenze. Quando decido di fare il farmacista, o il medico o l’avvocato, la mia coscienza individuale non può essere quella cui tutti gli altri dovrebbero sottostare o conformarsi. La scelta di una professione implica dei doveri e la garanzia di un servizio.

Galileo, 25 maggio 2012.

mercoledì 21 marzo 2012

Farmacisti, obiezione di coscienza e contraccezione d’emergenza

Contraccezione d’emergenza
Nella seduta parlamentare del 21 aprile 2010 viene annunciato il disegno di legge n. 2121 dal titolo: “Disposizioni in materia di obiezione di coscienza dei farmacisti nella dispensa dei farmaci rientranti nella contraccezione di emergenza”. Questo disegno di legge ha una sola virtù: è breve, se si esclude il titolo.
Prima di analizzare il testo è utile ricapitolare i problemi che il titolo del disegno di legge evoca. Innanzitutto la questione generale di poter ammettere per legge una eccezione controversa, oggetto di una normativa positiva e in grado di incrinare i doveri che derivano da una libera scelta. Perché un ginecologo che esercita in una struttura pubblica e un farmacista potrebbero oggi sottrarsi ad uno dei doveri professionali sanciti da una legge dello Stato?
Poi c’è la questione specifica delle modalità dell’obiezione, che non dovrebbe essere indiscriminata. Dovrebbe cioè riguardare i farmacisti e non le farmacie, che dovrebbero avere comunque l’obbligo di garantire il servizio previsto dalla legge (regio decreto legge del 1937, n. 1219). Il regolamento  per il servizio farmaceutico non lascia margini interpretativi: “i farmacisti non possono rifiutarsi di vendere le specialità medicinali di cui siano provvisti e di spedire ricette firmate da un medico per medicinali esistenti nella farmacia. I farmacisti richiesti di specialità medicinali nazionali, di cui non siano provvisti, sono tenuti a procurarle nel più breve tempo possibile, purché il richiedente anticipi l’ammontare delle spese di porto”.
Questo è un problema, pur concedendo generosamente l’ammissibilità della obiezione di coscienza in generale. Ma non basta essere generosi per accogliere positivamente una legge in merito, almeno se si vogliono analizzare onestamente le conseguenze che ne deriverebbero. Se fosse ammesso il principio che il farmacista può scegliere quale farmaco vendere e quale non vendere, seguendo i dettami della sua personalissima visione del mondo, sarebbe possibile e coerente trovarsi di fronte a un rifiuto per un antidolorifico, un oppiaceo o un qualsiasi altro farmaco.
La 194, come abbiamo più volte visto, prevede la distinzione tra strutture e medici: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8”. Che poi di fatto le percentuali di obiettori di coscienza pongano in serio pericolo la garanzia del servizio (cioè della interruzione di gravidanza) non intacca la rilevanza concettuale della differenza. Il Movimento Nazionale Liberi Farmacisti (MNLF) la coglie e la sottolinea: «“Mentre al singolo professionista non può essere negata la libertà di scelta rispetto alle proprie convinzioni etiche o religiose – precisano i liberi farmacisti – alla farmacia, in quanto già detentrice di un’esclusiva e concessionaria di un rapporto privilegiato con lo Stato di monopolio, non deve essere permesso di esercitare l’obiezione di coscienza e quindi rifiutarsi di vendere farmaci come la pillola del giorno dopo o affini”. E aggiungono: “Ogni farmacia, nel caso venga riconosciuto tale diritto al professionista, dovrà provvedere che nel proprio organico sia sempre a disposizione almeno un farmacista non obiettore in modo da non ledere un altro diritto: quello del paziente di ottenere il farmaco. In caso di obiezione di coscienza del titolare della farmacia o dell’impossibilità della farmacia di consegnare il farmaco per assenza di professionisti disponibili, dovrà essere revocata la concessione dello Stato che permette a quella farmacia di operare sul territorio e la stessa rimessa a concorso’’» (Aborto: liberi farmacisti, obiezione coscienza? farmacie non possono, Asca, 1 maggio 2010, il corsivo è mio). Le farmacie vivono in regime di monopolio, nonostante i tentativi di liberalizzazione che avevano suscitato molti malumori. Se loro rifiutano un farmaco, nessun altro può venderlo. Torna la solita domanda: se i farmacisti fossero tutti obiettori?
Ma c’è un altra curiosità insoddisfatta: perché c’è bisogno di una legge specifica? La condanna della pillola del giorno dopo e i potenziali obiettori sarebbero comprensibili se giustificassero la propria posizione con la contrarietà all’aborto e, al tempo stesso, sostenessero che la pillola del giorno dopo è abortiva. Così facendo basterebbe la 194, magari con un asterisco per i farmacisti o con una interpretazione estensiva del personale che può ricorrere alla obiezione di coscienza.
Nel foglietto illustrativo del Norlevo, nome con cui la pillola del giorno dopo è commercializzata in Italia, si legge (il corsivo è mio): “la contraccezione di emergenza è un metodo di emergenza che ha lo scopo di prevenire la gravidanza, in caso di rapporto sessuale non protetto, bloccando l’ovulazione o impedendo l’impianto dell’ovulo eventualmente fecondato, se il rapporto sessuale è avvenuto nelle ore o nei giorni che precedono l’ovulazione, cioè nel periodo di massima probabilità di fecondazione. Il metodo non è più efficace una volta iniziato l’impianto”.
Tuttavia le recenti ricerche hanno dimostrato la sola azione contraccettiva, e non abortiva, del farmaco. E le agenzie del farmaco hanno consigliato di modificare i foglietti illustrativi, eliminando quel pericoloso disgiuntivo. La permanenza nel foglietto della possibilità abortiva non è, ovviamente, una prova dell’azione abortiva, ma al più solo un sintomo della scarsa considerazione dei risultati scientifici e dei possibili effetti di una simile imprecisione. Il 6 giugno 2011 la Società Italiana della Contraccezione (SIC) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) hanno redatto un documento comune sui meccanismi della contraccezione d’emergenza, escludendo l’effetto abortivo (Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale (il Paper può essere scaricato dai siti delle due società:  www.smicontraccezione.it e www.smicontraccezione.it). Nel paragrafo intitolato “Meccanismo d’azione della contraccezione d’emergenza” si legge: “È ampiamente dimostrato che il LNG [levonorgestrel], quando somministrato in fase preovulatoria, interferisce con il processo ovulatorio, per inibizione o disfunzione dello stesso, e previene quindi la fertilizzazione. In particolare, se somministrato prima del picco preovulatorio di LH, È in grado di impedire l’ovulazione nella maggior parte dei casi. Inoltre, è stato evidenziato che nelle donne che assumono il LNG quando i parametri clinici, ecografici ed ormonali sono diagnostici di ovulazione già avvenuta, il LNG non ha alcun effetto. È evidente quindi che il LNG non interferisce con l’impianto dell’embrione, una volta avvenuta la fertilizzazione; ciò, non causa aborto, né è in grado di danneggiare una gravidanza in atto”. Nel sito Not-2-late si possono leggere la spiegazione del funzionamento e alcune storie attinenti: http://ec.princeton.edu/questions/eceffect.html).
Perché qualcuno dovrebbe obiettare contro un farmaco contraccettivo? E, qualora si riuscisse a trovare una buona ragione per farlo, sarebbero inclusi anche i preservativi e altri contraccettivi? Non voglio affrontare la questione del se e perché qualcuno potrebbe considerare immorale l’uso dei contraccettivi e quindi non ricorrervi (sarebbe una scelta personale e legittima finché rimane tale, ancorché non presenti ai miei occhi alcun aspetto interessante di ulteriore discussione. Sarebbe inammissibile come regola imposta a tutti, come sono inammissibili le coercizioni che riguardano le nostre scelte individuali che non coinvolgono altre persone), ma la liceità per lo Stato di ostacolare il loro uso fino a rendere di fatto molto complicato procurarseli. Abbiamo incluso tra le nostre premesse la liceità della libera vendita di contraccettivi, anche se è bene ricordare che fino a non molti anni fa in Italia era vietato farlo - ed era vietato anche farne propaganda. Nel 1958 Oscar Luigi Scalfaro aveva dichiarato: “la propaganda e l’istigazione all’uso di antifecondativi, anche se fatta privatamente, è atto illecito dal punto di vista del diritto naturale”. Fino al 1971 in base all’articolo 553 del codice penale vendere contraccettivi era illegale; poi l’articolo venne abolito da una sentenza della Corte costituzionale. Ma rimaneva in piedi l’articolo 552, che riguardava il divieto di propaganda, e il divieto di registrare medicinali con indicazioni contraccettive da parte del Ministero della Sanità. 
Deve passare ancora qualche anno per eliminare questa assurda contraddizione che impediva di fare informazione, uno dei mezzi più potenti per trasformare un diritto sulla carta in un diritto di fatto, e per far cadere il divieto indiretto di vendere i contraccettivi.
Back to seventies
Ecco forse perché serve una nuova legge: per mantenere quel disgiuntivo (o impedendo l’impianto dell’ovulo eventualmente fecondato), e per giustificare senza alcuna ragione (anche se sbagliata o forzata) la sottrazione al proprio dovere: vendere farmaci. Per tornare agli anni settanta, ai primi anni settanta in cui i diritti, soprattutto per le donne, erano pochi e fragili, e la prevaricazione era assicurata: divieto di contraccezione e aborto; matrimonio riparatore, dote, illegalità dell’adulterio erano facce di una stessa realtà.
Da una parte nemmeno i sostenitori della legge sembrano credere fino in fondo che si tratti di aborto, ma di un dominio diverso che richiede una legge ad hoc. Dall’altra c’è una ipotesi ancora più tetra: fare marcia indietro sulla strada dei diritti civili, a forza di leggi e di aggressioni indirette alla possibilità di scegliere riguardo alla propria esistenza e al proprio corpo.
C’è ancora un altro problema: l’effetto causato dal Norlevo (o da un farmaco equivalente) fino a poco tempo fa veniva ottenuto con la somministrazione di 4 compresse di Ginoden (o di un farmaco equivalente) prese nel giro di poche ore.
Come si fa a sapere se qualcuno compra il Ginoden a scopo contraccettivo “tradizionale”, e quindi ancora concesso, oppure a scopo illegittimo, come rimedio a un rapporto sessuale a rischio e, per l’accusa, a scopo abortivo? È impossibile pretendere di conoscere le intenzioni degli acquirenti o controllarli per le 48 ore successive all’acquisto.
Inoltre alcuni farmaci, prescritti per patologie specifiche, hanno un effetto sicuramente abortivo: come dovrebbero comportarsi i farmacisti? Il Cytotec è uno di questi: è un gastroprotettore, lo prendi se hai l’ulcera ma come effetto collaterale provoca contrazioni uterine e interruzione di gravidanza.
Come si legge nel foglietto illustrativo: “Come altre prostaglandine naturali e sintetiche, il misoprostol aumenta sia l’intensità che la frequenza delle contrazioni uterine. Il suo uso in gravidanza può comportare gravi danni per il feto, complicare la gravidanza o causarne l’interruzione. Pertanto il prodotto è controindicato durante la gravidanza accertata o presunta ed il suo impiego nelle donne in età feconda è consentito soltanto se vengono adottate contemporaneamente idonee misure contraccettive”.
Ultimamente sta andando di gran moda, verosimilmente anche a causa delle difficoltà indigene per abortire. L’effetto collaterale diventa l’effetto desiderato.
Molte donne sono finite in ospedale con emorragie e complicazioni perché lo avevano usato per abortire: anche il moderno aborto clandestino non garantisce sicurezza, pur essendo meno appariscente di ferri e di mammane. È poco costoso e più facile da trovare di qualcuno disposto a farti abortire usando strumenti e rischiando di andare in prigione. Nemmeno 14 euro e una ricetta medica, ma si trova anche da comprare senza la prescrizione.
Una donna è stata ricoverata all’ospedale “Cristo Re” nel dicembre 2009 ed è morta: Maria Violeta Stanciu aveva 40 anni, era incinta e probabilmente aveva assunto alcune pasticche di Cytotec, il cui blister bruciacchiato è stato trovato nel campo a Tor Sapienza dove la donna viveva (Aborto ≪fai fa te: muore≫, Il Corriere della Sera, 3 dicembre 2009).
Cinque del pomeriggio, attorno alla Stazione Centrale di Milano e nei sotterranei della metropolitana non serve sprecare molte parole. Basta accarezzarsi la pancia e accennare a un «problema». Inutile cercare visi loschi, imparare codici particolari o segnali stabiliti. Per agganciare chi possa offrirti la «soluzione» e bloccare la tua gravidanza è sufficiente camminare un po’, guardarti attorno, fermare le persone che sembrano aspettare qualcosa o qualcuno. Poi ti sfiori il ventre e spieghi: «Sono incinta. Puoi aiutarmi?». E le offerte arrivano, pastiglie da prendere a manciate o indirizzi di medici compiacenti: «bravi, italiani, fanno tutto a casa loro». Nel centro di Milano, in mezzo alla gente, in un pomeriggio qualsiasi” (Spacciatori d’aborto nel metrò, la Stampa, 12 novembre 2009). Le pastiglie sono, manco a dirlo, di Cytotec, entrate con tutti gli onori nel mercato nero: 5 pasticche per 25 euro, mentre la confezione da 30 ne costa meno della metà. Donne che non hanno la cittadinanza, che hanno paura, che sono minorenni, che hanno superato il limite legale. Prendono le pasticche e poi arrivano in ospedale con una emorragia e dicono di avere avuto un aborto spontaneo.
La crescita è più evidente nelle città del Nord: gli aborti spontanei in Lombardia sono passati da 10.779 nel 1997 a 12.151 nel 2006, anno degli ultimi dati Istat. E il trend, dicono gli operatori, sembra in netto aumento. Il San Carlo, negli anni, è diventato il punto di riferimento degli immigrati. È qui che la settimana scorsa Ana Maria, brasiliana di trentadue anni, ha rischiato la vita: «È arrivata al pronto soccorso con la febbre alta, la placenta semistaccata e una grave emorragia - racconta Buscaglia [primario di ostetricia e ginecologia all’ospedale San Carlo] - Aveva interrotto la gravidanza con ventisette pastiglie di Cytotec, l’abuso del farmaco è stato devastante. Ma Ana Maria, per noi, non è un caso isolato: sono in molte che ci raccontano di aver comprato le pillole al mercato nero, e poi di non aver saputo come e quante prenderne». E tra queste non mancano le italiane”.
In rete è possibile trovare informazioni dettagliate circa la posologia e i vantaggi del Cytotec. Si consiglia anche di usarlo oralmente per evitare conseguenze nei Paesi dove abortire è illegale: una volta in ospedale meglio non dire niente e simulare un aborto spontaneo.
Ma sì, qualcuno penserà, se vivi in Italia e ci caschi sei una sprovveduta. Il fatto è che spesso sono proprio le persone sprovvedute le facili vittime di un sistema clandestino, di un sistema che nasce dalle difficoltà di poter usufruire di un servizio pubblico come quello che la 194 dovrebbe garantire. Il fatto è che in Italia l’aborto è legale, tuttavia non è affatto garantito. Se in un Paese con una legislazione proibitiva il Cytotec si pone come un estremo rimedio, e di gran lunga preferibile a un aborto chirurgico eseguito in condizioni non sicure, in un Paese in cui la legislazione potrebbe evitare queste soluzioni casalinghe l’uso del Cytotec pone la domanda sulla evitabilità di questo rimedio. Le donne che ricorrono al Cytotec sono perlopiù straniere. Anche questo dovrebbe far riflettere, soprattutto alla luce delle ultime indicazioni discriminatorie in materia sanitaria e che sono verosimilmente il terreno fertile in cui nascono storie atroci di rifiuti e mancata assistenza. Come quella di Rachel, morta forse per indifferenza (Cure negate senza tessera sanitaria. Muore a 13 mesi bimba nigeriana, la Repubblica, 12 aprile 2010). Rachel ha 13 mesi, il 3 marzo 2010 si sente male. Il padre ha un permesso di soggiorno a singhiozzo: quando si presenta al pronto soccorso dell’Uboldo di Cernusco sul Naviglio non ha la tessera sanitaria perché ha perso il lavoro poche settimane prima. La bambina viene liquidata dopo una visita di 6 minuti: entrata 00.39, uscita 00.45. Nonostante le medicine prescritte e somministrate, Rachel sta malissimo.
La famiglia - padre, madre e una sorellina di due anni e mezzo - torna al pronto soccorso. Il padre racconta che il personale si rifiuta di ricoverarla o di visitarla una seconda volta per via di quella tessera sanitaria scaduta.
“Davanti al rifiuto dei medici, l’ex operaio diventa una furia. Urla, vuole attenzione. Qualcuno dall’ospedale chiama i carabinieri per farlo allontanare. Forse dall’altra parte della cornetta ricordano che pochi giorni prima all’ospedale di Melzo, stessa Asl, era morto un bimbo albanese di un anno e mezzo rimandato a casa dal pronto soccorso. L’intervento dell’Arma risolve momentaneamente la situazione: Rachel viene ricoverata in pediatria. Sono le 3 di notte, «ma fino alle otto del mattino nessuno la visita e non le viene somministrata alcuna flebo, nonostante nostra figlia avesse fortissimi attacchi di dissenteria e non riuscisse più a bere nulla», raccontano i genitori. Nel tono della voce rabbia e dolore si mischiano. La sera del giorno dopo la situazione è critica, tanto che oltre alla flebo accanto al letto spunta un monitor per tenere sotto costante controllo il battito cardiaco. Alle cinque e mezza il cuore della bambina si ferma, dopo 30 minuti di manovre di rianimazione viene constatato il decesso”.
Effetto abortivo, anche se non esclusivo
Torniamo al disegno di legge. “Il legislatore italiano, dalla legge 22 maggio 1978, n. 194 recante “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” alla legge 19 febbraio 2004, n. 40 recante “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, ha mantenuto ferma la linea di consentire al personale sanitario l’obiezione di coscienza qualora, per alti valori morali, non intenda collaborare per impedire la vita nascente.”
Il testo prende le mosse buttando là “la vita nascente”, che gli obiettori (buoni) preservano e che gli i non obiettori (cattivi) vogliono impedire, senza alcuna consapevolezza dell’ambiguità della parola “vita”. Un testo di legge che voglia essere applicabile, prima ancora di essere giudicato per quanto permette o sanziona, dovrebbe essere comprensibile. Vita è un termine troppo vago (su Wikipedia leggeremmo, come per le voci incomplete, “disambigua”) e l’essere vivi non implica necessariamente l’essere detentori di alcun diritto. Vita è il gamete, vita è la placenta, vita è anche il liquido amniotico. Non sembra che si vogliano includere tutte queste vite e le innumerevoli che potremmo aggiungere; né basta infilarci l’aggettivo “nascente” per uscire dalla palude semantica.
Ciò che Urbani e firmatari intendono dire è che la ragione della obiezione di coscienza in materia di aborto e di riproduzione artificiale sta nell’immoralità di manipolare o di uccidere l’embrione, perché l’embrione è una persona e quindi detentore di diritti. Ma non è questo il modo per dirlo e, soprattutto, non si può dare per scontato perché il dibattito al riguardo è molto complesso. E lastricato di pericoli.
Concediamo pure la considerazione personale dell’embrione, solo momentaneamente e al fine di procedere con la lettura.
“L’evoluzione scientifica, in questi ultimi anni, ha riproposto le stesse tematiche in forma più raffinata, attraverso la cosiddetta “contraccezione di emergenza”. La messa a punto di farmaci e altri anticoncezionali che possono avere un importante effetto abortivo, anche se non esclusivo.”
Che cosa significa “anche se non esclusivo”? Che oltre all’effetto abortivo produce altri effetti? Oppure che l’effetto può anche non essere abortivo?
Perché il nodo è proprio questo: l’effetto abortivo della pillola del giorno dopo. E sull’effetto si dovrebbe volgere lo sguardo verso le ricerche scientifiche, che in effetti vengono subito tirate in ballo anche nel disegno di legge.
“Secondo alcuni la contraccezione di emergenza agisce come un “intercettore”, impedendo l’impianto, mentre altri affermano che non esistono dati certi e che avrebbe, sostanzialmente, l’effetto di ridurre le probabilità di un ovulo di essere fecondato, ma non di modificarne il destino, una volta che la fertilizzazione sia avvenuta.”
Sarebbe interessante sapere a quali ricerche si fa riferimento. Le recenti ricerche escludono che vi sia un effetto sull’embrione impiantato o sull’ovocita fecondato (si veda per esempio V.W. Leung, M. Levine, J.A. Soon, Mechanisms of action of hormonal emergency contraceptives, “Pharmacotherapy”, 2010 Feb; 30, (2), 158-68 in cui si afferma che il meccanismo della contraccezione d’emergenza riguarda l’ovulazione. Già nel 2005 il WHO scriveva (Fact sheet N° 244. Revised October 2005) “Levonorgestrel emergency contraceptive pills (ECPs) have been shown to prevent ovulation and they did not have any detectable effect on the endometrium (uterine lining) or progesterone levels when given after ovulation. ECPs are not effective once the process of implantation has begun, and will not cause abortion.”. http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs244/en/). A impressionare è anche l’uso di aggettivo come “certi”. Sorge il dubbio che si cerchi la certezza della fede in campi in cui non è appropriato farlo. La medicina e la scienza si muovono su dati probabilistici e su ipotesi che non sono granitiche come alcuni del tutto digiuni di scienza credono o, peggio, pretendono di insegnare.
Ma ecco la mossa che rende i nostri sforzi vani: “Resta il fatto che mentre secondo parte delle Società Scientifiche si parla di gravidanza solo dopo l’annidamento dell’ovocita fecondato a livello endouterino, per altri la gravidanza inizia già nel momento di unione dello spermatozoo con l’ovocita, a livello dell’ampolla tubarica.
Si tratta di convincimenti scientifici, religiosi, etici diversi, tutti rispettabili e da rispettare. È pertanto corretto riconoscere la “clausola di coscienza” a coloro che credono nella possibilità di effetti post-fertilizzazione.”
Perché le Società Scientifiche sono indicate con le maiuscole? E, di nuovo, chi sarebbero gli altri? Pur rendendoci conto che un disegno di legge non può diventare un manuale o stare a spiegare ogni riferimento, sarebbe gradito almeno avere l’indicazione delle fonti. Nella totale assenza di queste si possono sostenere le posizioni più disparate e senza bisogno che vi sia una qualche verosimiglianza:  così come si sostiene che la gravidanza inizia nel momento del concepimento, si potrebbe sostenere che comincia nel momento in cui lo spermatozoo ha puntato l’ovocita, oppure quando l’ovocita ha scelto lo spermatozoo da cui si lascerà fecondare.
Il lavoro esegetico ci conduce a chiarire alcuni passaggi. A cominciare dalla definizione di gravidanza, il cui inizio si calcola a posteriori e a partire dall’ultima mestruazione.
Nel novembre 2007 Luisa Capitanio Santolini, responsabile Udc per la Famiglia, commenta: “non vi può essere l’idea, che si va pericolosamente affermando negli ultimi tempi, che la gravidanza inizi con l’impianto dell’embrione: ginecologia ed esperienza comune sono concordi infatti a farla risalire addirittura alla data dell’ultimo ciclo mestruale”.
Invocare come fossero sullo stesso piano ginecologia e esperienza comune è bizzarro: una ecografia e la convinzione che se indossi collanine durante la gravidanza il cordone si attorciglia intorno al collo del nascituro non sembrano rientrare nello stesso dominio. La questione richiede una precisazione generale: i processi biologici sono processi continui, perciò dobbiamo considerare che si parla di “inizio” ma che sarebbe più corretto parlare di una “fase iniziale”. La gravidanza, come la fecondazione dell’ovocita o l’insorgenza di una patologia, non inizia come si accende la luce elettrica. Ogni processo biologico e ogni processo continuo sollevano il cosiddetto problema della soglia. Anche diventare adulti o anziani. Non c’è un momento preciso in cui avviene la fecondazione (se non nella testa di chi la immagina nei termini di una “creazione”: prima non c’era niente, ora c’è un individuo bello e formato o la sua versione iniziale: l’embrione), non c’è un momento preciso in cui da adolescenti diventiamo adulti. Sono tutti processi continui, in cui non sono rintracciabili interruttori magici che da uno stato ci scagliano a un altro.
Più ci avviciniamo, più quel processo sembra fermo: immaginiamo di fotografarci ogni giorno per 20 anni e poi di realizzare una gigantesca sequenza dei 7305 (365 x 20 + 5 (anni bisestili)) scatti su una parete. Tra la foto 1 e 2 non c’è alcuna differenza; forse nemmeno tra la 1 e la 19. Dobbiamo arrivare magari alla foto 1938 per notare una differenza rilevante - tanto più profonda a seconda dell’età di partenza.
5 anni possono anche sembrare che non sia passati per una persona tra i 25 e i 30 in ottima salute, mentre saranno impossibili da dissimulare tra i 10 e i 15. In nessuna delle 7305 foto, comunque, troveremo il momento preciso in cui si cambia, a meno che non accada qualcosa che interrompa lo scorrere del nostro invecchiamento: un incidente, una malattia fulminante. Perché, appunto, non è un momento ma un processo. Siamo noi a imporre allo scorrere del tempo dei limiti arbitrari: l’inizio della gravidanza, la maggiore età, l’inizio della vecchiaia. E non v’è dubbio che abbia senso concettualmente distinguere tra fanciullezza ed età adulta, tra donna incinta e donna non incinta. Ma la pretesa di indicare il momento in cui ciò avviene somiglia alla pretesa di far innamorare qualcuno di noi. Forse è anche più fallimentare, perché qualche volta questa pretesa può andare a buon fine, mentre la pretesa di dissolvere il problema della soglia è destinata a fallire.
Ma di quella soglia abbiamo bisogno, soprattutto quando dobbiamo redigere una legge: dobbiamo stabilire dove fissiamo un termine (si pensi alla 194), quale foto scegliamo per usare la nostre metafora.
Se questa scelta sarà intrinsecamente arbitraria e imprecisa, ma inevitabile, la consapevolezza del suo carattere è rilevante.
Torniamo alla gravidanza e al suo inizio (“per altri la gravidanza inizia già nel momento di unione dello spermatozoo con l’ovocita”). La questione potrebbe rischiare di entrare in un circolo vizioso determinato dalla definizione di gravidanza. Al di là della descrizione di quanto avviene dalla fusione dei due gameti in poi, ci sarà una sfumatura semantica determinata da una scelta di valore e di senso: la gravidanza implica e in che grado il rapporto biologico tra l’embrione e la madre? Le tecniche di riproduzione artificiale ci offrono la possibilità di chiarire la domanda con un’altra domanda. Si può parlare di gravidanza per l’embrione prodotto in laboratorio e ancora fuori dal corpo materno? E si può parlare di gravidanza non appena si procede all’impianto, oppure bisogna aspettare che accada qualche altra cosa? Bisogna aspettare l’annidamento (con i meccanismi di apposizione, adesione ed invasione che avvengono durante la finestra dell’impianto) e la possibilità di dosare l’HCG nel sangue? Dobbiamo fare una pausa. Per convenzione si considera come inizio della gravidanza il primo giorno dell’ultima mestruazione. L’età gestazionale si conteggia dallo stesso giorno (è il tempo di amenorrea). La durata della gravidanza è stimata in 40 settimane, i 9 mesi più una settimana. Il concepimento avviene intorno al quattordicesimo giorno dall’ultima mestruazione. Quando i gameti si fondono si parla di fecondazione. Si può parlare di gravidanza clinica quando c’è il riscontro di alcuni parametri ultrasonografici: la visualizzazione della camera gestazionale e il battito cardiaco fetale, BCF).
Non sembra ragionevole sostenere che vi sia gravidanza fin dall’unione dei due gameti, almeno nel caso della riproduzione artificiale. Chi vuole continuare a sostenere che nel caso della riproduzione senza tecniche si possa invece parlare di inizio della gravidanza dovrebbe spiegare la differenza tra un caso e l’altro.
Tecnicamente la differenza sta nell’essere fuori o dentro il corpo della donna. La differenza non sussiste sul piano morale: essere in un luogo piuttosto che in un altro è moralmente irrilevante. Ma non dimentichiamo che impiantare un embrione non è ancora gravidanza. Quando quell’embrione è annidato la gravidanza inizia. L’embrione impiantato, pur se prodotto in modo diverso, segue un percorso analogo a quello prodotto naturalmente: se nel primo caso vale la regola dell’annidamento, perché non dovrebbe valere per il secondo caso? Non è ammissibile fissare diverse condizioni dell’avvio della gravidanza. 
Riassumiamo: la gravidanza coincide con l’avvio del processo di annidamento dell’embrione, qualunque sia il modo in cui l’embrione è stato prodotto; prima si può parlare solo di un processo di fecondazione dei due gameti. L’ultima mestruazione serve a calcolare l’età gestazionale, età virtuale e che non coincide nel modo più assoluto con l’inizio della gravidanza. Gli studi smentiscono, infine, il potere sull’ovocita fecondato della pillola del giorno dopo, perciò non può essere attribuito a questo principio farmacologico alcun effetto abortivo.
Se si vuole considerare la pillola del giorno dopo moralmente controversa, sarebbe più onesto farlo in altro modo, magari spostandosi a discutere l’ammissibilità morale del ricorso alla contraccezione - per quanto d’emergenza. Santolini nomina l’esperienza comune, ma in realtà la incarna soltanto e nessuna incarnazione può bastare a fondare una opinione sensata, tanto meno una legge. Rispettare i “convincimenti scientifici, religiosi, etici diversi” non dovrebbe implicare la coercizione legale o l’attribuzione di un diritto illegittimo, e che provoca la violazione di un diritto altrui: comprare la pillola del giorno dopo o abortire.
La conclusione di questo rispetto imposto per legge è gravissima: “È pertanto corretto riconoscere la “clausola di coscienza” a coloro che credono nella possibilità di effetti post-fertilizzazione”.
Le credenze non supportate non dovrebbero essere ammesse. La libertà di pensare ed esprimere le proprie opinioni è spesso confusa o barattata con l’equivalenza di tutte le opinioni: esistono opinioni più forti di altre, perché meglio supportate e argomentate. Solo queste possono costituire i fondamenti legittimi (di una legge).
Se apriamo questa porta nella stanza ci può finire qualsiasi credenza bizzarra: che la terra sia piatta, che l’Hiv sia frutto dell’ira divina, che le patologie derivino dai fluidi. Redigere una legge sulla credenza che gli untori sono i responsabili di una epidemia e che a provocare i terremoti siano i comportamenti lascivi delle donne è piuttosto pericoloso.
I firmatari del ddl sui farmacisti seguono diligentemente la strada dell’impossibile e affermano: “i farmacisti, anche se semplicemente dispensatori di farmaci, non possono essere costretti ad agire contro scienza e coscienza, quali semplici esecutori di scelte altrui, pur nel rispetto della diversità di ruoli delle diverse categorie di agenti sanitari”.
Se fossero semplici dispensatori non dovrebbe interrogarsi ma limitarsi a consegnare il farmaco X. I dispensatori non hanno né scienza né coscienza, o la questione è perlomeno controversa: dubitiamo che Urbani stesse pensando alle discussioni sull’intelligenza artificiale e sulla possibilità che un calcolatore possa avere una coscienza o altri stati mentali. La ribellione al rischio di essere ridotti a esecutori di scelte altrui somiglia a quella invocata nei dibattiti sul testamento biologico. Quando qualcuno rivendica la legittimità di poter scegliere sulla propria salute e sulla propria esistenza, senza subire il volere del medico, i paladini del paternalismo rispondono: “non vorrete mica trasformare i medici in meri esecutori?”. No, ma non vorremmo nemmeno essere trasformati in burattini nelle mani di un medico, o di un farmacista che crede che avere rapporti sessuali non a scopo riproduttivo sia un peccato e non vuole venderci un contraccettivo. In effetti sarebbe coerente: se il farmacista può avere le credenze che gli pare e basare su questo la sua lista di farmaci, dovrebbe poter scegliere anche sui preservativi. O sul collare cervicale del dr Gibaud: magari lui è contrario perché sua nonna c’è morta. Che ne sarebbe del diritto dei potenziali utenti? Che ne sarebbe del nostro diritto di acquistare un farmaco che magari il nostro medico (di cui ci fidiamo) ci ha prescritto? Che ne sarebbe della nostra libertà?
Un ennesimo sintomo del pervertimento semantico inflitto alla obiezione di coscienza sta nella definizione che si trova nel disegno di legge: “l’obiezione di coscienza, intesa in senso rigoroso, non contesta la legge come tale. Essa è diversa dalla disobbedienza civile, dalla resistenza passiva o dalle azioni positive volte a migliorare l’ordinamento giuridico.
Un fenomeno simile non si può e non si deve sottovalutare. Per l’efficienza stessa del Servizio sanitario nazionale”.
Non si capisce cosa sia questa obiezione di coscienza. E non si capisce come sia possibile sostenere che non contesta la legge, seppure in modo debole: chi obietta non vende un farmaco o non esegue un aborto, che è quanto stabilito dalla legge. Quindi chi obietta non è obbligato a sottostare alla legge. Se dopo avere attribuito un diritto non si stabiliscono le condizioni del suo esercizio (condizioni che spesso implicano doveri) quel diritto è carta straccia. Siamo d’accordo che un tale fenomeno non vada sottovalutato e che il rischio riguarda l’efficienza del sistema sanitario, ma in modo profondamente diverso da quanto si pretende di sostenere per giustificare i disertori legalizzati.
Nelle righe seguenti c’è un inciso che ci indica la strada giusta, se non fosse ancora chiaro il panorama: il moralismo legale. “L’obiezione di coscienza, intesa in senso rigoroso, non contesta le citate leggi 40 del 2004 e 194 del 1978 come tali, anche se implicitamente ne denuncia l’immoralità, né costituisce un programma articolato di resistenza o di contestazione”.
Ritenere un’azione immorale, senza nemmeno la necessità di argomentare una simile credenza (“è immorale perché lo penso io”), basta per fondare una eccezione alla legge. Il principio è discutibile qualsiasi strumento di garanzia si proponga; in assenza di questo è un modo subdolo per mettere in atto una rappresaglia mortale. Non solo è una contestazione della legge, ma è la forma peggiore e più pericolosa.
La chiusura non poteva essere che: “L’obiezione di coscienza deve essere ritenuta non solo un diritto soggettivo della persona ma un diritto fondamentale e un’esigenza del bene comune: è proprio di una società giusta che non ci siano costrizioni di tale genere.”
La contraddizione qui esplode: se la legge 194 ammette l’aborto non può che delineare dei doveri, cioè una costrizione per qualcuno. Ma la costrizione è legittima se deriva da una scelta (professionale) e rappresenta uno strumento per garantire un servizio o un diritto attribuito: non sarebbe ammissibile che io facessi il guidatore di autobus e non facessi sedere una donna nera perché la mia coscienza mi dice che le donne nere sono impure. Non dovrei poterlo fare, perché esiste un diritto alla uguaglianza, e perché ognuno, indipendentemente dal colore della pelle, gode dei diritti fondamentali, tra i quali prendere l’autobus e sedersi se arriva prima. Se fosse ammessa l’obiezione di coscienza, questo diritto all’uguaglianza sarebbe incrinato. I guidatori degli autobus non hanno il diritto di non fare sedere qualcuno perché ha la pelle di un colore diverso da quello che loro credono sia il colore giusto. E hanno il dovere di rispettare queste norme. Non è una società giusta quella che con la mano destra scrive una legge e con la sinistra cancella i doveri conseguenti e necessari per l’esistenza della legge stessa.
Con quella mano sinistra l’estensore del disegno di legge scrive: “Con questa norma non si nega il diritto del paziente ad ottenere il farmaco, si vuole solo rispettare la coscienza di chi ha convincimenti etici o scientifici diversi”.
Come si intende non negare il diritto del paziente è lasciato alla nostra fantasia. Non ci sono indicazioni né indizi di come garantire che la farmacia sia in grado di offrire il servizio. Il paziente potrebbe sentirsi preso in giro. A togliere eventuali dubbi ci pensa Piero Uroda, seppure inintenzionalmente. Il presidente dei farmacisti cattolici (Ucfi) si lamenta del disegno di legge («I farmacisti cattolici: sull’obiezione disegno di legge ancora incompleto», Avvenire, 6 maggio 2010, inserto È Vita, p. 3): “«È molto importante invece che sia riconosciuta alla farmacia la possibilità di non vendere contraccettivi d’emergenza e non solo al singolo farmacista [...]. Chi assicura la vendita di un prodotto abortivo se sono tutti obiettori? Economicamente non è possibile assicurarsi la presenza in negozio di un non obiettore ed eticamente perché dovrei lavorare con un collega che non condivide il rispetto della vita?». Piero Uroda ne è certo: «Il nostro diritto di non vendere farmaci che uccidono è superiore a quello di chi richiede il prodotto. Attenzione infatti, non si tratta di medicinali che curano, ma di prodotti che fanno fuori una vita umana ai suoi esordi e che danneggiano gravemente la salute delle donne». «Per un cattolico – sostiene Uroda – è una bugia che i contraccettivi d’emergenza non fanno nulla, visto che siamo convinti che quando due gameti si incontrano si forma una nuova persona»”.
Chi assicura la vendita di un prodotto abortivo se sono tutti obiettori? Nessuno, infatti. Sul potere abortivo abbiamo già detto. Le affermazioni di Uroda si spingono ben oltre: si inveisce contro i farmaci che uccidono e contro chi fa fuori una vita umana. E si sostiene che la pillola del giorno dopo danneggi gravemente la salute delle donne. Dove lo ha letto? Uroda sta forse già pensando a un’altra forma di obiezione di coscienza nei confronti dei farmacisti che non la pensano come lui: “perché dovrei lavorare con un collega che non condivide il rispetto della vita?”. 

(Estratto da Cè chi dice no. Dalla leva allaborto come cambia lobiezione di coscienza, Il Saggiatore, capitolo 7, Ddl sui farmacisti e pillola del giorno dopo).

giovedì 1 marzo 2012

Un nuovo articolo per la 194/1978?

Tommaso Scandroglio sull’inserto È vita di Avvenire di oggi (Radicali senza freni: «Stop alle farmacie che obiettano») così commenta:

«La pillola in questione non è un farmaco abortivo, come la Ru486, ma una terapia contraccettiva d’urgenza che va somministrata il prima possibile». È quanto ha dichiarato in merito alla pillola del giorno dopo l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’Associazione radicale Luca Coscioni, alla recente presentazione romana del libro di Chiara Lalli «C’è chi dice no». Dalla leva all’aborto come cambia l’obiezione di coscienza». La Gallo ha affermato che «il farmacista non può fare alcuna obiezione di coscienza, deve limitarsi a somministrare un farmaco che viene peraltro richiesto con regolare prescrizione medica. Non hanno quindi alcun fondamento legale tali dinieghi e nessuna norma li supporta, mentre la mancata somministrazione dei farmaci è un reato civile e penale. È ora di dire basta. Abbiamo così deciso di aiutare le donne a risolvere immediatamente il problema denunciando il fenomeno e mettendo nel nostro sito un modulo di esposto ai farmacisti che negano questo tipo di terapia». Esplicita Emma Bonino: «Per i farmacisti che si rifiutano di somministrare la pillola del giorno dopo, farmaco regolarmente autorizzato dal Servizio sanitario nazionale - ha detto la leader radicale nella stessa occasione - non ci può che essere il ritiro della licenza». I radicali, che promettono «completa assistenza legale», forse ignorano che esiste abbondante letteratura scientifica la quale prova che la pillola del giorno dopo oltre ad avere effetti contraccettivi può esplicare anche una funzione abortiva. La somministrazione rientra dunque nella disciplina della legge 194 sull’aborto, quindi i farmacisti possono avvalersi del previsto istituto dell’obiezione di coscienza (il corsivo è mio).
Sarei curiosa di sapere a quale letteratura scientifica fa riferimento Scandroglio, perché le ultime pubblicazioni da parte delle associazioni mediche sostengono il contrario.
Soprattutto sarei curiosa di sapere dove ha letto nella 194 che anche i farmacisti possono fare obiezione di coscienza. Qual è l’articolo?, perché deve essermi sfuggito.

sabato 11 febbraio 2012

How the Church and Susan Komen Place Themselves Before Health

Il commento si riferisce a Susan Komen e Planned Parenthood, ma va ben oltre e potrebbe essere riadattato a molte vicende nostrane (di Ford Vox, su The Atlantic).

A 20-year-old cancer foundation and a 2,000-year-old church have taken issue with twin cornerstones of women's health in this country. It's time both organizations take a lesson from the way medical professionals put our own personal views aside to deliver care. Health care is not a venue in which to exert your desire to shape the content of people's lives. Health is the default condition we need to make those choices. Life choices must be made freely, all major religions, and all legitimate political ideologies agree.

As a physician I must serve my patients' health only. I cannot attempt to direct my patients' lives. I cannot artificially constrict their choices.
When Susan G. Komen for the Cure announced it would disqualify Planned Parenthood's breast cancer screening programs from future grants, its decision was driven by Komen leaders who couldn't abide family planning. Though the Komen foundation's millions derive from the importance and popularity of its primary mission to end breast cancer, the organization compromised this mission in subservience to a baser mission: fulfilling the ideology of a few, even if it meant loss of health for many.

When the Roman Catholic Church, employer of many non-Catholics, learned that the nation's new health care law meant its hospitals, universities, and other civic institutions must provide complete health insurance coverage, outrage spewed forth, our second national conflagration over health and values in as many weeks. Mind you, many otherwise solid American Catholics use contraception despite what their church says on the issue. Still, the thought that Catholic hospitals and universities would end up facilitating family planning in their health plans seems a step too far for Catholic leaders and the political demagogues playing to them.

Really, who do they think they are?

As a physician I must serve my patients' health only; I cannot attempt to direct my patients' lives; I cannot artificially constrict their choices. Every day we treat similar patients different ways, taking our cues from diverse values. In my case, I work in brain injury medicine. Some families I counsel will choose to let a severely brain injured child or parent pass away from a pneumonia that could be easily treated. I obey, I facilitate. Other families will desire every possible treatment, elevating life regardless of current physical condition. I obey, I facilitate. I respect both choices.

lunedì 9 gennaio 2012

Storie taciute e dimenticate

Dopo la storia di Maria ce ne sono molte altre. Loredana Lipperini continua a pubblicarle. Oggi è la volta della storia di Roberta e della contraccezione negata. In Lipperatura ce ne sono molte altre.

La storia di Viola.

domenica 19 giugno 2011

La scorciatoia bugiarda di Assuntina Morresi



Assuntina Morresi non è nuova alle interpretazioni fantasiose e poco attente alla letteratura scientifica.
Ieri se la prende, per l’ennesima volta, con la Ru486, con l’interruzione di gravidanza e con la contraccezione d’emergenza che in realtà sarebbe un mezzo abortivo camuffato (La scorciatoia bugiarda dell’aborto inconsapevole, Avvenire, 18 giugno 2011). Ma andiamo per ordine.
Il primo problema è l’affermazione di Morresi sulla Ru486, ovvero il farmaco che induce farmacologicamente l’interruzione di gravidanza - il cosiddetto aborto medico o farmacologico - invece di intervenire chirurgicamente. Morresi sostiene che il suo uso sarebbe difficilmente conciliabile con la legge 194 che nel 1978 ha normato l’interruzione di gravidanza. Nel 1978 questa possibilità non esisteva, tuttavia all’articolo 15 si legge: “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza” (il corsivo è mio).
L’altro ostacolo pretestuoso riguarda il ricovero in una struttura sanitaria - così come previsto dall’articolo 8 della 194. Due anni fa l’Agenzia Italiana per il Farmaco aveva sottolineato la necessità di garantirlo come prova del rispetto della legge sulla interruzione di gravidanza. Il motivo di questa decisione? La risposta non è semplice, ma il richiamo all’articolo 8 sembra insoddisfacente (qui Giuseppe Regalzi aveva commentato il comunicato stampa dell’Aifa).
Il problema dunque non sembra tanto essere che la legge 194 non possa conciliarsi con la Ru486, ma che Morresi non approvi l’interruzione di gravidanza, soprattutto se eseguita in modo meno invasivo per le donne (già abortire è moralmente ripugnante, ma almeno che si soffra il più possibile e che non si possa scegliere). Nel corso del tempo le strategie di Morresi sono passate dall’affermazione della pericolosità della Ru486 per le donne all’accusa di “aborto fai da te”, colpevole anche di eliminare lo spazio di colloquio con la donna da parte di quanti vorrebbero dissuaderla. Scriveva infatti nel 2008: “La 194 invece, propone una casistica e pretende la valutazione e la certificazione di un medico. Proprio per permettere di discutere le motivazioni che spingono ad abortire, dà molto spazio al colloquio con le donne e prevede un periodo di riflessione - sette giorni - fra la concessione del certificato per abortire e l’intervento. Avere uno spazio in cui inserirsi per incontrare le donne e per ascoltarle è fondamentale: è questo il momento in cui lavorano i volontari dei “Centri di Aiuto alla Vita”. È questo il motivo per cui stiamo lottando contro la pillola abortiva Ru486, sinonimo di “aborto fai da te”, un modo di abortire in cui incontrare le donne diventa impossibile” (Una battaglia per la vita a trent’anni di distanza, ilsussidiario.net, 17 marzo 2008).

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martedì 12 aprile 2011

Obiezione a costo zero



Lo scorso 25 febbraio, sollecitato da un quesito del deputato Udc Luisa Capitanio Santolini, al Comitato Nazionale per la Bioetica è stato chiesto di esprimersi riguardo alla possibilità per i farmacisti di fare obiezione di coscienza sulla cosiddetta pillola del giorno dopo, ovvero sulla possibilità di non vendere quei farmaci di emergenza «per i quali nel foglio illustrativo non si esclude la possibilità di un meccanismo d’azione che porti all’eliminazione di un embrione umano». Nel comunicato stampa diffuso tempestivamente dalla Presidenza del Consiglio si legge che «in merito al problema specifico all’interno del CNB sono emersi orientamenti bioetici differenti», tuttavia, «a fronte dell’ipotesi che il legislatore riconosca il diritto all’obiezione di coscienza del farmacista e degli ausiliari di farmacia, i componenti del CNB si sono trovati d’accordo che, nel rispetto dei principi costituzionali, si debbano considerare e garantire gli interessi di tutti i soggetti coinvolti, come generalmente previsto in situazioni analoghe. Presupposto necessario e indispensabile per l’eventuale riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza è, dunque, che la donna debba avere in ogni caso la possibilità di ottenere altrimenti la realizzazione della propria richiesta farmacologia e che spetti alle istituzioni e alle autorità competenti, sentiti gli organi professionali coinvolti, prevedere i sistemi più adeguati nell’esplicitazione degli strumenti necessari e delle figure responsabili per la attuazione di questo diritto».
In linea di principio, dunque, il CNB riconosce al farmacista (e persino al suo ausiliario) il diritto di sottrarsi ai propri doveri professionali rimpallando allo Stato il dovere di garantire comunque l’accesso al farmaco da parte della paziente, in totale analogia con quanto già previsto per i medici nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza. Considerato il devastante impatto che il ricorso all’obiezione di coscienza ha avuto sull’applicazione della legge 194 (sono obiettori oltre il 70% dei ginecologi (con picchi dell’85% nel Lazio e in Basilicata), oltre il 50% degli anestesisti e circa il 43% del personale non medico (Relazione del Ministro della salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza Legge, 194/78 - Dati preliminari 2009, dati definitivi 2008) e l’importanza di assumere il farmaco il prima possibile (se il farmaco viene assunto nelle 12 ore successive al rapporto sessuale l’efficacia è di circa il 95%, si scende al 60% nelle 72 ore successive), c’è di che preoccuparsi. E dunque, seppure in attesa di poter leggere il documento del CNB (ora disponibile qui), non ancora disponibile nel momento in cui scriviamo, a dieci giorni dalla sua approvazione, cerchiamo di capire a cosa stiamo andando incontro.

Su Sapere di aprile.

mercoledì 2 marzo 2011

Se il farmacista diventa obiettore

In attesa di leggere il parere del Comitato Nazionale per la Bioetica sulla possibilità per i farmacisti di fare obiezione di coscienza, è senz’altro possibile esprimere alcune preoccupazioni sulla notizia riportata dalla stampa e sintetizzata da un comunicato stampa della presidenza del consiglio del 25 febbraio scorso.
Il parere del CNB è stato sollecitato da un quesito di Luisa Capitanio Santolini riguardo alla liceità della “clausola di coscienza invocata dal farmacista per non vendere quei prodotti farmaceutici di contraccezione d’emergenza anche indicati come “pillola del giorno dopo”, per i quali nel foglio illustrativo non si esclude la possibilità di un meccanismo d’azione che porti all’eliminazione di un embrione umano”.
Ricordiamo che oggi in Italia sono tre le leggi che prevedono l’obiezione di coscienza: la legge 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza; la legge 413/1993 sulla sperimentazione animale; la legge 40/2004 sulla tecniche di riproduzione artificiale.
Nel discutere di contraccezione d’emergenza il riferimento normativo e morale è l’interruzione volontaria di gravidanza. Ma questo riferimento è scorretto e rischia di alimentare la confusione: la cosiddetta pillola del giorno dopo, infatti, agisce come contraccettivo e non come abortivo. Pertanto l’analogia si indebolisce fino a diventare inutile, anzi sbagliata. Lo stesso CNB deve rendersene in parte conto, perché rimanda al foglio illustrativo che non esclude “una azione abortiva”.
I problemi sono numerosi e gravi. Riguardano la definizione stessa di obiezione di coscienza e, soprattutto, l’effettivo funzionamento di un servizio pubblico e sottoposto a monopolio. Non posso acquistare la contraccezione d’emergenza che in farmacia e il farmacista è l’unico che può soddisfare la mia prescrizione. Eppure il CNB accetta di aprire una faglia nella garanzia di un simile servizio richiamando la clausola di coscienza.
Non basta che il comunicato ricordi che “l’obiezione di coscienza, che ha un fondamento costituzionale nel diritto generale alla libertà religiosa e alla libertà di coscienza, deve pur sempre essere realizzato nel rispetto degli altri diritti fondamentali previsti dalla nostra Carta costituzionale e fra questi l’irrinunciabile diritto del cittadino a vedere garantita la propria salute e a ricevere quella assistenza sanitaria riconosciuta per legge”. Non basta perché non viene indicato nessun meccanismo di bilanciamento per garantire i diritti di chi chiede, preoccupandosi di proteggere soltanto chi non vuole esaudire la richiesta perché crede - senza alcun supporto scientifico - che la contraccezione d’emergenza possa eliminare un embrione.
Per il CNB è sufficiente sottolineare che “la consegna del prodotto contribuisce ad un eventuale esito abortivo in una catena di causa ed effetti senza soluzione di continuità” per considerare il farmacista alla pari di un medico che non vuole eseguire una interruzione di gravidanza.
Ci si chiede dove questa catena causale può fermarsi: quanti sono a contribuire all’eventuale esito abortivo? Anche chi guida il taxi fino alla farmacia? O l’impiegato che fa lo scontrino? L’obiezione può essere estesa anche agli altri tipi di contraccezione (si pensi soprattutto allo IUD che agisce in modo simile alla cosiddetta pillola del giorno dopo)?
Sebbene alcuni membri del Comitato abbiano ricordato che consentire di fare obiezione ai farmacisti significherebbe permettere loro di scavalcare il medico e di intromettersi nelle vite private dei richiedenti, ciò non è bastato a fermare i rappresentanti del moralismo più aggressivo.
Se questo parere dovesse diventare una legge (non dimentichiamoci che nella primavera 2010 è stato presentato un disegno di legge avente come oggetto proprio la possibilità per i farmacisti di fare obiezione) i diritti dei singoli verrebbero ulteriormente minacciati.
Una simile concessione non sarebbe affatto la garanzia di una libertà, ma un vero e proprio sopruso. Gli unici interessi che verrebbero garantiti sono dei nostalgici del paternalismo e di quanti vogliono decidere per gli altri, sicuri di avere in tasca una verità che merita di essere affermata.
È bene non dimenticare che si sceglie di fare il farmacista e che ogni professione implica dei doveri e non solo dei privilegi. Uno di questi doveri dovrebbe essere quello di vendere i farmaci prescritti senza intromettersi in questioni morali o spirituali. Anche perché sono molti i farmaci che potrebbero avere come effetto l’eliminazione di un embrione umano, anche farmaci prescritti per altre ragioni. Come dovrebbe comportarsi il farmacista al riguardo? Dovrebbe forse rifiutarsi di vendere il Cytotec, farmaco gastroprotettore ma i cui effetti sono abortivi? Perché magari hai l’ulcera, ma chi può dire che le tue recondite intenzioni non siano di eliminare un embrione umano?

Galileo, 2 marzo 2011.

giovedì 3 febbraio 2011

Tragica storia di un marito


(Hat tip: Marta Nuccetelli, su Facebook.)

sabato 14 agosto 2010

Ella

Federal drug regulators on Friday approved a new form of emergency contraceptive pill that prevents pregnancies if taken as many as five days after unprotected intercourse.

The pill, called ella, will be available by prescription only. Developed in government laboratories, it is more effective than Plan B, the morning-after pill now available over the counter to women 17 and older.

That pill gradually loses efficacy and can be taken at most three days after sex. Ella, by contrast, works just as well on the fifth day as the first after sex.

Women who have unprotected intercourse have about 1 chance in 20 of becoming pregnant. Those who take Plan B within three days cut that risk to about 1 in 40, while those who take ella would cut that risk to about 1 in 50, regulators say. Studies show that ella is less effective in obese women.

The decision was greeted with enthusiasm by abortion rights groups and denounced by anti-abortion activists. But in recent years both sides have treated the emergency contraceptive pills as a side issue in the wider debate over abortion.

Studies have found that many women fail to realize they are at risk for an unplanned pregnancy after unprotected sex. So they tend not to use the emergency contraceptives even when they receive them free.

“Emergency contraception has no effect on pregnancy rates or abortion rates,” said Dr. James Trussell, director of the Office of Population Research at Princeton, who has consulted without charge for ella’s maker. “Women just don’t use them enough to make an impact.”
F.D.A. Approves 5-Day Emergency Contraceptive, The New York Times, august 13 2010.

sabato 8 maggio 2010

Not 2 late


Non mi sembra di avere trovato nulla di simile in italiano. Se proprio non si ha spirito di iniziativa si può anche copiare (facendo attenzione a cambiare qualche dettaglio).
The Emergency Contraception Website.

domenica 2 maggio 2010

Riflessioni domenicali sulla pillola del giorno dopo

Ripensando al tanto atteso ddl sulla obiezione di coscienza sulla pillola del giorno dopo per i farmacisti mi domandavo: che non credano nemmeno loro a quanto blaterano?
Mi spiego: la condanna (e la liceità della obiezione di coscienza) della pillola del giorno dopo viene generalmente sostenuta dalla condanna della interruzione volontaria di gravidanza. Se questa è condannata, allora anche la pillola del giorno dopo subisce la stessa sorte per il suo effetto abortivo (lasciamo tra parentesi il dubbio, molto dubbio, potere abortivo della pgd, annoverabile tra i contraccettivi e non tra gli abortivi). Ma se è abortiva (dovrebbe essere la logica conseguenza della tesi avversa) si può infilare nell'articolo 9 della 194: metti una nota dopo il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie e ci infili pure il farmacista.
Che bisogno ci sarebbe di redigere una legge a parte?
Forse non sono convinti nemmeno loro e, per non rischiare, ecco una legge che giustifica il sottrarsi al dovere di vendere un farmaco senza che vi sia alcuna giustificazione.
Così, perché ti gira storto.
Si potrebbero aggiungere numerose altre considerazioni.

giovedì 1 aprile 2010

L’aborto e il controllo delle nascite

Adriano Sofri contesta sul Foglio del 27 marzo scorso alcune etichette usate dagli antiabortisti («Piccola posta», p. 2):

Chiamerei propriamente abortista solo chi apprezzasse l’aborto in odio all’umanità e alla vita in genere, e come strumento di limitazione delle nascite in particolare.
Non è chiaro se Sofri abbia in mente qualche persona reale o se, come lascia pensare la scelta del congiuntivo imperfetto, si stia riferendo a un casus fictus; in ogni caso, la preoccupazione che l’aborto possa essere usato come «strumento di limitazione delle nascite» era presente già nella legge 194/1978, che all’art. 1 recita:
L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.
Ma cosa si intende propriamente con questa norma? Cosa vuol dire limitare le nascite per mezzo dell’aborto – escludendo ovviamente casi come quello cinese dell’aborto coercitivo per chi supera il numero consentito di figli, che sarebbero inimmaginabili in uno Stato liberale?
Esistono naturalmente delle donne che ricorrono all’aborto per ragioni che non hanno nulla a che fare, nemmeno da lontano, con la limitazione delle nascite: sono quelle costrette ad abortire a causa di un pericolo per la loro salute o per la salute del feto. Queste donne vogliono un figlio, e l’aborto è un’interruzione spesso tragica nel cammino intrapreso per generarlo.
Esistono però anche altre donne – e sono sicuramente molte di più – che un figlio non lo vogliono, e per le quali l’aborto ha una funzione non diversa da quella della contraccezione: impedire una maternità non desiderata. Spesso queste donne hanno fatto ricorso ai mezzi contraccettivi, e l’aborto è un modo di ovviare al fallimento di questi; è, per così dire, uno strumento di seconda istanza. Naturalmente non tutte le donne che rimangono incinte a causa di un contraccettivo che non funziona ricorrono poi all’aborto, ma questo non cambia la sostanza delle cose.
Adriano Sofri dovrebbe condannare, se fosse coerente, questo tipo di aborto? È quel che pensa Francesco D’Agostino, che risponde a Sofri dalle colonne di AvvenirePerché non basta definirsi “anti-abortisti”», 31 marzo, p. 2):
Sappiamo che l’aborto oggi non ha (tranne ipotesi rarissime!) autentiche motivazioni ‘terapeutiche’: esso è di fatto la più comune modalità utilizzata dalle donne per rifiutare una maternità non voluta.
Questo dato di fatto è la più grande piaga aperta del mondo contemporaneo, perché implica una sorta di rifiuto, da parte delle donne, di quanto di più specifico contrassegna la loro identità femminile. Presumo quindi che Sofri percepisca questo come un grande problema e in qualche modo ne soffra, proprio per il fatto che egli rifiuta come insultante la qualifica di ‘abortista’.
Lasciamo pure a Sofri il compito di rispondere a D’Agostino, ed occupiamoci di un altro quesito: il ricorso all’aborto come ‘supplemento’ della contraccezione costituisce una violazione dell’art. 1 della legge 194?
Qualcuno potrebbe sostenere che la contraddizione principale di questo tipo di aborto sia in realtà con l’art. 4 della legge, che permette l’interruzione di gravidanza solo alla donna «che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica»: spesso, specie da parte degli integralisti, si fa notare come nella pratica questo articolo sia disapplicato, e l’aborto sia di fatto permesso per qualsiasi motivo. Resta però da dimostrare che avere un figlio non desiderato non costituisca un «serio pericolo» per la salute psichica della donna – pericolo che la legge non sembra voler intendere solo in senso strettamente psichiatrico, visto che ne assegna l’accertamento al medico di fiducia o del consultorio e non allo psichiatra. Casi come quelli spesso citati delle donne che abortirebbero per non rinunciare alle vacanze programmate sono quasi esclusivamente mitologici, e in ogni caso il tentativo di accertarli fino in fondo costituirebbe un’intromissione inaccettabilmente pesante nella sfera privata delle donne. La 194 può avere qualche aspetto ipocrita, ma si tratta di un’ipocrisia indispensabile per renderla compatibile con lo Stato liberale.
Resta allora l’incompatibilità con l’art. 1. Anche qui dobbiamo invocare l’inevitabile ipocrisia di una legge che non è riuscita ad essere liberale fino in fondo? In realtà no; basta interpretare correttamente la ratio della legge. Quello che si vuole con ogni evidenza evitare è l’uso dell’aborto come mezzo primario di limitazione delle nascite, in sostituzione dei contraccettivi. La legge non fa qui che ottemperare ai suoi principi ispiratori, che sono da una parte i diritti (sia pure subordinati) assegnati all’embrione e dall’altra la difesa della salute femminile. Auspicando la promozione e lo sviluppo dei «servizi sociosanitari, nonché [di] altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite» si sarebbe voluto impedire che una minorenne si presenti ad abortire senza aver mai nemmeno provato ad usare un contraccettivo. Sta qui, in questo impegno disatteso, una delle vere violazioni della legge.