martedì 11 settembre 2007

Eutanasia e testamento biologico: nuova versione di Luigi Verzè

Luigi Verzè dichiara a proposito di eutanasia (Don Verzè su eutanasia e testamento biologico, Vivere & Morire, 2 settembre 2007):

qualunque sia la motivazione, è irrazionale. È anche scientificamente e professionalmente riprovevole perché rivela vuoto culturale, antropologico, teologico. È come buttare un diamante perché non s’è trovata la punta dura per renderlo trasparente. Uccidere per compassione è meschina codardia*; è contro il progresso verso l’uomo integrale. Niente può giustificare la soppressione della vita. Il diritto di morire non va contrabbandato con l’uccidere.
Dichiarare qualcosa irrazionale a priori (qualunque sia la motivazione) è irrazionale, anzichenò! La metafora del diamante è fuori fuoco, del tutto: se il diamante è la persona che chiede l’eutanasia, non è che ci siamo persi la punta per renderlo trasparente (trasparente?), quanto abbiamo assistito impotenti alla sua quasi totale e irreversibile distruzione. Colpisce, al di là dei singoli passaggi, che manchi del tutto il punto di vista di colui che potrebbe chiedere l’eutanasia (a parte l’avergli dato dell’irrazionale, se ammettiamo che qualcuno che desideri qualcosa di irrazionale sia, almeno in parte, irrazionale). Libertà personale, autodeterminazione, possibilità di decidere circa la propria esistenza non sono nemmeno menzionate.
Vediamo se va meglio sul testamento biologico:
ad evitare la sofferenza non servono metodi abrogativi della vita, tutti brutali. Occorre un’illuminata deontologia, una cultura pluridisciplinare su quelle proprietà integranti della vita che sono la sofferenza e la morte. Questo intendo per morire vivi, per gestione della qualità di vita e di morte.
No, non va affatto meglio.

* Giustamente nel pezzo si ricorda che Luigi Verzè (nell’ottobre dello scorso anno) aveva dichiarato di avere staccato il respiratore ad un amico (per compassione, mica per meschina codardia!). E aveva commentato con dichiarazioni del seguente tenore (riferendosi ad un Cristo ligneo):
Lo hanno fatto morire, certo. Ma Lui poteva scendere dalla Croce e invece si è lasciato morire: per amore.
Oppure (riferendosi verosimilmente a cristiani del nostro tempo):
Tenere in vita una persona a tutti costi è ostinazione, non conservazione della vita. Se una persona vive così, solo grazie alle macchine, e chiede lucidamente di essere staccata, io credo che farlo possa essere un atto d’amore, un gesto cristiano.
A Roma per chi cambia idea esiste un proverbio che è meglio non riportare in questa sede...

10 commenti:

GG ha detto...

Ormai anche la giurisprudenza è contro questo pensiero retrogrado e ridicolo. Spero che primma o poi anche la politica si renda conto di essere minoranza.

Filter ha detto...

Io vorrei sentire il proverbio, però.

Chiara Lalli ha detto...

Filter, meglio riportarlo nei commenti. Si dice: "ma che c'hai le corna?" (con tanto di "ahò" finale a piacimento).

Filter ha detto...

Chiara, beh, ma è all'acqua di rose! Pensavo fosse qualcosa che facesse svenire le signore. Fra l'altro, dato il suo stile di vita laico, non escludo che Verzé le corna ce le abbia anche nell'altro senso. Ma non scadiamo in pettegolezzi.

Chiara Lalli ha detto...

Filter, era esattamente per non scivolare nel pettegolezzo che avevo lasciato perdere. E per non passare sempre da forsennata anticleraicale...

giusy ha detto...

Vi riferivate al proverbio "solo i cretini non cambiano mai idea"?

Giuseppe Regalzi ha detto...

No, a quest'altro: "La maggior parte di coloro che pensano di cambiare idea, non ne hanno mai avuta una".

marco ha detto...

Ecco, come dice lui stesso: "rivela un vuoto teologico".
Il che, visto che lo Stato è laico, dovrebbe essere "di default".

Filter ha detto...

Sul proverbio "solo i cretini non cambiano mai idea" credo che il mio amico Rodolfo abbia detto parole definitive.

capemaster ha detto...

Credo che il punto centrale dei ben pensanti sia la questione "di chi è il corpo?"
Non possono pensare sia il loro, via! Devon dare a qualche altro la colpa.