lunedì 28 novembre 2011

domenica 27 novembre 2011

Al posto delle mammane c’è il Cytotec. Cambiano i metodi, ma i rischi restano (aborti fai da te)

Come ogni fenomeno clandestino è difficile quantificarlo. Non ci sono numeri ufficiali, ma voci, sporadiche inchieste e qualche volta denunce. Denunce di medici che eseguono aborti nelle cliniche private o nel loro studio, o di persone che fanno aborti in condizioni sanitarie più o meno spaventose. Chi può va all’estero, come succedeva prima della legge 194/1978. Chi non può scivola nella clandestinità.
Negli ultimi anni abortire in Italia è diventato difficile, anche a causa dell’alto numero di obiettori di coscienza: la media nazionale supera il 70%, con punte regionali di oltre il 90.
Esiste un modo per abortire fai da te che sta riscuotendo sempre più successo: il Cytotec.
È un gastroprotettore. Il foglietto illustrativo avverte: “Come altre prostaglandine naturali e sintetiche, il misoprostol aumenta sia l’intensità che la frequenza delle contrazioni uterine. Il suo uso in gravidanza può comportare gravi danni per il feto, complicare la gravidanza o causarne l’interruzione. Pertanto il prodotto è controindicato durante la gravidanza accertata o presunta ed il suo impiego nelle donne in età feconda è consentito soltanto se vengono adottate contemporaneamente idonee misure contraccettive”.
Alcune donne prendono il Cytotec per ottenere proprio quell’effetto collaterale. Succede nei Paesi dove abortire è illegale, dove è l’unica alternativa a una gravidanza che non si può o vuole portare avanti e ai rischi degli aborti eseguiti con ferri da calza o altri mezzi rischiosi e non igienici.
Ma succede anche in Italia, dove esiste una legge che garantisce la possibilità di interrompere una gravidanza in modo sicuro. Almeno sulla carta.
Perché alcune donne invece di andare in ospedale prendono il Cytotec rischiando la salute e la vita? Il Cytotec non causa solo un possibile aborto, ma emorragie e complicazioni. A volte può farti morire. Sarà meno dannoso e più economico delle mammane, ma non è affatto sicuro. Lo sarebbe se fosse assunto in modo coretto e in un ospedale - lo stesso farmaco è infatti usato per indurre il travaglio e negli aborti tardivi.
Due anni fa una donna è arrivata in ospedale in condizioni critiche. È morta. Nel campo a Tor Sapienza dove viveva è stato trovato un blister bruciacchiato di Cytotec.
Sempre nel 2009 la Stampa denunciava lo spaccio del farmaco intorno alla stazione di Milano e nei sotterranei della metropolitana. Pochi euro per 5 pasticche, senza nemmeno procurarti la ricetta. Le prendi, aspetti e quando ti viene l’emorragia vai in ospedale simulando un aborto spontaneo.
Una possibile spia degli aborti clandestini potrebbe forse essere l’aumento di quelli spontanei. Secondo i dati Istat sono passati da circa 55.000 mila del 1988 agli oltre 77.000 del 2007.
È evidente che le vittime predestinate sono le donne più spaventate, con meno mezzi, magari senza cittadinanza italiana.
È impressionante che in Italia accada qualcosa di simile a quanto accade in quei Paesi in cui abortire è illegale. È ingiustificabile che l’accesso a un servizio pubblico sia tanto complicato e discriminatorio, perché a pagare il prezzo più alto saranno sempre le persone più fragili.

Calabria Ora, 24 novembre 2011.

giovedì 24 novembre 2011

Il riparatore



Il 23 dicembre 2007 Davide Varì pubblica su “Liberazione” una inchiesta su Tonino Cantelmi e le terapie riparative - ovvero quelle terapie che vogliono aggiustare gli orientamenti omosessuali. Cantelmi querela Varì. Non perché gli ha dato del riparatore, ma perché ha definito il suo studio “un porto di mare”.
Il processo s’è concluso da poche settimane con l’assoluzione di Varì: la sua inchiesta non ha varcato i confini del legittimo esercizio del diritto di critica e di cronaca e il fatto non sussiste, non è reato. Anzi, il giudice ha ritenuto che il pezzo avesse un interesse pubblico incontestabile. Le espressioni che hanno offeso Cantelmi non possono considerarsi diffamatorie. Inoltre - e questo è l’aspetto preoccupante - “non è apparso del tutto estraneo il Cantelmi alla cura dell’orientamento sessuale dei propri pazienti”.
Ma andiamo per ordine. La vicenda inizia nel 2007 con Varì che finge di cercare aiuto perché è a disagio con la sua omosessualità. Il sospetto è che ci siano alcuni terapeuti convinti che l’omosessualità possa essere curata, anzi debba essere curata. Ricordiamo che considerare di per sé patologico un determinato orientamento sessuale è insensato e scorretto e che per fortuna l’omosessualità non è più considerata una malattia. Ciò non significa che la propria sessualità non possa sollevare conflitti o disagi, ma che il malessere va cercato altrove e che l’omosessualità non è un errore da correggere. Eppure alcuni si ostinano nel considerarla un difetto, una deviazione o qualcosa che non va e che, dunque, deve essere riparata. Alcune associazioni sono esplicitamente a favore della riparazione, come Obiettivo Chaire, Living Waters, il Gruppo Lot o il Narth (National Association for Research & Therapy of Homosexuality) - ma molti altri preferiscono essere meno espliciti: come Scienza e Vita o Agapo, Associazione di genitori e amici di persone omosessuali (da non confondere con l’Agedo, Associazione di genitori di omosessuali). Il dominio dei riparatori ha confini nebbiosi e può includere tutti quelli che credono che l’omosessualità sia intrinsecamente sbagliata - questa premessa è la condizione sufficiente per sentire puzza di riparazione.

Su Il Mucchio Selvaggio di dicembre.

lunedì 21 novembre 2011

Radio Blackout

A partire dal 1972, con l’introduzione del servizio civile, il concetto cambia però di significato, perlomeno all’interno della giurisprudenza. L’obiezione di coscienza diventa un diritto positivo. La legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza consacrerà questa nuova interpretazione e cambierà il corso della storia dell’obiezione di coscienza nella penisola: da simbolo forte di opposizione al potere diventerà addirittura uno strumento per raggiungerlo.
Il risultato è che ora abbiamo ora una legge che trova enormi difficoltà a essere effettivamente applicata e medici che, lungi dal rischiare il carcere, spesso ottengono riconoscimenti e fanno addirittura carriera, come nella Lombardia del ciellino Formigoni. La percentuale di obiettori tende costantemente ad aumentare, perché è «una scelta facile e indolore» che rende ormai carta straccia «la libera scelta iniziale (diventare ginecologi e lavorare nel pubblico), che vincola l’individuo a doveri e non solo a diritti professionali e privilegi».
Intervista qui.

Sex and (the) stress

In questo presunto inferno peccaminoso, mi pare di avvertire piuttosto molto rumore di scodelle, sferragliare di ciabatte, sfrigolio di zip di pigiami. Il sesso resta ancora soprattutto quello sognato sul divano, o guardato di nascosto su un sito dove tutto si vede, ma nulla si tocca (cuore compreso).
Elisabetta Ambrosi su Vanity Fair.

What Would Artificial Blood Mean for Jehovah’s Witnesses?

Would permitting artificial blood, should it become scalable in the future, be a good compromise? I’m no Jehovah’s Witness, so I can’t speculate too much, but it seems that it could be a workable loophole that would allow them to adhere to their faith while catching up with modern medicine.
Slate, Future Tense, november 17, 2011.

RU486 in Calabria

Una fotografia desolante di cosa accade in Calabria e in Italia rispetto alla RU486: una pillola che alla Calabria proprio non va giù, di Doriana Righini, 20 novembre 2011.

Via Luigi Poletti 2, Roma.

giovedì 17 novembre 2011

mercoledì 16 novembre 2011

Renato Balduzzi: chi è costui?

Il nuovo ministro della sanità, annunciato poco fa dal Presidente del Consiglio Mario Monti, è dunque Renato Balduzzi, Professore Ordinario di Diritto costituzionale all’Università del Piemonte Orientale, specialista delle questioni giuridiche della sanità. Si tratta, diciamolo subito, di un cattolico: dal suo curriculum vitae apprendiamo che

[d]al 2002 al 2009 è stato presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale (MEIC, già Movimento Laureati di Azione Cattolica) e attualmente è componente per l’Italia dello European Liaison Committee di Pax Romana - Miic (Mouvement international des intellectuels catholiques) - Icmica (International Catholic Mouvement for Intellectual and Cultural Affairs).
L’accenno all’Azione Cattolica farebbe pensare più a un «cattolico adulto» che a un integralista, e la cosa sembra confermata dall’esperienza di Balduzzi come consigliere giuridico dell’allora Ministro delle politiche per la famiglia Bindi, fra il 2006 e il 2008. Qui però iniziano le dolenti note, perché sembra assodato che Balduzzi sia stato tra gli artefici dello sciagurato disegno di legge sui DiCo, le dichiarazioni di convivenza volute dalla Bindi e naufragate ben presto nel ridicolo, non rimpiante da nessuno. In un articolo di Silvio Troilo, «I progetti di legge in materia di unioni di fatto: alla ricerca di una difficile coerenza con i principi costituzionali» (pubblicato in anteprima su Forum Costituzionale, 12 settembre 2008) trovo alcune citazioni di un saggio del Balduzzi, «Il d.d.l. sui diritti e i doveri delle persone stabilmente conviventi: modello originale o escamotage compromissorio?», Quaderni Regionali 26 (2007), pp. 39-56, a me inaccessibile, che per l’appunto tratta dei DiCo:
non è sufficiente richiamare l’art. 2 [della Costituzione] come clausola a fattispecie aperta (capace cioè di offrire tutela a situazioni via via avvertite come meritevoli di tutela dalla coscienza sociale, al di là di quelle canonizzate nel testo costituzionale), in quanto lo stesso art. 2 non offre tutela a tutti i desideri che si vorrebbero riconosciuti come bisogni e a tutti i bisogni che si vorrebbero tutelati come diritti, ma riconosce e garantisce quei desideri e quei bisogni che servono allo svolgimento della personalità all’interno di una formazione sociale.

la legge […] non è solo certificazione della realtà, ma è altresì regola della medesima, e pertanto discipline che applicassero indiscriminatamente e tout court normative di tutela dei diritti della famiglia a situazioni diverse dal modello costituzionale di famiglia verrebbero a menomare la funzione della norma costituzionale. La disposizione costituzionale sarebbe completamente travisata, ebbe modo di osservare ancora Moro (in risposta a un’insidiosa osservazione del qualunquista Mastroianni, riferita alla formula del progetto di costituzione, poi diventata […] l’art. 29 Cost.), se venisse portata a significare che si vuole riconoscere un vincolo familiare costituito soltanto in base ad uno stato di fatto.

collegare alla convivenza diritti e doveri non crea istituti concorrenziali al modello costituzionale di famiglia a condizione che tale collegamento non derivi da un atto di volontà pattizio (che avrebbe necessariamente l’effetto di far rinvenire il titolo dell’applicabilità di diritti e di doveri nella volontà dei conviventi, e non nel fatto della convivenza) ma sia conseguenziale al verificarsi di una situazione di fatto che presenti determinate caratteristiche per la cui predeterminazione il legislatore gode di una certa discrezionalità.
Queste ultime parole, un po’ oscure, diventano chiare quando si ricorderà il bizzarro meccanismo dei DiCo, che si sforzavano di derivare diritti e doveri dalla situazione di fatto della convivenza, ricorrendo – pur di evitare qualsiasi forma di assenso prestato di fronte a un funzionario – all’espediente famigerato della raccomandata con ricevuta di ritorno spedita al convivente.

Venendo a temi più propriamente sanitari, si deve registrare con qualche preoccupazione la partecipazione di Renato Balduzzi, in veste di curatore, al volume Le mani sull’uomo. Quali frontiere per la biotecnologia?, pubblicato per i tipi dell’editrice Ave nel 2005. Nella quarta di copertina si legge fra l’altro:
L’attualità politica porta alla comune attenzione temi sui quali a volte non siamo sufficientemente preparati, chiamandoci ad esprimere in merito una opinione consapevole. In questo breve sussidio vengono esposti anzitutto, quasi a modo di lessico, i concetti fondamentali dell’antropologia cristiana, quali quelli di corpo, persona, dignità umana, esaminati nei loro aspetti filosofici e teologici […]
L’antropologia cristiana è una delle parole d’ordine degli integralisti; ma il timore si rivela ben presto infondato, quando troviamo questa dichiarazione di Balduzzi, che risale al tempo del caso Englaro (agenzia Asca, 19 luglio 2008; si veda anche la stessa agenzia del 6 febbraio 2009):
«Evitiamo di farne materia di conflitto tra magistratura e politica»: è questa la prima necessità che il costituzionalista Renato Balduzzi avverte di fronte agli sviluppi del caso di Eluana Englaro. «Da costituzionalista, mi sembra azzardata e anche un po’ pericolosa l’ipotesi di conflitto di attribuzione», osserva. Quanto ai contenuti della polemica, il cattolico Balduzzi osserva: «È ora che l’iter del testamento biologico venga portato a compimento. Anche se non dobbiamo aspettarci che la norma possa risolvere tutto».
Balduzzi, che è presidente del Meic, il Movimento ecclesiale di impegno culturale, una delle storiche componenti dell’Azione cattolica italiana, è abituato ad entrare, da cattolico, nel cuore delle questioni eticamente più “sensibili” e politicamente più scottanti: nella scorsa legislatura, era Capo ufficio legislativo del Ministro della famiglia Rosy Bindi, autore (insieme all’altro cattolico Ceccanti) dello sfortunato disegno di legge sui Dico.
Nella sentenza della Cassazione su Eluana, Balduzzi non vede «sconfinamenti». «Non c’è una competenza riservata alle Camere su certi argomenti – spiega –. Anche ammesso che in tema di diritti il legislatore abbia una preminenza, il giudice arriva dove può in base alla legislazione vigente e ai principi costituzionali». «Bisogna ricordare che un ordinamento contiene sempre delle lacune e lo “jus dicere” del giudice comporta naturalmente la possibilità di colmarle. Il giudice non è certo solo la bocca della legge; il suo, anzi, è un duro mestiere, che deve bilanciare tanti principi e tenere in equilibrio diritti e doveri».
La questione è anche di opportunità, di tempi: «Sollevare un conflitto di attribuzione aggiunge motivi di contrasto ad una situazione già molto delicata nei rapporti tra politica e magistratura. Ma al di là di questo, la sentenza della Corte di Cassazione non crea nessun vulnus nelle prerogative del Parlamento».
«La norma – mette però in guardia –, per un caso limite come quello di Eluana, non risolverebbe tutto. E qui, ma non parlo più da costituzionalista, non so se la legge possa coprire questa materia così complessa, dove la prima regola dovrebbe essere quella della prudenza, del silenzio, unito alla coerenza, all’assunzione di responsabilità per quanto si dice. E a questo aggiungerei un’altra osservazione: non può essere considerato irrilevante dal punto di vista giuridico il fatto che ci sia qualcuno che si fa carico del “dovere” della solidarietà».
Il nodo, come è stato ricordato da più parti, è in quelle «direttive anticipate» che nel nostro paese non hanno ancora valore legale. C’è chi agita il timore dell’eutanasia: ma per Balduzzi, non si può parlare di «fughe in avanti» ed «estremismi» in un dibattito ormai maturo, ma fino ad oggi senza uno sbocco legislativo, come quello sul testamento biologico.
«L’iter del testamento biologico – secondo il professore – è quindi da portare a compimento, senza pensare che in una legge possa entrare tutto un sentire etico. Per questo è importante che non si strumentalizzi, ma si guardi veramente al bene comune. Se oggi si procede a colpi di sentenze è perché fino ad ora è mancata una sintesi».
Una sintesi. Quella fallita nel caso dei diritti delle coppie di fatto. Esiste un simile punto di equilibrio nel dibattito sul testamento biologico? «A mio parere – conclude Balduzzi – sta nel garantire una periodica verifica delle volontà del soggetto».
Queste non sono le parole di un campione dell’autodeterminazione, è vero, ma neppure quelle di un integralista. È palese anche qui lo sforzo di sintesi di Balduzzi fra due visioni opposte dei diritti; sintesi quasi certamente impossibile, come dimostra la débâcle dei DiCo, ma che dovrebbe tenere a bada – si spera – le richieste più voraci del mondo integralista. Di più, vista la situazione in cui nasce il nuovo governo, era purtroppo impossibile aspettarsi.

A proposito del mondo integralista, negli ultimi giorni alcuni dei suoi esponenti sembrano aver presagito la sconfitta, come dimostrano le dichiarazioni un po’ sguaiate di Assuntina Morresi («La crisi infuria lo spread avanza», Stranocristiano, 10 novembre 2011), che alla fine inclinano pericolosamente verso il complottismo. Scendendo di qualche gradino, al complottismo si abbandonava stamattina, prima della lettura della lista dei ministri, anche Berlicche: una perdita pressoché totale di contatto con la realtà che non potrà non far piacere a ogni sincero avversario dell’integralismo.

Aggiornamento 19/11/2011: un post di Relativismo? Sì grazie aggiunge qualche utile dettaglio al quadro della personalità e delle idee di Balduzzi.

lunedì 14 novembre 2011

Sulla mia vita scelgo io. Giornata Nazionale del Testamento Biologico

Il programma completo. Sulla mia vita scelgo io. Giornata Nazionale del Testamento Biologico, Udine, Teatro Palamostre, 19 novembre 2011, dalle 8.30 in poi.

Genova 16 novembre

la Feltrinelli di Genova, via Ceccardi 16.
Il Saggiatore, ebook.

domenica 13 novembre 2011

Stefano, l’eroe mutilato

La cosa si ripete ormai da otto anni. Il 12 novembre, nel giorno della memoria dei caduti della strage più celebrata degli ultimi centocinquant’anni, quella di Nassirya, si esclude puntualmente la compagna di uno di loro; si omette come una cosa di nessun conto, si ignora come un fastidio, un difetto, una vergogna. Ogni volta si commemora il caduto civile Stefano Rolla tagliando via un pezzo integrante della sua vita, la compagna che lui si era scelto.
Io, Adele, cancellata dalla vita di Stefano il 12 novembre 2003 quando, dopo la strage, un funzionario del ministero degli Esteri recapitò ai parenti delle vittime la tragica notizia.
LO SEPPI da uno degli addetti alla produzione. Io, cancellata dalla lista del cerimoniale quando i caduti furono accolti dalle istituzioni e dai parenti al loro rientro in patria all’aeroporto di Ciampino. Eliminata dalla lista dei parenti per la Veglia funebre al Vittoriano. Eliminata anche dalla lista per il funerale di Stato nella basilica di San Paolo.
Io e Stefano ci amavamo da dodici anni e convivevamo da sei quando quella mattina, nel sud dell’Iraq, lui saltò in aria assieme ai militari della finta missione di pace allorché un camion kamikaze investì Base Maestrale. Non sapevo quel giorno, che insieme con Stefano sarei stata travolta dalla bomba anch’io.
Peggio che morta, mai esistita. Non sapevo che quello non sarebbe stato l’unico giorno del dolore, quello della perdita, ma l’inizio di un dolore nuovo, la confutabilità stessa di quell’amore, il chiedermi ogni giorno “Ma la mia vita con te era avvenuta veramente, il nostro amore, intendo, era accaduto o esisteva solo nella mia testa? Perché io venivo cancellata dalle liste dei tuoi parenti? La vita fin qui condotta, che io credevo giusta e corretta, non era stata tale? Cosa avevo fatto di sbagliato per essere cancellata dalla tua vita”? Così, dal quel giorno infausto, per poter restare nella memoria del mio amore, ho scritto ai ministri dell’Interno e della Difesa, al presidente Ciampi e a sua moglie signora Franca, senza mai ricevere risposta. Allora mi sono presentata senza invito, come una ragazzina imbucata a una tragica festa, a tutte le commemorazioni che lo Stato ha celebrato. Finché al secondo anniversario, per impedirmi di entrare al Vittoriano dove il presidente Ciampi avrebbe consegnato ai parenti una onorificenza, sono stata letteralmente trascinata a terra sui sampietrini romani da tre agenti in borghese, come se il loro eroe lo avessi ucciso io. Per motivare la vergognosa discriminazione, due giorni dopo, sul sito della Difesa compare un articolo che spiega l’esclusione col fatto che Adele non è un’“avente diritto” all’onorificenza e conclude: va peraltro considerato che l’organizzazione del cerimoniale ha dovuto anche tener conto dei disagi già manifestatisi in occasione delle celebrazioni religiose del primo anniversario del tragico evento.
MA IO non chiedevo assegnazioni economiche, per quelle sono stata costretta a fare causa allo Stato. Sono anni che chiedo semplicemente di essere invitata a condividere assieme alle altre vedove il mio dolore. Ma per me, questo diritto non c’è mai. Ed è davvero surreale presupporre che io, vedova non istituzionale, possa arrecare disagio con la mia sola presenza, ai “titolati” partecipanti alla cerimonia.
Siamo gli unici in Europa, assieme alla Grecia, a non avere na tutela per le coppie di fatto. Paradossalmente però, nonostante da più parti politiche si voglia colmare il vuoto, anziché aggiungere, ai conviventi si sottraggono diritti.
All’indomani della tragedia, nel decreto per l’assegnazione dell’Indennizzo alle vittime, nell’elenco di priorità il convivente era posto subito dopo i fratelli a carico. Già quella era una norma ormai datata, non più rispondente a principi di laicizzazione politico-sociale, dove è ormai diffusa la “famiglia di fatto” che sotto il profilo giuridico ha gli stessi diritti della famiglia naturale. Nel decreto del 10 ottobre 2005 per la consegna della Croce d’onore invece, si legge: “l’onorificenza va alla moglie, in mancanza di questa ai figli, in mancanza di questi ai fratelli a carico, e infine, in mancanza di parenti, al comune di residenza”. Eliminata la figura della convivente, tranne poi darle diritti con un espediente creativo tutto italiano. A ottobre 2007, il militare D’Auria in coma profondo e la sua compagna, per assicurare a lei una pensione furono uniti in matrimonio in articulo mortis, dando validità giuridica a una norma del codice canonico in uno Stato che dovrebbe essere laico.
OGGI È il 12 novembre. Ancora una volta, per la commemorazione dell’ottavo anniversario, io non ho ricevuto alcun invito. Quando Stefano Rolla era vivo, nelle situazioni ufficiali aveva sempre accanto la sua compagna, Adele. Da morto, lo Stato elimina quella donna che lui si era scelto, ed eliminandola opera una censura. Uno Stato che taglia via una parte della vita dell’eroe che va a celebrare, ne fa un eroe mutilato, dimezzato. Perché assurge a moralizzatore, a Stato etico, significando che quella parte della sua vita che si vuole eliminare non è da esempio.
Che commemorazione è? Che tipo di onore si vuole tributare all’eroe?

Adele Parrillo, Il Fatto Quotidiano, 12 novembre 2011.

mercoledì 9 novembre 2011

A volte ritornano

Meglio controllare bene.

giovedì 3 novembre 2011

A Dio spiacenti, e a’ nemici sui

Stefano Fontana, «S’ode qualcosa di nuovo a sinistra», La bussola quotidiana, 3 novembre 2011:

Superare la vecchia cultura degli attuali dirigenti Pd non vuol dire solo aprire alla flessibilità e alla meritocrazia, dare l’e-book a tutti e fare imparare l’inglese fin da piccoli. Vuol dire anche uscire da una certa concezione della famiglia, della procreazione, della nascita e della morte ed andare verso una autentica solidarietà con tutti i poveri, tutti e non solo i cassintegrati o i giovani in cerca di lavoro. Su questo alla Leopolda si è stati reticenti.
Il Renzi che si autodefinisce “cattolico” promette il quoziente familiare e l’aumento degli asili nido. Promette perfino gli aiuti alla maternità contro la denatalità. Ma scivola sul riconoscimento delle coppie di fatto e non dice una sola parola sulla difesa del matrimonio, sull’aborto, sulle grandi questioni etiche della procreazione assistita, della sorte degli embrioni umani, sul fine vita, sul rispetto della persona dalla nascita alla morte naturale, sulla rivoluzione delle rivoluzioni ossia la concreta parità scolastica tra scuole statali e non, sul riconoscimento di una comune natura umana che non può essere messa a disposizione delle violenze della cultura.
I 100 punti della Leopolda sono solo delle proposte, dice Renzi, e tutti possono contribuire al loro arricchimento e alla loro modifica. Vedremo se queste fondamentali reticenze verranno chiarite in un senso o nell’altro.

Fiat iniustitia, pereat mundus

Era già abbastanza brutta, la legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento in esame al Senato. Una legge che sequestra i corpi, violando la più elementare delle libertà. Che riduce i cittadini a eterni minorenni, incapaci di decidere cosa sia meglio per loro. Che li irride con la sua neolingua, vaneggiando di «alleanza terapeutica» là dove instaura in realtà il dominio terapeutico del medico sul paziente. Che causerà angosce, dolore, mortificazione, prima di essere cassata un giorno – com’è inevitabile – dalla Corte Costituzionale.

Ma c’è dell’altro. Perché questa legge infame, per essere approvata, ha bisogno di un ultimo passaggio parlamentare. E l’approvazione è stata garantita dall’attuale Presidente del Consiglio; quel Presidente del Consiglio che con le sue pagliacciate, i suoi crimini, la sua totale inettitudine, l’egoismo vorace, ha portato il nostro paese sull’orlo dell’abisso. L’unico servizio che costui potrebbe rendere sarebbe di scappare in uno dei suoi rifugi ai Caraibi; ma alcuni aspettano da lui ancora qualcosa. Per l’appunto, l’approvazione della legge sulle DAT. Che importa la rovina del paese, e forse quella dell’Europa, di fronte ai sacri principi non negoziabili? Fiat iniustitia, pereat mundus.

Probabilmente l’appoggio degli integralisti non è decisivo per la sopravvivenza di questa maggioranza; ma certo la loro responsabilità è ugualmente piena e pesantissima. Siamo in Italia, dove nessuno paga mai per niente; ma la possibilità di essere chiamati a rendere conto rimane. E il prezzo da pagare per il sostegno a questo clown, se le cose dovessero precipitare, potrebbe rivelarsi molto, molto amaro.

mercoledì 2 novembre 2011

Homo Sapiens

giovedì 27 ottobre 2011

The Benevolent Deception: When Should a Doctor Lie to Patients?

Truthfulness is the foundation of the doctor-patient relationship, both as a method of discourse and as one of the "most widely praised character traits" of a doctor. Gone are the days when doctors withheld certain diagnoses or treatment details from patients. If anything, doctors today are often forced to disclose excess and sometimes unnecessary information due to concerns about liability or to patients who have already canvassed the Internet on their own and have pressing questions. The doctor's challenge is to present what he or she knows to be true about the diagnosis and its treatment options and to do so in a manner that truly informs the patient. But there are limitations and pitfalls to this process, as illustrated in the following paraphrased conversation I recently had with a seventy-five-year-old moderately demented patient and his wife:

Patient: Doctor, I know I can still drive. Just let me take a test.

Doctor A: I'm sorry, Mr. K, but I can't help you with that. As we discussed, your memory impairment makes it unsafe for you to drive.

Patient: Just let me take the test. I can drive just fine.

Doctor A: The memory testing tells us that you would not be a safe driver.

Patient: My memory is not that bad. I know I can drive.

Patient's wife: Honey, I told you that the car is not working now and needs to be fixed. Let's talk about it later.

Patient: Okay.
Marc E. Agronin, The Atlantic, october 24, 2011.

All Children Matter: How Legal and Social Inequalities Hurt LGBT Families

More than 2 million children in the United States have, to varying degrees, become collateral damage after decades of ideology, laws, and policies that hurt lesbian, gay, bisexual, and transgender, or LGBT, people and families. To shine a light on this issue, LGBT, allied, and child welfare-focused organizations are, for the first time, releasing a comprehensive report that profiles and documents the experiences of the 2 million children with LGBT parents, the many ways that state and federal laws hurt and exclude them, and the common-sense policy solutions that can make things better.
Continua.
Su Slate, Why Kids with Same-Sex Parents Need Legal Protections di J. Bryan Lowder.

sabato 22 ottobre 2011

Accanimenti

Accanimento terapeutico: il sostantivo e l’aggettivo attraversano dolorosamente le nebbie in cui, dopo il buon senso, la politica italiana ha smarrito anche l’ultimo residuo di decenza. E non si intende, qui, la pervicacia con cui un intero gruppo dirigente si ostina a tenere in vita un assetto di potere in cui interessi personali, corruzione, insipienza, prepotenza e volgarità danno il peggio di sé. L’accanimento terapeutico è da intendere piuttosto nel suo significato stretto: applicazione insistita oltre ogni ragionevolezza e ogni pietà di tecniche mediche che impediscano a un uomo o a una donna di chiudere con dignità la propria vita.
In realtà, le due tragiche «cocciutaggini» hanno più d’un punto in comune. Anzi, vanno di pari passo da almeno tre anni, cioè dal 17 settembre del 2008. Quel giorno la Camera dei deputati e il Senato sollevarono un conflitto di attribuzione nei confronti della Cassazione e della Corte d’appello di Milano, ree d’aver «creato una disciplina innovativa […], fondata su presupposti non ricavabili dall’ordinamento vigente con alcuno dei criteri ermeneutici utilizzabili dall’autorità giudiziaria». In sostanza, con la sentenza 21748 del 2007 la prima aveva riconosciuto il diritto di Eluana Englaro a morire in pace. E il 25 giugno di quello stesso 2008 un decreto della seconda aveva accolto «l’istanza di autorizzazione all’interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale».
E però, dopo sedici anni e più di coma vegetativo, alla povera Englaro le maggioranze di Camera e Senato proprio non volevano concedere tregua. Così fu necessaria una nuova decisione, questa volta della Corte costituzionale. E la Corte costituzionale, appunto, l’8 ottobre 2008 dichiarò insussistente il «requisito oggettivo dei conflitti sollevati», e dunque inammissibile il ricorso. Quel che seguì è o dovrebbe essere a tutti tristemente noto: in una macabra corsa contro il tempo, la destra – sostenuta da più d’un transfuga del centrosinistra – tentò in ogni modo di vanificare le pronunce di Cassazione, Tribunale di Milano e Corte costituzionale.
Per lunghe settimane tutto il Paese fu costretto a soffrire lo spettacolo di parlamentari che tenevano in spregio non solo la magistratura, ma anche e soprattutto un diritto che la magistratura aveva riconosciuto a una cittadina. Qualcuno sproloquiava, paragonando l’interruzione della respirazione e della nutrizione forzate alla (cosiddetta) eutanasia nazista. Altri blateravano di indisponibilità della vita, e intanto si accingevano a sequestrare per legge quella di una donna. Ci fu anche uno – il primus super pares, come all’incirca in quel periodo amava essere definito – che giurò agli italiani che non di un corpo straziato e vegetante si trattava, ma di una giovane con normali cicli mestruali, che avrebbe potuto avere un figlio. Disse proprio così, quel primus, e senza vergognarsene. Quando poi giunse in aula la notizia della morte della Englaro, rivolti verso i banchi dell’opposizione e del pari senza vergogna, i suoi deputati gridarono «assassini, assassini».
Questo accadde in Italia, su per giù tre anni fa. A ricordarlo, quasi non ci si crede. Come è mai possibile che un gruppo di eletti dai cittadini incrudelisca in questo modo? Come è mai possibile che un capo di governo dia «notizie» sulle mestruazioni di una donna in coma? Come è mai possibile che nessuna pietà suggerisca di accogliere con il silenzio la fine tormentata di un’esistenza? Ma così accadde. E subito dopo gli stessi che avevano combinato lo scempio del diritto e dell’umanità promisero che per il futuro nessuno più avrebbe goduto del privilegio di decidere della propria morte. Nacque così quello che fu poi detto disegno di legge Calabrò, dal suo relatore Raffaele Calabrò, e che si proponeva di regolamentare la fine delle nostre vite. O almeno la fine delle nostre vite nel caso in cui ci tocchi di arrivarci senza possibilità di manifestare direttamente la nostra volontà.
Questo è il centro della questione, infatti: non in generale il diritto di rifiutare le cure e di lasciarsi morire – sancito dalla Costituzione, come si legge anche nella sentenza citata della Cassazione –, ma quello stesso diritto nei casi di coma irreversibile, pur in presenza di un «testamento biologico», ossia di una dichiarazione scritta esplicita e preventiva. È qui, in questo momento di massima debolezza del singolo, che l’ordinamento giuridico dovrebbe tutelarne la volontà: così verrebbe da dire. E invece Calabrò & C. opinavano (e opinano) che non la volontà del cittadino debba essere tutelata, ma la prepotenza di una morale confessionale e di uno stato illiberale che vorrebbero padroni assoluti dei nostri corpi, oltre che delle nostre anime, come se fossimo sudditi.
Roberto Escobar, su Il Mulino 5/2011.

Continua qui. Letto stamattina a Pagina 3, Radio 3.

venerdì 21 ottobre 2011

C’è chi dice no

Provate a domandarvi: “chi sono gli obiettori di coscienza?”. In molti mi hanno risposto: “i medici che non vogliono eseguire aborti per ragioni di coscienza”. La risposta è parziale e approssimativa.
C’è di mezzo anche una questione anagrafica: oggi, al contrario di qualche tempo fa, di obiezione di coscienza si parla soprattutto in campo sanitario. Inoltre l’interruzione di gravidanza è uno dei temi più controversi dal punto di vista morale.
La risposta però è soprattutto l’effetto di un profondo cambiamento semantico avvenuto in questi anni.
Questo cambiamento è stato consacrato quando il diritto alla obiezione di coscienza è entrato come diritto positivo nelle leggi italiane: prima con il servizio civile alternativo alla leva, poi con la legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza e la legge 40 sulle tecniche riproduttive.
Fino ad allora chi sceglieva l’obiezione di coscienza si opponeva a una legge, a un divieto o a una imposizione. Era un reo. Poi sono stati tracciati dei confini legali. Una specie di riserva in cui gli obiettori potevano essere addomesticati. L’obiezione di coscienza è entrata nel sistema normativo e l’obiettore, seppure a certe condizioni, è stato autorizzato dalla legge.
Qual è il significato originario della obiezione di coscienza? L’obiezione di coscienza è un esempio illuminante dei rapporti tra le scelte individuali e le leggi dello Stato; tra l’ambito normativo e lo spazio della nostra morale. La libertà di scelta altrui non è minacciata dalla decisione dell’obiettore genuino, se non in un senso debole per cui ogni nostra azione riguarda anche gli altri. Il conflitto non è tra un singolo e l’altro, ma tra un singolo e l’obbligo di rispettare un divieto o un ordine la cui violazione non lede il diritto di qualcuno. Non è un diritto positivo, ma un modo per “sottrarsi” – in via eccezionale – a una qualche norma. Anteporre un dovere morale a una legge comporta però un prezzo da pagare, spesso molto alto. L’obiezione di coscienza, inoltre, è una azione pacifica e individuale.
Il profilo dell’obiettore ha subìto negli ultimi anni un vero e proprio stravolgimento e oggi l’obiezione di coscienza è spesso usata, senza troppi complimenti, come un ariete per contrapporsi a diritti individuali sanciti dalla legge. È frequente che lo scontro sia tra un singolo e l’altro: “i medici che non vogliono fare aborti per ragioni di coscienza” entrano direttamente e personalmente in conflitto con le donne che richiedono quel servizio previsto dalla legge 194.
La manipolazione del suo significato è compiuta: l’obiezione di coscienza è spesso brandita come arma contro l’esercizio delle singole volontà. È un destino buffo per uno strumento dal sapore liberale e libertario, più affine all’individualismo e alla disobbedienza civile che all’autoritarismo e al moralismo legale.
Da Antigone alle donne che oggi chiedono di abortire, passando per il Dr House e per i medici che non vogliono prescrivere la contraccezione d’emergenza, l’odierna obiezione di coscienza merita una riflessione attenta. Non possiamo più eludere alcune domande: come può funzionare un servizio fiaccato dal 75% di defezioni (questa è la percentuale nazionale degli obiettori di coscienza rispetto alla interruzione di gravidanza)? È giusto scegliere una professione e poi chiedere un esonero? Perché dovrebbe valere solo per i medici, e non per gli avvocati, i giudici o le forze dell’ordine?

giovedì 20 ottobre 2011

Siri

The quick and the curious received the new iPhone 4S on Friday. The new iPhones are a lot like the old iPhones—except for Siri. She's the new voice-aware "personal assistant" designed to do your bidding. I've seen people speaking to their Android phones while holding them in horizontal fashion, as if smoking a peace pipe, and I vowed never to follow their ridiculous example. By the end of the weekend, I was dictating texts to Siri like the second coming of Don Draper. And typing is now sooooo tedious.
The official Apple videos for Siri suggest such earnest-use cases as asking, "What's the traffic like around here?" or instructing the virtual assistant to "text my wife that I will be 30 minutes late." Once people had a chance to play with Siri, they had other ideas:

Talk Dirty to Me, Siri, Michael Agger, Slate, october 18, 2011.

Una città fallita


Alemanno, la vera calamità di Roma, Cinzia Sciuto, 20 ottobre 2011.

Salute, bioetica e politica

La scuola di politica, libertà e giustizia organizza un incontro sui temi della salute e della bioetica (26 e 27 novembre prossimi a Perugia, Centro Congressi, via Ruggero D’Andreotto 19).
Qui il programma e le modalità di iscrizione.

mercoledì 19 ottobre 2011

Convegno sulla obiezione di coscienza

Il 1° Convegno nazionale della Laiga, Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Attuazione della legge 194, si svolgerà i prossimi 21 e 22 ottobre 2011 a Roma, presso Palazzo Valentini, via IV Novembre 119/A.
Il programma completo è qui.

The Next Abortion Battleground: Fetal Heartbeats

Abortion opponents have a new weapon of choice: the “heartbeat bill.” A coalition of anti-abortion groups told the Associated Press last week that it was pushing to enact laws in all 50 states that would make women listen to a fetus’s heart beat before they could abort. Michele Bachmann (R-Minn.) has introduced a similar federal bill, The Heartbeat Informed Consent Act, in Congress.

When the Supreme Court decided Roe, critics of abortion vowed to get it overturned. They have not succeeded in that. But they have managed to pass a wide array of laws — some upheld by the courts, others struck down — making access to abortion more difficult. The Supreme Court has ruled that states can impose some restrictions, such as 24-hour waiting periods and parental consent requirements, but has struck down others, such as laws forcing women to notify their spouses. The heartbeat laws are the latest effort in a decades-long campaign that — as conservatives gain strength at the state level—appears to be gaining ground.
Per leggere il pezzo di Adam Cohen su Time di ieri.

martedì 18 ottobre 2011

Di embrioni e di brevetti

La Corte di giustizia europea si è espressa su un trattamento anti-Parkinson messo a punto da Oliver Brustle e contestato da Greenpeace. Secondo i resoconti di stampa avrebbe dato ragione all’associazione ambientalista e torto al ricercatore tedesco, concludendo che le cellule staminali di origine embrionale non sono brevettabili. In sostanza si affermerebbe l’equazione ovulo fecondato uguale blastocisti uguale cellule derivate. Non solo, a quanto pare la Corte riconosce la caratteristica di embrione umano anche agli ovociti che pur non essendo fecondati sono indotti a dividersi in altro modo (dal trasferimento nucleare alla partenogenesi) e non possono dare origine a un essere umano. Si tratta di una conclusione scientificamente e filosoficamente discutibile. Portando questo ragionamento alle estreme conseguenze, infatti, si potrebbe arrivare a sostenere che persino le staminali pluripotenti indotte (le cosiddette iPS, o staminali “etiche”) sono degli embrioni. Pur derivando da cellule diverse dagli ovociti, infatti, si spera di riuscire a manipolarle in modo che si comportino esattamente come le staminali embrionali, esibendo la stessa “embrionalità”. Vorrei sollevare anche un altro punto: la direttiva sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, a cui ovviamente la Corte fa riferimento, è il frutto di un decennio di tiro alla fune a Bruxelles e ne porta i segni evidenti. Ma i brevetti non dovrebbero avere nulla a che vedere con la dignità umana, concetto su cui si contrappongono scuole di pensiero diverse e che non mi sembra rientri nelle competenze di un patent attorney. Un brevetto non dovrebbe servire a stabilire se qualcosa è moralmente lecito, e al limite nemmeno se è compatibile con le leggi vigenti. Dovrebbe certificare se un’invenzione è originale e rilevante, e attribuirne la paternità ai suoi inventori. In linea di principio la brevettabilità non implica alcun via libera alla commercializzazione di un’invenzione. Dal mescolamento di questi piani può venire fuori soltanto una gran confusione.

Anna Meldolesi oggi.
Sintesi della sentenza. Sentenza integrale.

lunedì 10 ottobre 2011

Non negoziabile

Not negotiable, non negoziabile, trovo scritto fra le opzioni di un menù in un certo sito web. Il significato è: se questa condizione non è soddisfatta l’accordo fra noi non è possibile, e ognuno per la sua strada. Nel significato che alcuni – i soliti noti – gli danno, non negoziabile significa invece: l’accordo si fa per forza, alle condizioni che noi proponiamo; non pensare nemmeno per un istante di poterci sfuggire.

sabato 1 ottobre 2011

Inarrivabile

Nessuno avrebbe potuto fare di meglio: gli oroscopi non ci pigliano più, colpa dei parti cesarei.
Questo è il parere di Melania Rizzoli, riportato dalle Ultimissime UAAR di ieri (non si nasce quando si deve nascere, ma quando lo decide il medico. Uno non nasce sotto il quadro astrale che hanno scelto per lui le stelle, ma sotto quello scelto dal ginecologo). Capito?