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giovedì 7 marzo 2013

Poche idee, ma confuse


Lucia Bellaspiga fa outing e lo scambia per un argomento (Avvenire di oggi). Come non amarli?
E a proposito di argomenti cito ancora una volta Lesbian & Gay Parenting (APA).

domenica 13 gennaio 2013

Come nascono le notizie di Avvenire? Un esercizio di critica delle fonti

La sentenza con cui la Prima sezione civile della Corte di Cassazione ha confermato l’affidamento esclusivo di un bambino alla madre omosessuale sta generando in questi giorni una lunga catena di reazioni. In particolare, ha fatto discutere l’osservazione della Corte che alla base del ricorso del padre del bambino non fossero «poste certezze scientifiche o dati di esperienza, bensì il mero pregiudizio che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale».
La stampa integralista ha subito sentito il bisogno di richiamare le presunte prove scientifiche che dimostrerebbero, al contrario, che solo nell’ambito di una famiglia eterosessuale tradizionale sia possibile un armonioso sviluppo del bambino. In particolare, è stata ripreso uno studio del sociologo Mark Regnerus, uscito l’anno scorso; ecco come ieri si esprimeva in proposito Avvenire in un articolo non firmato («Ricerca Usa sui figli degli omosex. “Più a rischio suicidio e malattie”», 12 gennaio 2013, p. 5):

Il 12 per cento dei figli delle coppie o­mossessuali pensa al suicidio (contro il 5% delle coppie normali), il 40% è più propenso al tradimento (13% tra gli etero­sessuali), più frequentemente sono disoc­cupati (28% contro l’8%), ricorrono più spesso alla psicoterapia (19% contro l’8%), contraggono con più facilità patologie tra­smissibili sessualmente (40% contro l’8%). Non si tratta di un saggio di natura omofo­bica ma di quella che viene considerata la ricerca scientifica più ampia e più detta­gliata a livello internazionale sui figli delle coppie omosessuali. L’ha realizzata e pub­blicata sulla rivista “Social Science Resera­ch [sic]”, il sociologo dell’Università del Texas, Mark Regnerus. […] Negli Usa la ri­cerca è stata ferocemente contestata dalla lobby omosessuale. Sono stati firmati ap­pelli perché l’Università mettesse alla por­ta il docente e sono state sollecitate in­chieste per verificare la scientificità dello studio. Nell’agosto scorso l’Università del Texas, portate a termine le verifiche del ca­so, ha concluso ufficialmente che nessuna accusa di faziosità possa essere attribuita al ricercatore e ha chiuso ufficialmente la que­stione con una nota sul sito dell’ateneo. An­che il New York Times, che non può essere certo accusato di tendenze omofobiche, ha valutato positivamente la ricerca, definen­dola «rigorosa», e ha dato spazio alle valu­tazioni di 18 esperti e docenti universitari che ne hanno riconosciuta l’attendibilità.
La notizia che il New York Times avrebbe così autorevolmente avallato lo studio di Regnerus avrà comunicato un brivido di eccitazione ai lettori abituali di Avvenire; e anche, penso, ai lettori abituali di Bioetica – anche se in questo caso potremmo parlare più correttamente di un brivido di aspettativa, conoscendo certi precedenti...

Com’è suo costume, il giornale dei vescovi italiani si guarda bene dall’indicare le fonti; una breve ricerca nell’archivio del New York Times ci fa trovare l’unico articolo che corrisponde alla descrizione di Avvenire. Si tratta di «Debate on a Study Examining Gay Parents», di Benedict Carey, pubblicato online l’11 giugno 2012. Ma la corrispondenza è solo parziale. Scrive infatti Carey:
Gli esperti neutrali, nel complesso, riconoscono che la ricerca è rigorosa, fornendo alcuni dei dati ad oggi migliori sul confronto tra la riuscita dei bambini che hanno avuto un genitore gay e quella dei bambini che hanno avuto genitori eterosessuali. Ma sostengono al tempo stesso che i risultati non sono particolarmente rilevanti al dibattito in corso sul matrimonio omosessuale o sull’omoparentalità [corsivo mio].
Nell’originale:
[O]utside experts, by and large, said the research was rigorous, providing some of the best data yet comparing outcomes for adult children with a gay parent with those with heterosexual parents. But they also said the findings were not particularly relevant to the current debate over gay marriage or gay parenting.
La sintesi di Avvenire è insomma, per usare un eufemismo, decisamente parziale. La cosa più inquietante è che l’articolo del Times non dà affatto spazio, come vorrebbe invece Avvenire, «alle valu­tazioni di 18 esperti e docenti universitari» che avrebbero riconosciuto l’attendibilità dello studio di Regnerus. L’articolo di Carey ospita le opinioni di tre studiosi, che si esprimono così:
Paul Amato, un sociologo della Penn State University […] sostiene che molti studiosi sospettavano che alcuni bambini con un genitore gay potessero avere più problemi del bambino medio, in particolare nei decenni scorsi, quando lo stigma sociale era maggiore. “Sappiamo, per esempio, che molte persone con un genitore gay sono state sostanzialmente allevate in una famiglia adottiva e hanno vissuto il divorzo dei genitori, circostanze associate con svantaggi modesti ma reali”.
Altri sostengono che lo studio abbia un’utilità limitata. “Ciò di cui abbiamo davvero bisogno in questo campo è che ricercatori fortemente scettici studino genitori gay dallo stile di vita stabile e li confrontino direttamente con gruppi analoghi di genitori eterosessuali dallo stile di vita stabile”, afferma Judith Stacey, sociologa della New York University. […]
“Quando guardo i suoi [di Regnerus] dati, quello che ne ricavo è soprattutto che il divorzio e il passaggio da una famiglia all’altra non sono benèfici per i bambini”, sostiene Gary Gates, demografo della University of California, Los Angeles.
Vengono riportate poi anche le parole dello stesso Regnerus; e siamo così a 4 studiosi, non 18, tre quarti dei quali non sembrano particolarmente propensi a «riconoscere l’attendibilità» dello studio. Un ultimo controllo nell’archivio della Grey Lady conferma che da nessuna parte si parla dei fantomatici 18 studiosi.

Da dove arriva questo bizzarro supplemento? E da dove la sintesi stravolgitrice del senso dell’articolo del New York Times? Impossibile pensare a un falso architettato a freddo: il numero «18» è troppo preciso. Deve essere successa qualche altra cosa; l’ipotesi che si presenta immediatamente è che il giornalista di Avvenire abbia visto due notizie accostate, e le abbia fuse in una sola. La cosa può sembrare improbabile, a prima vista; ma una rapida ricerca in Rete ci porta a una conferma inaspettata.

Marco Tosatti è il vaticanista della Stampa. Suoi articoli compaiono fra l’altro anche sul sito Vatican Insider, «un progetto del quotidiano “La Stampa”, dedicato all’informazione globale sul Vaticano, l’attività del Papa e della Santa Sede, la presenza internazionale della Chiesa cattolica e i temi religiosi». Il giorno prima che uscisse l’articolo di Avvenire, Tosatti pubblica su Vatican Insider «“Ecco quali saranno i problemi dei figli di coppie gay”» (11 gennaio 2013), un pezzo dedicato allo studio di Mark Regnerus che corrisponde quasi alla lettera a quello del quotidiano della Cei. Ecco come si chiude:
La ricerca di Regnerus è stata approvata anche da [sic] New York Times, certo non sospetto di simpatia verso posizioni tradizionali. Il quotidiano ha scritto che «gli esperti esterni, in generale, hanno detto che la ricerca è stata rigorosa, fornendo alcuni dei migliori dati sul tema», da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari tramite un comunicato sul sito della “Baylor University” e da diversi psicologi e psichiatri che hanno scelto di prendere posizione, riconoscendo l’attendibilità degli scomodi risultati.
La citazione dal New York Times è un po’ più lunga, ma è troncata anche qui al punto giusto. Ma si noti soprattutto il sintagma «da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari»: da cosa dipende? Nel contesto della frase in cui si trova è chiaramente sgrammaticato; solo andando più indietro ci rendiamo conto che in realtà dipende da «La ricerca di Regnerus è stata approvata anche da»; cioè la ricerca di Regnerus è stata approvata dal New York Times, da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari (che non c’entrano nulla con il quotidiano newyorkese) e da diversi psicologi e psichiatri. Capiamo adesso cosa è successo: il giornalista di Avvenire è stato tratto in inganno dalla frase a-grammaticale di Tosatti, e ha capito che i 18 fossero identici agli «esperti esterni» citati dal Times; allo stesso tempo, fidandosi di Tosatti, ha dato per acquisito che questi ultimi avessero soltanto elogi per Regnerus.

Qui però si pone un altro problema: come diavolo avrà fatto Tosatti a scrivere una frase così atrocemente sbilenca? E perché neppure lui cita l’articolo di Carey per intero? Ci assale un dubbio atroce: vuoi vedere che anche lui dipende da una fonte antecedente? La ricerca stavolta è più rapida: ci aiuta lo stesso Tosatti, che nel suo blog sul sito della StampaCoppie gay e figli: una ricerca USA», San Pietro e dintorni, 11 gennaio 2013) riassume le conclusioni dell’articolo su Vatican Insider, lasciando cadere una frase un po’ sibillina: «I dati della ricerca sono stati pubblicati, oltre che su questo blog, anche dal sito UCCR, Unione Cristiani Cattolici Razionali». Ed è proprio su questo sito che troviamo l’articolo che ha dato origine a questa piccola commedia degli equivoci («Chiusa l’indagine su Regnerus: “è valido lo studio sui problemi di chi ha genitori gay”», 6 settembre 2012), e che si conclude così:
lo studio di Regnerus in cui si dimostra il disagio psicofisico per i figli cresciuti da genitori omosessuali, è stato approvato dal “New York Times”, dove si ricorda che «gli esperti esterni, in generale, hanno detto che la ricerca è stata rigorosa, fornendo alcuni dei migliori dati sul tema», da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari tramite un comunicato sul sito della “Baylor University” e da diversi psicologi e psichiatri che hanno scelto di prendere posizione, riconoscendo l’attendibilità degli scomodi risultati.
Lascio al lettore il compito di confrontare la lettera di questo articolo con quella dell’articolo di Tosatti, e di trarne le necessarie conclusioni.

Abbiamo insomma un giornalista di Avvenire che si rifà a un articolo di un altro giornalista italiano, senza capirne il senso e senza prendersi i cinque minuti necessari a controllare l’originale; abbiamo uno stimato vaticanista che non si prende neppure lui quei cinque minuti, e preferisce rifarsi – oltretutto convertendolo in un italiano impossibile – a un articolo di un gruppo di integralisti con gli occhi fuori dalla testa; che però sono quelli che ci fanno a conti fatti la figura migliore: l’alterazione di partenza del senso dell’articolo del Times è opera loro, ma il link all’originale almeno l’hanno messo (e in un articolo precedente ne davano una sintesi più onesta). No, decisamente la stampa italiana non è il New York Times...

sabato 26 maggio 2012

Articolo 9, comma 4

È amareggiata, la dottoressa Miriam Valentini, lettrice del giornale dei vescovi italiani, al cui direttore scrive una lettera accorata («Liberticida attacco agli obiettori», Avvenire, 24 maggio 2012, p. 37). Cosa ha turbato la signora? Alcune recenti letture l’hanno resa consapevole

del fatto che associazioni che si rifanno all’area del Partito radicale stanno chiedendo che nei concorsi venga riservata una quota ai medici ginecologi non obiettori, mentre esponenti del Pd hanno chiesto di evitare che nei presidi sanitari ci sia più del 50% di medici obiettori. Addirittura un magistrato presentato come «esperto di diritto di famiglia» è arrivato a suggerire la possibilità di denunciare una struttura sanitaria per «omissione di atti d’ufficio» e «interruzione di pubblico servizio» nel caso in cui una donna non possa abortire in quello stesso presidio a motivo del fatto che «non ci sono medici non obiettori».
E conclude sgomenta:
Mettere addirittura la corsia preferenziale nei concorsi per i non obiettori mi sembra veramente un colpo basso alla libertà di coscienza delle persone. Quanto potrebbe dirsi “civile” una società del genere?
Il direttore Marco Tarquinio condivide «totalmente il suo amarissimo ragionamento e il suo allarme», e soprattutto condivide
lo spirito della sua vibrante domanda finale. I paladini di “libertà” che si fanno arbitrio gettano definitivamente la maschera (o, meglio, quel che ne resta) e si rivelano per quel che sono: vorrebbero negare persino la libertà di coscienza, e premono per ottenere regole liberticide, tese a discriminare e penalizzare i medici che rifiutano di farsi somministratori di morte.
A dire il vero, qui non si tratta di ottenere nuove regole, ma di rispettare quelle che già esistono. Andiamo a leggere – leggere per intero – l’art. 9 della legge 22 maggio 1978, n. 194 («Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza»), che come è noto sancisce il diritto all’obiezione di coscienza. Ebbene, al comma 4, la legge recita testualmente:
Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.
Non importa, in altre parole, che un ente ospedaliero o una casa di cura si trovino a corto di medici non obiettori: essi sono in ogni caso obbligati a fornire il servizio di interruzione della gravidanza. Non si vede dunque come direttori sanitari, primari e/o responsabili regionali della sanità negligenti possano sfuggire all’imputazione di omissione d’atti d’ufficio (art. 328 c. 2 del Codice Penale) e di interruzione di pubblico servizio (art. 340 C.P.). Quello che stupisce, in effetti, è che non si siano finora moltiplicate le denunce di questo tipo, visto che sono oramai molti gli ospedali che non offrono più il servizio di IVG (anche se bisogna poi vedere quali siano gli strumenti effettivi – mobilità del personale, concorsi riservati, incentivi economici? – a disposizione per combattere la proliferazione degli obiettori).

Nella retorica degli attivisti italiani anti-choice è diventata da tempo comune la pretesa di presentarsi come paladini della legge 194, che – così ci viene detto – va applicata «per intero», lasciando intendere che se rispettata alla lettera essa avrebbe un effetto dissuasivo sugli aborti. Bene, non chiediamo di meglio: si applichi per intero anche l’art. 9 della 194. O dobbiamo scoprire che per certuni – caro direttore Tarquinio – le leggi si applicano solo là dove fanno comodo?

giovedì 1 marzo 2012

Un nuovo articolo per la 194/1978?

Tommaso Scandroglio sull’inserto È vita di Avvenire di oggi (Radicali senza freni: «Stop alle farmacie che obiettano») così commenta:

«La pillola in questione non è un farmaco abortivo, come la Ru486, ma una terapia contraccettiva d’urgenza che va somministrata il prima possibile». È quanto ha dichiarato in merito alla pillola del giorno dopo l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’Associazione radicale Luca Coscioni, alla recente presentazione romana del libro di Chiara Lalli «C’è chi dice no». Dalla leva all’aborto come cambia l’obiezione di coscienza». La Gallo ha affermato che «il farmacista non può fare alcuna obiezione di coscienza, deve limitarsi a somministrare un farmaco che viene peraltro richiesto con regolare prescrizione medica. Non hanno quindi alcun fondamento legale tali dinieghi e nessuna norma li supporta, mentre la mancata somministrazione dei farmaci è un reato civile e penale. È ora di dire basta. Abbiamo così deciso di aiutare le donne a risolvere immediatamente il problema denunciando il fenomeno e mettendo nel nostro sito un modulo di esposto ai farmacisti che negano questo tipo di terapia». Esplicita Emma Bonino: «Per i farmacisti che si rifiutano di somministrare la pillola del giorno dopo, farmaco regolarmente autorizzato dal Servizio sanitario nazionale - ha detto la leader radicale nella stessa occasione - non ci può che essere il ritiro della licenza». I radicali, che promettono «completa assistenza legale», forse ignorano che esiste abbondante letteratura scientifica la quale prova che la pillola del giorno dopo oltre ad avere effetti contraccettivi può esplicare anche una funzione abortiva. La somministrazione rientra dunque nella disciplina della legge 194 sull’aborto, quindi i farmacisti possono avvalersi del previsto istituto dell’obiezione di coscienza (il corsivo è mio).
Sarei curiosa di sapere a quale letteratura scientifica fa riferimento Scandroglio, perché le ultime pubblicazioni da parte delle associazioni mediche sostengono il contrario.
Soprattutto sarei curiosa di sapere dove ha letto nella 194 che anche i farmacisti possono fare obiezione di coscienza. Qual è l’articolo?, perché deve essermi sfuggito.

mercoledì 29 febbraio 2012

Da stranieri a nemici morali

Gian Luigi Gigli non offre argomentazioni, ma solo espressioni di disgusto e di indignazione, nel commentare («Invasioni barbariche», Avvenire, 28 febbraio, p. 1) l’articolo di Alberto Giubilini e Francesca Minerva sullo after-birth abortion. Disgusto, indignazione, e qualche singolare tesi, come quando scrive:

Sconvolge semmai che i due autori, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, siano entrambi italiani. […] Studiosi italiani, dunque, cittadini di un Paese in cui la giustificazione per motivi utilitaristici delle azioni umane non è considerata un’attenuante, né moralmente né giuridicamente, ma semmai un’aggravante.
A parte che Giubilini e Minerva non ricorrono in modo particolare ad argomentazioni utilitaristiche, c’è il fatto che l’utilitarismo è una corrente filosofica legittima, e praticata anche in Italia; andrebbe forse proibita e considerata come philosophia illicita, là dove il genius loci propenda altrimenti?
Ma è probabilmente un bene che Gigli non abbia tentato una confutazione razionale, visto che la sua comprensione del testo non appare molto salda: non si capisce come la «logica» di Giubilini e Minerva possa implicare per Gigli la conclusione che «l’“interesse” della società prevale inevitabilmente su quello di ciascun essere umano». Qualche difficoltà di comprensione Gigli la dimostra anche nei confronti di H. Tristram Engelhardt Jr. (non «Tristam H. Engelhardt»: Avvenire non corregge più le bozze?), fondatore della rivista su cui è apparso l’articolo di Giubilini e Minerva: con l’espressione «stranieri morali» Engelhardt non indica affatto «tutti quegli esseri umani (non nati, gravi ritardati mentali, dementi, comatosi, stati vegetativi, etc.) che non avrebbero titolo a essere considerati persone umane perché privi della capacità di esprimere biasimo o lode e quindi, appunto, estranei alla comunità sociale», ma bensì:
Moral strangers are persons who do not share sufficient moral premises or rules of evidence and inference to resolve moral controversies by sound rational argument, or who do not have a common commitment to individuals or institutions in authority to resolve moral controversies [H.T.E., The Foundations of Bioethics, 2nd ed., New York, Oxford University Press, 1996, p. 7].
Stranieri morali, per intenderci, siamo reciprocamente io e Gigli...

Tutto questo, com’è ovvio, non significa necessariamente che le tesi di Giubilini e Minerva vadano immuni da critiche (per gli addetti ai lavori: gli autori basano il loro argomento sul concetto della morte come danno di Michael Tooley, senza accennare alle tesi più recenti e raffinate di Jeff McMahan). Ma le loro tesi sono espresse in forma razionale, e con argomenti razionali vanno quindi criticate, non con scomuniche o con grida isteriche. Altrimenti da stranieri morali si passa ad essere nemici morali – e questo non conviene decisamente a nessuno.

mercoledì 19 gennaio 2011

Avvenire eugenista

Sergio Bartolommei, «Fecondazione e confusione», L’Unità, 19 gennaio 2011, p. 23:

Il quotidiano Avvenire dovrà mettersi d’accordo con se stesso. In due articoli apparsi sullo stesso numero (13 gennaio) dell’inserto settimanale È Vita si sostiene una cosa e il suo contrario anche se, in entrambi i casi, la pretesa di verità è identica. Da una parte si biasima il mettere al mondo nuovi individui ispirandosi all’idea arrogante di “qualità della vita”; dall’altra si lamenta che il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma) pregiudica la qualità di chi viene alla luce perché espone ad accresciuti rischi di nascere prematuri, sottopeso, con deficit visivi, cerebrali e respiratori, malformazioni e malattie genetiche. Non entriamo nel merito delle tesi dei due articoli, specie del secondo, che sembra trascurare completamente le ampie smentite che vengono dalle altissime percentuali di nati sani fra i milioni di individui venuti al mondo negli ultimi trent’anni grazie alla fecondazione assistita. Ci preme solo osservare che, da parte di chi dichiara di ispirarsi all’etica cattolica rivendicandone interna omogeneità e coerenza, occorrerà decidersi. O si è a favore dell’idea di buone nascite” o si è contro l’idea di “qualità della vita”. Tertium non datur. Nel primo caso occorrererebbe lasciar cadere l’accusa di eugenica rivolta con atteggiamento ostile e liquidatorio contro chi opta per favorire, con la fecondazione assistita, il miglior controllo del processo riproduttivo, la diagnosi pre-impianto degli embrioni, l’eventuale selezione embrionaria. Nel secondo caso non si dovrebbe viceversa fare ricorso all’argomento dei rischi che (presuntivamente) corre chi nasce tramite Pma perché farlo significherebbe optare per il controllo “eugenico” della riproduzione e per il metodo più efficace per dare un buon avvio alla vita (il migliore!) a chi nasce. Si dirà che entrambe le versioni qualcosa hanno in comune, ed è il vantare i presunti meriti della modalità “naturale” di nascere. Così è, in effetti, ma ciò non scioglie la tendenza ai paradossi dell’etica cattolica. Al contrario, essa ne esce accresciuta. Ci si dovrebbe infatti ulteriormente intendere su quale significato di natura sia quello “buono” per il giornale della Cei: in un caso la natura è lo spazio della spontaneità, del caso e della imprevedibilità opposti a quello della “qualità” e del “ben fatto”. Nell’altro è il luogo della “qualità” e del “ben fatto” opposti alla imprevedibilità delle tecniche e dei loro effetti. Farà piacere se Avvenire vorrà dare un contributo a chiarire termini e questioni importanti e delicate, spesso all’origine di aspre battaglie politiche e legislative che vedono il giornale dei vescovi italiani rivendicare l’importanza di principi e valori “non negoziabili”.

venerdì 9 luglio 2010

Il bambino della Provvidenza

Ci sono argomenti talmente logori e inefficaci, che uno quasi si vergogna di rispondere con i soliti contro-argomenti, classici e definitivi, ripetuti mille e mille volte (ma a quanto pare invano). Però a volte chi ti propone il vecchio luogo comune lo fa con tale goffagine da rispondersi quasi da solo; e chi replica ha solo il compito di accompagnare in porta l’autogol.
Prendiamo Vincenzo Arnone, che segnala su AvvenireE quelle “stelline” mai nate scrivono alle loro mammine», 8 luglio, p. 28) il libro di Enzo Di Natali, Cinque milioni di stelline spente. Lettere di un bambino mai nato alla sua mammina (Sanfilippo, 2008): un titolo che è tutto un programma. Scrive Arnone (non so se riprendendo il testo di Di Natali):

Queste Lettere di un bambino mai nato alla sua mammina sono come cinque milioni di stelline spente, ovvero cinque milioni di bambini ai quali è stato impedito di nascere in questi ultimi anni. Cinque milioni di bambini tra cui avrebbe potuto esserci il bambino della Provvidenza mandato a lenire le sofferenze degli uomini; cinque milioni di stelline che mancano nel cielo oscuro del nostro Paese.
Il Bambino della Provvidenza, da grande, sarebbe diventato evidentemente l’Uomo della Provvidenza; e allora forse non c’è nulla di cui lamentarsi...

venerdì 16 aprile 2010

Gianni Gennari ha un grosso problema


L’infortunio, due giorni fa, segnalato in principio dal blog dell’UAAR, era stato di quelli clamorosi. Gianni Gennari (in arte «Rosso Malpelo»), notista del giornale dei vescovi italiani, Avvenire, scriveva nella sua rubrica giornaliera «Lupus in pagina» («Ipazia: donna cristiana e la storia fatta a fette», 14 aprile, 2010, p. 39):

Esce un film su Ipazia, donna di grande cultura barbaramente uccisa nel 415 ad Alessandria. Da chi e perché? Titoli e sommari con risposta secca: «Massacrata perché avversa al cristianesimo», «Martire uccisa dai cristiani», «Orrendamente uccisa dai cristiani», «Osò sfidare la Chiesa in difesa della scienza». Elementare! Però proprio sull’“Unità” leggi che Ipazia era «cristiana, ammirata anche dai suoi alunni cristiani... la memoria del suo insegnamento la apprendiamo dal suo allievo cristiano Sinesio, in seguito vescovo, che la chiamava sorella e maestra», e che un altro cristiano, Socrate Scolastico, scrisse che Ipazia «si presentava in modo saggio con magnifica libertà di parole e di azione». Cristiana, ammirata dai cristiani, uccisa «dai cristiani»?
Il punto interrogativo finale ci sta tutto, anche se non con l’intenzione con cui l’ha apposto Gennari; perché se si va a controllare l’articolo originale sull’Unità (Mariateresa Fumagalli, «Ipazia, la donna che osò sfidare la Chiesa in difesa della scienza», 13 aprile, pp. 38-39) si scopre che la parte iniziale della citazione di Avvenire corrisponde a questa frase: «Cosa insegnava Ipazia ammirata anche dai suoi allievi cristiani?». Di una Ipazia cristiana, in tutto l’articolo, non vi è la benché minima traccia, né vi può essere, dato che come tutti sanno Ipazia era pagana.
Spiegare un errore simile è difficile: la parola «cristiana» non compare nei pressi, e in tutto l’articolo si trova solo due volte, sempre unita a «religione». Un’allucinazione vera e propria, si direbbe.
Mi sono messo ad aspettare – senza troppe speranze, per la verità – una correzione, o un qualche altro tipo di passo indietro; e il giorno dopo Gennari è tornato sulla questione («Ipazia e il film “Agorà” a lei dedicato: tra pubblicità e pregiudizi», 15 aprile, p. 39). Nessun errata corrige, anche se adesso Ipazia viene definita una «gran donna del V secolo d. C., affascinante per vita e cultura». Niente «cristiana», stavolta: dobbiamo prenderlo per un segnale di resipiscenza? Ma in compenso...
solita musica su altre pagine, per esempio “Europa” (p. 10: «Tutti pazzi per Ipazia») ove Canfora di suo aggiunge due colpe tutte a carico della Chiesa: «la tragedia dell’incendio della Biblioteca di Alessandria» e il fatto che «Paolo, cofondatore della religione cristiana», scrisse ai Corinzi che «la donna deve restare muta». Che dire? In realtà la colpa dell’incendio fu degli stessi «parabolani», antico esempio di fondamentalismi ancor oggi sanguinanti nel mondo, e non della Chiesa alla quale si deve il salvataggio di tutti i documenti delle culture antiche: tutti!
Resi sospettosi dal precedente e dal giudizio inusualmente tranchant attribuito a Canfora, andiamo a cercarci pure l’articolo di Europa (Paola Casella, 14 aprile, pp. 4-5; l’articolo è presente nella rassegna stampa dell’Istituto Treccani):
Fra gli altri meriti di Agora, che entrambi gli studiosi ritengono filologicamente attendibile, a parte qualche piccola licenza poetica, c’è quello di ricordare la tragedia dell’incendio della biblioteca di Alessandria, sempre ad opera dei Parabolani. «A quei tempi non esisteva l’industria editoriale, i libri erano tutte copie individuali tramandate grazie al lavoro degli amanuensi», ricorda Canfora. «La gravità di quella vicenda la capisce solo chi ha un’idea di come si diffondevano i libri nel mondo antico. Distruggere un patrimonio così, buttare nel fuoco un pezzo unico della cultura fu una vera follia».
Come si vede nel virgolettato attribuito a Canfora non c’è la benché minima imputazione alla Chiesa dell’incendio della Biblioteca, né lo studioso sembra contestare in alcun modo il ruolo attribuito dal film ai Parabolani.
Di nuovo: com’è possibile un simile errore? Probabilmente non lo sapremo mai; in ogni caso, sarebbe ora per Gianni Gennari di prendersi una lunga, lunghissima vacanza dalla scrittura e, soprattutto, dalla lettura.

Aggiornamento 19/4: Gennari si corregge su Avvenire di ieri: «Correggo: Ipazia, la donna sapiente che nel V secolo affascinò tutta Alessandria, non era cristiana». Niente scuse a Canfora, per ora, che anzi il giorno prima definiva «marxista irriducibile risciacquato in letture greche e latine», con tutta la sguaiataggine di cui solo certi cattolici sono capaci.

venerdì 2 aprile 2010

Anche Avvenire di tanto in tanto ragiona

Il titolo, «Gli atei che bocciano Darwin» (Avvenire, 1 aprile 2010, p. 30), non lascia presagire nulla di buono, ma se si legge fino in fondo la recensione che Andrea Lavazza dedica al controverso libro di Jerry Fodor e Massimo Piattelli Palmarini, What Darwin Got Darwin (Farrar, Straus and Giroux, 2010), si avrà una sorpresa: un pezzo equilibrato, che elenca una sfilza di giudizi critici severi alla pretesa dei due autori di aver dimostrato che la selezione naturale darwiniana non avrebbe quasi nessun ruolo nella nascita di nuove specie di esseri viventi. Niente di paragonabile, per intenderci, all’incontinente entusiasmo dimostrato dal Foglio un giorno sì e l’altro pure [aggiornamento: e anche quello dopo].

Rimangono due dubbi. Uno si risolve subito: nonostante il giorno di pubblicazione, non è evidentemente un pesce d’aprile. L’altro è quasi certamente altrettanto assurdo, ma aleggia per qualche istante di più: non sarà che Fodor e Piattelli Palmarini non destano l’entusiasmo di Avvenire proprio perché, come dice il titolo, sono atei?

venerdì 28 agosto 2009

Il caso Boffo e la forza della Chiesa

La vicenda di Dino Boffo, direttore del quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, che il Giornale di Vittorio Feltri sostiene oggi essere stato condannato nel 2004 per molestie a una donna (Gabriele Villa, «Boffo, il supercensore condannato per molestie», 28 agosto 2009, p. 3; la notizia era già apparsa in forma parziale tempo fa su Panorama, come si legge in un post di Malvino dell’epoca), in una palese ritorsione per i giudizi negativi espressi da Boffo sulle propensioni sessuali del Presidente del Consiglio, si presta a molteplici riflessioni (ammesso naturalmente che la notizia si riveli fondata: in un comunicato di pochi minuti fa Boffo accusa il Giornale di avere montato «una vicenda inverosimile, capziosa, assurda», e annuncia velatamente querela). Una riflessione, in primo luogo, sull’involuzione sempre più smaccatamente autoritaria di un capo del governo che risponde con l’intimidazione e il dossieraggio alle critiche della stampa – non sembra una coincidenza che la vicenda coincida con la querela di Berlusconi a Repubblica; sulla miseria del Giornale, che tiene a rivelarci la presunta omosessualità di Dino Boffo (la fonte che Villa cita riporterebbe che «il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione»), ben sapendo che per una larga fetta del suo pubblico è questa – e non tanto la persecuzione di una donna – la ‘colpa’ vera; sulla perdurante propensione della Polizia alla schedatura degli omosessuali in quanto omosessuali, come sembra emergere dal passo citato (l’«attenzionamento» precede chiaramente i fatti di rilevanza penale imputati a Boffo); sull’ipocrisia del direttore di Avvenire – se davvero fosse omosessuale – che dirige un giornale che non è mai stato noto per la sua indulgenza nei confronti degli omosessuali che praticano la propria sessualità.

Due riflessioni meritano un po’ più di spazio. La prima è sulla fonte del Giornale: all’inizio dell’articolo si cita «la nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore, alias il direttore del quotidiano Avvenire, disposto dal Gip del Tribunale di Terni il 9 agosto del 2004», e si aggiunge subito dopo che «Copia di questi documenti da ieri è al sicuro in uno dei nostri cassetti». La prima impressione è che la fonte sia un atto giudiziario di qualche tipo, appena precedente il rinvio a giudizio o contemporaneo ad esso; ma più avanti nell’articolo la fonte citata, sempre tra virgolette, ci informa dell’esito del processo, e deve essere quindi posteriore al rinvio al giudizio. Capiamo infine di che genere di informativa si tratti alla fine del pezzo: «Nell’informativa, si legge ancora che della vicenda, o meglio del reato che ha commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo, “sono indubbiamente a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori”». Questo genere di deduzioni sembra tipico di un’informativa dei servizi segreti; se questo è vero, vuol dire che la situazione è arrivata a un punto grave; si noti come il Giornale non tenti di mascherare più di tanto la natura della fonte, in un gesto dal valore intimidatorio – pour encourager les autres, diciamo. A meno che – ipotesi meno probabile ma da non scartare – non si sia voluta dare l’apparenza di una fonte proveniente dai servizi segreti a un documento costruito in casa...
L’ultima riflessione è su come reagiranno le gerarchie ecclesiastiche a questa sfida. Non leggeremo mai più sulla stampa controllata dalle gerarchie una critica alle imprese di «Papi», e la pace riconquistata tra esecutivo e Vaticano verrà magari celebrata sulla pelle dei malati in stato vegetativo? O assisteremo al contrario a un’escalation, con una rottura totale fra Vaticano e governo di centrodestra? La risposta, credo, dipenderà in massima parte dalla percezione che la Chiesa ha del proprio potere nella politica e, soprattutto, nella società. Il Vaticano può scegliere la via più semplice e chinare la testa; ma in questo modo avrà mostrato a tutti di essere ormai soltanto una tigre di carta.

giovedì 6 agosto 2009

Zichichi e l’equinozio

Ho la sensazione che Antonino Zichichi scriva meno di un tempo; e questo è un peccato, perché i suoi articoli costituiscono quasi sempre un piacevolo stimolo intellettuale. Prendiamo per esempio quello pubblicato ieri su Avvenire (quotidiano che già di suo è un’altra fonte generosa di riflessione, come ben sanno i lettori più fedeli di Bioetica): «Se la scienza nasce dal cuore della fede», 5 agosto 2009, p. 27, dove possiamo leggere queste parole:

Nasce così l’esigenza di conoscere la data esatta dell’equinozio di primavera che non può essere né in ritardo né in anticipo, rispetto alla data che indica il calendario. […] Oggi l’equinozio è sempre il 21 marzo e così resterà nei secoli grazie al calendario gregoriano, che tiene conto del terzo movimento della Terra [cioè la precessione degli equinozi, ndGR].
Chiunque ricordi le lezioni di geografia astronomica alla scuola superiore rimarrà un poco perplesso: l’equinozio di primavera (cioè il primo dei due giorni dell’anno in cui le durate del giorno e della notte sono praticamente identiche), infatti, non cade affatto sempre nella stessa data, e questa data, negli ultimi anni, è stata solo raramente il 21 marzo.
Per sincerarsene basta dare un’occhiata al sito dello U.S. Naval Observatory, dove c’è una pagina che elenca i tempi precisi in cui si verificano equinozi e solstizi: ebbene, dal 2000 al 2020 l’equinozio di primavera cade per diciannove volte il 20 marzo e soltanto due il 21, rispetto al Tempo Universale Coordinato (che equivale per quel che qui ci interessa al vecchio Tempo del meridiano di Greenwich); in Italia, dove siamo un’ora avanti, l’unica differenza è che l’equinozio si verificherà il 21 marzo anche nel 2011.
Diamo un’occhiata più da vicino, partendo proprio dal 2000. Da un anno a quello seguente, l’istante preciso dell’equinozio di primavera accusa un ritardo variabile, ma che in media sembra essere di circa 5 ore e 50 minuti (la variazione è sempre solo di pochi minuti). Dopo 4 anni, nel 2003, il ritardo accumulato porta l’equinozio a «sforare» al 21 marzo, ma l’anno dopo si ha un balzo indietro alle prime ore del 20 marzo e il ciclo, apparentemente, ricomincia. Apparentemente: perché a guardar bene l’equinozio non si verifica alla stessa ora di quattro anni prima, ma ha un anticipo di circa 45 minuti (il ritardo annuale rimane invece costante attorno a 5 ore e 50 minuti).
A questo punto il lettore più attento si porrà una questione: ma se ogni quattro anni il ciclo riprende spostato indietro di 45 minuti, questo vuol dire che anche lo sforamento al 21 marzo avrà un margine sempre più esiguo, e alla fine non si verificherà più; anzi finirà per verificarsi all’altro estremo, e avremo quindi equinozi di primavera il 19 marzo. In effetti, basta dare un’occhiata alla tabella per accorgersi che il 2007 è stato l’ultimo anno in cui l’equinozio – rispetto al Tempo di Greenwich – poteva verificarsi il 21 marzo (in Italia l’ultimo anno sarà il 2011). Una tabella più completa, per il periodo 1788-2211, ci conferma questa conclusione: il 2007 sarà per moltissimo tempo l’ultimo anno in cui l’equinozio di primavera si sarà verificato il 21 marzo; solo nel 2102 avremo di nuovo un equinozio in quella data, mentre dal 2044 potranno capitare equinozi anche il 19. Altro che «resterà nei secoli»...
La spiegazione di questo curioso fenomeno è in realtà molto semplice. Da un equinozio di primavera al successivo passano in media 365,2424 giorni; ma il calendario di giorni ne ha soltanto 365. La differenza media di 0,2424 giorni equivale a 5 ore e 49 minuti (le variazioni sono dovute al fenomeno della nutazione), ed è appunto questo che causa il ritardo dell’equinozio. Ogni quattro anni l’aggiunta del giorno bisestile fa ripartire il ciclo, ma non esattamente, dato che 5h 49m × 4 = 23h 16m, il che provoca l’anticipo di quasi 45 minuti che abbiamo visto. Il calendario gregoriano rimedia anche a questa discrepanza, sopprimendo il giorno bisestile negli anni divisibili per 100 (ma non per 400), come per esempio il 2100; ma ciò non può impedire che le date di equinozi e solstizi varino nel modo che abbiamo visto.
E Zichichi? Come ha fatto a sbagliarsi? Per prima cosa, tra il 1900 e il 1943 il 21 marzo è stata effettivamente la data più frequente dell’equinozio; Zichichi è nato nel 1929, e all’epoca è probabile che si ripetesse quasi sempre che la data era quella, senza andare tanto per il sottile. Ma soprattutto, allo scopo di semplificare il computo della data della Pasqua la Chiesa considera per l’equinozio di primavera una data fissa, che è appunto il 21 marzo, lasciando da parte la realtà astronomica. Probabilmente è questo che ha tratto in inganno il nostro autore (e non solo lui: nella cultura popolare la data che tutti conoscono è il 21); ma dal suo errore abbiamo tratto lo spunto per un ripasso di astronomia. Appunto dicevo che i suoi articoli costituiscono quasi sempre un piacevolo stimolo intellettuale...

mercoledì 25 febbraio 2009

L’arte della sintesi di Avvenire

Su Avvenire di ieri si poteva leggere un commento molto soddisfatto a una recente ordinanza della Corte Costituzionale (Antonio Maria Mira, «“Per la salute è possibile limitare la libertà”», 24 febbraio 2009, p. 9):

La salute della persone «è anche interesse collettivo» e quindi per difenderla è ammessa «una trascurabile limitazione della libertà personale». Dunque è assolutamente da respingere la tesi che «la legge non può in alcun caso violare il diritto all’autodeterminazione e il diritto di disporre del proprio corpo». Lo ha stabilito la Corte Costituzionale con l’ordinanza n. 49, relatore il giudice Alfio Finocchiaro, depositata il 18 febbraio. Con questa decisione la Consulta ha respinto come ‘manifestamente infondata’ la questione di legittimità costituzionale, promossa dal Giudice di pace di Pistoia, dell’articolo 172 del Codice della strada che prevede l’obbligo di indossare la cintura di sicurezza. […]
[Il Giudice di pace] come ulteriore motivazione aggiunge che «l’obbligo contrasterebbe con l’articolo 32, secondo comma, della Costituzione, che impone il rispetto della persona umana e la dignità delle scelte della stessa, nel senso che la legge non può in alcun caso violare il diritto all’autodeterminazione e il diritto di disporre del proprio corpo». Parole e ragionamenti che sono echeggiati negli scorsi mesi attorno alla vicenda di Eluana Englaro e che continuano ad essere tirati in ballo anche in quest’ultimo fine settimana – attorno alla proposta di legge sul ‘fine vita’. Non solo una coincidenza, visto che l’articolo tirato in ballo dal magistrato pistoiese è lo stesso sbandierato in queste occasioni. Recita, infatti, che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».
Ragionamenti respinti dalla Consulta che ritiene «insussistente la violazione dell’articolo 32» ricordando di aver già «ammesso che il legislatore consideri la salute dell’individuo anche interesse della collettività, prescrivendo certi comportamenti e sanzionandone l’inosservanza, allo scopo di ridurre il più possibile le pregiudizievoli conseguenze». E, conclude la Corte ricordando precedenti sentenze, «la protezione della salute del singolo come interesse della collettività è dunque tale da ammettere una trascurabile limitazione della libertà personale».
A leggere le motivazioni della Consulta riportate dal quotidiano della Cei si capisce in effetti la soddisfazione dell’articolista; sembra di sentirvi un eco di quell’opinione che è stata una volta espressa in questi termini: «La vita non è un bene che appartiene solo al singolo individuo, [ma anche] ai cittadini, e alla collettività» (no, non è Iosif Vissarionovich Stalin; è Dorina Bianchi, nuovo capogruppo del Partito Democratico in Commissione igiene e sanità al Senato).
Tuttavia al lettore attento non può sfuggire una certa eccessiva sinteticità nell’opinione riportata della Corte; e ben sapendo come lo spazio nei giornali sia tiranno, gli sorge il sospetto che le motivazioni fossero in origine alquanto più lunghe. Fortunatamente il sito web della Consulta è encomiabilmente completo e aggiornato (se mi passate l’inciso, è una vergogna che altre istituzioni come la Cassazione non abbiano nulla di simile); è facile dunque andare a controllare il testo completo dell’ordinanza. E qui ci attende una piccola sorpresa (che per chi segue Avvenire con costanza non è poi tanto sorprendente): la motivazione dell’ordinanza ha ricevuto una discreta sforbiciata. Eccola completa (in corsivo la parte omessa):
parimenti insussistente è la violazione dell’art. 32 Cost., in quanto questa Corte, con riguardo alla prescrizione dell’obbligo del casco per conducenti di motoveicoli, ha ammesso – e tale principio è estensibile all’obbligo delle cinture di sicurezza – che il legislatore consideri la salute dell’individuo anche interesse della collettività, prescrivendo certi comportamenti e sanzionandone l’inosservanza, allo scopo di ridurre il più possibile le pregiudizievoli conseguenze, dal punto di vista della mortalità e della morbilità invalidante, degli incidenti stradali;
Nel parlare di «interesse della collettività», insomma, la Corte si sta riferendo non a un interesse generico, ma ai costi sociali che vanno affrontati per assistere a spese della sanità pubblica chi ha avuto un incidente. La cosa è ancora più chiara se andiamo a vedere la sentenza n. 180 del 1994 sull’obbligo del casco per i conducenti di moto e motorini, cui fa riferimento il pronunciamento odierno (corsivo mio):
Specie quando, come nella materia in esame, si è in presenza di modalità, peraltro neppure gravose, prescritte per la guida di motoveicoli, appare conforme al dettato costituzionale, che considera la salute dell’individuo anche interesse della collettività, che il legislatore nel suo apprezzamento prescriva certi comportamenti e ne sanzioni l’inosservanza allo scopo di ridurre il più possibile le pregiudizievoli conseguenze, dal punto di vista della mortalità e della morbosità invalidante, degli incidenti stradali. Non può difatti dubitarsi che tali conseguenze si ripercuotono in termini di costi sociali sull’intera collettività, non essendo neppure ipotizzabile che un soggetto, rifiutando di osservare le modalità dettate in tale funzione preventiva, possa contemporaneamente rinunciare all’ausilio delle strutture assistenziali pubbliche ed ai presidi predisposti per i soggetti inabili.
Non c’è bisogno di dire che nel caso del rifiuto delle terapie – attuale o tramite testamento biologico – un interesse collettivo di questo tipo è in generale assente; anzi, ad essere cinici, è presente casomai l’interesse opposto (il che, a scanso di equivoci, non costituisce certo un argomento a favore delle direttive anticipate: non siamo a favore del collettivismo, noi).

Ma non finisce qui. Anche l’ultima citazione che l’articolo fa dell’ordinanza ha ricevuto una bella scorciata – naturalmente sempre solo per ragioni di spazio. Ecco qui l’originale:
la protezione della salute del singolo come interesse della collettività è dunque tale da ammettere una trascurabile limitazione della libertà personale (sentenza n. 20 del 1975), intesa come impedimento di fatto, che non costituisce in alcun modo costrizione (che deve essere fisicamente apprezzabile e duratura) […];
Forse sarò prevenuto, ma penso che sarà dura, quando verrà il momento, far passare l’idea – come vorrebbe Avvenire – che il medico integralista che lega con le cinghie il paziente per intubarlo, amputarlo, irradiarlo, infilargli un sondino su per il naso contro la sua volontà (o che opera le stesse manovre sul suo corpo inerte e non in più in grado nemmeno di protestare) non stia praticando nessuna costrizione «fisicamente apprezzabile e duratura»; che tutte queste azioni siano insomma paragonabili al semplice gesto di allacciarsi una cintura di sicurezza...

giovedì 27 novembre 2008

La religione è il doping dei popoli

Titolo di un articolo di Vittorio Possenti, dedicato all’ultimo libro di Marcello Pera, su Avvenire di ieri: «Il liberalismo tornerà a correre solo con una grande iniezione».

martedì 22 luglio 2008

Avvenire e il ruolo della stampa

Il titolo lascia già presagire l’ennesima, gustosa storia di risvegli miracolosi: «Jesse, il risveglio più inaspettato», annuncia a pagina 12 Avvenire di oggi. I lettori cominciano a salivare, e subito Francesca Lozito serve loro un bell’osso:

Ha senso dire che non c’è più niente da fare? La storia di Jesse Ramirez sembrerebbe dimostrare proprio il contrario. La storia di un uomo, messicano, di 37 anni, che dopo mesi si è risvegliato dallo stato vegetativo in cui era caduto dopo l’incidente stradale e il coma. È accaduto proprio a ottobre dello scorso anno. Molti mesi prima Jesse Ramirez, dipendente postale e padre di tre figli, che vive in Arizona, era rimasto coinvolto, insieme alla moglie, in un terribile incidente stradale. I due si trovavano a bordo della loro jeep, quando l’uomo ha perso il controllo dell’auto, andando a sbattere violentemente in un negozio. La moglie Rebecca Chandler subisce lesioni meno gravi, ma per Jesse si capisce immediatamente che la situazione è più complicata: l’uomo entra subito in coma. Ha lesioni gravissime al cranio, al viso, costole rotte, polmoni danneggiati. Subisce numerosi interventi chirurgici.
Interrompiamo per un attimo la lettura e chiediamoci: quando è accaduto esattamente l’incidente? Se cerchiamo una data esatta nell’articolo non la troviamo; si parla prima di «mesi» di stato vegetativo, che subito dopo diventano «molti mesi», precedenti l’ottobre in cui – questa sembra l’unica cosa chiara – sarebbe avvenuto il miracoloso risveglio.
Avvenire, comunque, non ci racconta la storia di Ramirez solo per il prodigioso risveglio: subito dopo l’incidente la moglie di Ramirez era riuscita a far togliere il sondino che nutriva il marito, e solo il tempestivo intervento di un giudice era riuscito a impedire che l’uomo morisse. Fin qui la vicenda sembra un perfetto parallelo dei casi di Terri Schiavo e di Eluana Englaro, tranne che per l’epilogo molto più felice; e come tale ci viene presentata.
Ma giunge verso la fine una nota falsa. A detta dell’autrice dell’articolo «per la comunità scientifica americana la storia di Ramirez dimostra che esistono dei rari, ma possibili, episodi di ripresa dallo stato vegetativo». Ma episodi di ripresa dallo stato vegetativo si verificano ogni giorno; quelli che non si verificano sono le riprese da stati vegetativi molto lunghi (il record, assolutamente eccezionale, documentato in una pubblicazione scientifica è a quanto ne so di 30 mesi). Poco male, si dirà; la Lozito ha frainteso leggermente, e l’eccezionalità del caso risiederà in quei «molti mesi» di stato vegetativo. Come dubitare del suo giudizio, visto che riprende quello di due autentici esperti?
Afferma il dottor Steven Miles, del centro di bioetica dell’Università del Minnesota: «Quest’uomo si trovava in uno stato vegetativo persistente e non era senza speranza: possono esserci dei risvegli, seppur tardivi». È d’accordo il dottor Ausim Azizi, neurologo della Temple University School of Medicine: «Esistono delle evidenze mediche in questi casi. Anche se sono rare e sono legate alla natura del trauma subito».
E tuttavia, per chi conosce bene l’etica giornalistica di Avvenire, una verifica s’impone. E cominciano le sorprese...

Il 28 giugno del 2007 Dan Childs scrive un pezzo per ABC News («Pulling the Plug: Ethicists Debate Ramirez Case»). Da esso apprendiamo che «Ramirez has regained consciousness and recovered to the extent that he can interact with visitors» («Ramirez ha recuperato la coscienza e si è rimesso al punto da riuscire a interagire con i visitatori»). Insomma, al 28 giugno Ramirez si è già risvegliato; non a ottobre, come pretende Avvenire. Ma lo shock deve ancora arrivare. Perché ABC News è stata meno timida del giornale dei vescovi, e riporta chiaramente la data dell’incidente. E la data è il 30 maggio. Non del 2005 o del 2006; il 30 maggio di quello stesso 2007. Meno di un mese prima del risveglio di Ramirez. Altro che «molti mesi»!
Ora, la definizione di stato vegetativo persistente è univoca: questa condizione si ha se il paziente è rimasto in stato vegetativo per un mese o più (cfr. S. Laureys, A.M. Owen e N.D. Schiff, «Brain function in coma, vegetative state, and related disorders», Lancet Neurology 3, 2004, pp. 537-46, a p. 538). Quindi Ramirez non si è mai trovato, per definizione, in stato vegetativo persistente; e da ABC News viene persino il dubbio che si sia mai trovato in stato vegetativo: Childs spiega infatti che «Ramirez […] suffered traumatic brain injury in a May 30 car accident, which put him in a coma. He had been in this minimally-conscious state […]», dove l’autore fa qualche confusione; se di coma si trattava, allora Ramirez potrebbe essersi semplicemente risvegliato direttamente da questo stato, che ha ben poco a che fare con lo stato vegetativo. La circostanza (e l’intera vicenda) è confermata da un articolo della North Country Gazette di un giorno prima («Jesse Ramirez Conscious, Moved To Rehab Facility»):
after nearly a month in a coma following an automobile accident, Jesse has regained consciousness and is being transferred to a rehabilitation facility. According to several of Jesse’s friends and his court appointed guardian, he is conscious, shaking his head and answering yes and no questions.
La fiducia del lettore in Francesca Lozito è a questo punto duramente scossa; e non abbiamo ancora finito. ABC News riporta per esteso l’opinione di un bioeticista del Centro di bioetica dell’Università del Minnesota: sì, è proprio il dottor Steven Miles, che dice – sorpresa! – delle cose leggermente diverse da quelle che gli attribuisce la Lozito (cucio assieme le citazioni sparse nel testo):
This guy was not hopeless and in a persistent vegetative state by any means. It has no impact on the bigger debate of life support. This is by no means a miracle of any kind: traumatic comas are notorious for late wake-ups. This case is about a hasty clinical decision which should have never been made. […] stopping the feeding tube this close in time to the injury is actually pretty unusual. This is about malpractice, not about a persistent vegetative state.
Traducendo:
Questa persona non era senza speranza e non si trovava affatto in uno stato vegetativo persistente. La cosa non ha nessuna conseguenza sul dibattito più ampio a proposito del supporto vitale. Questo non è affatto un miracolo, di nessun genere: i coma di origine traumatica sono ben noti per i risvegli tardivi. Questo caso consiste in una decisione clinica affrettata che non avrebbe mai dovuto essere presa. […] fermare il sondino per l’alimentazione così vicino nel tempo all’incidente è in effetti parecchio inusuale. Questa è negligenza professionale, non stato vegetativo persistente.
Dovrebbe essere chiaro cosa ha combinato la nostra Lozito: non solo non ha capito che l’inglese «by any means» rafforzava una negativa, ma ha anche ignorato tutto quello che il buon dottore diceva dopo la prima frase.
Conclude Steven Miles:
I think the role of the press is to emphasize that he was not hopelessly ill. This is about a guy heading to rehab after a car accident.
Cioè:
Penso che il ruolo della stampa debba essere quello di sottolineare che l’uomo non era un malato senza speranza. Questa è la storia di un tizio che entra in riabilitazione dopo un incidente d’auto.
Sì, questo sarebbe il ruolo della stampa. Ma il ruolo della propaganda è un altro.

lunedì 14 luglio 2008

Si sveglia dopo 18 anni – o no?

Su Avvenire del 12 luglio Paolo Lambruschi intervista Giuliano Dolce, «80 anni, direttore scientifico della clinica Sant’Anna di Crotone, scienziato di fama internazionale, uno dei luminari italiani nella cura degli stati vegetativi» («L’agonia di Eluana sarà lunga e dolorosa», pp. 4-5). A un certo punto il professor Dolce fa una rivelazione ai lettori del quotidiano della Cei:

Eluana Englaro è in stato vegetativo da 16 anni. C’è un limite temporale oltre il quale non ci si risveglia?
«Non si può dirlo con cognizione scientifica. All’ultimo convegno mondiale sui danni cerebrali di Lisbona, in aprile, è stato citato il caso di un paziente statunitense che si è risvegliato dopo 18 anni».
Si tratterebbe naturalmente di un caso eccezionale e probabilmente unico; le conseguenze sul caso Englaro potrebbero essere forse meno scontate di quanto sembra implicare Dolce – che peso dare ad eventi che hanno probabilità quasi nulle di verificarsi? – ma certo andrebbero prese in seria considerazione.
È strano però, a pensarci bene, che la notizia non abbia avuto grande risonanza mediatica; ma questo può capitare. Mi sono messo dunque a cercare il convegno mondiale sui danni cerebrali di Lisbona. Trovarlo non è stato difficile: si tratta del Seventh World Congress on Brain Injury, organizzato dalla International Brain Injury Association. Ciò che invece si è rivelato veramente arduo da rintracciare è la comunicazione relativa al paziente risvegliatosi dopo 18 anni. Ho scaricato il programma (pdf) del convegno, e ho dato una scorsa al nutritissimo calendario degli interventi. Nessuna traccia del caso in questione; ma i papers presentati sono veramente tanti, e mi potrebbe essere sfuggito. Ho cercato allora nel testo un po’ di termini chiave: «recovery», «PVS», «vegetative», «18 years», svariate combinazioni con la radice «wake». Niente. L’unica cosa che assomiglia a quanto dice Dolce è una comunicazione letta l’11 aprile 2008 da Joseph Giacino, e intitolata «The Man Who Slept 19 Years: Lessons Learned from Terry Wallis». Sembrerebbe quello che stiamo cercando: il paziente – di cui si è parlato abbondantemente su tutti i media mondiali – è statunitense, e si è risvegliato dopo circa 18 anni; ma non da uno stato vegetativo persistente. Terry Wallis è stato per tutti questi anni in uno stato di minima coscienza (Minimally conscious state), una condizione ben diversa da quella di Eluana Englaro. Naturalmente non posso pensare neppure per un attimo che un «luminare» come il professor Dolce abbia mal compreso o addirittura intenzionalmente alterato i fatti; può darsi che Avvenire ne abbia riportato male il pensiero, oppure che ci troviamo di fronte a una coincidenza e che la comunicazione fosse un’altra, contenuta in un intervento il cui titolo non era abbastanza perspicuo – almeno non per me.
Il punto chiave, qui, è che chi dà queste notizie all’opinione pubblica (e chi le ospita) ha il dovere di renderle verificabili. Non ci vuole molto: è sufficiente aggiungere il nome di chi ha fatto la comunicazione al convegno. In gioco non c’è la mezz’ora che ho perso cercando di venire a capo della notizia, ma le speranze (o le illusioni) che così si inducono in chi ha un familiare in stato vegetativo. Teniamone conto.

Aggiornamento: in questi giorni viene richiamata spesso in rete da personaggi senza scrupoli anche la storia di Jan Grzebski, un polacco che si sarebbe risvegliato pure lui dopo 19 anni (passando direttamente dal comunismo alla Nato e alla Ue). Dalle descrizioni del caso, tutte abbastanza confuse (si parla sempre impropriamente di «coma»), si capisce comunque facilmente che questa persona non si trovava affatto in uno stato vegetativo persistente, ma probabilmente in qualche forma di sindrome locked-in.

venerdì 21 marzo 2008

Avvenire torna a mentire

Sull’inserto «È Vita» del quotidiano dei vescovi si leggevano ieri queste rivelazioni (E.D.S., «“Salute in pericolo”. Se si abortisce», Avvenire, 20 marzo, p. III):

Abortire costituisce un dramma e fa male alla stabilità psicologica delle donne, in molti casi portando persino alla depressione. È quanto rivela una ricerca condotta dal «Royal College of Psychiatrists», l’associazione che riunisce gli psichiatri dell’Inghilterra e dell’Irlanda, secondo cui è fondamentale informare le donne che intendono interrompere la loro gravidanza dei rischi che corrono. I risultati dell’inchiesta sfidano una vecchia convinzione: che una donna sarebbe più vulnerabile psicologicamente se costretta a portare avanti una gravidanza indesiderata. […]
Secondo dati riportati dal Sunday Times, oltre il 90% delle interruzioni di gravidanza (ben 200 mila all’anno in Gran Bretagna, un Paese peraltro con un elevato tasso di ricorso alla contraccezione) vengono effettuate dopo una valutazione del medico secondo la quale andare avanti causerebbe traumi psicologici alla donna. Ora però l’Ordine degli psichiatri sostiene che potrebbe essere vero il contrario: le donne rischiano una seria depressione se mettono fine alla loro gravidanza.
Andiamo allora sul sito del Royal College of Psychiatrists. Quella a cui Avvenire fa riferimento come a una «ricerca» è in realtà una dichiarazione («Position Statement on Women’s Mental Health in Relation to Induced Abortion», 14 marzo 2008) che, tolto il prologo, riporto integralmente (i corsivi sono miei):
The Royal College of Psychiatrists is concerned to ensure that women’s mental health is protected whether they seek abortion or continue with a pregnancy.
Mental disorders can occur for some woman during pregnancy and after birth.
The specific issue of whether or not induced abortion has harmful effects on women’s mental health remains to be fully resolved. The current research evidence base is inconclusive – some studies indicate no evidence of harm, whilst other studies identify a range of mental disorders following abortion.
Women with pre-existing psychiatric disorders who continue with their pregnancy, as well as those with psychiatric disorders who undergo abortion, will need appropriate support and care. Liaison between services, and, where relevant, with carers and advocates, is advisable.
Healthcare professionals who assess or refer women who are requesting an abortion should assess for mental disorder and for risk factors that may be associated with its subsequent development. If a mental disorder or risk factors are identified, there should be a clearly identified care pathway whereby the mental health needs of the woman and her significant others may be met.
The Royal College of Psychiatrists recognises that good practice in relation to abortion will include informed consent. Consent cannot be informed without the provision of adequate and appropriate information regarding the possible risks and benefits to physical and mental health. This may require the updating of patient information leaflets approved by the relevant Royal Colleges, and education and training to relevant health care professionals, in order to develop a good practice pathway.
These difficult and complex issues should be addressed through additional systematic reviews led by the Royal College of Psychiatrists into the relationship between abortion and mental health. These reviews should consider whether there is evidence for psychiatric indications for abortion.
Come si vede, i rischi evidenziati riguardano solo donne con patologie psichiatriche preesistenti, e si estendono inoltre anche alle donne che scelgono invece di continuare la gravidanza. Per il resto, si auspicano al massimo nuove ricerche, visto che la questione degli effetti negativi dell’aborto sulla salute mentale rimane ancora «da essere pienamente risolta». Le donne devono essere informate dei rischi ma anche dei «benefici» delle loro scelte.
Domanda: da dove ha tratto invece Avvenire la conclusione che «abortire costituisce un dramma e fa male alla stabilità psicologica delle donne»? Nella dichiarazione non se ne trova la minima traccia. Altra domanda: quanto costa ai cittadini italiani in contributi finanziari questo foglio bugiardo?

giovedì 13 dicembre 2007

Avvenire mente ancora!

Da Avvenire di oggi («Yamanaka: basta embrioni, sono come i nostri figli», 13 dicembre 2007, inserto È Vita, p. 3):

Lo scienziato giapponese, infatti, ha dichiarato di non aver mai utilizzato cellule embrionali per i suoi esperimenti («In Giappone è proibito – ha spiegato Yamanaka – e in America, dove pure ho un laboratorio, anche se venivano utilizzate da alcuni per verificare il meccanismo della mia scoperta sulla riprogrammazione, io non le ho mai impiegate»).
Dall’ultima frase (e dal contesto dell’articolo) sembrerebbe doversi dedurre che nel laboratorio americano di Yamanaka non si usassero staminali embrionali; ma una leggera ambiguità ci spinge a cercare la fonte originale. Eccola (Martin Fackler, «Risk Taking Is in His Genes», The New York Times, 11 dicembre):
In fact, restrictions are so tight that he says he cannot use human embryos at his laboratories here. Instead, research using human embryos is done at U.C. San Francisco, where he maintains a small two-person laboratory. He said he had never handled actual embryonic cells himself, and the American lab uses them only to verify that the reprogrammed adult cells are behaving as true stem cells.
“There is no way now to get around some use of embryos,” he said. “But my goal is to avoid using them.”
L’ambiguità, come si vede, è sparita, e l’impressione che il giornale dei vescovi voleva comunicare ai lettori è rovesciata: è proprio il laboratorio americano di Yamanaka ad aver usato cellule tratte da embrioni, e per le sue ricerche! Che il ricercatore in persona non li abbia mai maneggiati, come si preme di farci sapere (Yamanaka mostra qui un certo talento per le public relations), è del tutto indifferente.
La frase finale, infine («Non c’è modo per adesso di fare a meno degli embrioni»), si cercherà invano nel resoconto degli integralisti, nella loro ansia di arruolare testimonial eccellenti per la loro moratoria...

venerdì 7 dicembre 2007

Avvenire mente con gusto e frequentemente

Su Avvenire di ieri si leggeva (Lorenzo Fazzini, «California, punto e a capo: “Non solo embrioni”», 7 dicembre 2007, inserto È vita p. 1):

La California, “paradiso” della ricerca sulle cellule staminali embrionali, compie una prima, storica virata in favore di tecniche di ricerca che non prevedono la distruzione di embrioni umani, come ha dichiarato nei giorni scorsi il California Institute for Regenerative Medicine (Cirm).
[…] la pubblicazione del bando di concorso per finanziamenti in favore di ricerche sulle staminali non embrionali è datata 29 novembre. Detto altrimenti, a San Francisco si sarebbero convinti […] del fatto che i soldi pubblici devono andare ai ricercatori che insistono sulle staminali adulte. […]
E il finanziamento in questione, il cui nome è significativamente quello di «Cirm New Cell Lines Awards» (Premio Cirm per nuove linee cellulari), si propone di sostenere «metodi alternativi per la derivazione di linee cellulari pluripotenti». In altre parole, cellule staminali adulte.
Così, il 3 ottobre scorso il Cimr ha stanziato 13 milioni di dollari che verranno devoluti l’anno prossimo a quei ricercatori che intendono«investigare tecniche che non distruggono embrioni umani».
Ma se andiamo a leggere il bando di concorso del Cirm (RFA 07-05: CIRM New Cell Lines Awards) scopriamo che le cose stanno un po’ diversamente. Il premio, che ammonta complessivamente a 25 milioni di dollari, è rivolto infatti a due categorie di ricerca, la prima delle quali è definita così: «Derivazioni di nuove linee di cellule staminali embrionali, usando embrioni umani sovrannumerari ai primi stadi ottenuti con la fertilizzazione in vitro» («Derivation of new hESC lines using excess or rejected early stage human embryos generated by in vitro fertilization»). Sì, si tratta proprio di nuove linee cellulari ottenute distruggendo l’embrione; il nome del premio è significativo, ma in senso opposto a quello che ci vorrebbe far credere Fazzini.

Si dirà: va bene, Avvenire si è macchiato di un peccato di omissione, ma in fondo non ha mentito... Ma – a parte le considerazioni che si potrebbero fare sull’etica professionale di un giornalista che tace metà della notizia che sta riportando – la menzogna c’è, ed è bella grossa. I «metodi alternativi per la derivazione di linee cellulari pluripotenti» non coincidono affatto con le staminali adulte, alle quali nel bando si accenna brevemente e indirettamente, e neppure soltanto con le cosiddette fonti ‘etiche’ di staminali. La seconda categoria di ricerca, infatti, viene definita in questo modo: «Derivazione di linee di cellule staminali umane pluripotenti da altre fonti [rispetto agli embrioni sovrannumerari], usando metodi alternativi come (ma non limitati a) lo SCNT o la riprogrammazione di cellule adulte o neonatali (cellule iPS)» («Derivation of pluripotent human stem cell lines from other sources using alternative methods such as (but not limited to) SCNT or reprogramming of neonatal or adult cells (iPS cells)»). Le cellule iPS, ottenute con la riprogrammazione di cellule adulte (che non sono staminali adulte) o neonatali, sono quelle di cui tanto si è parlato in questi giorni; ma che cos’è lo SCNT? La sigla misteriosa sta per Somatic Cell Nuclear Transfer, trasferimento nucleare di cellula somatica – noto anche come clonazione terapeutica...

Lo Stato della California, insomma, ha stanziato milioni di dollari per fare a pezzi e clonare embrioni umani, ma i lettori di Avvenire devono credere che anche lì si siano convertiti tutti al pio studio delle staminali adulte. E questo sarebbe giornalismo?

lunedì 19 novembre 2007

Avvenire senza speranza

Ian Wilmut, il padre del primo mammifero ad essere clonato, annuncia che abbandonerà le ricerche sulla clonazione terapeutica a favore di quelle sulla riprogrammazione delle cellule adulte indotta attraverso l’esposizione a determinate proteine, di cui sono stati pionieri i giapponesi Takahashi e Yamanaka. Lo scopo rimane lo stesso, quello di ottenere cellule staminali potenzialmente in grado di riparare organi e tessuti danneggiati, senza causare rigetto, ma senza le difficoltà tecniche della clonazione (anche se l’annuncio di Wilmut è forse leggermente intempestivo, visto il recentissimo successo ottenuto nella clonazione di una scimmia).
Compiaciuta la reazione di Avvenire, organo della Conferenza Episcopale Italiana, che affida il commento a Marina Corradi («Vero choc del pensiero unico libertario», 18 novembre 2007, p. 1):

Così la locomotiva internazionale della ‘clonazione terapeutica’ viene abbandonata in corsa dal padre stesso della clonazione. La cosa sorprenderà il pubblico che da anni – e quanto, in Italia, ai tempi del referendum sulla procreazione assistita – si è sentito ripetere che l’unica speranza per curare Alzheimer e Parkinson passava attraverso le staminali embrionali, ovvero per la distruzione di embrioni. Era un leit motiv mille volte ripetuto, dai tg ai giornali femminili, era un pensiero unico e obbligatorio. Chi scriveva allora di questi argomenti registrava con stupore come ricercatori di statura internazionale, quanto all’utilizzo terapeutico delle staminali embrionali, avessero invece seri dubbi: quelle cellule primitive erano, dicevano, difficilissime da istruire e dirigere nell’organismo, e anche potenzialmente portatrici di rischi proliferativi. Dubbi che però non emergevano o quasi, nel dibattito pubblico.
Due anni dopo, il padre di Dolly, il pioniere della ‘clonazione terapeutica’ che prometteva di usare gli embrioni per curarci un giorno dal Parkinson, annuncia che la strada migliore non è, in effetti, quella. Che pare che si arrivi prima, e con meno fatica, passando attraverso cellule staminali adulte – facendole regredire allo stadio voluto e riprogrammandole. Che è quello che in sostanza dicevano nel 2005 i migliori ricercatori italiani, a quei pochi che li volevano ascoltare. Di modo che, pare che la ragion pratica della efficienza e della concretezza dia oggi ragione ai dubbi di allora.
Peccato per Marina Corradi e per i suoi datori di lavoro che le cellule utilizzate dai ricercatori giapponesi non siano staminali adulte. Basta un’occhiata all’abstract o anche solo al titolo dello studio (Kazutoshi Takahashi e Shinya Yamanaka, «Induction of Pluripotent Stem Cells from Mouse Embryonic and Adult Fibroblast Cultures by Defined Factors», Cell 126, 2006, pp. 652-55), per capire che sono stati utilzzati fibroblasti, semplici cellule del tessuto connettivo, che hanno poco a che vedere con le staminali adulte (gli autori tendono inoltre a escludere che le cellule trasformate fossero staminali nascoste nella massa di cellule somatiche). Eppure a p. 4 dello stesso numero di Avvenire il sottotitolo di un altro articolo spara «Più promettenti le ricerche su staminali adulte», mentre nella colonna a fianco il genetista Dallapiccola (che dovrebbe saperne qualcosina di più), intervistato, commenta «Sono notizie che non fanno altro che confermare quello che andavo dicendo già all’epoca del referendum: prima che le staminali embrionali diano qualche risultato, si troveranno modi per utilizzare le staminali dell’adulto».
Ma il meglio deve ancora venire. L’importanza dello studio giapponese è infatti nell’aver ottenuto cellule quasi indistinguibili dalle staminali embrionali: una delle prove del successo è consistita nell’iniettare le cellule trasformate dentro un embrione di topo, dove hanno assunto appunto lo stesso ruolo delle locali staminali; le cellule, di fatto, sono state trasformate in cellule embrionali. L’utilità delle staminali embrionali, del resto, non è un’invenzione di scienziati pazzi (come sembrerebbe stando alle cronache di Avvenire o del Foglio), ma risiede in gran parte nella loro plasticità: possono trasformarsi in uno qualsiasi dei tessuti del corpo umano, a differenza delle staminali adulte, che hanno un repertorio enormemente più limitato. Il compiacimento odierno di Dallapiccola e Corradi dà ragione a chi ha sempre sostenuto che i benefici maggiori si avranno dalle staminali embrionali (e che oggi, di fronte ai risultati pur eccezionali degli scienziati giapponesi, considera prudente non mettere tutte le uova in un solo paniere: gli studi sulle embrionali devono continuare, non foss’altro che per raccogliere dati utili).
Ma vaglielo a spiegare, a Marina Corradi...

Aggiornamento: ottimi post sull’argomento di Inyqua, JimMomo e Jinzo.

venerdì 5 ottobre 2007

Sylvie Ménard e l’eutanasia

Sylvie Ménard è un’oncologa. Sylvie Ménard ha una forma non curabile di cancro. Sylvie Ménard ha cambiato idea – ora che è malata – sull’eutanasia (Simona Ravizza, «Ero per l’eutanasia, ora ho il cancro. E voglio vivere fino all’ultimo giorno», Corriere della Sera, 4 ottobre 2007, p. 13):

Dopo aver combattuto per tutta la sua carriera per riconoscere ai malati il diritto di morire con l’eutanasia, da due anni e mezzo – meglio da quel 27 aprile 2005 – il medico rivendica con forza il diritto di vivere. «Adesso che per me la morte non è più un concetto virtuale non ho nessuna voglia di andarmene», dice la ricercatrice […] «Anche se concluderò la mia vita in un letto con le ossa che rischiano di sbriciolarsi, io ora voglio vivere fino in fondo la mia esistenza». […] «Uno decide di morire se è solo e se soffre come un cane – sottolinea -. È la sconfitta del sistema sanitario, impotente davanti alla sofferenza risolvibile con le cure palliative» […] «Io di eutanasia non voglio neppure sentire parlare», dice con voce ferma. E del testamento biologico? «Da sana l’avrei sottoscritto, oggi l’avrei voluto stracciare».
Polemizzare con una persona malata – e malata per giunta di quella malattia – può non essere molto simpatico; ma lo sarebbe anche di meno ostentare condiscendenza. E del resto è probabile che la Ménard avesse le idee già confuse prima, così come sono confuse – e non poco – le sue idee di adesso.
Il diritto a una morte umana non è minimamente in contraddizione col diritto alla vita – o forse la stessa Ménard credeva in precedenza che l’eutanasia andasse imposta ai malati? È grave, poi, che un medico sembri ignorare che le cure palliative non possono nulla contro il dolore non trattabile (per non parlare della perdita di dignità che certe malattie spesso comportano); ed è grave che la Ménard ignori del tutto cosa sia realmente il Testamento biologico, che poco o nulla ha a che fare con casi come il suo (si applica a pazienti privi di coscienza, non ai malati terminali in genere). È insopportabile, infine, questa incapacità di passare dal proprio caso personale a quello degli altri, che possono avere valori diversi, e valutare differentemente situazioni e prospettive.

Naturalmente l’occasione era troppo ghiotta perché i soliti avvoltoi non ci si lanciassero sopra; e così su Avvenire dello stesso giorno, l’inserto È Vita riporta le dichiarazioni della Ménard in un apposito trafiletto intitolato «“Io ho cambiato idea”». Accanto, un articolo di Enrico Negrotti («Malati di tumore: 40 mila. Richieste di morire: 4») ci informa festoso che
Nonostante campagne mediatiche talora cerchino di dimostrare il contrario, nella prassi l’eutanasia tra i malati oncologici in Italia non è percepita come un’esigenza: «In 25 anni, su 40mila pazienti oncologici seguiti nel nostro ospedale, solo in quattro ci hanno chiesto l’eutanasia» ha riferito Carla Ripamonti, oncologa dell’Istituto dei tumori. Precisando che «in tre hanno cambiato idea dopo siamo riusciti a togliere loro il dolore».
Lasciamo da parte la serietà di un simile sondaggio, per cui i malati non hanno chiesto quello che sapevano benissimo non sarebbe stato possibile concedere loro, e andiamo a dare un’occhiata al sito dell’Istituto dei tumori. Troviamo quasi subito quello che già sospettiamo ci sia: una paginetta dedicata ai «Principi etici di riferimento», che recita testualmente:
L’Istituto si ispira al rispetto assoluto della vita umana, dal momento del concepimento alla morte naturale.
E allora non c’è bisogno di aggiungere altro: sapienti sat.