venerdì 9 marzo 2007

L’interruttore della vita 2

Il mio precedente post L’interruttore della vita ha ricevuto un commento di Eraldo Ciangherotti:

Chiamo il feto “bimbo non ancora nato” perché tale è; apprendo da Lei con vivo interesse che anche in America ci sia una simile sensibilità, come vede non si smette mai di imparare, ma ciò non toglie che la mia scelta lessicale sia appropriata e dimostrata da un dato scientifico: quel feto non è ancora nato ma potrebbe nascere prematuro rispetto ai nove mesi (si veda la nascita di Amillia Sonya Taylor a 21 settimane di gestazione) e quindi quel feto è degno di essere chiamato al di là degli aspetti emotivi, un bimbo non ancora nato, nel senso, ben si intende, che nascerà.
Se con “bimbo non nato” vuole intendere che (a certe condizioni) il feto diventerà un bambino siamo d’accordo. Ma, temo, che il nostro accordo si sciolga come neve al sole chiarendo il diverso significato che usiamo.
Io intendo “bimbo non nato” allo stesso modo di “girino non (ancora) rana”. Da questo non ritengo si possa inferire che oggi quel girino sia già una rana (l’essere dentro o fuori dall’utero materno non è un dato moralmente rilevante). In ogni modo è utile ricordare che le definizioni concepito, embrione, feto o bambino sono convenzioni linguistiche. Che certo si basano sull’embriologia e che rispondono a una concezione filosofica (così come adolescente, ragazzo, maggiorenne, adulto, vecchio). Riguardo alle decisioni di inizio e di fine vita la distinzione fondamentale è tra “persone” e “esseri umani” (qui intendo: “non persone”). Le possibilità sono due:

1. che gli esseri umani siano sempre anche persone;
2. che gli esseri umani non siano sempre anche persone (e qui entrano in ballo i criteri per individuare l’emergenza o il dissolvimento dell’essere persona).

Su Amillia Sonya Taylor (nonché sul recente caso di aborto che lei stesso nomina in chiusura di questo commento e che D. mi ha invitato a trattare) tornerò presto con una riflessione specifica. Abbia la pazienza di rimandare la mia risposta ad allora.
Quanto alla differenza tra la vita biologica e quella personale la sua tesi quanto la mia possono essere attaccate e controbattute, noi preferiamo lasciare l’ultima parola alla coscienza della Ragione per arrivare alla verità, senza falsi pregiudizi ideologici.
Il significato di “lasciare l’ultima parola alla coscienza della Ragione per arrivare alla verità, senza falsi pregiudizi ideologici” non mi è chiaro. Se quello che intende dire è che in ultima analisi dovrebbero essere le singole coscienze a decidere siamo perfettamente d’accordo. Le ricordo però che sostenere che la vita personale abbia inizio all’incontro tra i gameti non lascia spazio alcuno alle singole coscienze! Perché se all’organismo che si forma con l’incontro di un ovocita e di uno spermatozoo si attribuiscono i diritti di cui godiamo io e lei (e tutti quelli che sono indubitabilmente persone) allora le conseguenze sono nitide. E spesso molto drammatiche (solo per farle un esempio riferendomi ancora alla Unborn Victims Violence Act: una donna che durante la gravidanza fumava crack ha partorito un neonato morto. Nonostante nessun medico abbia potuto dimostrare la connessione tra l’assunzione di crack e la morte (lei sa meglio di me quanto sia spesso difficile accertare la causa della morte di un feto agli ultimi stadi di una gravidanza) la donna è stata condannata a 12 anni di reclusione per omicidio. Omicidio. E molte donne, nonostante i loro bimbi siano nati e godano di perfetta salute, hanno subito processi per abuso e maltrattamento infantile, nonché per spaccio di sostanze stupefacenti. La strada per la criminalizzazione di molti comportamenti delle donne durante la gravidanza è pericolosa. Soprattutto se lo strumento usato è una legge. Questo non significa che durante la gravidanza non sia consigliabile e preferibile un comportamento prudente: ma criminalizzare la gravidanza è qualcosa di molto diverso).
La legge n°194/78 è il trionfo della donna, non certo dell’uomo o della coppia, e di questo me ne dispiaccio perché ho sempre apprezzato nell’altro sesso tante qualità tra le quali il dono assoluto, e non relativo, della maternità come una prerogativa squisitamente femminile! Ogni volta che viene attaccata l’applicazione di questa legge, la prima voce che “esce dal silenzio” è quella certa “femminista” che dopo il ‘68 ha cominciato la sua battaglia per la “libertà” attraverso l’aborto legalizzato. Vada a rileggersi tutti i fascicoli inerenti la presentazione del disegno legge del 1978 e troverà che questa goliardica visione dell’“utero è mio e lo gestisco io” ha trovato ampia applicazione nella legalizzazione dell’aborto. Quanto ai numeri di aborti praticati in clandestinità, al nostro Convegno nella 29a Giornata per la Vita, è stato ampiamente dimostrato quanto i dati all’epoca inerenti le statistiche fossero falsificati e falsati in maniera inaccettabile oggi, quasi da farci convincere che gli Italiani si siano lasciati motivare nella scelta referendaria dai tanti zeri incolonnati, come fossero il temibile spauracchio della finanziaria di governo; se non crede a me, si metta in contatto con il Giudice Pino Morandini, che ha tenuto il suo discorso su questo argomento in maniera schietta e senza controbattute da nessuno in sala.
Non sarò io a parlare in nome di chi ha fatto battaglie al grido “l’utero è mio”. Posso soltanto ribadire che la possibilità legale di fare ricorso all’interruzione di gravidanza è legittima e moralmente ineccepibile. Foss’anche la 194, poi, stata sostenuta per proteggere 1 sola donna finita a provocarsi un aborto. Quanto alla eventuale manipolazione di dati: lei dice che le relazioni annuali dell’Istituto Superiore di Sanità riportano dati sballati?
Leggerò senz’altro le sue indicazioni ed eventualmente le risponderò.
Ci tengo a segnalarle un dato: “la Fondazione “International Planned Parenthood” ha resto pubblico il proprio studio che stima in 19 milioni le donne e ragazze al mondo che rischieranno quest’anno un aborto non sicuro e in più di 70.000 il numero di coloro che moriranno di tali aborti” (Fonte: Reuters, 6 febbraio 2006). Ma forse hanno falsato anche loro questi numeri. Chissà.
Tuttavia ci tengo ad anticipare e a chiarire una possibile obiezione: non è il fatto che esistono aborti clandestini (e tutte le terribili conseguenze) che rende la possibilità di interrompere una gravidanza moralmente ammissibile. Questo elemento è un dato aggiuntivo (altrimenti potremmo spostare il ragionamento ai furti e dire: dal momento che i furti esistono (e magari hanno pure conseguenze sgradevoli per il ladri) allora legalizziamo i furti!).
Quanto al “Coscione” voglio ben augurarmi sempre per l’autorità che il sito Le accredita, che Lei sappia andare oltre un errore di scrittura tra una “e” ed una “i” e Le auguro che davvero il termine coscione, che Lei mi accredita e sicuramente ad onore della mia performance atletica, non sia anche un po’ “suo” per ragioni plastiche; a tal proposito Le basti questo per comprendere che la mia stima per l’Associazione Coscioni si esaurisce nel rispetto per la morte di Luca come essere umano e non certo per le irragionevoli posizioni su cui dice di battersi tutto lo staff ad esso legato. Peraltro, a tal ragione, Le invio il mio articolo pubblicato su un autorevole giornale a titolo “Le nuove pompe funebri del terzo millennio”, per completarLe il quadro del mio giudizio.
“Ragioni plastiche”? Il “Coscione” era un po’ una burla (e le mie di cosce non c’entrano davvero nulla). Io credo che le battaglie che sono state di Luca Coscioni hanno poco di irragionevole. Quanto al suo intervento Quel marketing con obiettivo la morte (leggibile nel commento), se dovessi rispondere a tutti gli spunti non mi basterebbe l’intero finesettimana, e domani vado alla manifestazione a piazza Farnese. Perciò mi limito a qualche riflessione (lungi dall’essere una arringa difensiva di Maria Antonietta Coscioni che non credo ne abbia bisogno).
Il “protocollo d’uscita” non è una imposizione. La volontà della persona e del paziente è inviolabile. E come tale anche quando chiede qualcosa di tanto drammatico come di morire. O lei è d’accordo nell’imporre a qualcuno di vivere nonostante non voglia più?
Luca Coscioni ha rifiutato la trachetomia: rifiuto legittimo e protetto dalla Costituzione. Ognuno di noi ha la possibilità di rifiutare qualsiasi trattamento medico anche se questo rifiuto comporta la morte.
Mario Riccio ha rispettato la volontà di Welby, al contrario di quanti si sono barricati sulla sacralità della vita.
Le ricordo che l’Associazione Coscioni si batte da tempo per garantire ai malati la migliore assistenza possibile, il diritto di voto ai disabili, le tecnologie per migliorare la loro esistenza devastata da malattie terribili, l’assistenza domiciliare, le cure palliative. E si batte anche per il totale rispetto delle loro volontà.
Soffocando la libertà non si offende la vita che tanto difende? In uno scambio acceso tra il protagonista di Mare Dentro e il prete che sostiene “La libertà che elimina la vita non è libertà”, Ramòn risponde “E la vita che elimina la libertà non è vita”.
La conclusione naturale sarebbe già arrivata per i tanti malati in assenza delle tecnologie che li tengono in vita: perciò non ha molto senso invocare la “morte naturale”. Nel rispetto della vita è incluso il rispetto per la volontà oppure no?

1 commento:

Fra ha detto...

Ho letto questo post e, lo dico con rammarico, nessuna domanda di un qualche rilievo mi si è insinuata nella mente. Probabilmente parto prevenuto, ma le parole di E.Ciangherotti hanno suscitato in me solo piattume, formano un discorso trito e ritrito già ascoltato e digerito, che stiamo ancora qui a ruminare a più riprese.
Quando una persona non sa distinguere fra quel che le piacerebbe che fosse e quel che dovrebbe essere, allora è gioco forza che questa mancata distinzione possa andare a discapito delle altrui libertà, (almeno nel senso di "possibilità di mettere in pratica proprie volontà") sebbene nel loro esercizio nessuno (a parte, eventualmente, colui che le esercita) è danneggiato.
Insensibilità da dittatore assieme al piglio da predicatore di bontà assolute: requisiti fondamentali per chiunque voglia continuare a scrivere discorsi già masticati, digeriti e, purtroppo, non ancora defecati.

E pensare che siccome non la penso come codesto Ciangherotti i miei amici mi dipingono come comunista... Ma esiste un paese, una nazione, dove non si danno colori politici alle questioni morali? Oppure sono io il malato, che non mi sento né comunista né fascista né dell'UDC? Dove sono finite le sfumature, e dove il libero pensiero? Come si fa a non essere etichettati o "di destra" o "di sinistra" ad ogni parola che si proferisce?

Un piccolo, piccolissimo sfogo prima di andare a dormire. Probabilmente ho fatto un discorso confusissimo, vabbé, tanto io non ho poteri decisionali su nessuno... quindi nessuno mi si filerà...

Buona manifestazione, aggiungi una voce anche per me.