venerdì 5 ottobre 2007

Sylvie Ménard e l’eutanasia

Sylvie Ménard è un’oncologa. Sylvie Ménard ha una forma non curabile di cancro. Sylvie Ménard ha cambiato idea – ora che è malata – sull’eutanasia (Simona Ravizza, «Ero per l’eutanasia, ora ho il cancro. E voglio vivere fino all’ultimo giorno», Corriere della Sera, 4 ottobre 2007, p. 13):

Dopo aver combattuto per tutta la sua carriera per riconoscere ai malati il diritto di morire con l’eutanasia, da due anni e mezzo – meglio da quel 27 aprile 2005 – il medico rivendica con forza il diritto di vivere. «Adesso che per me la morte non è più un concetto virtuale non ho nessuna voglia di andarmene», dice la ricercatrice […] «Anche se concluderò la mia vita in un letto con le ossa che rischiano di sbriciolarsi, io ora voglio vivere fino in fondo la mia esistenza». […] «Uno decide di morire se è solo e se soffre come un cane – sottolinea -. È la sconfitta del sistema sanitario, impotente davanti alla sofferenza risolvibile con le cure palliative» […] «Io di eutanasia non voglio neppure sentire parlare», dice con voce ferma. E del testamento biologico? «Da sana l’avrei sottoscritto, oggi l’avrei voluto stracciare».
Polemizzare con una persona malata – e malata per giunta di quella malattia – può non essere molto simpatico; ma lo sarebbe anche di meno ostentare condiscendenza. E del resto è probabile che la Ménard avesse le idee già confuse prima, così come sono confuse – e non poco – le sue idee di adesso.
Il diritto a una morte umana non è minimamente in contraddizione col diritto alla vita – o forse la stessa Ménard credeva in precedenza che l’eutanasia andasse imposta ai malati? È grave, poi, che un medico sembri ignorare che le cure palliative non possono nulla contro il dolore non trattabile (per non parlare della perdita di dignità che certe malattie spesso comportano); ed è grave che la Ménard ignori del tutto cosa sia realmente il Testamento biologico, che poco o nulla ha a che fare con casi come il suo (si applica a pazienti privi di coscienza, non ai malati terminali in genere). È insopportabile, infine, questa incapacità di passare dal proprio caso personale a quello degli altri, che possono avere valori diversi, e valutare differentemente situazioni e prospettive.

Naturalmente l’occasione era troppo ghiotta perché i soliti avvoltoi non ci si lanciassero sopra; e così su Avvenire dello stesso giorno, l’inserto È Vita riporta le dichiarazioni della Ménard in un apposito trafiletto intitolato «“Io ho cambiato idea”». Accanto, un articolo di Enrico Negrotti («Malati di tumore: 40 mila. Richieste di morire: 4») ci informa festoso che
Nonostante campagne mediatiche talora cerchino di dimostrare il contrario, nella prassi l’eutanasia tra i malati oncologici in Italia non è percepita come un’esigenza: «In 25 anni, su 40mila pazienti oncologici seguiti nel nostro ospedale, solo in quattro ci hanno chiesto l’eutanasia» ha riferito Carla Ripamonti, oncologa dell’Istituto dei tumori. Precisando che «in tre hanno cambiato idea dopo siamo riusciti a togliere loro il dolore».
Lasciamo da parte la serietà di un simile sondaggio, per cui i malati non hanno chiesto quello che sapevano benissimo non sarebbe stato possibile concedere loro, e andiamo a dare un’occhiata al sito dell’Istituto dei tumori. Troviamo quasi subito quello che già sospettiamo ci sia: una paginetta dedicata ai «Principi etici di riferimento», che recita testualmente:
L’Istituto si ispira al rispetto assoluto della vita umana, dal momento del concepimento alla morte naturale.
E allora non c’è bisogno di aggiungere altro: sapienti sat.

8 commenti:

Daniele Verzetti il Rockpoeta ha detto...

Rispetto il fatto che lei abbia cambiato opinione; ma il punto essenziale è che si deve concedere il diritto all'eutanasia, il che non singifica che tale diritto uno debba per forza esercitarlo.

Se la Dottoressa Mènard ha cambiato idea e vuole vivere, una legge sull'eutanasia non la costringerebbe certo a morire.(mi sembra ovvio no?)

Quindi, mi soprende che la Dottoerssa abbia deciso di dichiararsi contraria all'eutanasia non dimostrando così il rispetto per chi nella sua situazione non la pensa come lei, rispetto che invece io le do accettando il suo mutato orientamento.

Quanto alle imperfezioni tecniche in materia scientifica e giuridica della Dottoressa glisso anche perchè il tuo post le ha già ampiamente evidenziate in modo chiaro ed esaustivo.

Anonimo ha detto...

Si vede che si è convertita all'ultimo momemto a qualche religione con concorso a premi (ad esempio vita eterna in paradiso, se sei vincitore) e pertanto per guadagnare punti ha iniziato una campagna mediatica che sia di gradimento per gli organizzatori del concorso (gerarchie religiose).

Filter ha detto...

Mah, devo dire che io sono d'accordo con la Menard: "Oggi sarei pronta a chiedere l'eutanasia solo se la mia vita diventasse un peso per i miei familiari o in caso di dolore terribile e non alleviabile" (Yahoo! Notizie).
Chiara, ammettilo: se avessi solo qualche doloretto e non fossi un peso per nessuno, l'eutanasia non la chiederesti neppure tu.

Giuseppe Regalzi ha detto...

In effetti, comincio a sospettare che la Ménard (prima) equiparasse l'eutanasia al suicidio di chi non riesce a sopportare la prospettiva di avere un male incurabile...

Joe Silver ha detto...

Filter, mettici una faccina, ché lì per lì non avevo colto l'ironia.

Chiara Lalli ha detto...

Filter, io non mi preoccuperei affatto di essere un peso per qualcuno. Sarei disposta anche a sottrarre posti letto a centinaia di persone anche per una sola ora in più. Io sono per l'eutanasia degli altri, mica la mia!

Filter ha detto...

Joe, con la faccina non c'è gusto.
Chiara, pure io!

raser ha detto...

la solita strumentalizzazione di un caso particolare, cosa di cui venivano accusati coscioni e welby. con la differenza non secondaria che alla Mènard nessuno impone la morte, mentre a piero la (non)vita è stata imposta