mercoledì 24 agosto 2011

La Casa Famiglia “Sisto Riario Sforza” di Napoli rischia di chiudere


Da un anno e mezzo le ASL non pagano. Il Don Guanella, il 14 agosto, intima di saldare il debito entro il 31 agosto, altrimenti la Casa chiuderà. Nessuno interviene.

Nel 2003 nasce la Casa Famiglia Cardinale Sisto Riario Sforza dal progetto Caritas “Aids e vita”. È una delle due case alloggio Hiv/AIDS operanti nel vasto territorio campano (l’altra è la Casa Alloggio Masseria Raucci).
La Casa Famiglia accoglie persone affette dal virus HIV e in AIDS conclamata, fino a un massimo di dieci, ed è gestita da 3 organismi religiosi. L’Opera Don Guanella segue gli aspetti amministrativi e giuridici; la Caritas diocesana di Napoli si dedica alla formazione del personale; le Figlie della Carità gestiscono la Casa e coabitano con gli ospiti. Lo stabile è di proprietà delle suore carmelitane dato in comodato d’uso al Don Guanella.
Dalla nascita della Casa Famiglia sono stati effettuati 85 ingressi, con vissuti e profili personali complessi e dolorosi: disturbi psichiatrici, dipendenze, violenze familiari.

LA VITA NELLA CASA FAMIGLIA - I 5 operatori e la suora responsabile si trovano a gestire quotidianamente la diffidenza e la paura derivanti da una esistenza di deprivazione e malattia; problemi sociali e relazionali; isolamento culturale e patologie incurabili. Sono stati elaborati percorsi educativi individuali - che includono anche la formazione professionale in vista di un reinserimento nel tessuto sociale - e sono state avviate collaborazioni con i servizi territoriali per evitare che quell’isolamento diventi assoluto e irrimediabile una volta varcata la soglia della Casa Famiglia. Nelle situazioni di malattia conclamata e terminale, gli operatori hanno anche il doloroso compito di assistere gli ospiti fino alla morte. Tra gli ospiti della Casa c’è una madre con una figlia di poco più di due anni: in questo caso gli operatori hanno seguito anche i difficoltosi passaggi per l’affido e l’adozione.

MEDIATORI DEL TEMPO - L’Hiv, che è la ragione emergente dell’accoglienza, si aggiunge insomma a un quadro clinico e sociale già estremamente travagliato. È ben immaginabile quanto sia difficile accettare una situazione di patologia cronica e quanto questo aspetto vada a pesare su uno scenario già deprivato di un futuro, a volte anche del presente. “Ci ritroviamo a essere mediatori del tempo, tra quello cronologico e quello vissuto, tra il tempo burocratico - penso ai tempi di una pensione di invalidità - e l’urgenza di vivere un presente abbozzando un futuro che è reso labile non soltanto dalla malattia ma anche dalle incognite delle politiche sociali e dei vari dispotismi di potere come quello che la nostra Casa ha subito nell’ultimo anno e mezzo”, raccontano gli operatori della Casa Famiglia. In equilibrio precario in questo tempo sospeso ci sono anche due signore, che cucinano e si prendono cura della Casa, e una suora volontaria.

IL FANTASMA DELLA CHIUSURA - Già, perché da un anno e mezzo la Casa vive una situazione di assoluta precarietà. Nell’aprile del 2010 il Don Guanella, a causa di gravi ritardi nel pagamento da parte delle ASL, ha manifestato l’intenzione di cedere il servizio: l’onere economico è troppo forte e serve un cambio amministrativo. Da allora parte una trattativa tra gli ordini religiosi. La chiusura è un fantasma spaventoso che la Casa cerca di allontanare in tutti i modi (ricordiamo che la struttura è una delle due uniche Case di accoglienza a Napoli per persone affette da Hiv o AIDS).
Nel giro di qualche giorno lo scenario peggiora: nessuna soluzione sembra essere realizzabile e da Don Nino Minetti, guanelliano Superiore della provincia di Roma, arriva il divieto alla Casa di accogliere nuovi ospiti. La Casa è in stallo e le nuove richieste di ingresso devono essere respinte: dall’aprile 2010 ad oggi sono arrivate circa 15 domande di accoglienza scritte - e rimandate al mittente - e quasi altrettante telefonicamente.

Continua su Giornalettismo, L’Asl non paga: chiude la Casa famiglia.

martedì 23 agosto 2011

Il codice etico universitario serve?

«Distruggono l’Ateneo per trovare un posto ai loro figli» titolava la Repubblica di Bari il 5 marzo 2005. E nell’articolo si leggeva: «È diventata poco più di un liceo. Negli ultimi cinque anni l’Università di Bari è stata distrutta da una gestione protezionistica e inadatta ad affrontare il mercato dell’alta formazione». Sotto accusa la Facoltà di Economia per lo scandalo della parentopoli barese. Ci fu un grande dibattito anche all’esterno dell’Università, con il Comune di Bari che impose l’adozione di un Codice etico, per continuare a erogare il finanziamento ad alcune ricerche. E così, nel dicembre 2007 fu approvato “Il codice dei comportamenti”, uno dei primi in Italia. Qualche traccia di quel clima è rimasta nell’articolo qui riproposto di Bartolo Anglani (Corriere del Mezzogiorno, 23 dicembre 2005), la cui lettura ci riporta all’università di Siena, dove il Codice etico è stato adottato con quattro anni di ritardo e perché imposto dalla legge Gelmini. Ma un codice etico serve o no? «È una foglia di fico per i mali dell’università» come dice Anglani oppure è «uno strumento per redimere intrallazzatori e nepotisti», come scriveva Lucia Lazzerini, e per rifarsi la verginità? Utile, a questo proposito, la lettura del testo licenziato dalla Commissione sul Codice etico dell’ateneo senese, che, nella versione approvata dagli organi di governo, ha ricevuto corpose integrazioni, a seguito di aspre critiche della comunità accademica ed extra.

Il codice etico non serve. È una foglia di fico per i mali dell’università

Bartolo Anglani. A cosa serve un codice etico? Se rispecchia e amplifica le leggi vigenti, è pleonastico; se va oltre le leggi o le mette in mora, è illegittimo. Tertium non datur. Un codice etico può essere solo individuale, come quando un docente rinuncia a far parte di una commissione perché teme di essere sottoposto a pressioni di colleghi. Altro è quando i contenuti “etici” diventano norme erga omnes. Quale valore costrittivo possono avere per chi non ne riconosce la legittimità? Quando le leggi sono sbagliate, ci si batte perché esse vengano modificate o abrogate, ma bisogna rispettarle finché esse sono in vigore: anche obtorto collo. Così, mi pare, dovrebbe accadere in una società democratico-liberale.
Il codice etico serve oppure è uno strumento per redimere intrallazzatori e nepotisti?, Giovanni Grasso, in Il Senso della misura, 22 agosto 2011.

lunedì 22 agosto 2011

Homeopathic pill overdose!

"We're risking our lives for science," wrote Fuglesang in an opinion piece for newspaper Svenska Dagbladet, signed by the organisation Vetenskap och Folkbildning (VoF), a non-profit organisation working towards promoting popular science education, and discrediting false science.

This act is an effort to get the inefficiency of homeopathic medicine, commonly used in Sweden today, on the agenda.

Fuglesang and nine others took ten times the recommended dose of homeopathic sleeping pill Coffea Alfaplex.

"Either we die, and for the first time the effect of homeopathy will be proven. Or we survive, in which case we expect Swedish politicians to rethink their stand on alternative medicine's use in healthcare," they wrote in Svenska Dagbladet.
Fuglesang survives homeopathic pill overdose.

sabato 20 agosto 2011

Capitane coraggiose

Ed eccoli qua. Il 13 agosto, il sabato del weekend lungo di ferragosto, nonché il giorno in cui il governo annuncia i dettagli del decreto anti crisi, ecco che sul sito del MIUR appare il comunicato con i nomi dei nuovi presidenti degli enti di ricerca. Già immagino il fermento nelle redazioni, le rotative bloccate, le prime pagine rimontate al volo per dare la notizia al mondo. A caratteri cubitali, vaddasé.
Claudia Di Giorgio su Storie spaziali.

venerdì 19 agosto 2011

CNTRL + F

Per non sprecare intere giornate e mesi in cerca di qualcosa... (a Google a day).

Doppio cieco faidate

Avevamo accennato ai due post di Blog(0) e alla reazione indispettita di Boiron qualche giorno fa.
La discussione si è allargata e un commento di ieri merita davvero attenzione (Guglielmo Pepe, Facile accusare lomeopatia). Le argomentazioni sono esilaranti e trascendono la questione omeopatica: qualunque fosse l’argomento della discussione, gli argomenti avanzati da Pepe sono fantastici!
Cominciamo da un passaggio nel post:

Dico questo da difensore dell’omeopatia e dell’Oscillococcinum, il prodotto messo all’indice dal blogger, avendone verificato l’efficacia, non su di me che pratico la medicina integrata (scelgo, in base ai consigli medici, tra farmaci allopatici e MNC) bensì sui miei familiari. E da anni l’Oscillococcinum è nell’armadietto delle medicine di casa.
Vale la pena leggere anche i commenti. Qui ci basti riportare il commento del 18 agosto, 22.13:
3) Gli effetti dell’omeopatia ci sono, anche limitati, su diverse patologie. Non c’entra la aneddotica, la testimonianza personale e familiare, anche se i numeri contano: quando milioni di italiani si curano con le MNC vorrà dire qualcosa. Quando migliaia e migliaia di medici, riconosciuti dagli ordini professionali, le praticano, significherà qualcosa. Siamo tutti fessi, credenti (con tutto il rispetto di chi ha fede religiosa), “bocconi”, stupidi, cretini e altro come, amabilmente, hanno scritto alcuni lettori che preferiscono usare il paraocchi, senza guardarsi intorno per vedere come cambia il mondo medico-scientifico. A parte che di recente, e se non sbaglio su Lancet, sono stati pubblicati gli effetti positivi della meditazione e della preghiera, considero questa critica risibile: la stragrande maggioranza delle persone che seguono le MNC, è laica, atea, insomma non crede per nulla nei miracoli. E poi, perché tanto astio da parte degli oppositori alle MNC? Cos’è questa mancanza di rispetto verso gli altri che si affidano ad altre terapie? Perché si sbeffeggiano migliaia di professionisti che fanno il loro lavoro in modo serio, etico, responsabile? Perché tanto livore? Sinceramente non riesco a trovare risposte.
Un esercizio interessante: sostituire “omeopatia” con “creazionismo”. Capito!, sciocchi evoluzionisti? (Funziona quasi alla perfezione...).

mercoledì 10 agosto 2011

La nave dei disperati

È un vascello fantasma, un relitto che continua a restare a galla nonostante cada a pezzi. A bordo, un popolo di spettri disperati che convivono con topi, rottami, sporcizia: esseri umani a cui è stata negata ogni dignità. Nell’Italia incapace di fare i conti con l’immigrazione la storia della nave-lager di Crotone supera ogni classifica di vergogna. Il mercantile arrivò sulle coste calabresi quattro anni fa con un carico di “clandestini”. Sulla fiancata il nome turco che incuoteva terrore alla cristianità: Genzihan ossia Gengis Khan, il flagello di Dio. Era una nave-madre dei trafficanti di uomini, che trasbordava i nuovi schiavi gettandoli in mare a bordo di gommoni.

Sessanta alla volta, su un pezzo di plastica lanciato verso il litorale ionico. Grazie a un aereo spia, la Guardia di finanza riuscì a individuarla e a far scattare l’abbordaggio: un’operazione da manuale, con gli scafisti turchi in manette e i loro passeggeri-vittime trasferiti nel vicino Centro di identificazione crotonese. Il mercantile catturato dalle Fiamme gialle venne condotto in porto e dimenticato dalle autorità: è diventato uno scheletro galleggiante. Poco alla volta, è caduto in rovina, saccheggiato, in parte incendiato: la torretta - completamente bruciata, come gli interni - sembra la metafora dell’impossibilità di guardare oltre.
Ennesimo racconto di un orrore evitabile (di Eduardo Meligrana, su l’Espresso del 29 luglio scorso).

Boiron e omeopatia e Blog(0)


La francese Boiron se la prende con Blog(0). La colpa di Blog(0) è quella di avere scritto di omeopatia (post 1 e post 2).
E pensare che Blog(0) è anche stato piuttosto gentile nel commentare l’inganno omeopatico. Se l’omeopatia è una bolla di sapone non è mica colpa di Blog(0)!
I due post sono da leggere, diffida o non diffida (questa sarebbe quasi da ridere).

sabato 6 agosto 2011

Samhini yamma. Chissà se la madre di Amir capirà

Stazione di Torino Porta Nuova. Il treno regionale per Bologna delle 18:20 è in partenza al binario 10. Dietro il finestrino, Mahmud si infila gli auricolari dell’iPhone e schiaccia play. Samhini yamma di Ashref. Forse ha sbagliato canzone. O forse è proprio quella giusta per questo momento. Samhini yamma, perdonami mamma. Perdonami se me ne sono andato, perdonami l’esilio, perdonami l’assenza. A salutarlo dal marciapiede del binario c’è un ragazzo con gli occhi arrossati dalle lacrime. È il suo migliore amico. Singhiozza. Sono cresciuti insieme per le strade di Sfax, in Tunisia. Insieme hanno lavorato per anni sui pescherecci di Kerkennah e insieme hanno fatto la traversata per Lampedusa. Era il 24 gennaio. Sono passati sei mesi da allora. E adesso è arrivato il momento più difficile del viaggio. Il momento di dirsi addio. Mahmud va a Parma, Hasan a Parigi. Raggiungono i parenti. In tasca hanno un foglio di via. Li hanno appena rilasciati dal centro di identificazione e espulsione di Torino, insieme a un altro amico della comitiva di Sfax, Amir, che ha fatto la traversata sulla loro stessa fluca (barca) insieme a altri sei passeggeri. Per loro il viaggio ricomincia da qui. Dopo sei mesi di detenzione. Con la stessa determinazione di riuscire, ma con molta più amarezza nel cuore. Perché l’Europa che hanno sognato per anni, ha cessato di esistere nel loro immaginario.

Per Mahmud l’immagine dell’Europa è sfocata pian piano, al crescere delle dosi di psicofarmaci che prendeva dentro il Cie di Torino. Trenta gocce di Rivotril al mattino, trenta al pomeriggio e trenta alla sera. Per spegnere la mente. E dormire più a lungo possibile. Ancora non ha recuperato la vivacità dello sguardo dei suoi 26 anni. Ma va già meglio di ieri, quando appena uscito dal Cie metteva le sigarette in bocca intontito e poi si dimenticava di accenderle.


Gabriele Del Grande, Fortress Europe del 4 agosto 2011.

lunedì 1 agosto 2011

The new breast-, buttock-, and scrotum-free cartoon image

Fully Digital Penetration, William Saletan, Slate, july 21, 2011.

La recensione della recensione

Non si fa, non ha senso, ma leggendo il commento di Alessandro Piperno a Open non si può resistere (Agassi, Il Corriere della Sera, 31 agosto 2011). Bastano le prime righe.

Ho letto Open, l'autobiografia di Andre Agassi, su consiglio di un amico (Einaudi Stile libero). Mi sono bastati un paio di capoversi per capire che mi ero imbattuto in un libro importante. Ora, che Agassi avesse un mondo - variegato, seducente, croccante, inimitabile - non mi ha colto impreparato. Il dato sconcertante è che un atleta il cui stile tennistico ho sempre detestato scriva in un modo così incantevole. E così incisivo. «Gioco a tennis per vivere, anche se odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l'ho sempre odiato. Quando quest' ultimo tassello della mia identità va al suo posto, scivolo sulle ginocchia e in un sussulto dico: fa' che finisca presto». Non è che un assaggio dello «stile Agassi»: cocktail di ironia, consapevolezza, umiltà, melanconia, chiaroveggenza, savoir vivre. Alla fine del libro Agassi ringrazia J.R. Moehringer, un premio Pulitzer, un virtuoso. Tra le righe si evince che Moehringer gli abbia fatto da ghostwriter. Il che spiega una tale spavalderia stilistica. Eppure, nonostante si senta (e come) la mano di Moehringer, leggendo, non dimentica mai che il punto di vista è di Agassi.
Piperno è stupefatto per la bellezza del libro (ed il libro è bello assai), ed è colpito soprattutto dallo stile narrativo di Agassi. Eppure siccome nomina Moheringer deve aver letto anche le ultime e preziose 2 pagine di Open, in cui Andre Agassi spiega come è nato questo libro.
Non si evince tra le righe che Moehringer gli ha fatto da ghost, è raccontato da Agassi in modo chiarissimo.
Che poi quelle 2 pagine valgono tutto il libro per quel racconto. Per come Agassi ti fa annusare le lunghe giornate passate a raccontare e a ricordare. Per come Agassi descrive un modo di lavorare da fare invidia.
Le cose vanno così: nel 2006 Agassi legge il libro di Moehringer, Il bar delle grandi speranze (la storia di Moehringer e del suo libro meritano qualche minuto; qui un bel pezzo: How Andre Agassi and J. R. Moehringer collaborated, The New York Times, november 11, 2009). Gli telefona e lo invita a cena. I due legano e Agassi chiede a Moehringer di aiutarlo a "affrontare le mie memorie e a dargli forma. Gli ho chiesto di mostrarmi la mia vita attraverso gli occhi di un premio Pulitzer".
Poche righe dopo Agassi descrive i mesi passati a registrare e poi tutto il lavoro di trascrizione e di controllo delle date, dei nomi, di ogni dettaglio.
Insomma, stupirsi perché Agassi sappia scrivere fa davvero sorridere - lo si sottolinea anche nel sottotitolo Che romanziere questo tennista - come stupirsi che si senta la mano di Moehringer e che tuttavia il punto di vista sia di Agassi!
E poi: mondo croccante che diavolo significa?

sabato 23 luglio 2011

Words in context

John Stuart Mill, Considerations on Representative Government, 1861, chapter 1, «To What Extent Forms of Government Are a Matter of Choice» (corsivo mio):

Politically speaking, a great part of all power consists in will. How is it possible, then, to compute the elements of political power, while we omit from the computation any thing which acts on the will? To think that, because those who wield the power in society wield in the end that of government, therefore it is of no use to attempt to influence the constitution of the government by acting on opinion, is to forget that opinion is itself one of the greatest active social forces. One person with a belief is a social power equal to ninety-nine who have only interests. They who can succeed in creating a general persuasion that a certain form of government, or social fact of any kind, deserves to be preferred, have made nearly the most important step which can possibly be taken toward ranging the powers of society on its side. On the day when the protomartyr was stoned to death at Jerusalem, while he who was to be the Apostle of the Gentiles stood by “consenting unto his death,” would any one have supposed that the party of that stoned man were then and there the strongest power in society? And has not the event proved that they were so? Because theirs was the most powerful of then existing beliefs. The same element made a monk of Wittenberg, at the meeting of the Diet of Worms, a more powerful social force than the Emperor Charles the Fifth, and all the princes there assembled. But these, it may be said, are cases in which religion was concerned, and religious convictions are something peculiar in their strength. Then let us take a case purely political, where religion, if concerned at all, was chiefly on the losing side. If any one requires to be convinced that speculative thought is one of the chief elements of social power, let him bethink himself of the age in which there was scarcely a throne in Europe which was not filled by a liberal and reforming king, a liberal and reforming emperor, or, strangest of all, a liberal and reforming pope; the age of Frederic the Great, of Catherine the Second, of Joseph the Second, of Peter Leopold, of Benedict XIV, of Ganganelli, of Pombal, of D’Aranda; when the very Bourbons of Naples were liberals and reformers, and all the active minds among the noblesse of France were filled with the ideas which were soon after to cost them so dear. Surely a conclusive example how far mere physical and economic power is from being the whole of social power. It was not by any change in the distribution of material interests, but by the spread of moral convictions, that negro slavery has been put an end to in the British Empire and elsewhere. The serfs in Russia owe their emancipation, if not to a sentiment of duty, at least to the growth of a more enlightened opinion respecting the true interest of the state. It is what men think that determines how they act; and though the persuasions and convictions of average men are in a much greater degree determined by their personal position than by reason, no little power is exercised over them by the persuasions and convictions of those whose personal position is different, and by the united authority of the instructed. When, therefore, the instructed in general can be brought to recognize one social arrangement, or political or other institution, as good, and another as bad – one as desirable, another as condemnable, very much has been done towards giving to the one, or withdrawing from the other, that preponderance of social force which enables it to subsist. And the maxim, that the government of a country is what the social forces in existence compel it to be, is true only in the sense in which it favors, instead of discouraging, the attempt to exercise, among all forms of government practicable in the existing condition of society, a rational choice.
Mai fermarsi alle frasi ad effetto...

venerdì 22 luglio 2011

Tutelare l’obiezione di coscienza o un servizio sanitario equo?





A 1437 studenti di medicina – frequentanti la St George’s University di Londra, la Cardiff University, il King’s College di Londra e la Leeds University - è stato inviato un questionario per rilevare il loro parere sulla obiezione di coscienza: pensate che ai dottori dovrebbe essere permesso di fare obiezione rispetto a procedure che considerano moralmente ripugnanti? Il Journal of Medical Ethics ha pubblicato il risultato dell’indagine, e il quadro che ne emerge è molto interessante.

Hanno risposto in 733 (51%) e circa la metà ha risposto affermativamente. Tra gli studenti di medicina musulmani è maggiormente diffusa l’idea che un medico abbia il diritto di rifiutare di eseguire un aborto, di prescrivere contraccettivi o di curare un paziente ubriaco o drogato. Il questionario infatti prevedeva anche alcune domande sulle credenze religiose, il sesso, la specializzazione intrapresa e l’etnia. Un terzo ha dichiarato di non avere fede, poco più del 17% di essere protestante. Atei e cattolici hanno risposto in percentuali simili (circa il 12%).

A essere d’accordo con la liceità dell’obiezione è stato il 45% del campione; il 14% ha manifestato incertezza e il 40% ha risposto negativamente. Tre su quattro studenti musulmani hanno risposto di sì, circa la metà tra gli studenti ebrei, protestanti e quelli con altre credenze religiose. Tra chi ha risposto affermativamente si passa dal 34% appartenenti alla fede induista al 46% per quella cattolica. Tra gli studenti che avevano scelto il corso di studi di 5 anni la percentuale arriva al 21%; molto più bassa quella degli studenti che frequentano un corso di 4 anni (3%).

L’interruzione di gravidanza è l’argomento più controverso - in Italia lo si capisce anche dalla difficoltà nel garantire il servizio, difficoltà che è a volte prossima alla impossibilità. Non è difficile rendersi conto che in un ospedale in cui un solo medico non è obiettore di coscienza il servizio è gravemente compromesso e sospeso nel caso in cui il non obiettore vada in ferie, in malattia o in pensione. Le relazioni annuali del ministero della salute disegnano una curva pericolosamente in salita in questi ultimi anni, fino ad arrivare alla media nazionale che sfiora il 75% di ginecologi obiettori di coscienza, con punte di oltre l’80 in alcune regioni (Relazione sull’interruzione volontaria di gravidanza, 2006-2007, in particolare si veda la Tabella 28).

Galileo, 22 luglio 2011.

giovedì 21 luglio 2011

Le gemelle siamesi e la decisione impossibile


Alcuni giorni fa sono nate due bambine che hanno un solo cuore e due fegati fusi. Le gemelle siamesi per ora sembrano stabili. I medici stanno cercando di farle aumentare di peso e sperano che non si verifichi alcuna complicazione - in una condizione del genere, anche una lieve infezione potrebbe costituire un enorme pericolo.

PRENDERE TEMPO - Il prendere tempo, però, non risolverà questo vero e proprio rompicapo medico e morale, perché ci si potrebbe trovare a breve a dover eseguire un complicatissimo intervento chirurgico per separarle, nel tentativo di far vivere una delle due. Se già questo scenario si presenta come impossibile, diventa ancora più esplosivo se si aggiunge il dettaglio che si dovrà scegliere quale delle due vivrà - o almeno quale delle due si proverà a far vivere.
È ovvio che le considerazioni cliniche saranno rilevanti: collocazione degli organi, forza, peso e così via. Insomma la valutazione di chi ha la maggiore probabilità di sopravvivere è cruciale. Tuttavia è innegabile che vi sia una forte componente emotiva e morale in un intervento del genere. Come si fa a decidere di far morire una delle gemelle?

IGNAZIO MARINO NON INTERVERREBBE - Il commento di Ignazio Marino appare di primo acchito condivisibile e razionale. Marino dichiara: “Personalmente credo che non me la sentirei ad intervenire chirurgicamente, già sapendo che una bambina sarebbe sacrificata”.
Invece rischia di essere una scelta irrazionale e moralmente dubbia. L’elemento che sembra scomparire dallo scenario in cui ci domandiamo cosa fare e perché è il rischio del non intervento: se le facessimo morire entrambe? Se decidendo di non intervenire le condannassimo a morire senza nemmeno provare a salvarne una?
È molto diffusa l’idea che non agire sia moralmente privo di conseguenze o comunque moralmente meno coinvolgente dell’agire. Ma è una idea ingenua e sbagliata.
La differenza è essenzialmente emotiva e psicologica - se non agisco, se non mi sporco le mani, mi sentirò meno responsabile.
Ma se il mio non agire implica delle conseguenze peggiori del mio agire?
Ovviamente - in questo caso - non possiamo nemmeno essere certi che l’intervento farà vivere almeno una delle due bambine. Questa incertezza rende la decisione ancora più difficile.

INTERVENIRE O NO? - Ogni decisione è schiacciata dal rischio che le cose andranno diversamente da come previsto. In ogni modo, per valutare la scelta di Marino dovremmo analizzarla nel seguente scenario: 1. Intervengo rischiando di causare un danno di una certa rilevanza (la morte di una gemella); 2. Non intervengo rischiando di causare un danno più grave di quello ipotizzato nel primo caso (la morte di entrambe le gemelle).
In una prospettiva del genere non sembra giustificabile nascondersi dietro alla sacralità di ogni vita, né giustificare il non intervento con il rifiuto di causare direttamente la morte di un essere umano. O almeno bisognerebbe giustificare l’essere corresponsabile di causare indirettamente la morte di entrambe.
La domanda potrebbe anche porsi sul piano giuridico. Secondo l’articolo 40 del codice penale “non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. È il cosiddetto reato commissivo mediante omissione e la difficile questione potrebbe essere senz’altro sollevata nel dubbio che la morte delle gemelle fosse causata da un mancato intervento chirurgico. La risposta sul piano giuridico sarebbe forse ancora più complicata rispetto a quella morale.

DECISIONI IMPOSSIBILI MA NECESSARIE - È facile capire l’impatto emotivo per un medico che si trova a dover eseguire un simile intervento, ed è facile capire che sarebbe bello se potessero vivere entrambe e in buona salute. Possiamo fermarci alle vane speranze?
Spesso siamo costretti a prendere delle decisioni che non vorremmo mai prendere. Non intervenire non sempre è la scelta moralmente preferibile, almeno non a priori e soprattutto se circondata dalla erronea credenza che se incrociamo le braccia non siamo moralmente responsabili di quanto accadrà.

Giornalettismo, 20 luglio 2011.

martedì 19 luglio 2011

Rompicapo

Il commento di Ignazio Marino sul caso delle gemelle siamesi fa riflettere. Marino dichiara che non se la sentirebbe di intervenire chirurgicamente sapendo che una delle due sarebbe destinata a morire.
A una prima lettura sembra possibile concordare, perché nessuno vorrebbe trovarsi in una situazione del genere. Però è necessario porre una domanda (a Marino o a pareri del genere): se non intervenendo le facciamo morire entrambe?
Spesso è più facile emotivamente scegliere di non intervenire (quando sappiamo già che il nostro intervento causerà un effetto dannoso). Però non dovremmo dimenticare che intervenire rischia di causare un danno X, mentre non intervenire rischia di causare un danno maggiore di X.
In questo caso specifico, gli scenari che andrebbero considerati sono: intervenire e far morire una bambina per far vivere l’altra; non intervenire facendo morire entrambe.
Ovviamente è uno scenario semplificato e, ripeto, sarebbe preferibile non trovarsi in un dilemma del genere. Se però sei costretto a prendere una decisione, non è detto che il non intervento sia la scelta moralmente preferibile.

Conscientious objection to any procedure doctor’s right, say medical students

Conscientious objection in medical students: A questionnaire survey

Doctors should be allowed to object to any procedure that conflicts with their personal, moral, or religious beliefs, reveals a survey of medical students, published in the Journal of Medical Ethics.

Nearly half of respondents believed in the right of doctors to conscientiously object and refuse to treat a patient who wanted an abortion, contraceptive services, or who was drunk or high on drugs, or who wanted an intimate examination and was of the opposite sex.

This right was more frequently expressed among Muslim medical students, the survey findings showed.

The author contacted 1437 medical students at medical schools in Cardiff, London, and Leeds, and asked them to complete an anonymous questionnaire to canvass their views on conscientious objection to medical practices in 2008.

The students were also asked about their religious beliefs, their gender, ethnic origin and the type of medical degree they were taking.

In all, 733 responded, giving a response rate of 51%. One in three was male, and three out of four respondents were taking a five year degree.

Just under a third (30%) said they had no faith. And just over 17% said they were Prostestant.

There were similar proportions - around one in 10 (just under 12%) - of atheists and Catholics. The remainder were made up of “other” (11.5%); Muslim (9%); Hindu (5%); Sikh, Buddhist, or Jewish (just over 1%). Two people classified themselves as Eastern Orthodox.

In response to the question: ‘Do you think that doctors should be entitled to object to any procedure for which they have a moral, cultural or religious disagreement?’ 45% said yes; 14% were unsure; 40% said no.

Three out of four Muslim students (76%) responded in the affirmative, as did over half of Jewish, Protestant and ‘Other’ students. The proportions of those with other faiths who said ‘yes’, ranged from 34% (Hindu) to 46% (Catholics).

When asked about 11 medical practices, which included abortion and treating patients who are drunk or high on drugs, students on the traditional five year course (21%) were more likely to raise objections than those on the four year course (3%).

Across the entire group of medical students, one in five objections were on religious grounds; almost half were on non-religious grounds, and around one in three were a mixture of both.

Muslim and Protestant students were the most likely to give religious reasons for their objection, followed by Catholic students. Jewish students were the least likely to object on these grounds.

Medical students were least willing to treat patients requesting an abortion. Muslim students were the most likely to object to all 11 practices.

“In light of increasing demand for abortions, these results may have implications for women’s access to abortion services in the future. The Department of Health has issued statistics showing that, although there are an increasing number of abortions taking place in the UK, fewer doctors are willing to perform them,” writes the author.

She concludes: “Once qualified as doctors, if all these respondents acted on their conscience and refused to perform certain procedures, it may become impossible for conscientious objectors to be accommodated in medicine.”

18 july 2011.

venerdì 15 luglio 2011

La mercificazione (è pur sempre meglio della scempiaggine)


Su la Repubblica, edizione di Milano, ci sono 4 foto e il seguente, fenomenale commento.

La Cgil è sul piede di guerra con il gruppo Coin, che in questi giorni di saldi ha messo in vetrina, nel punto vendita di piazza Cinque Giornate a Milano, due ragazzi in costume da bagno. “Non siamo contro i saldi, né contro l’economia di mercato - si legge in una nota della Filcams Cgil di Milano - ma vorremmo difendere il decoro dei lavoratori e l’intelligenza dei clienti”. Secondo il sindacato, la vetrina attrezzata come una spiaggia con tanto di ragazzo e ragazza in costume per pubblicizzare prodotti come il telo mare con amplificatore di iPod è “all’insegna del corpo in vetrina e della mercificazione di tutto”. “È questa l’immagine che Milano vuole darsi?” è la domanda retorica di Filcams e Camera del lavoro, convinte che “non è certamente con queste scelte pubblicitarie che si costruisce una città che vuole essere modello di modernità e futuro”.
Il caldo fa male. E se poi fa pure umido, signoramia, il risultato è davvero preoccupante.

Biotestamento, io dico no al referendum


In queste settimane di accese discussioni (vedi Galileo: Perché la legge sul biotestamento è brutta e arrogante) sulle direttive anticipate c’è chi propone il referendum come rimedio alla violazione della nostra libertà compiuta dall’intrusivo disegno di legge prossimo all’approvazione.

Questa proposta potrebbe sembrare di primo acchito una soluzione, senz’altro in extremis ma pur sempre una soluzione. E invece rischia di costituire un ulteriore passo verso il baratro della violazione di un principio cardine di ogni Stato liberale: esiste una sfera privata e individuale in cui nessuno può permettersi di entrare. Quella sfera è la nostra libertà, intesa come assenza di interventi esterni, intesa come assenza di coercizione legale. Certo, si dirà, una volta approvata una legge liberticida, come potremmo difenderci? Affermare che non si sarebbe dovuti arrivare a questo punto non cambierebbe il panorama. Probabilmente però sarebbe preferibile l’intervento della Corte Costituzionale, proprio come accaduto per la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita (vedi Galileo: Eterologa: un’altra ordinanza alla Corte Costituzionale), come estrema difesa e come mezzo per riaffermare quanto è stato messo in discussione. Nemmeno la Corte Costituzionale sarebbe una risposta ideale, ma forse sarebbe meno rischiosa.

Continua su Galileo.

mercoledì 13 luglio 2011

Il paese che dimentica l’Aids

Ieri si è svolto il Forum Italiano della società civile sull’Hiv/Aids in attesa della Sesta Conferenza IAS su Patogenesi, Trattamento e Prevenzione (6th Conference on HIV Pathogenesis, Treatment and Prevention IAS2011) che si terrà a Roma dal 17 al 20 luglio prossimi.
Organizzato da numerose associazioni (Actionaid, ANLAIDS, Arcigay, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Gruppo Abele, LILA, Nadir, NPS Italia Onlus, Osservatorio Italiano sull’Azione Globale contro l’AIDS, Movimento Identità Transessuale, Villa Maraini), il Forum si inserisce nel progetto Verso Roma 2011 dell’Istituto Superiore di Sanità e denuncia il non mantenimento delle promesse del governo italiano in materia di lotta all’Hiv/Aids e le molte altre carenze che ancora oggi affliggono i tentativi di contrastare il diffondersi dell’infezione e di garantire una qualità di vita decente alle persone con Hiv/Aids.

L’ITALIA PEGGIO DI 30 ANNI FA - In Italia i problemi sono molti e sembrano essere peggiorati rispetto ad alcuni anni fa, a cominciare dal mancato versamento della quota annuale al Global Fund dal 2007/2008.
Le criticità e le proposte per affrontare una situazione tanto difficile sono sintetizzate da un documento che il Forum ha stilato e discusso: la Dichiarazione di Roma, che si può sottoscrivere ancora per qualche giorno e che sarà presentata allo IAS e poi inviato alle istituzioni italiane.
Ora più di allora!, è forse la parola chiave della dichiarazione. Ora, cioè, più di 30 anni fa è necessario incentivare la ricerca, la prevenzione, la cura e i diritti. Perché ora, dopo 30 anni, non esiste ancora una cura definitiva per l’infezione da HIV e la ricetta per arrestare e gestire questa epidemia deve passare da consolidate politiche di prevenzione, da un’assistenza socio-sanitaria adeguata, dalla disponibilità dei farmaci e della diagnostica per tutti, dalla difesa dei diritti e la lotta contro lo stigma in ogni contesto” - così comincia la Dichiarazione di Roma.
Il documento propone una fotografia del fenomeno e poi elenca le mosse necessarie alla lotta alla infezione e alle implicazioni sanitarie e sociali. Discriminazione, violazione della privacy, stigma sociale sono piaghe ancora diffusissime e che vanno ad esasperare una condizione già gravata dalla patologia.

Continua su Giornalettismo.

martedì 5 luglio 2011

No comment

Free Assange?

sabato 2 luglio 2011

Amore di plastica


Che cosa si cerca in una bambola? Quali sono le motivazioni che spingono qualcuno a comprare una Real Doll? Per molti sarà squallido e triste e falso - come se tutte le relazioni con altri esseri umani fossero interessanti e allegre e “vere” - ma se il controfattuale per l’acquirente X fosse la solitudine? O peggio?
Hanno qualcosa in comune con quelli che amano e “sposano” un animale?
Forse la lettera di Tom allo staff di Abyss non fornisce una risposta, ma suggerisce un punto di osservazione: “Le ragioni per cui ho deciso di comprare una bambola sono varie: ero un single (abbastanza felice), ma una volta che mi resi conto che questa bambola avrebbe potuto cambiare la mia vita di solitudine, ho cominciato a cercare in Rete. […]
È qui da circa 4 ore e ogni volta che entro nella stanza mi spavento un po’ come se qualcuno fosse davvero seduto lì. Questo significa che mi ha dato la sensazione di essere in compagnia dal primo minuto, e non avrei mai creduto che fosse possibile.
[…] A qualche giorno di distanza posso dire: sta andando sempre meglio. Le cose che scopri… Le cose che puoi o devi fare: fare shopping per lei, prendersene cura (lavarla, incipriarla), vestirla, muoverla… Baciarla, accarezzarla, coccolarla, sdraiarsi accanto a lei, tenerle la mano, lavarle la parrucca… […] Sono così felice di averla con me!”.
Tom sarà fuori di testa? Forse sì. Però se fosse vero quanto lui scrive (“Sono così felice di averla con me!”), non sarebbe già abbastanza per ripensare la condanna assoluta, considerando che non
fa male a nessuno? La sua felicità è irrimediabilmente fasulla e vergognosa? Siamo convinti che una genuina infelicità sia necessariamente preferibile a una felicità fittizia?

Su Il Mucchio Selvaggio di luglio-agosto 2011 (in Real Dolls).

lunedì 20 giugno 2011

Non vorrei che mio figlio fosse gay

Tutto qua. Anche perché non ho figli maschi, per fortuna, ho 2 figlie femmine. Purtroppo anche tra le donne esiste l’omosessualità.
Il segreto? Provate a vederlo pensando di guardare una sit com, convincetevi che sia una versione (penosa, concordo) di Corrado Guzzanti o di George Carlin.

domenica 19 giugno 2011

La scorciatoia bugiarda di Assuntina Morresi



Assuntina Morresi non è nuova alle interpretazioni fantasiose e poco attente alla letteratura scientifica.
Ieri se la prende, per l’ennesima volta, con la Ru486, con l’interruzione di gravidanza e con la contraccezione d’emergenza che in realtà sarebbe un mezzo abortivo camuffato (La scorciatoia bugiarda dell’aborto inconsapevole, Avvenire, 18 giugno 2011). Ma andiamo per ordine.
Il primo problema è l’affermazione di Morresi sulla Ru486, ovvero il farmaco che induce farmacologicamente l’interruzione di gravidanza - il cosiddetto aborto medico o farmacologico - invece di intervenire chirurgicamente. Morresi sostiene che il suo uso sarebbe difficilmente conciliabile con la legge 194 che nel 1978 ha normato l’interruzione di gravidanza. Nel 1978 questa possibilità non esisteva, tuttavia all’articolo 15 si legge: “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza” (il corsivo è mio).
L’altro ostacolo pretestuoso riguarda il ricovero in una struttura sanitaria - così come previsto dall’articolo 8 della 194. Due anni fa l’Agenzia Italiana per il Farmaco aveva sottolineato la necessità di garantirlo come prova del rispetto della legge sulla interruzione di gravidanza. Il motivo di questa decisione? La risposta non è semplice, ma il richiamo all’articolo 8 sembra insoddisfacente (qui Giuseppe Regalzi aveva commentato il comunicato stampa dell’Aifa).
Il problema dunque non sembra tanto essere che la legge 194 non possa conciliarsi con la Ru486, ma che Morresi non approvi l’interruzione di gravidanza, soprattutto se eseguita in modo meno invasivo per le donne (già abortire è moralmente ripugnante, ma almeno che si soffra il più possibile e che non si possa scegliere). Nel corso del tempo le strategie di Morresi sono passate dall’affermazione della pericolosità della Ru486 per le donne all’accusa di “aborto fai da te”, colpevole anche di eliminare lo spazio di colloquio con la donna da parte di quanti vorrebbero dissuaderla. Scriveva infatti nel 2008: “La 194 invece, propone una casistica e pretende la valutazione e la certificazione di un medico. Proprio per permettere di discutere le motivazioni che spingono ad abortire, dà molto spazio al colloquio con le donne e prevede un periodo di riflessione - sette giorni - fra la concessione del certificato per abortire e l’intervento. Avere uno spazio in cui inserirsi per incontrare le donne e per ascoltarle è fondamentale: è questo il momento in cui lavorano i volontari dei “Centri di Aiuto alla Vita”. È questo il motivo per cui stiamo lottando contro la pillola abortiva Ru486, sinonimo di “aborto fai da te”, un modo di abortire in cui incontrare le donne diventa impossibile” (Una battaglia per la vita a trent’anni di distanza, ilsussidiario.net, 17 marzo 2008).

Continua su Giornalettismo.

DNA profiling

It could mark the end of the traditional television sleuth drama. A new device that can identify suspects from DNA left at the scene of a crime in under an hour is set to transform the way police track down criminals.

The portable technology, which is about the same size as piece of airline carry on luggage, uses a rapid form of DNA profiling to produce a genetic fingerprint from blood, saliva and skin cells left at crime scenes.

Without leaving the scene of the crime, the device, which has been developed by forensics experts, can then check the profile against the centrally held National DNA Database to reveal the identity of the criminal responsible in under an hour.

martedì 14 giugno 2011

Too Gay To Judge?

Still, just because a legal argument is degrading and futile doesn't mean nobody will make it. For as long as there have been bigots in America, litigants have tried to argue that women are too womanly to decide gender cases and that Jews are too Jewish to hear cases involving the first attacks on the World Trade Center. Like ProtectMarriage, these litigants also have tried to dress up their claims as something other than pure bigotry. They never prevail.
Too Gay To Judge? The preposterous, appalling effort to disqualify Vaughn Walker from judging the California gay marriage case because he is gay, Slate, june 13 2011.

China’s Fantastic New Plan To Pay Organ Donors

No one seriously thinks the council will opt for unfettered sales, but the bottom line of any serious consideration is inescapably this: The only way to save lives and starve underground markets abroad is to provide more transplants at home. And the only way to do that is to break radically—and ethically—with a status quo that forbids an informed donor to be rewarded for saving the life of a stranger.
Yuan a Kidney?, Slate, june 13 2011.

La verità, vi prego, sulla contraccezione d’emergenza

Il 6 giugno 2011 la Società Italiana della Contraccezione (SIC) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) hanno redatto un documento comune: Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale.
Il documento parte dalla definizione di contraccezione d’emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: “La contraccezione d’emergenza si definisce come “metodica contraccettiva”, poiché può solo prevenire e non interrompere una gravidanza”.
Va assunta in caso di un rapporto sessuale non protetto o nel caso in cui sia stato usato scorrettamente un altro mezzo contraccettivo. L’effetto sarà inversamente proporzionale al tempo trascorso tra il rapporto a rischio e l’assunzione del farmaco.
Dopo le descrizioni tecniche sulle confezioni disponibili in Italia e autorizzate dall’Aifa, il documento si sofferma sulla questione più importante: come funziona la contraccezione d’emergenza. Nel paragrafo intitolato “Meccanismo d’azione della contraccezione d’emergenza” si afferma: “È ampiamente dimostrato che il LNG [levonorgestrel], quando somministrato in fase preovulatoria, interferisce con il processo ovulatorio, per inibizione o disfunzione dello stesso, e previene quindi la fertilizzazione. In particolare, se somministrato prima del picco preovulatorio di LH, È in grado di impedire l’ovulazione nella maggior parte dei casi. Inoltre, è stato evidenziato che nelle donne che assumono il LNG quando i parametri clinici, ecografici ed ormonali sono diagnostici di ovulazione già avvenuta, il LNG non ha alcun effetto. È evidente quindi che il LNG non interferisce con l’impianto dell’embrione, una volta avvenuta la fertilizzazione; ciò, non causa aborto, né è in grado di danneggiare una gravidanza in atto” (il corsivo è mio).

Non esiste una normativa ad hoc e, in modo condivisibile, il documento rimanda a due leggi: quella del 1975 sui consultori familiari (legge 405 del 29 luglio 1975; prima di allora i contraccettivi erano illegali) e quella del 1978 sulla interruzione volontaria di gravidanza (legge 194 del 22 maggio 1978). Queste leggi garantiscono l’accesso ai mezzi contraccettivi. Non solo: il Comunicato del Ministero della Sanità n. 254 del 1 novembre 2000 afferma esplicitamente che “l’uso di questa pillola non viola la legge dello Stato…il farmaco oggi a disposizione…si concretizza come un mezzo di prevenzione dell’aborto e sottrae la donna al rischio di trovarsi di fronte a scelte drammatiche”.
E ancora “nel documento di schema d’Intesa Stato–Regioni per una migliore applicazione della Legge 194, del 15 febbraio 2008, in cui si sottolinea la necessità di:
- Garantire congruo orario di apertura del Servizio Consultoriale, anche prevedendo l’accoglienza senza appuntamento, con carattere di precedenza, per alcune richieste come: contraccezione d’emergenza, inserimento di IUD, richiesta di certificazione urgente per interruzione volontaria di gravidanza;
- Prevedere la prescrizione della “contraccezione d’emergenza”, oltre che nei servizi consultoriali, anche nei Pronto Soccorso e nei servizi di continuità assistenziale (guardia medica).
Ben definito è quindi il diritto della donna alla prescrizione della contraccezione d’emergenza”.

Continua su Galileo.

sabato 4 giugno 2011

Kevorkian

Photo by Jeff Kowalsky.

“I’m trying to knock the medical profession into accepting its responsibilities, and those responsibilities include assisting their patients with death”, aveva dichiarato nel 1990.
Un lungo articolo di ieri su The New York Times ricorda la storia di Jack Kevorkian (Dr. Jack Kevorkian Dies at 83; A Doctor Who Helped End Lives).
Comunque la si pensi, Kevorkian ha avuto il merito di rompere il silenzio ipocrita sulla morte e sulla sofferenza, sulla malattia terminale e sul legittimo desiderio - da parte di alcuni - di non sopravvivere in condizioni penose e senza prospettive di miglioramento.
In più ha avuto il merito di non arretrare di fronte alle conseguenze delle sue scelte scontando 8 anni di carcere.
Mi vengono in mente i tanti che strepitano sulla immoralità di qualche atto standosene comodamente in poltrona e limitandosi a far finta di niente. Non so perché mi vengono in mente molti obiettori di coscienza sulla 194 o sulla contraccezione di emergenza. Mi vengono in mente anche i tanti che strepitano di morte naturale e di diritto sacro alla vita. Ma poi mi fermo qui perché il panorama è troppo desolante.

venerdì 3 giugno 2011

An Italian nightmare

Science under politics. An Italian nightmare (Elena Cattaneo & Gilberto Corbellini, EMBO reports (2011) 12, 19 - 22) è stato pubblicatao qualche mese fa. Ma non è di certo invecchiato.
Queste le conclusioni.

One could ask whether the situation in Italy is simply a local consequence of a deteriorating relationship between science and society, or between scientists and politicians. In other words, is Italy an exception, or simply a vision of things to come in other countries? Regardless, the predicament of Italian science and scientists should stand as a warning of what happens when the rules of transparency are overridden, the scientific community remains largely silent, scientific facts have marginal political influence and science communication is helpless against ideologically driven propaganda that manipulates facts on a large scale (Corbellini, 2010). The experience of scientists in the USA during the Bush administration shows that for other countries this possibility is not too far-fetched and that, to paraphrase the British statesman Edmund Burke (1729–1797): bad science flourishes when good scientists do nothing.

Volti parole

Venerdì 10 giugno, 18.30, Rinascita, Viale Agosta 33, Roma.