giovedì 15 marzo 2007

Intervista a Giovanni Nuvoli

Giorgio Pisano ha intervistato Giovanni Nuvoli (L’Unione Sarda, 15 marzo 2007), La preghiera alla vita di Giovanni Nuvoli: “Non staccate il respiratore”. Drammatica intervista dal lettino dell’ospedale.

Giovanni Nuvoli non vuole morire. No. Il Welby sardo, malato di sclerosi laterale amiotrofica, parla per la prima volta della sua malattia grazie a un sintetizzatore vocale e assicura di avere un solo desiderio: tornare nella sua casa di Alghero. Senza sentenze di morte affrettate.

Adesso la volontà è chiara. Giovanni Nuvoli ama la vita, anche se è costretto da anni a vedere il sole e la luna da un lettino. Il Welby sardo non intende uscire di scena grazie alla mano di un medico che stacchi il respiratore. È credente.

Le pupille di Giovanni Nuvoli corrono sul display del sintetizzatore e alla fine una voce da steward d’aeroporto annuncia: «Non staccate la macchina, per favore». È un attimo difficile, drammatico: Nuvoli è un fagottino che pesa meno di quaranta chili. La vita gli esplode solo negli occhi: accesi, folgoranti. Occhi di falco che a tratti sembrano addirittura feroci. Sono gli occhi di un uomo stremato che per la prima volta, da quando la Sclerosi laterale amiotrofica l’ha crocefisso a letto, concede un’intervista. Ammesso che si possa chiamare così un dialogo spezzato, pause lunghissime tra una parola e l’altra, il video che raccoglie i segnali dello sguardo e li traduce come uno spot metallico.

DAL LETTINO. In Rianimazione, quinto piano dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari, c’è il pienone. Tutti i letti occupati, malati di confine: immobili, muti, maschere di sofferenza. Prima di entrare, bisogna indossare calzari e camice. Da più di un anno Nuvoli sta in un angolino tutto per lui: pochi metri quadrati illuminati da una luce bianca, fredda. Questa volta, ed è ancora una novità assoluta, la moglie (Maddalena) non farà da intermediario. Si uscirà insomma dalle secche dell’incertezza, dal guado tra chi dice che Giovanni vuole morire e chi sostiene invece che sia disperatamente attaccato al respiratore.

LA TENSIONE. Da molti giorni la tensione è alta. Si coglie nelle parole del primario, Demetrio Vidili, che qualche ora prima, parlando con un cronista, si ferma di botto: «Cosa nasconde nella mano?» Soffre di sindrome da complotto, teme ci sia un registratore per rubargli un’opinione che tutti sanno: secondo lui, Nuvoli non vuole affatto uscire di scena. L’ordine di scuderia (silenzio assoluto sulla vicenda) fa il paio con le indicazioni dell’assessore e della commissione Sanità: basta con l’accanimento mediatico. A dirglielo, Giovanni sorride. Ha la Sla ma è capace di intendere e di volere. Anzi, approfitta del sintetizzatore per parlare e dire cosa pensa. Anche se la cosa diventa straziante.

LA CONFESSIONE. Inizia con una confessione: «Ho nostalgia di Alghero». Ha nostalgia della sua città, delle passeggiate con Maddalena (sposata nel ’90), vorrebbe tornare alla spiaggia della Speranza per un’abbuffata di aragosta. «Ora, però, ho voglia di un panino con mortadella». Basterebbe, per il momento. Inutile sognare in grande.

Credente?
«Sì. E anche stanco, molto stanco».
La sua è vita?
«No».
Vorrebbe morire adesso?
«No».
Crede ci sia un’altra vita oltre la morte?
«Sì, sì, sì».

Lo ripete tre volte e si sforza di sorridere per allontanare la fatica che gli segna il viso. Restano gli occhi: a dire, a continuare, a non fermarsi. Occhi traditori perché pian piano lasciano andare una lacrima che Maddalena asciuga in fretta.
Vuol interrompere l’intervista?
«No, non voglio».
Cosa desidera?
«Tornare a casa, ad Alghero. Lì spiegherò tutto quello che penso. E lì aspetterò, quando sarà l’ora».
Non vuole un medico che l’aiuti a morire?
«Voglio morire in pace».
In pace, come?
«Voglio decidere di morire come e quando voglio a casa mia».
Le piacerebbe che quel momento fosse adesso?
«No».
Lei ha accettato farmaci e dunque...
«...senza staccare la macchina, ho detto. Voglio morire col respiratore attaccato».

LA MOGLIE. Altre volte, affidandosi a una lavagnetta, ha detto il contrario. Maddalena, che lo chiama per cognome (Nuvo’) come quando erano fidanzati, racconta di un umore che inevitabilmente oscilla in un senso e nell’altro durante giornate drammaticamente uguali, immerse in un silenzio irreale rotto ogni tanto dal bip del respiratore.

LA FELICITÀ. Giovanni è contento che siano arrivate visite, soddisfatto di trovarsi davanti al taccuino dei giornalisti e vorrebbe mostrare subito che ha familiarizzato col sintetizzatore. Lo accende (con gli occhi), sceglie il programma (con gli occhi), seleziona il tipo di scrittura (con gli occhi) e s’arrabbia perché la macchina procede con eccessiva lentezza. Si rasserena quando sente la vocina d’aeroporto che conferma: sei collegato. Quindici minuti di domande lo svuotano. Il box è un forno, le coperte pesanti e nessuna, assolutamente nessuna, possibilità di muoversi.

IL SALUTO. Alla fine, quando crede di aver chiarito in via definitiva il suo pensiero, precisa che non gli hanno ancora parlato di dimissioni. «Io aspetto». Poi chiede di salutare: «Grazie e buon pomeriggio». Non è pomeriggio, è sera inoltrata ma questo Giovanni non può saperlo. La bocca si muove impercettibilmente per un sorriso che potrebbe essere una smorfia di dolore. Adesso ha cinquantatre anni. Ne aveva quasi dieci di meno quando sono arrivati i primi, indecifrabili, sintomi: spossatezza. Qualche settimana più tardi, un altro piccolo infortunio: inizia a capitargli spesso di inciampare.

LA MALATTIA. Sembrava una banalità: la diagnosi lo ha fulminato. Dal 2003 non riesce più a muoversi, paralisi in forma progressiva e inarrestabile. Quando stava ancora a casa, s’era fatto piazzare il letto in posizione strategica: voleva poter vedere Maddalena e i due figli a tavola. «Gli sembrava di pranzare con noi». Adesso è un cencio che la medicina non può in alcun modo aiutare. Tanto vale, dunque, lasciarsi andare ai ricordi e ripassare la vita, quella vera, sulla lavagnetta e sul sintetizzatore. «Nuvo’, ti ricordi quella volta?...». Dicono i medici che il problema del peso è irrilevante («potremmo farlo ingrassare rapidamente»). Il primario spiega che la strada è senza uscita «ma io sono contrario all’eutanasia passiva e a quella attiva». Scarabocchia su un foglietto: in tal data ha accettato la terapia con l’eparina, in tal data trasfusioni di sangue per arginare un’emorragia intestinale. «Vi sembra uno che vuole morire?»

INNO ALLA VITA. Se lo sentisse, Giovanni riuscirebbe a sorridere, a ironizzare su quello che sembra un inno alla vita e invece è soltanto attesa. Attesa serena in una casa di campagna, finestra sul giardino. Senza un anestesista buono e civile che tenti, in nome della pietà collettiva, di accelerare le sentenze di Dio.

La decima Musa

Nell’Esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis Benedetto XVI ha elencato diversi “consigli”: il rispetto del riposo domenicale e il recupero del senso del peccato, la non somministrazione di sacramenti ai divorziati risposati (“una vera piaga”), la reintroduzione nella messa del latino.
Se si fosse limitato a questi richiami, da cattolico a cattolico, non ci sarebbe nulla da obiettare.
Però così non è stato. Benedetto XVI ha infatti esortato i politici e i legislatori cattolici a non votare leggi “contro natura” e a sostenere “valori fondamentali come il rispetto e la difesa della vita umana e della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio” (tra un uomo e una donna, beninteso).
Oltre alla possibile noncuranza verso la laicità dello Stato, altre questioni complicano la richiesta di Joseph Ratzinger. Il richiamo alla natura è estremamente difficile da seguire, pur volendolo: che cos’è naturale, e che cosa non lo è? La risposta non può che dipendere dalla nostra definizione di natura umana, e quindi sarà una risposta non coincidente con la Verità, ma con una convenzione storicamente determinata, e mutevole: proprio come il concetto di famiglia. A meno che non si assuma la visione di Ratzinger come la Verità. Ma perché, per rimanere in tema, non quella di una religione diversa dal cattolicesimo?
E poi: quante sono le inclinazioni naturali che siamo chiamati a contrastare? Lo stesso catechismo impone il celibato e la castità ai preti: è forse naturale? È naturale sottoporsi a regole rigide?
La natura è una guida incerta ed erronea della morale; figuriamoci delle leggi di Stato.

(Oggi su E Polis con il titolo Ma la natura non è la Musa di chi legifera.)

mercoledì 14 marzo 2007

Contraddizioni divine

Francesco D’Agostino, Dopo Voltaire, anche Pascal sicuro di aver scritto bene, Avvenire, 13 marzo 2007:

Il cattolico è infatti chiamato a tenere insieme dimensioni (formalmente) contraddittorie, così come è (ma solo formalmente) contraddittoria l’idea che Dio possa farsi uomo: per il cattolico è indispensabile, per capire il mondo, coniugare libertà e ubbidienza, peccato e grazia, tempo ed eternità, Stato e Chiesa, impegno per il mondo e fuga da esso, ragione e fede, matrimonio e celibato e (perché non dirlo? Mai tema è stato così di moda come è oggi questo) uomo e donna.
Stiamo più tranquilli venendo rassicurati del fatto che le contraddizioni siano solo formali. Non fa una piega, infatti, che Dio si faccia uomo, e poi anche Spirito Santo e poi risorga (con tutto il corpo). Per non parlare della immacolata concezione o dei rapporti tra i Tre (non l’ho mai capiti io).
Ebbene, da ora possiamo dormire sonni tranquilli: le contraddizioni sono solo formali e chi invoca la laicità rifiuta la complessità (o l’assurdità?) e impoverisce la molteplicità del reale.

martedì 13 marzo 2007

Se ti droghi non vale

Scuola, provocazione shock di Amato. “Antidoping dopo le interrogazioni”, la Repubblica, 12 marzo 2007:

Noi oggi facciamo l’antidoping solo agli atleti. Perché non prevedere un uso più ampio di questo controllo e renderlo più sistematico, ad esempio all’uscita delle discoteche e a scuola?
[…]
Bisogna pensare anche a cose del genere, anche se può apparire una cosa un po’ idiota (1).
[…]
Cose del genere, però, meritano di essere prese in considerazione. E poi, magari sostituite da altre (2).
[…]
Per gli studenti, immagina il ministro, potrebbero diventare obbligatori test anti-doping tra i banchi. I ragazzi potrebbero dover sottoporsi alle analisi “ad, esempio, dopo le interrogazioni” (3). Forse in caso di prestazioni “sospette” (4). E se lo studente dovesse risultare positivo, spiega Amato, dovrebbe scontarne le conseguenze. “Perderebbe punti. E chiaramente l’interrogazione non sarebbe valida” (5).
(1) Lo ha detto lui (nessuno si permetterebbe).
(2) Provare subito le altre senza passare dal via?
(3) A una condizione: che la misura valga anche per le interrogazioni parlamentari.
(4) Sospette? I secchioni saranno sospettati di essere dei fattoni?
(5) Ci si sarebbe aspettati una ramanzina, non soltanto l’invalidazione della prestazione intellettuale...

Ah, la natura umana!

«Cattolici, non votate leggi contro natura», Il Corriere della Sera, 13 marzo 2007:

«Politici e legislatori cattolici consapevoli della loro grave responsabilità sociale» non devono votare leggi che vanno contro «la natura umana». Il Papa nell’Esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis richiama i cattolici alla coerenza anche in Parlamento, chiedendo di sostenere «valori fondamentali come il rispetto e la difesa della vita umana», della «famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna». «Valori non negoziabili».

«Matrimonio e famiglia sono istituzioni che devono essere promosse e difese da ogni possibile equivoco sulla loro verità, perchè ogni danno arrecato ad esse è una ferita alla convivenza umana come tale» scrive il Papa. E sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto dice: «Troppo grande è il bene che la Chiesa e l’intera società s’attendono dal matrimonio e dalla famiglia per non impegnarsi a fondo in questo ambito pastorale».
Più corretto sarebbe dire “per opporsi a una regolamentazione giuridica” piuttosto che “per non impegnarsi a fondo in questo ambito pastorale”. Che si impegnino pure nell’ambito pastorale (?), nessuno vuole osare impedire loro di impegnarsi nell’ambito pastorale (che poi è il loro).
E poi c’è sempre quella vecchia storia che il bene imposto ha qualcosa che non convince (“lo faccio per il tuo bene!” “sì, ma che ne sai tu qual è il mio bene” oppure “sì, ma chi te l’ha chiesto?”).
Anche capire cosa sia una legge contro natura non è così agevole (e in sottofondo c’è anche la questione di come una legge sulle unioni di fatto possa essere irrispettosa dei valori fondamentali, ma forse questo è un mistero della fede e come tale insondabile e blasfemo mettere in dubbio): che diavolo sarebbe ’sta natura umana? E non è più innaturale la castità di una convivenza senza il sacro vincolo del matrimonio?

Ho deciso di non commentare, per prudenza e buon cuore, l’affermazione della
necessità, da parte dei cattolici che ricoprono ruoli pubblici, di dare «pubblica testimonianza della propria fede»
ma credo che abbia qualcosa a che vedere con la laicità dello Stato e con il fatto che le proprie credenze religiose dovrebbero essere una questione personale.

Tradotti in italiano i Principes de Politique di Benjamin Constant

Un libro non pubblicato somiglia ad una dichiarazione d’amore non pronunciata. Una passione taciuta ma possente, che una volta conosciuta cambia le storie raccontate nella sua ignoranza.
I Principes de Politique di Benjamin Constant sono stati pubblicati per la prima volta nel 1980, a quasi 2 secoli dalla loro composizione, e hanno provocato la reinterpretazione del pensiero di Constant, nonché di tutto il pensiero liberale e di quello politico in generale: l’anello mancante tra Lo Spirito delle Leggi e la Democrazia in America, come Stefano De Luca intitola una paragrafo dell’introduzione alla traduzione italiana (Benjamin Constant, Principi di politica applicabili a tutte le forme di governo, a cura di Stefano De Luca, 2007, Rubbettino).
Compiuti nel 1806 i Principes hanno avuto una gestazione decennale. Anni che seguono la Rivoluzione francese e il Terrore e che si dipanano tra il Direttorio, il colpo di Stato di brumaio e la definitiva ascesa di Napoleone, ovvero la frustrazione di qualsiasi anelito liberale. Frustrazione anche personale, dal momento che nel 1802 Constant è estromesso dal Tribunato.
In questo clima politico e personale asfittico nasce in Constant l’idea di un grande trattato come strumento di rinnovamento per la teoria politica settecentesca travolta dagli eventi storici. Ed è in questo clima che Constant da strenuo difensore della repubblica come unica forma di governo matura una indifferenza per i “mezzi” per insistere sui “principi”. La natura di uno Stato dipende dai principi adottati, e non dalla forma di governo.
Troppo complessa l’opera di Constant per offrirne un resoconto. Tuttavia è possibile individuare il cuore della sua filosofia politica nella trattazione della sovranità popolare e nella difesa appassionata delle libertà individuali. In opposizione netta con Jean Jacques Rousseau, secondo Constant non è sufficiente indicare la fonte del potere per essere al riparo da eventuali abusi. Anche in presenza di una sovranità fondata sul consenso (condizione necessaria ma non sufficiente) ci si può trovare di fronte ad uno Stato dispotico, avverte Constant. E se è innegabile che “nessun gruppo o nessuna associazione parziale può arrogarsi la sovranità a meno che non gli sia stata delegata” è necessario affermare che “da ciò non segue che la totalità dei cittadini, o coloro che da questa sono investiti dell’esercizio della sovranità, possa disporre in maniera sovrana dell’esistenza degli individui”.
Il potere illimitato è tirannico chiunque ne sia il detentore: un monarca, un capo di Stato, il popolo intero. Bisogna tracciare un confine che il potere non può varcare: i diritti individuali inviolabili. È questo a trasformare un sentimento per la libertà in una vera e propria teoria liberale.
La tirannia della maggioranza non è meno orribile della tirannia di uno o di pochi: gli esempi del ventesimo secolo e la riflessione tocquevilliana ci hanno abituato a stare in guardia. Una strada che Constant ha precocemente intrapreso.

(Pubblicato oggi su E Polis con il titolo L’anello mancante dei diritti.)

lunedì 12 marzo 2007

?

Luca Volonté, «Il governo potrebbe cadere», Il Tempo, 11 marzo 2007:

Sono in piazza per interesse personale. Una norma improbabile contraria al principio di uguaglianza e alla libertà personale, opposta alla Costituzione. Fassino non ci va ma è molto presente a parole. Prometti privilegi irrinunciabili e non è una grande novità per l’attuale sinistra, ormai soltanto libertaria e radicale. Squatter antiamericani giacobini anticattolici, scientisti antinaturali tutti uniti dall’ideologia di costruire una nuova umanità, androgina oppure omosex che sia.
(Che ha detto?)

Riscaldamento globale: risposte agli scettici

Su Gristmill Coby Beck ha raccolto una serie di risposte agli argomenti più comuni avanzati da chi nega la realtà del riscaldamento globale o della sua origine antropica («How to Talk to a Climate Skeptic»). Utile, anche se può rivelarsi necessario ricorrere di tanto in tanto al più solido (ma anche più impegnativo) RealClimate.

I frutti della legge 40

Ieri su Repubblica (Maria Cristina Carratù e Maria Novella De Luca, «Bimbi in provetta, crollano le gravidanze tornano le scorte di embrioni congelati», 11 marzo 2007, p. 14):

il panorama della situazione arriva dalle statistiche fornite dai maggiori centri italiani, che coprono il 20% del totale di tutti i trattamenti effettuati nel nostro paese. I dati sono stati presentati ieri a Milano da Enrico Ferrazzi, direttore della Fondazione Cure, nel corso del convegno su “Riproduzione assisita: obiettivo per la vita”.
Ecco il bilancio: nelle coppie con infertilità maschile, il numero di gravidanze portate a termine con successo si è ridotto dal 35,7 al 23,5% (circa il 10% in meno sul totale). Nelle gravidanze in generale, il divieto di impiantare più di tre ovociti ha causato, per le donne con più di 35 anni, una riduzione del numero di gravidanze del 5-10%. Nelle donne sotto i 28 anni, il divieto di congelare gli embrioni ha costretto gli operatori, per avere più garanzie di successo, a impiantare insieme i tre consentiti dalla legge. Questo ha incrementato i parti gemellari dal 14 al 22% e i parti trigemellari dal 2 all’11%. Globalmente poi il rischio di aborto è aumentato del 5-6%.
Sarebbe interessante sapere se l’incremento dei nati grazie alla procreazione assistita, vantato dagli integralisti fino a poco tempo fa come conseguenza della legge 40/2004, sia stato dovuto in realtà all’aumento dei parti plurimi. Per avere un quadro chiaro bisognerà comunque aspettare la relazione al Parlamento del ministro della sanità, prevista entro giugno di quest’anno.

domenica 11 marzo 2007

Trovatelli

Un indiano ha in braccio due piccoli orsi trovati in un parco di Srinagar (Kashmir).

La deriva eugenetica

Francis Fukuyama, l’autore de La fine della Storia, ha proposto la creazione di un’agenzia governativa che dovrebbe regolare tutte le materie connesse con la procreazione medicalmente assistita, dalla fecondazione in vitro alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, e dalla clonazione all’ingegneria genetica; il tutto, secondo le note propensioni di Fukuyama, in chiave prevalentemente proibizionistica.
Ampiamente condivisibile il commento di Ronald Bailey («Medievalizing Biotech Regulation», Reason, 9 marzo 2007):

Alla fine, l’agenzia sarebbe in larga parte solo il mezzo con cui Fukuyama imporrebbe le proprie scelte morali alle altre persone. Ciò che Fukuyama sta proponendo è un passo indietro, verso i brutti tempi in cui degli estranei decidevano che tipo di bambini sarebbe stato concesso ai loro concittadini di mettere al mondo. Una burocrazia governativa, e non i genitori, prenderebbe decisioni eugenetiche. Come ci mostra la triste storia dei tentativi di regolare la riproduzione umana, la cosa veramente morale da fare è resistere con tutte le forze a questa proposta.

sabato 10 marzo 2007

10 ragioni per dire no al matrimonio tra omosessuali

L’estinto le riprende da Sir Percy Blakeney, che le ha tratte da Queerblog, che le ha tradotte e adattate da Craigslist:

  1. Essere gay non è naturale. I veri italiani rifiutano ciò che è innaturale, come gli occhiali, le scarpe, il poliestere e l’aria condizionata.
  2. Il matrimonio gay spingerà le persone a essere gay, allo stesso modo in cui far andare in giro persone alte vi fa diventare alti.
  3. Legalizzare il matrimonio gay aprirà la strada a ogni tipo di stile di vita folle. Le persone vorranno sposare i propri animali domestici, perché ovviamente un cane ha una personalità giuridica e i diritti civili per sposarsi.
  4. Il matrimonio eterosessuale esiste da moltissimo tempo e non è mai cambiato minimamente; le donne sono ancora una proprietà del marito, le nozze sono decise dai genitori, il padre ha diritto di vita e di morte sui figli, i neri non posso sposare i bianchi e il divorzio non esiste.
  5. Il matrimonio eterosessuale perderà valore se sarà permesso anche ai gay di sposarsi. La santità dei sette matrimoni di Liz Taylor verrebbe distrutta.
  6. I matrimoni eterosessuali sono validi perché sono fertili e producono figli. Le coppie gay, quelle sterili e le persone anziane non devono potersi sposare, perché i nostri orfanotrofi sono vuoti e il mondo ha bisogno di più bambini.
  7. Ovviamente i genitori gay tirerebbero su figli gay, proprio come da genitori eterosessuali nascono soltanto figli eterosessuali.
  8. Il matrimonio gay è vietato dalla religione. Dunque in una teocrazia come la nostra i valori di una religione devono essere imposti all’intera nazione. Ecco perché in Italia c’è una sola religione e tutti i bambini devono essere battezzati alla nascita.
  9. I bambini non saranno mai sereni ed equilibrati senza un modello maschile uno femminile a casa. Per questo nella nostra società quando un genitore è da solo, o perché è vedovo o perché è stato lasciato, gli vengono tolti anche i figli.
  10. Il matrimonio gay cambierà i fondamenti della nostra società e noi non potremmo mai adattarci alle nuove norme sociali. Proprio come non ci siamo mai adattati alle automobili, al lavoro in fabbrica e all’allungamento della vita media.

venerdì 9 marzo 2007

«Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno»

La prossima approvazione della legge portoghese sull’aborto, che fa seguito al referendum in cui il quorum è stato mancato ma in cui i Sì hanno prevalso, sta provocando strane reazioni nelle file cattoliche. In un commento a un nostro post, Eraldo Ciangherotti (del Centro Aiuto alla Vita Ingauno) così scrive:

Ma la cosa incredibile e contradditoria in tutta questa pagina politica del Portogallo è che, nonostante l’esito referendario sia nullo per la prevalente astensione del popolo portoghese, il fronte del “si”, tutto concentrato praticamente nella Maggioranza al Governo, legge, nel 25% complessivo a favore della modifica della legge, il chiaro segnale politico per cambiare una legge sull’aborto tra le più severe, in merito alla difesa della vita prenatale, e come un trattore passa sopra a tutto e a tutti, anche sopra alla volontà della maggioranza della gente (ben il 75%) che ha detto chiaramente di no o probabilmente ha deciso di non andare a votare non solo per questioni semplicemente meteorologiche, per proporre nonostante tutto una modifica della legge in materia di aborto per liberalizzare la pratica di interruzione volontaria di gravidanza.
Un blogger integralista filoclericale afferma a sua volta (VFiore, «E così via interpretando», From Being to Becoming, 9 marzo):
Il Portogallo depenalizza l’aborto. Da notare tre cose: prima e ovvia, la legge è stata votata dai soliti noti sociocomunisti e verdi; seconda, l’aborto era legale anche prima, sotto condizioni più restrittive; terza e sconcia, il referendum sulla legalizzazione era stato bocciato non avendo raggiunto il quorum (il 25% dei portoghesi aveva votato sì, circa il 20% no, il resto non aveva votato). Alla faccia della volontà popolare e della sua interpretazione politica.
Ora, in Portogallo alla vigilia del referendum, il governo (che aveva organizzato la consultazione) aveva dichiarato espressamente che avrebbe considerato il voto come un’indicazione a cui attenersi in sede legislativa. A questo punto, visto che si andava alla conta dei Sì contro i No, cosa avrebbe dovuto fare un antiabortista dotato di una pur minima dose di razionalità? Ovviamente, avrebbe dovuto votare No; e infatti la Chiesa locale, dopo aver inizialmente considerato la possibilità di indicare l’astensione, aveva dato proprio questa indicazione di voto («Iglesia en Portugal se moviliza por el “No” a despenalización del aborto», Aciprensa, 10 gennaio 2007).
Ma Ciangherotti e VFiore non l’intendono, e continuano contro la più banale evidenza ad attribuire agli astenuti un’intenzione contraria. Sono vittime della loro stessa propaganda – cioè della propaganda cattolica che al tempo dei referendum sulla legge 40/2004 aveva usato lo stesso argomento. Sostenere che il 75% degli Italiani fosse a favore della legge 40 era naturalmente falso, ma almeno allora qualcuno aveva invitato all’astensione e pretendeva che tutti gli astenuti avessero seguito il suo consiglio; sostenere che il 75% dei Portoghesi sia contrario all’aborto è invece, oltre che falso, anche ridicolo: chi era contro l’aborto ha invitato a votare No, non ad astenersi. E per una delle regole democratiche più elementari, chi si astiene lascia che a decidere siano gli altri.

L’interruttore della vita 2

Il mio precedente post L’interruttore della vita ha ricevuto un commento di Eraldo Ciangherotti:

Chiamo il feto “bimbo non ancora nato” perché tale è; apprendo da Lei con vivo interesse che anche in America ci sia una simile sensibilità, come vede non si smette mai di imparare, ma ciò non toglie che la mia scelta lessicale sia appropriata e dimostrata da un dato scientifico: quel feto non è ancora nato ma potrebbe nascere prematuro rispetto ai nove mesi (si veda la nascita di Amillia Sonya Taylor a 21 settimane di gestazione) e quindi quel feto è degno di essere chiamato al di là degli aspetti emotivi, un bimbo non ancora nato, nel senso, ben si intende, che nascerà.
Se con “bimbo non nato” vuole intendere che (a certe condizioni) il feto diventerà un bambino siamo d’accordo. Ma, temo, che il nostro accordo si sciolga come neve al sole chiarendo il diverso significato che usiamo.
Io intendo “bimbo non nato” allo stesso modo di “girino non (ancora) rana”. Da questo non ritengo si possa inferire che oggi quel girino sia già una rana (l’essere dentro o fuori dall’utero materno non è un dato moralmente rilevante). In ogni modo è utile ricordare che le definizioni concepito, embrione, feto o bambino sono convenzioni linguistiche. Che certo si basano sull’embriologia e che rispondono a una concezione filosofica (così come adolescente, ragazzo, maggiorenne, adulto, vecchio). Riguardo alle decisioni di inizio e di fine vita la distinzione fondamentale è tra “persone” e “esseri umani” (qui intendo: “non persone”). Le possibilità sono due:

1. che gli esseri umani siano sempre anche persone;
2. che gli esseri umani non siano sempre anche persone (e qui entrano in ballo i criteri per individuare l’emergenza o il dissolvimento dell’essere persona).

Su Amillia Sonya Taylor (nonché sul recente caso di aborto che lei stesso nomina in chiusura di questo commento e che D. mi ha invitato a trattare) tornerò presto con una riflessione specifica. Abbia la pazienza di rimandare la mia risposta ad allora.
Quanto alla differenza tra la vita biologica e quella personale la sua tesi quanto la mia possono essere attaccate e controbattute, noi preferiamo lasciare l’ultima parola alla coscienza della Ragione per arrivare alla verità, senza falsi pregiudizi ideologici.
Il significato di “lasciare l’ultima parola alla coscienza della Ragione per arrivare alla verità, senza falsi pregiudizi ideologici” non mi è chiaro. Se quello che intende dire è che in ultima analisi dovrebbero essere le singole coscienze a decidere siamo perfettamente d’accordo. Le ricordo però che sostenere che la vita personale abbia inizio all’incontro tra i gameti non lascia spazio alcuno alle singole coscienze! Perché se all’organismo che si forma con l’incontro di un ovocita e di uno spermatozoo si attribuiscono i diritti di cui godiamo io e lei (e tutti quelli che sono indubitabilmente persone) allora le conseguenze sono nitide. E spesso molto drammatiche (solo per farle un esempio riferendomi ancora alla Unborn Victims Violence Act: una donna che durante la gravidanza fumava crack ha partorito un neonato morto. Nonostante nessun medico abbia potuto dimostrare la connessione tra l’assunzione di crack e la morte (lei sa meglio di me quanto sia spesso difficile accertare la causa della morte di un feto agli ultimi stadi di una gravidanza) la donna è stata condannata a 12 anni di reclusione per omicidio. Omicidio. E molte donne, nonostante i loro bimbi siano nati e godano di perfetta salute, hanno subito processi per abuso e maltrattamento infantile, nonché per spaccio di sostanze stupefacenti. La strada per la criminalizzazione di molti comportamenti delle donne durante la gravidanza è pericolosa. Soprattutto se lo strumento usato è una legge. Questo non significa che durante la gravidanza non sia consigliabile e preferibile un comportamento prudente: ma criminalizzare la gravidanza è qualcosa di molto diverso).
La legge n°194/78 è il trionfo della donna, non certo dell’uomo o della coppia, e di questo me ne dispiaccio perché ho sempre apprezzato nell’altro sesso tante qualità tra le quali il dono assoluto, e non relativo, della maternità come una prerogativa squisitamente femminile! Ogni volta che viene attaccata l’applicazione di questa legge, la prima voce che “esce dal silenzio” è quella certa “femminista” che dopo il ‘68 ha cominciato la sua battaglia per la “libertà” attraverso l’aborto legalizzato. Vada a rileggersi tutti i fascicoli inerenti la presentazione del disegno legge del 1978 e troverà che questa goliardica visione dell’“utero è mio e lo gestisco io” ha trovato ampia applicazione nella legalizzazione dell’aborto. Quanto ai numeri di aborti praticati in clandestinità, al nostro Convegno nella 29a Giornata per la Vita, è stato ampiamente dimostrato quanto i dati all’epoca inerenti le statistiche fossero falsificati e falsati in maniera inaccettabile oggi, quasi da farci convincere che gli Italiani si siano lasciati motivare nella scelta referendaria dai tanti zeri incolonnati, come fossero il temibile spauracchio della finanziaria di governo; se non crede a me, si metta in contatto con il Giudice Pino Morandini, che ha tenuto il suo discorso su questo argomento in maniera schietta e senza controbattute da nessuno in sala.
Non sarò io a parlare in nome di chi ha fatto battaglie al grido “l’utero è mio”. Posso soltanto ribadire che la possibilità legale di fare ricorso all’interruzione di gravidanza è legittima e moralmente ineccepibile. Foss’anche la 194, poi, stata sostenuta per proteggere 1 sola donna finita a provocarsi un aborto. Quanto alla eventuale manipolazione di dati: lei dice che le relazioni annuali dell’Istituto Superiore di Sanità riportano dati sballati?
Leggerò senz’altro le sue indicazioni ed eventualmente le risponderò.
Ci tengo a segnalarle un dato: “la Fondazione “International Planned Parenthood” ha resto pubblico il proprio studio che stima in 19 milioni le donne e ragazze al mondo che rischieranno quest’anno un aborto non sicuro e in più di 70.000 il numero di coloro che moriranno di tali aborti” (Fonte: Reuters, 6 febbraio 2006). Ma forse hanno falsato anche loro questi numeri. Chissà.
Tuttavia ci tengo ad anticipare e a chiarire una possibile obiezione: non è il fatto che esistono aborti clandestini (e tutte le terribili conseguenze) che rende la possibilità di interrompere una gravidanza moralmente ammissibile. Questo elemento è un dato aggiuntivo (altrimenti potremmo spostare il ragionamento ai furti e dire: dal momento che i furti esistono (e magari hanno pure conseguenze sgradevoli per il ladri) allora legalizziamo i furti!).
Quanto al “Coscione” voglio ben augurarmi sempre per l’autorità che il sito Le accredita, che Lei sappia andare oltre un errore di scrittura tra una “e” ed una “i” e Le auguro che davvero il termine coscione, che Lei mi accredita e sicuramente ad onore della mia performance atletica, non sia anche un po’ “suo” per ragioni plastiche; a tal proposito Le basti questo per comprendere che la mia stima per l’Associazione Coscioni si esaurisce nel rispetto per la morte di Luca come essere umano e non certo per le irragionevoli posizioni su cui dice di battersi tutto lo staff ad esso legato. Peraltro, a tal ragione, Le invio il mio articolo pubblicato su un autorevole giornale a titolo “Le nuove pompe funebri del terzo millennio”, per completarLe il quadro del mio giudizio.
“Ragioni plastiche”? Il “Coscione” era un po’ una burla (e le mie di cosce non c’entrano davvero nulla). Io credo che le battaglie che sono state di Luca Coscioni hanno poco di irragionevole. Quanto al suo intervento Quel marketing con obiettivo la morte (leggibile nel commento), se dovessi rispondere a tutti gli spunti non mi basterebbe l’intero finesettimana, e domani vado alla manifestazione a piazza Farnese. Perciò mi limito a qualche riflessione (lungi dall’essere una arringa difensiva di Maria Antonietta Coscioni che non credo ne abbia bisogno).
Il “protocollo d’uscita” non è una imposizione. La volontà della persona e del paziente è inviolabile. E come tale anche quando chiede qualcosa di tanto drammatico come di morire. O lei è d’accordo nell’imporre a qualcuno di vivere nonostante non voglia più?
Luca Coscioni ha rifiutato la trachetomia: rifiuto legittimo e protetto dalla Costituzione. Ognuno di noi ha la possibilità di rifiutare qualsiasi trattamento medico anche se questo rifiuto comporta la morte.
Mario Riccio ha rispettato la volontà di Welby, al contrario di quanti si sono barricati sulla sacralità della vita.
Le ricordo che l’Associazione Coscioni si batte da tempo per garantire ai malati la migliore assistenza possibile, il diritto di voto ai disabili, le tecnologie per migliorare la loro esistenza devastata da malattie terribili, l’assistenza domiciliare, le cure palliative. E si batte anche per il totale rispetto delle loro volontà.
Soffocando la libertà non si offende la vita che tanto difende? In uno scambio acceso tra il protagonista di Mare Dentro e il prete che sostiene “La libertà che elimina la vita non è libertà”, Ramòn risponde “E la vita che elimina la libertà non è vita”.
La conclusione naturale sarebbe già arrivata per i tanti malati in assenza delle tecnologie che li tengono in vita: perciò non ha molto senso invocare la “morte naturale”. Nel rispetto della vita è incluso il rispetto per la volontà oppure no?

Dall’embrione alla morte cerebrale

Sul tema dello statuto dell’embrione – e più in particolare dello «statuto giuridico dell’embrione umano artificialmente formato all’esterno dell’utero materno» – è intervenuto ieri Ismael («Di embrioni ed espiantati», 8 marzo 2007):

Una tesi molto in voga presso i socialisti è quella secondo cui il diritto alla vita riguarderebbe la persona, non il semplice “individuo di specie umana”. Di solito tale linea assertiva prosegue rammentando che, una volta accertata la morte cerebrale di un paziente, è possibile espiantarne gli organi senza che ad alcuno passi per la mente di gridare all’omicidio.
Regge? Mica tanto. Il paragone è incongruo, giacché mette in predicato due termini disomogenei su almeno tre possibili piani di confronto. Quello gnoseologico: prendere atto di un avvenuto decesso – la medicina, a tal proposito, insegna che la morte cerebrale decreta la fine della vita – non equivale certo a procurare deliberatamente il trapasso di qualcuno, come l’etica conservativa ritiene avvenga con la distruzione di embrioni a scopo di ricerca.
Lasciamo perdere l’accenno incongruo ai «socialisti» (vedremo comunque più avanti quanto sia fondato in questo caso), e passiamo a esaminare le tre obiezioni.
In che senso «la morte cerebrale decreta la fine della vita»? La stranezza del predicato («decreta») è una chiara spia di forzatura e di commistione dei piani: casomai è la legge a decretare la fine della vita facendo ricorso alla morte cerebrale (in Italia la legge 578/1994, art. 1: «La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo»). Compiendo comunque uno sforzo interpretativo, se prendiamo «decreta la fine della vita» nel senso di «annuncia la fine vicina e ineluttabile della vita», ci troviamo di fronte al paradosso di dichiarare morto uno che ancora non lo è, ma che lo sarà solo tra «poco»; un «poco» che il progresso tecnico tende oltretutto a dilatare sempre di più: siamo arrivati di recente a una donna in stato di gravidanza dichiarata in morte cerebrale e tenuta in vita artificialmente per ben 25 giorni (João P. Souza et al., «The prolongation of somatic support in a pregnant woman with brain-death: a case report», Reproductive Health 3, 2006; un caso del tutto analogo si è verificato in Italia l’anno scorso), e si trovano in letteratura casi di sopravvivenza protratta per molti mesi (Alan D. Shewmon, «Chronic “brain death”: meta-analysis and conceptual consequences», Neurology 51, 1998, pp. 1538-45); addirittura, sarebbe stato osservato un paziente clinicamente in morte cerebrale sopravvissuto per anni col solo ausilio di un respiratore (ibidem)!
Se invece interpretiamo più liberamente la frase «decreta la fine della vita» nel senso di «segna la fine della vita», dovremmo chiedere a Ismael perché proprio nella morte del cervello si debba identificare la morte dell’individuo, e non nella morte di un qualsiasi altro organo; e la risposta, credo, non potrebbe che essere «perché il cervello è la sede della personalità», è cioè il supporto materiale diretto della mente: che è appunto la posizione di chi – come gli autori di Bioetica – si rifiuta di ridurre la vita personale al bruto fatto biologico.
Ismael prosegue poi con l’analisi di un altro «piano di confronto»:
Quello ontologico: per congruità di confronto, un embrione vitale andrebbe casomai paragonato a un soggetto sano, mentre è l’embrione sicuramente “defunto” per raggiunti limiti temporali di crioconservazione a corrispondere al morto cerebrale – e, quindi, a mettere a disposizione le sue masse cellulari interne similmente a organi da espiantare.
La congruità di confronto non è certo un assoluto, ma dipende in realtà da cosa si vuole dimostrare. Qual è l’argomento di chi invoca il parallelo tra morte cerebrale e vita embrionale? Un individuo morto cerebralmente è indubbiamente un essere umano, nel senso di appartenente alla specie Homo sapiens; quali che siano le convenzioni giuridiche, è altrettanto chiaramente biologicamente vivo: la stragrande maggioranza delle sue cellule è viva, il suo cuore pulsa (per quanto aiutato da una macchina), il sangue scorre, i prodotti del metabolismo si accumulano, etc. Allo stesso tempo, non è più una persona: il cervello è distrutto, e non può più sostenere la coscienza. Questo individuo si trova insomma nella medesima condizione di un embrione: un essere umano biologicamente vivo, ma privo della dimensione personale; che nel primo caso si tratti di una condizione patologica e nel secondo no è del tutto irrilevante ai nostri fini.
Si dimostra in questo modo che è del tutto concepibile una separazione tra il concetto di persona e quello di essere umano (separazione che comporta anche un diverso trattamento giuridico), e che chi sostiene il contrario ma continua ad ammettere l’espianto di organi da un essere umano clinicamente morto incorre in una gravissima contraddizione. Sostenere invece che il paragone corretto è con l’embrione defunto significa presupporre che l’embrione sano è una persona: ma questo è ciò che dobbiamo dimostrare, e non possiamo usarlo come premessa, se non vogliamo incorrere in una petizione di principio.
Quello immanente: l’individualità non arreca coercizione a una persona sana, tutt’altro, mentre per un embrione isolato in laboratorio terzietà significa automaticamente cattività.
Qui purtroppo, indubbiamente per miei limiti personali, non riesco a capire assolutamente cosa voglia dire Ismael; non posso quindi rispondere – anche se tenderei ad escludere di aver mai pensato che «l’individualità arrechi coercizione a una persona sana» (qualunque cosa significhino queste parole).
L’equivoco retorico appena descritto si gioca tutto sulla distinzione tra l’individuo e un animale mitico: la persona, vale a dire il soggetto di una rete relazionale più o meno complessa (se solo sapeste chi sto citando!). E i sistemi ideologici basati sulla persona – meglio: che subordinano l’attribuzione dei diritti essenziali alla sussistenza di relazioni a vario titolo comunitarie –, più che “liberalismi taroccati”, sono autentici socialismi.
Qui purtroppo il nostro autore sembra credere che esista una sola definizione di «persona»; ma non è così, e non è certo quella citata da Ismael la definizione prevalente tra chi ritiene che i diritti vadano assegnati alle persone e non agli esseri viventi dotati di DNA umano. Si consideri questa definizione:
Per determinare in che cosa consista l’identità personale, dobbiamo considerare cosa significhi «persona»; che è, a mio parere, un essere intelligente e pensante, dotato di ragione e riflessione, e capace di considerare se stesso come sé, la stessa cosa che pensa, in tempi e luoghi differenti.
Nell’originale:
to find wherein personal identity consists, we must consider what person stands for; – which, I think, is a thinking intelligent being, that has reason and reflection, and can consider itself as itself, the same thinking thing, in different times and places [An Essay Concerning Human Understanding II,27,9].
Se solo sapesse Ismael chi sto citando! Di certo – come si vede – non uno che sottoscriveva la concezione relazionale della persona, e neppure un socialista (anche se di questi tempi ci sono alcuni – non sto alludendo al nostro amico blogger, sia chiaro – che sembrano convinti che chiunque sia vissuto prima di Murray Rothbard o di Ayn Rand sia per ciò stesso un pericoloso comunista, e che forse, al nome dell’autore della citazione che ho riportato, reagirebbero con uno sguardo perplesso, esclamando: «ma chi, il personaggio di Lost?»).
Posto che la demarcazione tra individuo e persona rimane scientificamente indeterminata, è proprio l’assenza di una frattura netta nella sequenza continua di trasformazioni che prende il via dall’unione dei gameti in avanti a suggerire un riconoscimento conservativo del diritto alla vita. La certezza dell’oggetto – l’essere umano – genera un nucleo di diritto minimo che il progressivo sviluppo del soggetto – la “persona” nelle sue molteplici accezioni di significato – accresce mediante l’attribuzione di ulteriori dispositivi giuridici.
In etica, ma anche nella tecnica, l’approccio conservativo permette di maneggiare l’indeterminazione nel modo più ragionevole: dopotutto, se non si conosce con esattezza la resistenza limite di un materiale da costruzione, il calcolo di una struttura che ne preveda l’utilizzo viene condotto adottando valori ammissibili cautelativi, no?
Sulla consistenza logica dell’argomento dell’assenza di fratture nette ha già detto quello che c’era da dire Chiara Lalli ieri; per parte mia vorrei considerare la questione dal punto di vista empirico, e cioè: siamo proprio sicuri che lo sviluppo embrionale e fetale di un essere umano sia un processo privo di soluzione di continuità? Eppure sono tante le fasi ben distinte di questo processo, tanti gli eventi unici e ben delimitati: non è forse vero che il cuore comincia a battere in un dato istante? Ci può essere il dubbio se ci troviamo di fronte a un’increspatura del muscolo o a una contrazione vera e propria, ma certo non ci troviamo di fronte a un processo continuo... Con la coscienza la situazione non è differente: la formazione di sinapsi e l’inizio dell’attività neuronale (segnalata dall’elettroencefalogramma) iniziano verso la 24ª settimana di gestazione; che l’emersione della coscienza sia collegata a questi eventi è un’interpretazione estremamente prudenziale dell’evidenza scientifica. La visione dello sviluppo embrionale come un processo privo di sbalzi e omogeneo sembra debitrice più all’antica visione dell’homunculus, il bambino completo ma minuscolo contenuto nello sperma paterno che nell’utero materno non faceva altro che crescere di dimensioni, che ai risultati della moderna indagine scientifica.

Quella misera promessa

Raffaele Carcano, Ultimissime di oggi, Perché è necessario essere presenti in piazza Farnese, domani:

La manifestazione che si svolgerà domani pomeriggio a Roma, in piazza Farnese, cade in un momento per nulla favorevole al riconoscimento delle unioni civili. Vi sono, infatti, almeno tre motivi di forte preoccupazione.
Innanzitutto, il governo sembra aver deciso di buttare a mare il suo stesso disegno di legge. Non dimentichiamo che Prodi si dimise proprio il giorno in cui doveva cominciare a discutere del progetto al Senato: e non dimentichiamo che i dodici punti del successivo accordo non contemplano alcun impegno in proposito da parte del governo. La stessa misera promessa contenuta nel programma elettorale dell’Unione sembra ora giudicata troppo impegnativa da una maggioranza palesemente in balia del voto determinante dei teodem.
Inoltre, il Vaticano ha già allarmato le sue truppe per organizzare un “Family Day” che, nelle intenzioni delle gerarchie ecclesiastiche, dovrebbe affossare definitivamente il provvedimento sotto la spinta di una fortissima partecipazione di piazza.
Infine, l’assenza di una forte associazione laica che abbia nei pacs il proprio unico obiettivo finisce per far gravare tutto il peso della campagna sulle spalle dell’associazionismo omosessuale, creando il rischio che l’opinione pubblica non la percepisca come una battaglia di laicità, ma come la mera rivendicazione di interessi di parte. E se questo avvenisse, anche il consenso che un provvedimento sulle unioni civili sembra raccogliere nel paese scemerebbe molto in fretta.
Per questo motivo è indispensabile che tutti i cittadini e le cittadine italiane che hanno a cuore le sorti della laicità siano presenti domani a Roma. Solo una massiccia partecipazione riuscirà a convincere una classe politica troppo poco europea a superare le proprie timidezze, chiarendo nel contempo alla Conferenza Episcopale Italiana che il sostegno ai pacs è diffuso nel paese. E solo una partecipazione ampia e articolata farà capire all’opinione pubblica che il riconoscimento dei diritti delle unioni civili è un provvedimento dovuto, che riguarda tutti. Un provvedimento all’insegna della laicità dello Stato, supremo principio costituzionale. Anche se molti (troppi) fanno finta di dimenticarsene.

Il Portogallo verso la legalizzazione dell’aborto

Portogallo verso il sì all’aborto dopo voto in Parlamento, Reuters Italia, 9 marzo 2007:

Il Parlamento portoghese ha approvato ieri sera a maggioranza una legge che legalizza l’aborto.
La via parlamentare per consentire l’aborto durante le prime 10 settimane di gravidanza è stata intrapresa dopo il fallimento di un referendum per mancanza di quorum, sebbene la maggioranza di coloro che andarono a votare si era espressa a favore dell’abrogazione del divieto.
La legge deve ora essere promulgata dal presidente Portogallo Anibal Cavaco Silva.
Una volta che la legge sarà entrata in vigore, il Portogallo, paese dalla radicata tradizione cattolica, entrerà a far parte della maggior parte dei paesi dell’Ue che consente l’aborto, ad eccezione di Malta, Irlanda e Polonia.

Tantum potuit religio...

«Stakes are raised in the battle to beat polio», New Scientist, n. 2594, 8 marzo 2007, p. 6:

Violence and misinformation are threatening the World Health Organization’s efforts to eradicate polio. Last month Abdul Ghani Khan, a senior Pakistani doctor, was killed by a remote-controlled bomb shortly after urging villagers to vaccinate their children. In Pakistan, Afghanistan and among Muslim communities in India, some local clerics have denounced vaccination as a pro-western plot to sterilise Muslims. The same rumours stopped vaccination in northern Nigeria in 2003, causing an international surge in polio cases.
In Pakistan, some clerics who command a loyal local following have even declared that preventing epidemics is contrary to Islamic law, and have described people infected with polio as “martyrs”. In response, senior Muslims in Pakistan have issued pro-vaccination fatwa decrees. Some mothers are reportedly getting children vaccinated secretly for fear of local reprisals.
Meeting in Geneva last week, the WHO and the four countries where polio is still circulating – India, Pakistan, Afghanistan and Nigeria – renewed their pledge to eradicate the disease. This will cost a projected $575 million, on top of the $5.3 billion already spent worldwide on eradicating polio (New Scientist, 27 January, p. 3).
“We are facing our best and perhaps our last chance to eradicate polio,” new WHO director-general Margaret Chan told the meeting. The meeting set no target for eradication, however – two previous deadlines, in 2000 and 2005, have been missed.

giovedì 8 marzo 2007

Ma il girino non è già una rana!

Massimo Zambelli risponde al mio post L’interruttore della vita con Eppur c’è notte.
A mia volta rispondo, almeno su alcuni punti fondamentali.

Una prima risposta mi fa dire che se non è possibile stabilire con l’ausilio di metodiche scientifiche l’inizio della vita umana, allora occorrerà affidarci alla convenzionalità di una decisione, presa, si spera, democraticamente. E quindi, se nel nostro Stato si è deciso che la vita umana comincia con la fecondazione, cioè con l’ingresso del gamete maschile nell’ovulo, tale è la verità da accettare. Punto, non si discute. La decisione è stata presa. La legge 40 ha definito il concepito un soggetto. Il referendum che voleva dimostrare che il popolo non era d’accordo ha fallito. Era un bluff. Il popolo non era lì frebbicitante a voler far cadere l’Orribile e Oscura Legge. Le pretese masse che avrebbero stabilito una nuova e legittima convenzionalità non si sono trovate. Erano latitanti. I sondaggi che strombazzavano i dati del 60% di adesione di favorevoli a eliminare la legge 40 si sono rivelati falsini. Secondo le regole democratiche (si sarà in grado di accettarle sempre?) la scelta è compiuta. Il resto sono chiacchiere da perdigiorno.
La prima mia obiezione riguarda il modo di prendere una decisione. Non concordo sul fatto che il modo giusto sia quello democratico. Mi spiego: se ci fosse un plebiscito a sostegno del creazionismo (o della schiavitù o di quello che vi pare) saremmo disposti a sostenere che il creazionismo è una ipotesi più convincente dell’evoluzionismo? Io dico di no. Questo non significa che le persone non possano legittimamente credere nel creazionismo (ma la legittimità di una credenza non attribuisce necessariamente forza alla credenza in questione).
La forza di una argomentazione sta altrove. In estrema sintesi: nella sua coerenza interna, nel fare riferimento a informazioni corrette e nel non fare salti logici illegittimi.
Rispetto alla validità del referendum sulla Legge 40 ci siamo già espressi (quel famoso 75%).
Però qui si inizia a contestare e ad autocontraddirsi: la scelta è sbagliata, si dice, e il concepito non è un essere umano. Ma come lo si dice e in base a quale ragionamento? Affermando che non si può stabilire quando inizia una vita umana. C’è una gradualità che rende indefinibile il confine di un prima e un dopo. Ma, ripeto, se non esistesse accertabilità scientifica allora tutto è convenzionale, e se tutto è convenzionale si deve accettare quello che è stato deciso. Si può obiettare solo a partire da una pretesa veritativa. Si può dire che il concepito non è ancora (ma allora quando? Si saprà dirlo senza gradualismi?) un essere umano solo sapendo quando lo è e quando lo diventa. Quindi i contestatori, se continuano a polemizzare nonostante la decisione presa, pretendono di sapere quando inizia la vita umana. Peccato che solo loro vogliono saperlo e che impongono agli altri di non poterlo sapere.
Io non ho mai detto che il concepito non sia un essere umano. Bensì, che non è una persona. E ho aggiunto che persona è un concetto filosofico. Convenzionale, certo, ma sostenuto da alcuni argomenti che mi sembra superfluo ribadire (il blog ne è pieno zeppo). La “pretesa”, pertanto, riguarderebbe i criteri per l’esistenza di una persona (ripeto, non di un essere umano).
Il sistema biologico di un nuovo individuo ha nella fecondazione e nella graduale fusione dei gameti il suo inizio accertabile biologicamente. Pensa la Lalli che se si spostasse alle prime trentadue ore di vita dell’Ootide (neologismo per dire l’inizio dell’embrione) cambierebbe qualcosa per la possibilità di manipolarlo? Proprio la gradualità, che si può intendere anche come continuità, dimostra che non vi sono salti tra stadi di sviluppo. La diagnosi preimpianto, che oggi è solo selezione eugenetica e che a testare la “conformità” dell’embrione alle primissime fasi del suo sviluppo, testimonia che siamo in presenza di un soggetto umano. Se non ci fosse infatti continuità tra il soggetto adulto e il soggetto nei primi momenti del suo crescere, non avrebbe senso testarne la salute. Scarto oggi l’embrione con alcune caratteristiche non gradite perché quello che è oggi si svilupperà immancabilmente nel tempo. È lo stesso individuo. Gradualmente e quindi con continuità manifesterà quello che oggi è presente in modo latente. La gradualità tra l’embrione e il bambino o il ragazzo o l’adulto, indica la presenza dello stesso soggetto. Ad usare l’argomento della gradualità per relativizzare la possibilità di decidere e per imporre arbitrariamente la propria decisione, pone anche dei lievi disguidi ontologici, quali ad esempio l’impossibilità di definire l’essere umano rispetto a uno scimpanzé o a un altro animale: in fondo la vita è talmente graduale che non si possono distinguere. Con queste idee il razzismo era acqua di colonia rispetto a quello che se ne può dedurre.
La gradualità non ci permette di attribuire oggi diritti a X in nome di quello che sarà domani (pur nella continuità dello sviluppo). Altrimenti saremmo autorizzati ad anticipare il diritto di voto ad un bambino di 4 anni perché tra 14 sarà maggiorenne (è una analogia, questa, che mira a evidenziare che il fatto che vi sia gradualità non basta a cancellare le distinzioni esistenti). Quanto al confine tra specie siamo d’accordo. Ma questa realtà mina lo specismo e il razzismo, non li fonda. L’inesistenza di “salti” tra specie e tra fasi (non-persona/persona) non esclude le distinzioni, ma le rende difficoltose e ci pone di fronte a vaste aree chiaroscurali (il girino che diventa una rana; la crisalide che diventa farfalla: tuttavia non possiamo sostenere che il girino sia già rana, e la crisalide sia già farfalla. O che la rana sia già principe prima del bacio! Ma quella era una magia...). Quanto all’ootide ho detto altrove quello che penso (una breve sintesi qui; la versione lunga qui).
Verissimo che il concetto di persona è filosofico e non biologico. Ma la capacità di scoprire la verità mediante ragionamento filosofico è ben superiore alla lettura dei dati offerti da tutte le scienze empiriche. C’è sempre un ragionamento dietro a una teoria. I puri dati senza la filosofia e il ragionamento sono lettera morta. Ciò detto, è proprio il ragionamento a stabilire l’unitarietà di uomo e persona. Separare Dire uomo riferito alla dimensione corporea dell’individuo, e persona per indicare certe condizioni psichiche significa tranciare l’unità psico-pneumo-corporea e discriminare inevitabilmente tra chi è uomo ma non persona da chi lo è. Per persona si intendono chi è dotato di qualità come l’autodeterminazione e l’autocoscienza. Ci si rende conto che così facendo si escludono bambini, pazzi, distratti e dormienti? Se si è persona quando l’autocoscienza-determinazione è in atto ci si accorgerà che si sarà persona per particelle di tempo all’interno di un intera esistenza. Chi dorme o è distratto non è persona. Ma lo diventa appena si sveglia o appena si rende conto di sé, si obietta. Anche l’embrione lo diventa, basta aspettare il suo tempo di sviluppo. L’essere umano è persona in quanto essere umano. È la peculiarità della sua natura ad avere la qualità personale. Perciò, appena siamo in presenza di un individuo della specie uomo lì c’è persona. Dove c’è uomo c’è persona, non viceversa. «La persona è una sostanza individuale di natura razionale», dice Boezio. Di natura razionale. Per natura siamo persone. Dove appare un individuo della specie umana c’è una persona. Altrimenti regna l’arbitrio delle attribuzioni e delle negazioni di questo attributo naturale.
Non vorrei rispondere elencando (per contrastare Boezio) i tanti che sostengono la distinzione tra essere umano e persona (gli argomenti per autorità non mi convincono molto). La presenza dell’autocoscienza come requisito personale funziona anche per i dormienti i pazzi etc. (ci tornerò).
La condizione necessaria ma non sufficiente per rilevare la presenza di una pur primitiva coscienza e autocoscienza è costituita dalla presenza e dal funzionamento del sistema nervoso centrale: inesistente nelle prime fasi dello sviluppo embrionale e negli individui morti cerebralmente (perché distrutto). Se si vuole chiamare arbitrio la gradualità della formazione del sistema nervoso (e quindi l’emergenza della persona) si chiami pure arbitrio. Basta intendersi su quello che si vuole denotare.
Ciò che vale per l’inizio vale anche per la fine. Non è la fine di certe caratteristiche a far finire la persona. Ma la sua morte. Finché c’è vita umana c’è persona. Con la morte cerebrale c’è la fine dell’unità sistemica della vita di un individuo umano e perciò della sua persona. Affermare che «l’omicidio riguarda le persone e non gli esseri umani» è totalmente irrazionale e arbitrario. Oltre che terribilmente pericoloso. Se chi dorme non è persona in atto (lo sarà , certo, al risveglio, ma intanto non lo è!) allora uccidere un dormiente non è reato, perché si sarebbe ucciso “solo un uomo” e non una persona... È l’uso degli stessi termini a tradire l’illogicità: “omicidio” è letteralmente uccisione dell’uomo, non della persona; in questo caso si dovrebbe dire persocidio.
A questo ho già risposto. Con la morte cerebrale c’è la morte dell’organo (cervello) ritenuto caratteristica fondamentale: quando si espiantano gli organi non lo si fa da un morto, ma da un essere umano (da un corpo) che ha perduto quanto lo rendeva anche persona. (Personicidio andrebbe meglio di persocidio, ma i motivi per i quali si usa omicidio sono lunghi e al momento per me inelencabili.)
Quanto all’espianto di organi, spero che i medici amici dell’ideologia di Bioetiche aspettino la morte del paziente prima di procedere all’espianto. Perchè anche mentre si è sotto anestesia non si è persona in atto, non si ha auto-coscienza-determinazione. Non essendoci più persona potrebbero pensare che di far cosa gradita alla lista dei malati “svegli” razzolare quel che serve. Quando sopravviene la morte cerebrale si pone fine allo sviluppo dell’individuo (uomo, persona), punto che chiamiamo morte, perciò l’espianto è legittimo. O forse, anche la morte ha una gradualità tale da risultare impossibile definirne l’arrivo, con qualche problema in più per l’anagrafe e per il sistema previdenziale che terrà in sospeso l’erogazione delle pensioni fino a data da destinarsi.
I medici aspettano la morte cerebrale. Non mi soffermo a commentare scenari terrifici che non mi appartengono e che non sono una inferenza corretta delle mie affermazioni. Credo che sarebbe più corretto dire che Bioetiche (che poi sono io e Giuseppe Regalzi e non un impersonale blog) propone idee non condivisibili, esagerate etc. etc.; ma non ideologia. Ideologia proprio no.
Quando la gradualità non è sinonimo di continuità dell’unità psico-pneumo-somatica diventa l’alibi per il comodo crepuscolo permanente. Cioè potere non decidere per avere mani libere. Con una consistente contraddizione logica. Se la gradualità posta all’inizio sposta sempre in avanti l’inizio della persona, allora la stessa gradualità posta alla fine impedisce di stabilire quando finisce una persona (lasciando perdere quando la persona sia poi, finalmente, iniziata). Non si dovrebbe mai fare espianti o eutanasia di persone in coma, perché come la vita anche la morte non ha un confine precisabile. Un eterno crepuscolo. Eppure, a ben guardare, ci sono dei vivi e dei morti. C’è il giorno e c’è la notte.
L’analogia tra inizio e fine vita è corretta finché siamo in presenza di un processo di distruzione del cervello. Quando però la distruzione è compiuta, la persona non c’è più. Il fatto che il giorno muti gradualmente nella notte non annulla di certo la differenza tra il giorno e la notte. Ho mai sostenuto questo? Il crepuscolo è la zona di incertezza. Non si può però nemmeno sostenere (come fa Zambelli) che la notte sia già il giorno e viceversa (lo sostiene per essere umano e persona, ma vale per gli altri esempi).
In chiusura ci tengo a rivelare come la penso sul rapporto mente-cervello, che Zambelli rende triadico come psico-pneumo-soma. Esistono 2 sostanze o realtà (e non 3 come suggerisce Zambelli): una è quella materiale del cervello; l’altra è quella della mente (pur sempre materiale; ma qui ci addentriamo in problemi di filosofia della mente che andrebbero fuori tema...).

Aggiornamento: Ivo Silvestro interviene in questo scambio analizzando alcuni passaggi rilevanti di Zambelli. Di questo lo ringrazio, io avevo tralasciato qua e là...
Scienza e filosofia: siamo uomini o persone?

Non perdetevelo!

Il nostro in passerella.

Guerra santa nel Mar della Plata

Silvina Darmandrail ha 14 anni. È stata violentata dal patrigno ed è rimasta incinta. A rendere ancora più drammatica la vicenda è il fatto che la ragazzina vive in Argentina, ove l’aborto è permesso soltanto quando la salute della madre è in grave pericolo o quando il concepimento è una conseguenza di uno stupro di una disabile. Pur rientrando nella prima eccezione, gli antiabortisti si sono infuocati e lo stesso procuratore distrettuale Raúl Fernández Girello ha invocato i diritti del nascituro e si è dichiarato rappresentante del “niño por nacer”. Voltandosi dall’altra parte di fronte ai diritti di una bambina, di una persona esistente, in nome di una idea difficile da sostenere e foriera di drammatiche conseguenze: che il concepito sia una persona.
Il caso di Silvina ha riacceso una vera e propria “guerra santa nel Mar della Plata”, come qualche giorno fa ha titolato Página/12 raccontando delle intimidazioni ricevute da quanti erano dalla parte di Silvina e della sua volontà di abortire.
Una guerra miope rispetto alle morti provocate dagli aborti clandestini (la seconda causa di morte per le donne in età fertile), per la discriminazione economica (le donne che non possono abortire all’estero ma ricorrono a ferri da calza o rimedi simili), alla necessità di una informazione sessuale e contraccettiva. Miope rispetto a tutto tranne che all’attribuzione dei diritti fondamentali all’embrione e alla difesa dello statuto di persona a partire dal concepimento: uno spermatozoo più un ovocita. Intanto Silvina ha abortito spontaneamente; ma non si può certo dire che il problema sia risolto.

(Approfondimenti da Página/12:
Una ley para reglamentar los abortos no punibles, 6 marzo 2007;
“Toda mujer violada tiene derecho al aborto”, 5 marzo 2007;
“No podemos condicionarle su vida”, 27 febbraio 2007.)

L’homus novus

Luca Volontè («I pavidi vanno incontro a una lenta agonia», Libero, 7 marzo 2007, p. 4):

Senza vergogna, l’opera di decustruzione [sic] dei principi antroplogici [sic] del nostro mondo e di sostituirli [?] con la costruzione artificiale di un homus [!] libertario e schiavo dei consumi, ci sta portando all’eliminazione pubblica del sentimento di vergogna, alla palese irresponsabilità.
Homus? Non credo che sia un errore per humus (che cosa diavolo sarebbe un humus schiavo dei consumi?), quindi temo proprio che questo sia il modo in cui Volontè pensa si debba scrivere homo...

La strada che ci sta davanti

Peter Pesti ha da poco pubblicato «Detailed Roadmap of the 21st Century», una raccolta degli sviluppi e degli avvenimenti previsti da varie fonti per il XXI secolo. Con il passare degli anni le predizioni che si riveleranno corrette saranno segnate in verde, e quelle fallite in rosso (si parte subito male, con lo HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio).
Le previsioni sono di varia natura; per esempio, le due registrate per il 2041 sono:

  • Britney Spears compie 60 anni.
  • Il Prodotto Interno Lordo della Cina supera quello degli Usa.
L’elenco si chiude con il 2099:
  • There is a strong trend toward a merger of human thinking with the world of machine intelligence that the human species initially created.
  • There is no longer any clear distinction between humans and computers.
  • Most conscious entities do not have a permanent physical presence.
  • Machine-based intelligences derived from extended models of human intelligence claim to be human, although their brains are not based on carbon-based cellular processes, but rather electronic and photonic equivalents. Most of these intelligences are not tied to a specific computational processing unit. The number of software-based humans vastly exceeds those still using native neuron-cell-based computation.
  • Even among those human intelligences still using carbon-based neurons, there is ubiquitous use of neural-implant technology, which provides enormous augmentation of human perceptual and cognitive abilities. Humans who do not utilize such implants are unable to meaningfully participate in dialogues with those who do.
  • Because most information is published using standard assimilated knowledge protocols, information can be instantly understood. The goal of education, and of intelligent beings, is discovering new knowledge to learn.
  • Femtoengineering (engineering at the scale of femtometers or one thousandth of a trillionth of a meter) proposals are controversial.
  • Life expectancy is no longer a viable term in relation to intelligent beings.
Ve li immaginate i commenti della Conferenza Episcopale Italiana dell’epoca?

mercoledì 7 marzo 2007

Non basterà, ma fa piacere leggere

Anna Meldolesi, Gay portatori di fecondità, Il Riformista, 7 marzo 2007:

Non basterà per convincere Paola Binetti e gli altri paladini della famiglia tradizionale. Ma secondo la biologia evoluzionistica i gay potrebbero avere una marcia in più e sarebbe ora di rendergliene pubblicamente merito. Se non avessero delle doti nascoste, infatti, i geni che predispongono all’amore omosex sarebbero stati spazzati via dalla selezione naturale da un bel pezzo. Si tratta di un paradosso assai noto, che recita più o meno così: com’è possibile che l’omosessualità continui a esistere generazione dopo generazione, se gli omosessuali sono per definizione meno interessati a procreare?
Ci scuseranno le lesbiche, ma la letteratura scientifica maschile è più ricca e lo spazio a disposizione è troppo breve per inquadrare in prospettiva saffica le possibili risposte al paradosso. La prima nasce da una ricerca italiana. Camperio Ciani ha scoperto che le donne imparentate con uomini gay spesso hanno abbondante prole e questo compenserebbe il basso numero di figli di questi ultimi. Gli stessi geni, insomma, potrebbero essere implicati nell’omosessualità maschile e nell’iperfecondità femminile. La benedizione delle famiglie numerose e il peccato omosex, dunque, sarebbero geneticamente inestricabili. Ma è stato ipotizzato anche un altro meccanismo. I geni gay si sarebbero conservati nel corso dell’evoluzione perché quando sono in singola copia conferiscono un vantaggio riproduttivo. In breve un maschio con due copie sarebbe omosessuale, mentre chi ne ha una sola sarebbe uno sciupafemmine, magari capace di produrre spermatozoi super rispetto a chi non ha neppure una copia. Recentemente Mara Carfagna ha detto che i gay sono «costituzionalmente sterili», chissà che effetto le farà l’idea dei geni iperfecondi. Resta l’ultima ipotesi, quella secondo cui un gay può aiutare la diffusione dei propri geni sostenendo e accudendo i propri familiari etero, che condividono con lui almeno parte del genoma. I gay, insomma, presterebbero una sorta di assistenza sociale a vantaggio della famiglia tradizionale. E in questo senso potrebbero persino rientrare nel dodecalogo di Prodi. Lo scorso dicembre una coppia di biologi evoluzionisti e matematici americani ha provato a modellizzare le tre ipotesi arrivando alla conclusione che, in teoria, le varianti omosex potrebbero addirittura invadere il pool genico di una popolazione. Visti i tempi che corrono, però, è meglio che non si sappia troppo in giro.

Continuiamo così, facciamoci del male...

L’Antipatico, 7 marzo 2007.

TEMA: Omosessuali sono malati oppure no?
Gay si nasce, per alterazione cromosomica, oppure si diventa (per vizio, ho la tentazione di aggiungere)?

La voce di Maurizio Belpietro come sottofondo: … Percorso di preghiera e psicoanalisi: molti si sono iscritti e anche guariti! (Complice il servizio che sta per partire sul caso di un ragazzo, oggi 42enne, convertito alla “normalità”).

Un ragazzo che per 10 anni è stato omosessuale e poi “si è fatto curare”.
“Andavo nelle discoteche e incontravo tanti uomini” (io mi chiedo tra me e me: è caratteristica propria dell’essere omosessuale? Tutti gli omosessuali vivono così? Suvvia!).

“Mi sono riavvicinato alla preghiera. Ho frequentato gruppi”.

“Ho il desiderio di avere una famiglia” (ancora io mi domando: è escluso dall’essere omosessuale il desiderio di avere un compagno e dei figli?).

Alessandro Cecchi Paone: “Non esistendo una malattia non esiste una cura”.

Dr. Giancarlo Ricci, rappresentante della cura antigay.

A domanda di Belpietro “Quanti hanno deciso di diventare eterosessuali?”, risponde: “È difficile fare una statistica” (vabbeh, almeno qualche numero, dacci i numeri. Almeno un caso, raccontaci un caso!).

Cecchi Paone: “L’orientamento può cambiare, non c’entra con la malattia e con la presunta terapia”.

(testimonianza)
a domanda “Come definiresti l’omosessualità?”, risponde: “Un disagio, una ferita che uno ha ricevuto, e con la sua sensibilità e personalità ha tradotto in omosessualità”. (Sarà il suo caso, ma perché scivolare nella definizione universale?).
E di fronte alle proteste degli omosessuali di fronte a questo scenario aggiunge: “Come si permettono di discriminare chi ne vuole uscire?” (Nessuno, il punto non è discriminare o impedire a chi vuole di “uscirne”, ma sostenere che si esce da una patologia, da una malattia. Ecco quel è il punto).
E ancora: “La famiglia è importante come modello di uomo e di donna” (e io ancora: secondo te, è il tuo modello. Va bene, ma deve essere per tutti così?).

A domanda “Com’è il percorso riparativo, un misto di preghiere e terapia?”, Ricci risponde: “La pratica psicanalitica è diversa dalla preghiera” (io: menomale, almeno questo).
“Lavoro soggettivo …” (io: che significa “lavoro soggettivo”?).

(La voce di Cecchi Paone: “A forza di preghiera non succede niente!”, io: grazie!).

Intanto Ricci prosegue: “Una lacerazione implicata dall’omosessualità, ecco cosa curo” (io: lacerazione che non è implicata dall’omosessualità, uno può essere lacerato pure se è eterosessuale, asessuato o confuso).
Intanto Ricci (su richiesta di Cecchi Paone) dice di appartenere alla scuola freudiana.

Cecchi Paone ricorda che in tutto il mondo le scuole di psichiatria e di psicoterapia escludono che l’omosessualità sia una patologia e che, quindi, si possa curare (sarebbe abuso di terapia medica!).

Ricci: “Ricordo un elemento storico, come è stata derubricata dal DSM IV nel 1973, ovvero con votazione in un particolare modo dove esponenti dell’APA hanno detto che motivi legati alla situazione sociale avevano votato per la cancellazione. (E un’eco: “Dunque sono state le lobby gay che hanno fatto derubricate l’omosessualità??)

E in chiusura Cecchi Paone: “Attenti, pazienti, a questo medico perché vi rovina!” (io: com’è che si dice, non gliel’ha mandata a di’!).
E aggiunge: “Allora i 50.000 di sabato (Diritti ora!) sono pazzi e malati!”.

Ricci: “Mi meraviglio del riferimento politico. L’omosessualità è un disagio. (io: non era una malattia??) Per coloro che ritengono sia una condizione dolorosa soggettiva si può curare...”.

(Perdonate lo stentato italiano, devo imparare a stenografare...).

All’ultimo pedipalp

Ieri sul New Scientist è stata riportata una ipotesi esplicativa di un comportamento aracnoide molto interessante.
‘Chastity belts’ block rival sperm in female spiders.

Some male spiders up-and-leave right after sex for good reason – they risk being eaten by their female partners if they linger too long. In the process of making a swift exit, many leave part of their genitalia inside their mates.
Now a new study reveals that detaching part of the genital organ is not a means to help the male escape a murderous attack. Instead, the abandoned genitals act as “chastity belts” and block the entry of sperm from competitors into the female.
Gabriele Uhl at the University of Bonn, Germany, and colleagues watched wasp spiders (Argiope bruennichi) mate. During the act, a male must insert one of its two sperm-carrying organs, known as pedipalps, into the female’s genital openings. After delivering the sperm, the tip of the pedipalp becomes stuck inside the female, forming a plug in her reproductive tract.
To find out if leaving behind part of the pedipalp helped the males escape death, researchers compared the damage to this organ during first-time sexual encounters with damage sustained in subsequent encounters.
Ripensando a recenti dichiarazioni, non ho potuto fare a meno di chiedermi se il binettiano cilicio possa avere questa funzione, e soprattutto chi ha perso il proprio pedipalp...

(Fotocomposizione di Alessandro Capriccioli.)

«I gay? Sono malati, noi possiamo guarirli»

Così titola un pezzo su Il Giornale di oggi (quello che penso è nella foto; del pezzo e del protagonista, questo meschino mascherato da esperto).

Da Lotta continua e Radio Maria, da Berlinguer a Ruini, dal «vietato obbedire» alla difesa dell’embrione e ai seminari per convertire i gay alla «retta vita» della coppia tradizionale, eterosessuale. La parabola di Paolo Sorbi, sociologo, ex sessantottino, formatosi nella celebre facoltà di Trento, insieme a Renato Curcio e Mara Cagol, è un’ellissi che porta dal rosso del Pci al porpora della Cei. Ma per lui invece è una linea retta, perchè «i papa-boys sono i nuovi sessantottini», dice. Sorbi da anni dirige la sezione lombarda del Movimento per la vita, l’associazione che promuove il «family day» contro i Dico. E sostiene i volontari dell’associazione che si occupano di «guarire» gli omosessuali (delle conversioni dei gay si occuperà stasera L’Antipatico di Maurizio Belpietro su Rete 4, con la testimonianza di un ex omosessuale).

«Alcuni nostri militanti curano un corso per reimpostare la vita di gay, credenti o no, che vogliono uscire dalla omosessualità, perché la vivono come un problema. È importante far sapere che dall’omosessualità si può uscire». Sorbi ne parla come di una malattia psichica, di una devianza come l’alcolismo o la tossicodipendenza, sfidando un’ovvia accusa di discriminazione verso i gay («razzismo» direbbe Franco Grillini). «Queste iniziative sono positive perché vanno a colpire l’egemonia della cultura radicale oggi maggioritaria in Italia. L’omosessualità è presentata come un valore. Noi puntiamo invece a distruggere questa egemonia, questo fronte anticristiano e antirazionale ormai dominante». La retta vita, nella dottrina di Living Waters, il movimento cristiano internazionale fondato dal discusso psicoanalista americano Joseph Nicolosi, non si presenta infatti come un’emanazione della fede, ma come disciplina sorretta da solide basi scientifiche. In Europa sono centinaia gli omosessuali che si rivolgono ai discepoli di Nicolosi per tornare (o diventare) etero.

In Italia, dove non c’è una sezione di Living Waters, questi corsi (di solito collettivi) sono organizzati da associazioni cattoliche come Movimento per la vita. «La scienza è dalla nostra parte», dice Sorbi. Ed eccoci alla questione: gli omosessuali sono degli anormali? «Nella loro sessualità c’è un intreccio tra una scelta filosofica del vizio e i problemi di trauma infantile. Ci sono molti omosessuali felici. Ma c’è un’omosessualità vissuta in modo drammatico. Pasolini ne è l’esempio emblematico». Sorbi ricorda le discussioni con lo scrittore, quando – militare a Napoli – lo fece entrare di nascosto al Distretto. «Ho passato la notte nel cesso della caserma a discutere di omosessualità con lui. Era travagliatissimo e distrutto moralmente per la propria condizione. Cercava disperatamente la fede. E quanti ce sono come lui. Certamente meno famosi e non in grado di chiedere aiuto apertamente».

Per questo il presidente del Movimento ambrosiano per la vita nega che l’opera per la conversione dei gay sia una battaglia di retroguardia. «La nostra è invece una battaglia progressista. La società è minata da questa quinta colonna del relativismo nichilista di cui gli omosessuali sono un potere da rovesciare. Bisogna reagire al narcisismo gay». Le basi scientifiche? «Sono di carattere genetico relazionale. Nell’uomo c’è un mix di genetica ed esperienza. Nei primi anni della vita il bambino può subire dei traumi, determinati dalla condizione familiare o ambientale, traumi di cui nessuno ha colpa. È lì che si forma una potenziale devianza omosessuale. Ma i traumi possono essere assolutamente superati attraverso una pratica di autocomprensione».

L’Arcigay evocherebbe il Terzo reich. «È il contrario invece. È l’Arcigay che cade in una trappola autorazzista. Se ci fosse un nuovo fascismo loro sarebbero le prime vittime perché si pensano come una terza razza, un terzo sesso. Anche i nazisti consideravano i gay un terzo sesso. Invece la verità è che un terzo sesso non esiste».

Fratel coniglietto

Dal Calendario di Ernesto Galli Della Loggia di oggi, Il Corriere della Sera:

Che paura di morire devono avere i Verdi! Lo dico perché solo così si spiega come mai, pur dopo giorni e giorni da che si è saputo che l’Inghilterra si appresta ad autorizzare l’inserimento di Dna umano entro ovuli animali (naturalmente per la nostra salute, come no! ci mancherebbe altro) nessuno di loro, ma proprio nessuno mi pare, ha trovato modo di levare la minima protesta, la minima rampogna. Ma come? Per l’uso in agricoltura degli organismi geneticamente modificati parole di fuoco, appassionate invocazioni al principio di precauzione, pressioni (coronate da successo) perché l’Europa li mettesse al bando; e invece per le modifiche riguardanti materiale genetico umano, niente? Per un seme di pisello manipolato una canizza d’inferno e apocalissi alle porte, e invece per la prospettiva di un bell’embrione umano con dentro un pizzico di coniglietto silenzio di tomba? Come si spiega? Qualcuno ce lo vuol dire?
Forse Galli Della Loggia ha sbattuto la fronte sulla assurdità della protesta senza rendersene conto.
Certo, per lui che è convinto che tra 9 mesi nasceranno uomini-conigli e donne-lupo non c’è nulla di strano nemmeno nell’alzare una canizza sugli ogm. Scandalo: per il cibo di Frankestein il bando, per gli ibridi il passaporto!
Anche sforzandosi di restare nel suo panorama di significato (ogm e embrioni-conigli altrettanto pericolosi; sui primi si scatena il putiferio, sui secondi il silenzio) non v’è alcuna contraddittorietà: essendo spesso le proteste verso le biotecnologie irrazionali, irrazionalità vuole che si protesti senza troppa attenzione (che significa anche che dopo avere gridato “al lupo! al lupo!” si apre la porta a quello vero).
Dimenticavo: la paura di morire divorati dal coniglietto ogm?

martedì 6 marzo 2007

L’interruttore della vita

Lo so benissimo e per dirla con le parole di mia nonna: “Te le cerchi!”.
Vero, è quasi irresistibile. Oggi trovo questa lettera di Eraldo Ciangherotti, Presidente Centro Aiuto Vita ingauno, Vicepresidente Movimento per la Vita Liguria, Il Centro Aiuto Vita ingauno risponde alle dichiarazioni del comitato “Usciamo dal silenzio”, Il Vostro Giornale, 5 marzo 2007.

Lascio a lui l’onere di raccontarcene il pretesto.

Leggiamo con stupore le “scontate” considerazioni che il neo comitato “Usciamo dal silenzio” di Albenga ha proposto in un articolo del periodico locale “Ponente”, in merito alla Tavola rotonda del 04/02/2007 organizzata dal Centro Aiuto Vita Ingauno dal titolo: “La legge n°194/78 sulla tutela della maternità e sull’aborto: storia, applicazioni e limiti” con ospite relatore il Senatore Rocco Bottiglione. Stupore non tanto per la sostanza delle dichiarazioni, peraltro già da quaranta anni trite e ritrite di un esasperato femminismo codificato nel DNA di un simile Comitato, quanto invece per i tempi ritardati con cui arriva la sua controrisposta.
Per scivolare nel cuore del problema. È abbastanza evidente che la scelta lessicale di bambino non ancora nato rispecchi una posizione concettuale che identifica l’essere umano con la persona e che riecheggia una scelta analoga statunitense: unborn child, sostenuta (loro sono più avanzati di noi) da una legge federale che si chiama Unborn Victims of Violence Act (ove le unborn victims sono gli embrioni, non soltanto quelli aggrediti dalle interruzioni di gravidanza volontarie).
Noi del Centro di Aiuto alla Vita ingauno siamo decisamente “per la vita del bambino non ancora nato insieme alla madre” e non contro la madre e contestiamo la Legge 194/78, che ci auguriamo subisca presto una reale modifica, semplicemente perché, con l’apparente intenzione di eliminare la clandestinità onerosa degli aborti, ha istituito la legalità dell’interruzione volontaria della gravidanza con una troppo facile procedura che spesso si limita ad un certificato medico rilasciato alla madre dopo una settimana di possibile “ripensamento”, e tutto questo per garantire alla donna la libera scelta di essere madre a discapito però di un bimbo non ancora nato e soprattutto indifeso. A questo Comitato appena nato, che esce dal silenzio a scoppio ritardato, desideriamo ricordare che la biologia dimostra senza dubbi come la vita di un nuovo essere umano abbia inizio con la fusione dei gameti maschile e femminile, rispettivamente prodotti dal padre e dalla madre, e che dal momento del concepimento l’embrione umano si sviluppa mediante un processo di crescita coordinato, continuo e graduale. Il Comitato “Usciamo dal silenzio”, insieme ai Radicali italiani, all’Associazione Luca Coscione e a quanti sostengono l’aborto come un vero trionfo della donna, chiama “conquista civile” la triste soglia di aborti che annualmente procede al ritmo di 130.000 aborti procurati e che solo in Albenga ha raggiunto i circa 200 aborti solo nell’anno 2005.
Noi desideriamo ricordare in risposta che il fatto che manipolare concetti quali la vita biologica richieda una qualche cautela, spesso coincidente con una elementare informazione. Parlare di inizio della vita è abbastanza insensato (non esiste, nella vita biologica, un inizio così evidente come invece nel caso della creazione). La fusione dei gameti, come ogni processo biologico, è graduale. Sfido io chiunque a indicarmi dove (l’esatto momento in cui) il giorno sfuma nella notte. Stesso problema per la fusione dei gameti: un processo, nessun interruttore (off: non vita, on: vita). Anche se si riuscisse ad aggirare questo ostacolo, ce ne troviamo davanti un altro: la differenza tra vita biologica e vita personale e l’impossibilità di affidarsi alla biologia per dirimere la questione (filosofica, ahimè).
Non mi piace parlare a nome di qualcun altro, ma suggerirei al Ciangherotti di non liquidare in blocco il giudizio sulla legge 194 come il trionfo della donna (che si diverte a abortire con tanto di coccarde e festicciole più o meno improvvisate). La conquista civile assumerebbe altri connotati se il Ciangherotti fosse informato sui numeri delle morti e delle complicazioni implicate dalla clandestinità (forse gli verrebbero i brividi nel sapere cosa succede nei Paesi in cui non esiste una 194). Coscione, poi, sarà lei, caro Ciangherotti. Perché Luca e l’omonimo Associazione volgono al plurale: Coscioni, con la “i” finale.
È possibile per noi anche arrivare a comprendere, come dichiara il Movimento “Usciamo dal silenzio”, che le donne negli anni settanta avessero l’onesta pretesa di mettere al centro della vita sociale la maternità e che non chiedessero morte del feto ma diritti per la donna. Altrettanto però ci sembra indiscutibile che questa loro battaglia, anziché aver procurato servizi sociali alla maternità realmente utili per la donna, abbia semplicemente mantenuto e segnato il traguardo di tanti aborti praticati. Per noi invece, e ci auguriamo anche per le quattromila famiglie che riceveranno in Albenga in questi giorni il nostro giornalino trimestrale “Il Chicco di Grano”, l’immagine di Amillia Sonya Taylor, la bimba nata prematura a 21 settimane di vita intrauterina e oggi, dopo 4 mesi di incubatrice, già in condizioni di vivere a casa con la famiglia, è la testimonianza più significativa e autentica che lo sviluppo del feto è lo sviluppo di un essere umano, di una persona che resta, unica e sola, indifesa di fronte alla scelta di una donna di interrompere la gravidanza per qualunque ragione, materiale o psicologica. E nella cultura della gente fortunatamente comincia a diffondersi questa verità, che l’embrione è già un essere umano fin dal concepimento, che l’aborto di conseguenza è l’omicidio volontario di un essere umano, innocente e indifeso e che all’aborto possono essere trovate valide alternative sul piano sociale. Ecco perché applaudiamo all’iniziativa della Regione Lombardia, che nella persona del Presidente Roberto Formigoni, ha compiuto il primo passo verso il riconoscimento dell’essere persona all’embrione, istituendo e regolamentando per il feto abortito la sepoltura obbligatoria nel cimitero e non lo smaltimento assieme con i rifiuti speciali degli ospedali.
Tralascio l’avvio di questa terza parte della lettera del Ciangherotti limitandomi a ribadire che la “verità” che l’embrione è un essere umano nessuna persona ragionevole metterebbe in discussione. Ma l’omicidio riguarda le persone e non gli esseri umani. Basta ricordare al proposito che la definizione di morte celebrale permette di espiantare organi da esseri umani che non sono più persone, perché il loro sistema nervoso centrale è totalmente e irrimediabilmente distrutto. O sarebbe disposto il Ciangherotti a definire gli espianti come omicidi?
Gran bella conquista, poi, quella di attribuire personalità (giuridica e morale) all’embrione tramite la celebrazione del suo funerale! Conquista sia logica che umana.