giovedì 15 marzo 2007

Intervista a Giovanni Nuvoli

Giorgio Pisano ha intervistato Giovanni Nuvoli (L’Unione Sarda, 15 marzo 2007), La preghiera alla vita di Giovanni Nuvoli: “Non staccate il respiratore”. Drammatica intervista dal lettino dell’ospedale.

Giovanni Nuvoli non vuole morire. No. Il Welby sardo, malato di sclerosi laterale amiotrofica, parla per la prima volta della sua malattia grazie a un sintetizzatore vocale e assicura di avere un solo desiderio: tornare nella sua casa di Alghero. Senza sentenze di morte affrettate.

Adesso la volontà è chiara. Giovanni Nuvoli ama la vita, anche se è costretto da anni a vedere il sole e la luna da un lettino. Il Welby sardo non intende uscire di scena grazie alla mano di un medico che stacchi il respiratore. È credente.

Le pupille di Giovanni Nuvoli corrono sul display del sintetizzatore e alla fine una voce da steward d’aeroporto annuncia: «Non staccate la macchina, per favore». È un attimo difficile, drammatico: Nuvoli è un fagottino che pesa meno di quaranta chili. La vita gli esplode solo negli occhi: accesi, folgoranti. Occhi di falco che a tratti sembrano addirittura feroci. Sono gli occhi di un uomo stremato che per la prima volta, da quando la Sclerosi laterale amiotrofica l’ha crocefisso a letto, concede un’intervista. Ammesso che si possa chiamare così un dialogo spezzato, pause lunghissime tra una parola e l’altra, il video che raccoglie i segnali dello sguardo e li traduce come uno spot metallico.

DAL LETTINO. In Rianimazione, quinto piano dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari, c’è il pienone. Tutti i letti occupati, malati di confine: immobili, muti, maschere di sofferenza. Prima di entrare, bisogna indossare calzari e camice. Da più di un anno Nuvoli sta in un angolino tutto per lui: pochi metri quadrati illuminati da una luce bianca, fredda. Questa volta, ed è ancora una novità assoluta, la moglie (Maddalena) non farà da intermediario. Si uscirà insomma dalle secche dell’incertezza, dal guado tra chi dice che Giovanni vuole morire e chi sostiene invece che sia disperatamente attaccato al respiratore.

LA TENSIONE. Da molti giorni la tensione è alta. Si coglie nelle parole del primario, Demetrio Vidili, che qualche ora prima, parlando con un cronista, si ferma di botto: «Cosa nasconde nella mano?» Soffre di sindrome da complotto, teme ci sia un registratore per rubargli un’opinione che tutti sanno: secondo lui, Nuvoli non vuole affatto uscire di scena. L’ordine di scuderia (silenzio assoluto sulla vicenda) fa il paio con le indicazioni dell’assessore e della commissione Sanità: basta con l’accanimento mediatico. A dirglielo, Giovanni sorride. Ha la Sla ma è capace di intendere e di volere. Anzi, approfitta del sintetizzatore per parlare e dire cosa pensa. Anche se la cosa diventa straziante.

LA CONFESSIONE. Inizia con una confessione: «Ho nostalgia di Alghero». Ha nostalgia della sua città, delle passeggiate con Maddalena (sposata nel ’90), vorrebbe tornare alla spiaggia della Speranza per un’abbuffata di aragosta. «Ora, però, ho voglia di un panino con mortadella». Basterebbe, per il momento. Inutile sognare in grande.

Credente?
«Sì. E anche stanco, molto stanco».
La sua è vita?
«No».
Vorrebbe morire adesso?
«No».
Crede ci sia un’altra vita oltre la morte?
«Sì, sì, sì».

Lo ripete tre volte e si sforza di sorridere per allontanare la fatica che gli segna il viso. Restano gli occhi: a dire, a continuare, a non fermarsi. Occhi traditori perché pian piano lasciano andare una lacrima che Maddalena asciuga in fretta.
Vuol interrompere l’intervista?
«No, non voglio».
Cosa desidera?
«Tornare a casa, ad Alghero. Lì spiegherò tutto quello che penso. E lì aspetterò, quando sarà l’ora».
Non vuole un medico che l’aiuti a morire?
«Voglio morire in pace».
In pace, come?
«Voglio decidere di morire come e quando voglio a casa mia».
Le piacerebbe che quel momento fosse adesso?
«No».
Lei ha accettato farmaci e dunque...
«...senza staccare la macchina, ho detto. Voglio morire col respiratore attaccato».

LA MOGLIE. Altre volte, affidandosi a una lavagnetta, ha detto il contrario. Maddalena, che lo chiama per cognome (Nuvo’) come quando erano fidanzati, racconta di un umore che inevitabilmente oscilla in un senso e nell’altro durante giornate drammaticamente uguali, immerse in un silenzio irreale rotto ogni tanto dal bip del respiratore.

LA FELICITÀ. Giovanni è contento che siano arrivate visite, soddisfatto di trovarsi davanti al taccuino dei giornalisti e vorrebbe mostrare subito che ha familiarizzato col sintetizzatore. Lo accende (con gli occhi), sceglie il programma (con gli occhi), seleziona il tipo di scrittura (con gli occhi) e s’arrabbia perché la macchina procede con eccessiva lentezza. Si rasserena quando sente la vocina d’aeroporto che conferma: sei collegato. Quindici minuti di domande lo svuotano. Il box è un forno, le coperte pesanti e nessuna, assolutamente nessuna, possibilità di muoversi.

IL SALUTO. Alla fine, quando crede di aver chiarito in via definitiva il suo pensiero, precisa che non gli hanno ancora parlato di dimissioni. «Io aspetto». Poi chiede di salutare: «Grazie e buon pomeriggio». Non è pomeriggio, è sera inoltrata ma questo Giovanni non può saperlo. La bocca si muove impercettibilmente per un sorriso che potrebbe essere una smorfia di dolore. Adesso ha cinquantatre anni. Ne aveva quasi dieci di meno quando sono arrivati i primi, indecifrabili, sintomi: spossatezza. Qualche settimana più tardi, un altro piccolo infortunio: inizia a capitargli spesso di inciampare.

LA MALATTIA. Sembrava una banalità: la diagnosi lo ha fulminato. Dal 2003 non riesce più a muoversi, paralisi in forma progressiva e inarrestabile. Quando stava ancora a casa, s’era fatto piazzare il letto in posizione strategica: voleva poter vedere Maddalena e i due figli a tavola. «Gli sembrava di pranzare con noi». Adesso è un cencio che la medicina non può in alcun modo aiutare. Tanto vale, dunque, lasciarsi andare ai ricordi e ripassare la vita, quella vera, sulla lavagnetta e sul sintetizzatore. «Nuvo’, ti ricordi quella volta?...». Dicono i medici che il problema del peso è irrilevante («potremmo farlo ingrassare rapidamente»). Il primario spiega che la strada è senza uscita «ma io sono contrario all’eutanasia passiva e a quella attiva». Scarabocchia su un foglietto: in tal data ha accettato la terapia con l’eparina, in tal data trasfusioni di sangue per arginare un’emorragia intestinale. «Vi sembra uno che vuole morire?»

INNO ALLA VITA. Se lo sentisse, Giovanni riuscirebbe a sorridere, a ironizzare su quello che sembra un inno alla vita e invece è soltanto attesa. Attesa serena in una casa di campagna, finestra sul giardino. Senza un anestesista buono e civile che tenti, in nome della pietà collettiva, di accelerare le sentenze di Dio.

1 commento:

Montoya ha detto...

Ho un regalo per Giovanni Nuvolli, che so, gradirà, come posso darglielo? qualcuno mi puo aiutare?