lunedì 4 settembre 2006

Ratzinger e la citazione fuorviante

Uno dei vezzi meno sopportabili dei creazionisti è quello di citare fuori contesto affermazioni di scienziati famosi, che apparentemente metterebbero in dubbio la teoria dell’evoluzione, mentre in realtà affermano tutt’altro (il compianto Stephen Jay Gould era una delle vittime preferite di queste contraffazioni). È con un certo stupore che uno coglie sul fatto, impegnato in una citazione fuorviante di tal fatta, anche Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI. Leggiamo infatti su Avvenire di ieri (Andrea Galli, «Ratzinger: il problema è ideologico», 3 settembre 2006):

«La teoria evoluzionistica si è andata cristallizzando come la strada per far sparire definitivamente la metafisica, per rendere superflua l’“ipotesi di Dio” (Laplace) e formulare una spiegazione del mondo rigorosamente “scientifica”. Una teoria evoluzionistica che spieghi in modo comprensivo l’insieme di tutto il reale è diventata una specie di “filosofia prima” che rappresenta per così dire l’autentico fondamento della comprensione razionale del mondo». Così scriveva poco di più di due anni fa Joseph Ratzinger nel suo libro Fede, Verità, Tolleranza (Cantagalli, 2003), mostrando in cinque dense pagine un’acuta sensibilità per il problema del rapporto tra lascito darwiniano e visione del mondo cristiana. Un nodo ancora irrisolto, anzi induritosi nel tempo, sì che «occorre che questa discussione venga affrontata da entrambe le parti con serenità e disponibilità ad ascoltare, cosa che finora è accaduta solo in scarsa misura». Del resto, sottolineava l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, gli spunti per una riflessione comune non mancano. Se, per esempio, «nessuno potrebbe mettere seriamente in dubbio le prove scientifiche dei processi microevolutivi», nella stessa dottrina evoluzionistica «il problema si presenta quando si passa dalla micro alla macroevoluzione, passaggio a proposito del quale Eörs Szathmáry e Maynard Smith, entrambi convinti sostenitori di una elaborata teoria evoluzionistica, ammettono anch’essi: “Non ci sono motivi teorici che lascino pensare che delle linee evolutive aumentino in complessità col tempo; non ci sono neanche prove empiriche che ciò avvenga”».
La microevoluzione consiste in cambiamenti all’interno di una singola specie (per esempio, lo sviluppo di una carnagione chiara nelle popolazioni nordiche), mentre la macroevoluzione consiste nei cambiamenti che portano alla nascita di nuove specie, generi, famiglie, ordini, etc. (per esempio, la differenziazione dei felini in tigri, gatti e leoni). Qui già tintinnano vari campanelli di allarme: com’è possibile che uno dei più grandi evoluzionisti di tutti i tempi, John Maynard Smith, possa dichiarare problematico il concetto di macroevoluzione, visto che la teoria dell’evoluzione è nata proprio per spiegare l’origine delle specie viventi? E che cosa ha a che fare l’aumento della complessità biologica, di cui parlano i due scienziati, con la nascita di nuove specie, che è un concetto del tutto diverso?
Vediamo di capire un po’ meglio. Il testo di Szathmáry e Maynard Smith che Ratzinger cita (non di prima mano, ma da R. Junker e S. Scherer, Evolution. Ein Kritisches Lesebuch, Giessen, Weyel Lehrmittelverlag, 1998, p. 5), proviene dal sommario di un articolo («The major evolutionary transitions», Nature 374, 1995, pp. 227-32), che nell’originale recita:
There is no theoretical reason to expect evolutionary lineages to increase in complexity with time, and no empirical evidence that they do so. Nevertheless, eukaryotic cells are more complex than prokaryotic cells, animals and plants are more complex than protists, and so on. This increase in complexity may have been achieved as a result of a series of major evolutionary transitions. These involved changes in the way information is stored and transmitted.
L’articolo è interamente comprensibile solo a un pubblico di specialisti; noi profani dobbiamo ricorrere a un bel libro degli stessi autori, The Origins of Life: From the Birth of Life to the Origin of Language (New York, Oxford University Press, 1999). Cosa dicono, dunque, Szathmáry e Maynard Smith?
La teoria dell’evoluzione (contrariamente a quanto spesso si pensa) non predice un aumento della complessità dei viventi attraverso il tempo; essa predice soltanto che gli organismi diventeranno più abili a sopravvivere e a riprodursi nel loro ambiente – o almeno, che non diventeranno meno abili. Ciò è confermato dal fatto che molti gruppi di esseri viventi non sono cambiati nel corso delle ere geologiche: i coccodrilli, per esempio, sono più o meno identici a come erano nel Cretaceo, quando sulla terra giravano ancora i dinosauri. La macroevoluzione non corrisponde quindi necessariamente a un aumento di complessità. Com’è naturale, alcuni gruppi sono divenuti effettivamente più complessi: gli elefanti sono più complessi dei primi organismi unicellulari, e le quercie sono più complesse delle prime alghe. Ma non ci sono particolari problemi a capire in generale perché ciò sia avvenuto: in determinate situazioni un aumento di complessità consentiva un adattamento migliore. Tutto ciò è ben noto; il contributo dei due autori consiste nell’individuare i meccanismi comuni all’opera in questi casi: cambiamenti nel modo di immagazzinare, trasmettere, e interpretare l’informazione, e il passaggio da entità biologiche capaci di replicarsi autonomamente ad entità capaci di riprodursi solo in congiunzione con altre simili. I problemi non mancano – come sempre nella scienza; ma non c’è nulla che possa far pensare ad una débâcle della teoria dell’evoluzione; anzi.

Ecco come uno degli autori, nell’occasione purtroppo assai triste della stesura del necrologio dell’altro, ha reagito alla citazione di Ratzinger (Eörs Szathmáry, «Birds as Aeroplanes: Remembering John Maynard Smith», Biological Theory 1, 2006, pp. 84-86):
One thing seems certain to me: Cardinal Ratzinger’s way of quoting us is misleading and inappropriate, and it is a special insult to John’s fairness and open-mindedness, because it is the fairness and open-mindedness of this summary that makes it liable for misuse. John would not have been amused.
La severità del giudizio può essere attenuata – almeno fino a un certo punto – dal fatto che Ratzinger non aveva letto lo studio originale. Santità, ci faccia e si faccia un favore: la prossima volta che scrive o parla di evoluzione, controlli meglio le fonti.

2 commenti:

Sagredo ha detto...

Certe volte si spinge oltre, come quando si inventa epistemologo e cita feyerabend a sproposito.

http://www.galilean-library.org/blog/?p=76

Anonimo ha detto...

Nella confusione si finisce per accrediare "sapienza e lungimiranza" anche a dei cretini come Ratzinger, che non è intelligente perché è papa, anzi il fatto che lo abbiano fatto papa dimostra che la cretineria tra i cretini viene scambiata per sapienza.