lunedì 18 settembre 2006

Nessuno dovrebbe ritrovarsi in una situazione come quella di David March

David March, 57 anni, era tornato a casa per dare da mangiare alla moglie Gillian, affetta da sclerosi multipla, ma l’ha trovata con un sacchetto di plastica infilato sulla testa. Allora l’uomo, un giardiniere, ha prontamente rilegato il filo attorno al sacchetto e poi ha stretto la mano della moglie fino al suo trapasso.
La signora March, da anni in carrozzella ed incontinente, aveva provato già alcune volte a togliersi la vita. Mentre ogni giorno le sue condizioni di salute peggioravano, la donna accusava il marito di non lasciarla morire in pace. La signora March, 59 anni, aveva infatti chiesto che non fosse fatto alcun tentativo di rianimazione qualora fosse stata trovata incosciente. Ma così non era stato in almeno due occasioni.
L’ultima volta il marito l’aveva trovata mentre tentava di suicidarsi il 19 settembre dello scorso anno. L’uomo ha stretto la corda e poi ha chiamato l’ambulanza. I sanitari hanno trovato la signora esanime sulla propria carrozzella nel soggiorno.
Due giorni fa, l’uomo, agli arresti, ha ammesso in tribunale di aver aiutato la moglie ad uccidersi.
Il procuratore aveva fatto arrestare March per omicidio “perché, anche se lei aveva comunque tentato di togliersi la vita, le azioni dell’uomo potevano aver causato la morte”.
Ma durante l’ultima udienza, il procuratore ha dato ragione alla difesa, ammettendo la versione dell’imputato. “Lei era sempre viva quando lui è rientrato a casa e, almeno per quanto concerne le prove mediche, ha riannodato la corda con cui la donna si era legata le mani dietro la schiena”, e non quella del sacchetto.
L’uomo è stato quindi liberato ed è in attesa della sentenza, che giungerà il prossimo 16 ottobre.

La coppia era sposata dal 1979. La signora March lavorava come assistente legale fino al 1984, quando le è stata diagnosticata la sclerosi multipla. Il marito ha detto che la moglie “urlava e gridava” contro di lui perché non l’aveva lasciata morire durante i suoi falliti tentativi di suicidio. “Io l’amavo con tutto il cuore e avrei fatto qualunque cosa per lei. Vivere era difficile”.

Un portavoce di Dignity in Dying, l’associazione per la legalizzazione del suicidio assistito, ha così commentato la vicenda: “Nessuno dovrebbe ritrovarsi in una situazione come quella di David March. Tu devi scegliere fra la tua coscienza e la legge, e quando devi poter piangere la tua perdita vieni arrestato e partono azioni legali. Una legge sul suicidio assistito porterebbe questa pratica alla luce del sole, la regolamenterebbe e farebbe in modo che i desideri di persone come Gillian March siano rispettati, lasciando loro il controllo della situazione”.
Jeremy Purvis, il parlamentare liberaldemocrartico che ha presentato una proposta di legge per la legalizzazione del “mercy killing”, è convinto che in Scozia ci sia un largo consenso per una revisione della legge in materia. “Questo argomento tocca la gran parte delle famiglie. La legge non permette alle persone di avere il controllo nelle fasi finali delle proprie vite”.
Lo scorso maggio una proposta di legge sul suicidio assistito era stata bocciata dalla Camera dei Lords con 148 voti a 100, nonostante l’opinione pubblica inglese fosse favorevole alla legalizzazione di questa pratica.
Ho aiutato mia moglie malata a suicidarsi, Vivere & Morire, 16 settembre 2006.

1 commento:

Morgan ha detto...

Tremenda la vicenda. Credo che in questi casi conti poco il giudizio o i dogmi, ma che ogni fatto sia analizzato con calma e buon senso.

A presto. Morgan