mercoledì 1 agosto 2007

Reasons for not having sex

Reasons for Not Engaging in Sexual Activities (questionario):

The purpose of this study is to gather reasons why people choose not to engage in sexual activities with others. Our goal is to understand the complexity of what motivates people to choose not to have sex. If you choose to participate, you will be one of 500 people from across North America that will be participating in this study.
(Lo studio è condotto da Lisa Dawn Hamilton, Department of Psychology, University of Texas at Austin).

9 commenti:

Filter ha detto...

Vedo che ha scelto la tecnica delle domande aperte. Probabilmente, avrà avuto difficoltà a immaginarsi un numero sufficiente di risposte per fare un elenco.

Chiara Lalli ha detto...

O forse pregusta le strambe ragioni che le invieranno - molto più divertente di contare crocette sulle opzioni predefinite delle domande chiuse.
Io ho indicato mental insanity come possibile ragione di castità.

Anonimo dubbioso ha detto...

"Io ho indicato mental insanity come possibile ragione di castità."

E' davvero liberale indicare come "pazzo" chi effettua una scelta come quella di evitare, del tutto o parzialmente, il sesso?

La domanda non è affatto provocatoria.
Ci sarebbe anche da interrogarsi se tale scelta, da parte di chi la effettua, sia sempre e necessariamente legata a motivi religiosi.

Ma qualunque sia la motivazione, rimane sempre da chiedersi quanto sia liberale parlare di "mental insanity" per queste scelte; quanto sia liberale (e in base a quali criteri, poi) permettersi di tracciare una linea tra i comportamenti che sono "scelte autonome" (quelle dei cosiddetti "sani di mente"), e, dall'altra, le "scelte indotte da malattie mentali" (e quindi non-scelte), prescindendo dall'eventuale "dannosità" sociale delle scelte in questione.

Anche perché, se definiamo la scelta di evitare il sesso (che non mi pare violi le altrui libertà individuali) come dovuta a una "malattia mentale" (mental insanity), qualcuno potrebbe dirci che anche Welby, nelle sue condizioni, non era nel pieno delle sue facoltà mentali, e dunque le sue non erano vere scelte: e a quel punto, cosa potremmo obiettargli?

Ripeto: non sono provocazioni. Sono dubbi che mi son venuti leggendo il commento di Chiara Lalli.

A scanso d'equivoci, tengo a precisare che sono agnostico, anticlericale e, politicamente, vicino al modello nozickiano di stato minimo.

Chiara Lalli ha detto...

Anonimo dubbioso,

potrei limitarmi a segnalarti che la mia ragione di castità era permeata di ironia e qui potrei fermarmi. Tuttavia, siccome sollevi questioni interessanti, ti rispondo puntualmente.
Anche se io avessi definito pazzo (seriamente e letteralmente) chi si astiene dal sesso non vedo che cosa ci sarebbe di illiberale: non ho infatti detto né che dovrebbe essere costretto ad avere rapporti sessuali, né che dovrebbe essere curato, né altro. Ho solo detto che astenersi dal sesso potrebbe radicarsi in qualche "patologia mentale" (che so io, eccesivo timore di avere rapporti, fissazioni di varia natura, depressione, e così via). O che potrebbe essere una patologia intrinseca. Io non credo che definire qualcosa come collegata a una "mental insanity" implichi necessariamente che quella condotta sia non-scelta: dipende da molti fattori, ma escluderei che non ci sia uno spazio di manovra e di decisione (concordi che l'anoressia sia una patologia? e affermeresti che una anoressica - in quanto malata - non abbia la possibilità di compiere una scelta?). La connessione tra il definire la scelta di evitare il sesso come causata da una malattia e Welby proprio non la vedo: o forse basta quanto ho detto prima. La presenza di una "mental insanity" non basta a scardinare la capacità di intendere e di volere. (Aggiungici - nel caso di Welby - l'ambiguità di usare "pazzo" nel linguaggio comune per dire un po' tocco o strambo, e "pazzo" come termine clinico).
Per quanto mi riguarda ognuno è libero di fare quello che vuole se non provoca danni ad altri (e nel caso di astensione dal sesso al più ci si autoinfligge un danno, perciò va bene, peggio per loro).
Dovessi poi tradurti in poche parole direi che chi esclude il sesso dalla propria vita se ne perde una gran bella parte. Ma è soltanto un mio parere, e credo di essere libera di esprimerlo (ripeto, non invoco nessunissima "correzione").

Anonimo dubbioso ha detto...

Grazie per l'attenzione e la risposta.
Mi permetto alcune osservazioni.

E' vero che definire un comportamento frutto di patologia psichica è un libero giudizio che si può avere, e che non implica necessariamente, da parte di chi lo esprime, l'auspicio che si pongano vincoli a o si "rinchiuda" chi ha scelto quel comportamento.
Tuttavia sappiamo bene che le parole non sono neutre, e hanno un loro peso. E che, purtroppo, a livello di mentalità comune, definire qualcuno "malato" implica tacitamente non solo il diritto alla cura, ma spesso anche il dovere.
E' per questo, ad esempio, che si può ritenere opportuno non definire "malattia" un orientamento sessuale come l'omosessualità.
Forse non ho colto del tutto l'ironia sia del tuo post che del tuo successivo commento.
Tuttavia, ho provato a immaginare una situazione ipotetica ma analoga: un tuo post che rimanda a un questionario sulle possibili ragioni per intraprendere rapporti omosessuali; quindi, un tuo commento in cui, con tutta l'ironia possibile, affermi di aver indicato come possibile ragione per l'omosessualità la "mental insanity"...
In questo caso immagino saresti stata sommersa di proteste, a valanghe, tra cui anche diversi insulti. E potresti anche aver rischiato se non una denuncia, forse l'abbattimento del blog. So infatti di blog che sono stati eliminati dalla piattaforma ospitante per definito l'omosessualità "malattia da curare".
Personalmente, non avrei protestato. Ritengo che persino omofobi, nazisti e quant'altro (sì, persino i cristiani!!) abbiano diritto di esprimere le loro argomentazioni... e di esporle così al pubblico ludibrio, e di subire tutte le obiezioni che meritano, ovviamente.

Tutto ciò però mi ha considerato a riflettere su un grosso limite del pensiero liberale, ovvero quell'idea secondo cui bastino le garanzie formali per i diritti individuali e tutto va a posto. E per il resto ognuno è libero di esprimere la propria opinione, anche di definire "malato" o "inferiore" chi gli pare e per quali motivi gli pare.

Il problema è che spesso le forme di esclusione verso le minoranze non viaggiano soltanto sulla lettera delle leggi, ma anche sulle consuetudini e sugli assunti culturali delle masse.
Possiamo avere tutte le leggi che parificano le coppie omosex con quelle etero, ma... ma se nel frattempo, quando si arriva a 14 anni (e a volte anche per molti altri anni) si vede che l'insulto peggiore tra i proprio amici è quello di "frocio", non si fanno molti passi avanti.
Ma allora? Allora dobbiamo fose pensare che sia giusto intraprendere campagne di sensibilizzazione per *modificare la mentalità* della gente? Questo, però, comincia già a puzzare di idee tipo "educare il popolo"...

Personamente penso che l'asessualità sia una scelta.
Cfr.
http://it.wikipedia.org/wiki/Asessualità
Se una persona mi dice di vivere bene senza sesso e che non si sta danneggiando, non ho motivo di non credergli (essendo gli stati mentali una faccenda privata).
Tuttavia posso immaginare cosa significhi, per una persona del genere, crescere in una società in cui, invece, la stragrande maggioranza dei discorsi quotidiani sono giocati unicamente sulla sessualità (dove la sessuofobia religiosa e il pansessualismo edonistico sembrano quasi due facce della stessa medaglia).
Non so come sia in ambito femminile, ma posso assicurare che tra maschietti, una volta giunta la pubertà e credo sino alla tomba, è un continuo, incessante e inevitabile parlar d'uccelli e di passere, di rapporti grandiosi reali o immaginari, di donne infilzate, di tecniche speciali, di ragazze prese o mollate, di smanacciamenti o preservativi, di allusioni o discorsi espliciti ecc ecc ecc.
In cui, ovviamente, chi non partecipa all'allegro gioco (spesso unicamente verbale) rischia d'essere ostracizzato come malato, diverso, inferiore, umano di serie B, pazzo, da curare, problematico, asociale, e chi più ne ha più ne metta.
E in casi di questo genere la pressione del gruppo è molto forte, e ci mette poco a rovinare una vita.
Un po' come cercare di crescere ateo in qualche comunità evangelica degli Stati Uniti: solo che, nel caso dell'asessualità, la comunità coincide praticamente col mondo intero.
E allora, giungere nel blog Bioetica, e vedere che anche questo, pur affermando di prendersi a cuore i diritti delle minoranze calpestate dalle "maggioranze etiche", casca, riguardo all'asessualità, nei soliti stereotipi di ridicolizzazione o di indebita associazione con la religione cattolica... be', non fa molto piacere.

Concludo con un'ultima nota.
Personalmente non credo l'anoressia sia una malattia. Anche perché ho molti dubbi si possa parlare di malattie per i comportamenti relativi alla socialità.
Personalmente, inoltre, ritengo che se una persona arriva a rifiutare il cibo, abbia tutto il diritto di farlo. Cioè, non penso che le/gli anoressiche/i debbano essere curati *a forza*.
E mi incavolo come una biscia per tutte quelle campagne (secondo me moraliste) tese ad oscurare i siti che inneggerebbero all'anoressia.

Generalmente, sono comunque molto interessato a tutti quei comportamenti definiti come "devianti", anche solo per conoscerne i ragionamenti sottesi, la subcultura che spesso vi si forma intorno, le giustificazioni con cui si sostengono e le strategia con cui si confrontano col pensiero dominante.
Anche perché, secondo me, è proprio nei confronti di queste "scelte estreme" che si può verificare l'effettiva tenuta e la fattibilità (e i limiti) di un pensiero liberale e libertario. Ben più che confrontandosi con scelte ormai semi-sdoganate (come l'omosessualità).
Insomma, per me è la differenza che passa tra essere contro la segregazione razziale negli USA degli anni Settanta, e esserne contro nell'Alabama di cento anni prima.

Chiedo scusa se mi sono dilungato troppo.

Anonimo (un po' meno) dubbioso.

Chiara Lalli ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Chiara Lalli ha detto...

Anonimo (un po' meno dubbioso),
cerco di andare per ordine perché di argomenti ne hai tirati fuoti davvero tanti.
Distinguiamo tra X e le conseguenze non necessarie. Quando dici che definire qualcuno malato implica spsso ildovere alla cura siamo in questo ambito. Per uanto mi riguarda nessuna malattia implica l'obbligo di cura, eslcuse le malattie contagiose o che provocano epidemia (e per questo c'è il TSO e la quarantena).
L'omosessualità non c'entra granché (anche se molto dipende dal modello teorico che si adotta e dalle premesse che si esplicitano). Ma rispetto al rifiuto della sessualità, l'omosessualità è fatto di rapporti. Non sono nemmeno convinta che sia facile dimostrare che l'assenza di rapporti non sia "sano", tuttavia penso che i modelli esplicativi che tengono anche conto di spiegazioni evoluzioniste attribuiscano (giustamente) importanza alla relazione tra individui.
Dovresti sapere che la libertà contraddice inevitabilemnte la giustizia, e questo (se vuoi chiamarlo così) può essere un pesante limite del liberalismo. In un mondo ideale andrebbe tutto a posto, nel nostro la libertà di espressione può a volte ferire le persone più fragili (che rimedio c'è?). Certo, sarebbe un cambiamento di mentalità la migliore garanzia delle diversità e delle debolezze, la legge - peraltro - o i diritti vengonoinvocati quando già siamo in perdita. Di nuovo, in un mondo ideale nessuno dovrebbe rivendicare un diritto! Non credo che divulgare e sensibilizzare puzzi necessriamente di "educazione del popolo". Piuttosto è una proposta che si fa alle persone, si offre loro una mano verso "il sapere di più".
Ripeto, non ho mai pensato che se qualcuno scelga di vivere senza sesso sia necessario proporgli o imporgli un rimedio. Affari suoi. Però vorrei essere libera di esprimere un mio parere, che non c'entra con il gioco un po' adolescenziale di uccelli e passere. Se davvero esiste la libertà di avere rapporti sessuali, di non averli, di averli ad intermittenza, deve esserci anche la libertà di manifestare un parere al riguardo senza che questo significhi offendere le minoranze!
infine, se l'anoressia non è una patologia, di grazia, secondo te quali sono le patologie mentali? Certo che c'è il diritto di rifiutare il cibo (ma che cosa c'entra con la definizione di malattia?). E certo che nessuno debba essere curato a forza (ho dato motivo di farti pensare questo??). Le campagne al riguardo sono spesso ridicole, ma sono aspetti non connessi da un legame di necessità. Anche le varie stronzate dei manifesti per la taglia 42 etc. sono inappropriate e stupide, ma che cosa c'entra con il considerare l'anoressia una malattia oppure no? Niente. Tu sembri considerare la definizione di patologia e normalità soltanto dal punto di vista descrittivo (devianza contro pensiero dominante): io non sono d'accordo con questa tua visione. Le ipotesi che distinguono patologia e normalità sono fatte da qualcosa in più di numeri e curve. Se dovessimo parlare in termini meramente descrittivi ancora oggi molti comportamenti sono patologie (ci vuole tempo, ci vuole sensibilizzazione).
Ogni scelta (la principale cui facevo cenno - dal punto di vista politico - è tra libertà e giustizia) implica conseguenze sgradite e non ottimali. Aggiustamenti. Compromessi. Rimane il fatto che se io ho una ipotesi secondo cui X è Y, e i miei argomenti sono sensati, coerenti e onesti, non è una buona obiezione richiamare scenari discriminatori e illiberali. Né invocare conseguenze non necessariamente determinate.
Chiedo scusa se ho saltato qualche punto fondamentale.

anonimo dubbioso ha detto...

Rispondo solo su un punto, anche perché la discussione, altrimenti, rischia di dilagare come un blob su argomenti virtualmente interminabili.

"se l'anoressia non è una patologia, di grazia, secondo te quali sono le patologie mentali?"

Come ho già scritto: "ho molti dubbi si possa parlare di malattie per i comportamenti relativi alla socialità".
Forse scenderò molto sul superficiale in quanto sto per scrivere, ma la mia impressione è che sia scorretto includere sono uno stesso termine e concetto (malattia), due cose ben diverse: da una parte una disfunzione interna (o indotta da elementi patogeni esterni) agli organi di un individuo che porta in tempi relativamente brevi alla distruzione dell'organismo stesso (la malattia fisica); dall'altra, un modo d'essere della personalità che, a seconda delle circostanze sociali esterne, può portare a un guastarsi (a volte anche letale) delle relazioni con altri individui (la cosiddetta malattia mentale). Scendo nel banale: ma se io un tumore il risultato è lo stesso a qualunque latitudine ed epoca, ed è la morte. I cosiddetti disturbi mentali (qualunque sia la loro origine neurologica), in alcuni contesti portano all'impossibilità di una vita sociale, in altri no. 400 anni fa l'anoressica era una santa e un modello di virtù. Oggi, in cui il diritto alla vita e alla salute tende troppo spesso a rovesciarsi nel dovere alla vita e alla salute, l'anoressica è "pericolosa per sé e per gli altri", è considerata come eterodiretta dalla sua "malattia" e dunque, da curare.

Riguardo a sesso, non-sesso, omosessualità, relazionalità ed evoluzione, solo alcune note sparse.
La mancanza di relazioni sessuali non implica la totale assenza di relazioni con altri individui.
Non sono del tutto informato, ma credo che tra chi sceglie l'asessualità ci siano diverse varianti e sfumature: c'è chi non è interessato ai rapporti completi ma accetta altri contatti sessuali più o meno "intensi" o impegnativi e c'è chi rifiuta la sessualità in toto; inoltre la cosa può essere variabile nel tempo. Come per l'eterosessualità e l'omosessualità, sono rari gli individui che si trovano al 100% in uno dei due campi senza aver mai, per tutta la vita, sentito alcuna pulsione "strana", mentre credo siano molto più numerose le sfumature intermedie: dalla bisessualità effettiva, sino a eterosessuali che hanno avuto qualche rapporto omosex, o che a volte hanno forti pulsioni omosex, o che arrivano (magari senza avvedersene del tutto) ad avere quache infatuazione più o meno vaga per individui dello stesso sesso, ecc.
Infine, non mi sentirei di escludere che la presenza di una percentuale di individui asessuali (non asessuati!) all'interno dell'umanità non possa avere una qualche sua spiegazione di stampo evoluzionistico.
D'altra parte abbiamo diversi esempi di animali sociali (mi pare tra gli insetti) con, all'interno del gruppo, individui sterili. Ovviamente non sto facendo il solito discorso per cui se una cosa c'è "in natura", allora è "buona": voglio solo dire che la cosa non è impossibile né insostenibile.

Volevo scrivere solo due righe, e mi sono dilungato al solito.
Comunque, credo di chiudere qui, perché quel che volevo dire l'ho detto.

Ringrazio ancora una volta, per l'apertura al dialogo e per l'attenzione.

Anonimo (che è in dubbio se essere o meno e fino a che punto) dubbioso

Chiara Lalli ha detto...

Anonimo dubbioso o non dubbioso,

perdona la mia insistenza ma l'anoressica rischia di crepare sia qui che a Timbuctù (proprio come il malato di tumore). Se qualche secolo fa diventava santa o martire o quello che ti pare, tuttavia moriva lo stesso. Non posso dare conto di affermazioni altrui, ma io non ho mai detto che una anoressica sia pericolosa per sé e per gli altri (non mi esprimerei in questi termini), ma continuo a sostenre che nel rifiuto ossessivo del cibo (e in molte altre pratiche affini e coesistenti) si possa rilevare qualche cosa che non va e che potremmo chiamare patologia mentale, sofferenza, disturbo. Non si può obbligare una anoressica a curarsi (anche perché la condizione necessaria è che vi sia una qualche volontà di curarsi per non sbandierare da subito bandiera bianca). Poi concordo sulla incidenza dei fattori storici e culturali sulla definizione stessa di malattia, soprattutto di quelle malattie meno "oggettive". (Sul dovere alla vita e alla salute non credo di avere bisogno di esprimermi, dovrebbe essere piuttosto evidente quale sia la mia posizione).