venerdì 17 novembre 2006

La questione di legittimità costituzionale dell’articolo 13 della legge 40: ecco le motivazioni

ORDINANZA N. 369, ANNO 2006

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:

- Franco BILE (Presidente)
- Giovanni Maria FLICK (Giudice)
- Francesco AMIRANTE (Giudice)
- Ugo DE SIERVO (Giudice)
- Romano VACCARELLA (Giudice)
- Paolo MADDALENA (Giudice)
- Alfio FINOCCHIARO (Giudice)
- Alfonso QUARANTA (Giudice)
- Franco GALLO (Giudice)
- Luigi MAZZELLA (Giudice)
- Gaetano SILVESTRI (Giudice)
- Sabino CASSESE (Giudice)
- Maria Rita SAULLE (Giudice)
- Giuseppe TESAURO (Giudice)
- Paolo Maria NAPOLITANO (Giudice)

ha pronunciato la seguente ORDINANZA nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 13 della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), promosso con ordinanza del 16 luglio 2005 dal Tribunale di Cagliari, nel procedimento civile promosso da M.S. ed altro, contro l’Azienda USL n. 8 di Cagliari ed altro, iscritta al n. 574 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 49, prima serie speciale, dell’anno 2005.
Visti gli atti di intervento del Comitato per la tutela della salute della donna, del Forum delle Associazioni Familiari, del Movimento per la Vita Italiano, nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nell’udienza pubblica del 24 ottobre 2006 il Giudice relatore Alfio Finocchiaro;
uditi gli avvocati Salvatore di Mattia per il Comitato per la tutela della salute della donna e Forum delle Associazioni Familiari, Giovanni Giacobbe per il Movimento per la Vita Italiano e l’avvocato dello Stato Antonio Tallarida per il Presidente del Consiglio dei ministri.
Ritenuto in fatto che il Tribunale di Cagliari, in composizione monocratica, nel procedimento promosso, con ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile, da una coppia di coniugi ammessi alla procedura di procreazione medicalmente assistita – i quali domandavano che venisse dichiarato il loro diritto di ottenere la diagnosi preimpianto dell’embrione – ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3 e 32 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 13 della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), nella parte in cui non consente di accertare, mediante la diagnosi preimpianto, se gli embrioni da trasferire nell’utero della donna ammessa alla procedura di procreazione medicalmente assistita siano affetti da malattie genetiche, di cui i potenziali genitori siano portatori, quando l’omissione di detta diagnosi implichi un accertato pericolo grave ed attuale per la salute psico-fisica della donna;
che i ricorrenti, dei quali era stata accertata la sterilità, hanno esposto di avere già fatto ricorso alla medesima procedura a seguito della quale la donna si era trovata in stato di gravidanza, ma che avevano dovuto interromperla per ragioni terapeutiche, essendosi accertato, attraverso la villocentesi praticata all’undicesima settimana, che il feto era affetto da beta-talassemia;
che, avendo tale evento provocato alla donna una sindrome ansioso-depressiva, in occasione della seconda procedura di procreazione in vitro i ricorrenti avevano chiesto al primario dell’Ospedale regionale per le microcitemie la diagnosi preimpianto dell’embrione già formato, rifiutando l’impianto se non a diagnosi effettuata;
che il sanitario si era rifiutato di procedere, invocando l’art. 13 della legge n. 40 del 2004, che consentirebbe solo interventi sull’embrione aventi finalità diagnostiche e terapeutiche volte alla tutela della salute ed allo sviluppo dell’embrione stesso;
che i ricorrenti, ritenendo tale lettura inaccettabile alla luce dell’art. 32 Cost., hanno chiesto la declaratoria in via cautelare – considerato che gli embrioni erano provvisoriamente crioconservati e che il tempo necessario per la convocazione della controparte poteva pregiudicare l’attuazione del provvedimento urgente – del proprio diritto ad ottenere la predetta diagnosi, e sollecitato l’emanazione di un decreto, ex art. 669-sexies, secondo comma, cod. proc. civ., che ordinasse al predetto sanitario di procedere alla diagnosi, deducendo, in subordine, la illegittimità costituzionale del citato art. 13 per contrasto con gli artt. 2 e 32, primo comma, Cost., nella parte in cui non prevede la diagnosi preimpianto ove la stessa sia giustificata dalla necessità di tutelare il diritto della donna alla propria salute;
che il Pubblico Ministero, intervenuto nel giudizio, ha sostenuto che l’art. 14 della legge n. 40 del 2004 consentirebbe il ricorso alla diagnosi preimpianto nel caso in cui ne faccia richiesta la coppia ricorsa alla procreazione medicalmente assistita, la quale intenda conoscere lo stato di salute dell’embrione;
che il Tribunale adìto, ritenuto che le disposizioni degli artt. 13, commi 2 e 3, e 14, n. 5, della legge n. 40 del 2004 non possano che essere interpretate in senso restrittivo (come confermato anche dalla emanazione delle linee guida previste dall’art. 7 della stessa legge, approvate con d.m. 21 luglio 2004), ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del divieto di diagnosi preimpianto nella eventualità che esso comporti il pericolo di una lesione del diritto alla salute della donna che la richiede;
che, premessa la rilevanza della questione nel giudizio a quo in ragione dello stato di salute della ricorrente, documentato da certificazione medica, il rimettente sospetta il contrasto della richiamata mancata previsione con gli artt. 2 e 32, primo comma, Cost.;
che, osserva il Tribunale (pag. 17-18), il «conflitto coinvolgente, da un lato, la tutela della salute della ricorrente e, dall’altro, la tutela dell’embrione» impone di considerare che «l’embrione si trova, allo stato, sottoposto a crioconservazione, in conseguenza del rifiuto della ricorrente di procedere all’impianto senza previa diagnosi» e che «anche la salute della donna è, nel caso di specie, seriamente minacciata dalla impossibilità di conoscere lo stato di salute dell’embrione prima di procedere all’impianto»;
che, in tale situazione, «non solo appare inadeguata la tutela della salute della donna […] ma non risulta neppure maggiormente garantita la salute dell’embrione, probabilmente condannato a subire, nel tempo, danni biologici […] (laddove) il rischio di inutilizzabilità a causa della diagnosi preimpianto si aggirerebbe statisticamente intorno all’uno per cento, percentuale inferiore, quindi, a quella del rischio di aborto nelle diagnosi prenatali (v. sul punto le dichiarazioni della dott. C.)»;
che il rimettente, inoltre, ravvisa nella normativa de qua un contrasto con l’art. 3 della Costituzione, essendo consentita, alla stregua del diritto vivente, la diagnosi prenatale, e pertanto sussistente in capo ai genitori un diritto alla informazione sulla salute del feto nel corso della gravidanza, laddove analogo diritto sarebbe negato nella fase della procreazione assistita che precede l’impianto; ciò che determinerebbe un ingiustificato diverso trattamento di posizioni soggettive sostanzialmente assimilabili, con conseguente contrasto della norma che vieta la diagnosi preimpianto con l’art. 3 della Costituzione;
che nel giudizio innanzi alla Corte ha spiegato intervento il Presidente del Consiglio dei ministri, per il tramite dell’Avvocatura generale dello Stato, la quale ha concluso per la infondatezza della questione di legittimità costituzionale, in quanto il suo accoglimento comporterebbe una forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni, a fronte di un ipotetico rischio di compromissione dello stato psico-fisico della donna;
che, per permettere scelte informate e responsabili, in caso di richiesta di accesso alla procreazione medicalmente assistita, è previsto che alle coppie siano fornite informazioni accurate a norma del decreto ministeriale del Ministro della giustizia e del Ministro della salute 16 dicembre 2004, n. 336;
che, ad avviso dell’Avvocatura dello Stato, la soluzione normativa censurata, oltre ad essere ragionevole e coerente con il principio generale, desumibile non solo dalla legge n. 40 del 2004, ma anche da altre disposizioni normative che configurano il concepito come soggetto giuridico, è la più idonea a bilanciare interessi contrapposti, tenuto conto che non esiste, e non ha giuridico fondamento, la pretesa ad avere «un figlio sano», e che, pertanto, non può assumere alcuna rilevanza l’elemento attinente all’equilibrio psico-fisico della donna;
che hanno depositato atto di costituzione in giudizio il Comitato per la tutela della salute della donna, il Forum delle Associazioni familiari e l’Associazione “Movimento per la Vita Italiano”;
che, in prossimità dell’udienza (fissata in esito alla camera di consiglio del 3 maggio 2006), il Presidente del Consiglio dei ministri, ha depositato memoria illustrativa delle conclusioni precisate nell’atto di costituzione, preliminarmente deducendo l’inammissibilità della questione per carenza di carattere incidentale;
che anche gli intervenienti hanno depositato memorie.
Considerato che il Tribunale di Cagliari dubita, in riferimento agli artt. 2, 3 e 32 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell’art. 13 della legge 19 febbraio 2004, n. 40, «nella parte in cui fa divieto di ottenere, su richiesta dei soggetti che hanno avuto accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, la diagnosi preimpianto sull’embrione ai fini dell’accertamento di eventuali patologie»;
che, preliminarmente, deve confermarsi l’ordinanza, della quale si è data lettura in udienza, dichiarativa dell’inammissibilità degli interventi spiegati nel presente giudizio dal Comitato per la tutela della salute della donna, dal Forum delle Associazioni familiari e dall’Associazione “Movimento per la Vita Italiano”;
che, a prescindere dall’irreversibilità degli effetti del provvedimento richiesto in sede cautelare e dall’adeguatezza di quanto dedotto a conforto dell’asserita inconsistenza del «rischio di inutilizzabilità (dell’embrione) a causa della diagnosi preimpianto», la questione, così come prospettata dal Tribunale, è manifestamente inammissibile;
che, infatti, il giudice a quo osserva che il divieto della diagnosi preimpianto discende non soltanto dalla norma censurata (art. 13) come «comunemente interpretata» (sia per «il suo contenuto» che «per la sua formulazione letterale»), ma è «comunemente desunto anche dalla interpretazione della legge alla luce dei suoi criteri ispiratori» e «dalla disciplina complessiva della procedura di procreazione medicalmente assistita disegnata dalla legge» (in particolare, dalla disciplina della «revocabilità del consenso solo fino alla fecondazione dell’ovulo», dal «divieto di creazione di embrioni in numero superiore a quello necessario per un unico impianto, obbligatorio quindi per tutti gli embrioni», dal «divieto di crioconservazione e di soppressione di embrioni»);
che, aggiunge il Tribunale, anche l’art. 14, comma 3, «precisando che la crioconservazione può essere mantenuta fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena possibile, fa evidente riferimento ad ostacoli patologici all’impianto di natura meramente transitoria», e non già permanente;
che, pertanto, è evidente la contraddizione in cui il Tribunale incorre nel sollevare una questione volta alla dichiarazione di illegittimità costituzionale di una specifica disposizione nella parte relativa ad una norma (il divieto di sottoporre l’embrione, prima dell’impianto, a diagnosi per l’accertamento di eventuali patologie) che, secondo l’impostazione della stessa ordinanza di rimessione, sarebbe però desumibile anche da altri articoli della stessa legge, non impugnati, nonché dall’interpretazione dell’intero testo legislativo «alla luce dei suoi criteri ispiratori».

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 13 della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3 e 32 della Costituzione, dal Tribunale di Cagliari con l’ordinanza in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 ottobre 2006.
F.to:
Franco BILE, Presidente
Romano VACCARELLA, Redattore
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 9 novembre 2006.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: DI PAOLA

Allegato:
Ordinanza letta all’udienza del 24 ottobre 2006

ORDINANZA

Rilevato che nel giudizio di legittimità costituzionale hanno presentato atto di costituzione in giudizio il “Comitato per la tutela della salute della donna” e il “Forum delle Associazioni Familiari”, ed atto di intervento l’Associazione “Movimento per la Vita italiano”, nessuno dei quali è stato parte nel giudizio a quo;
che sulla questione dell’ammissibilità dell’intervento nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale la giurisprudenza di questa Corte è nel senso che l’intervento è ammissibile solo nel caso di soggetti titolari di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio (v., tra le altre, sentenze n. 172 del 2006, n. 345 del 2005, ordinanza n. 389 del 2004);
che tale principio implica che l’incidenza sulla situazione sostanziale vantata dall’interveniente derivi dall’immediato effetto che la pronuncia della Corte produce nel rapporto sostanziale oggetto del giudizio principale;
che, alla stregua dei richiamati criteri, la posizione sostanziale fatta valere dai predetti intervenienti nel presente giudizio non è qualificata in rapporto alla questione oggetto del giudizio stesso.
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara inammissibili gli atti di costituzione in giudizio del “Comitato per la tutela della salute della donna” e del “Forum delle Associazioni Familiari” e l’atto di intervento dell’Associazione “Movimento per la Vita Italiano”.
Firmato: Franco Bile, Presidente

Il silenzio dei colpevoli

Piergiorgio Welby chiama, e nessuno risponde. Nessuno risponde in maniera soddisfacente: si va dall’affermazione che la sua è una richiesta ‘comprensibile’ umanamente alla richiesta di aspettare. Welby non può aspettare e il fatto che la sua richiesta sia umanamente comprensibile non risolve la sua situazione.
In sintesi, quanto Welby ha ottenuto è silenzio – non inteso letteralmente. Ma pur sempre silenzio.
Di questo silenzio dovrebbero provare vergogna quelli che, con le bocche cucite e le mani in grembo, si nascondono dietro all’ipocrisia del rispetto assoluto della vita. Quelli che non hanno avuto nemmeno il coraggio di dire onestamente: “Welby, non c’è niente da fare e niente faremo”.
E forse, paradossalmente, finiscono per provare vergogna quelli che sono impotenti, quelli che non hanno la possibilità di cambiare le cose. Quelli che stanno dalla parte di Welby, e che nonostante la sua richiesta terribile vorrebbero aiutarlo a soddisfare la sua volontà come gesto estremo di rispetto e di dedizione. Quelli che in tutti questi anni si sono presi cura di lui, prima di tutti la sua donna, Mina.
Finiscono per vergognarsi erroneamente quelli che non c’entrano con questo silenzio, come qualche volta succede assistendo a un comportamento imbarazzante di un personaggio in un film. Ci si vergogna al suo posto, forse per un meccanismo di identificazione o per una naturale tendenza a chiedersi cosa si proverebbe nei suoi panni: disagio. Perché bisognerebbe davvero vergognarsi di avere costretto Welby a ripiegare sulla disobbedienza civile per riappropriarsi di un diritto fondamentale.

martedì 14 novembre 2006

Piergiorgio Welby. Mi vergogno di essere italiana

Eutanasia: Welby “Rimane solo disobbedienza civile”. Lettera aperta a Presidenti Commissione Giustizia e Sanità

Caro Presidente,

nonostante la mia pubblica richiesta di essere sedato per staccare il respiratore, nessuno vuole prendersi questa responsabilità. Quindi, l’unica via percorribile resta quella della disobbedienza civile che – insieme a Marco Pannella e ai compagni radicali – non potremmo e non potremo far altro che mettere in pratica un giorno da decidere.

Piergiorgio Welby

Facile soluzione per il problema droga

Il problema della droga, sottolinea il ministro, “sta nell’illegalità attorno al traffico e al commercio, non nel consumo individuale contro il quale non servono né carcere né ricoveri coatti” (Cannabis, elevata la dose personale. Turco: “No al carcere per uno spinello”, la Repubblica, 13 novembre 2006, il corsivo è mio).

Davvero il problema della droga sta nell’illegalità? Esiste una soluzione elementare, direi.
Legalizzatela!
Certo, dovremmo poi subire i commenti della Casa delle Libertà in duplice, triplice, molteplice razione, ma tanto commentano anche in regime proibizionista, allora tanto vale...
(Giampiero Catone: Questo governo chiede sacrifici a tutti tranne a chi si droga e Massimo Polledri: La misura rappresenta un regalo agli spacciatori, un continuo alimento sostanzioso di chi lucra sulla fragilità del tossicodipendente - sic).

lunedì 13 novembre 2006

Evoluzione e educazione sessuale a scuola

Non si preoccupino i benpensanti. È in Canada, lontano da qui!

Il Ministro dell’Educazione del Quebec ha comunicato alle scuole cristiane evangeliche che devono insegnare le teorie di Darwin e educazione sessuale, o dovranno chiudere. La legge del Quebec assicura che tutti i ragazzini compresi tra i 6 e i 15 anni ricevano un’educazione adeguata, ma queste scuole evangeliche insegnano dei loro corsi sul creazionismo e sulla sessualità che non seguono il curriculum del Quebec. 15 studenti che frequentano una scuola della Chiesa evangelica dalle elementari alle superiori, avranno un diploma che non verrà riconosciuto in nessun luogo del Canada. I supporter di queste scuole affermano invece che venga insegnato un diverso modo di vedere il mondo diverso: una concezione cristiana invece che umanistica. Il governo del Quebec conosce almeno 30 scuole religiose senza licenza, ma potrebbero essercene altre.
Dalle Ultimissime dello UAAR.

Lozano Barragan: (eu)tanasia del buon senso

“La compassione invocata dai vescovi anglicani per i bambini prematuri gravemente ammalati nasconde in realtà il rischio di una grave deriva etica, quella che in diversi paesi sta portando a leggi che autorizzano l’eutanasia dei minori”. A sostenerlo è il dicastero vaticano per la pastorale sanitaria per voce del card. Lozano Barragan.
Questo in risposta alle affermazioni fatte, negli ultimi giorni, dalla Chiesa anglicana, che per la prima volta si aperta in merito alla possibilità dell’eutanasia passiva nel caso si tratti di neonati con gravissimi e irrimediabili handicap. E ha spiegato che è possibile che “ci siano situazioni in cui per un cristiano la compassione debba prevalere sul principio secondo cui la vita va preservata a tutti i costi”.
Immediate sono arrivate le opposizioni da parte del Vaticano che, attraverso il porporato messicano, ha spiegato: “Mettere fine alla vita di una persona innocente, anche nel caso di un bambino prematuro gravemente ammalato, equivale – spiega il porporato messicano – a praticare l’eutanasia, e questo resta un’azione illecita, oltre che un atto di crudeltà”.
Secondo il ministro vaticano della Sanità, “tutto questo è molto diverso dall’accanimento terapeutico”. Il card. Barragan, infatti, è d’accordo con la decisione dei sanitari di astenersi da cure inutili, “quando cioè si tratta di un uso di medicinali inutili e sproporzionati che servono a prolungare la dolorosa agonia di una persona che sarebbe ormai vicina alla morte”.
E ancora: “Nessuno è obbligato ad accettare queste terapie. In questo caso possiamo parlare di compassione. Ma se si tratta di ammazzare, bisogna ricordarsi che il quinto comandamento dice non uccidere. La vita è nelle mani di Dio e noi non possiamo disporne”.
“Il problema – spiega il presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale sanitaria – è che in diversi paesi ora si vuole applicare l’eutanasia ai bimbi, oltre che agli anziani. E questa è una mostruosità. L’eutanasia è un’azione o omissione diretta ad estinguere una vita e questo non lo ammettiamo. Di fronte alle aperture dei vescovi anglicani, dunque, non possiamo – conclude Barragan – che ricordare la posizione che è la stessa che la Chiesa ha di fronte al tema dell’eutanasia”.
Eutanasia, Vaticano contro gli anglicani. “Rischio di una grave deriva etica”, la Repubblica, 13 novembre 2006.

È stupidità o malafede? Astenersi da cure inutili va bene – per Barragan e la sua cricca. Ma nel caso di bambini gravemente malati ogni cura è inutile (= prolunga soltanto una agonia), e astenersi dalla cura provoca (seppure attraverso una omissione) la morte del bambino. Dunque?
E poi: mai nessun dubbio che il quinto comandamento possa essere discusso? Tanto come comandamento che come contenuto. Peraltro, i compari cattolici hanno atteggiamenti molto diversi quando il “non uccidere” si pronuncia su un campo di battaglia. L’ipocrisia di questa gente è pari soltanto alla loro presunzione di possedere la Verità.
Peccato che la perplessità e il dubbio emergano soltanto, e per sbaglio, in una espressione rubata da una fotografia.

domenica 12 novembre 2006

Madri a cinquant’anni

Un interessante articolo su Slate (Tim Harford, «My Boss Is 65 and Pregnant», 11 novembre 2006) porta alle logiche conseguenze alcune tendenze in atto nel campo della riproduzione (forse sarebbe stato opportuno citare le nuove possibilità aperte dal congelamento degli ovociti, ma fa niente).

The revelation by the American Society for Reproductive Medicine that women in their 50s can cope with the stresses of parenthood as well – or as badly – as anyone else has again raised the prospect that the experience of women such as Dr. Patricia Rashbrook, who this year became the oldest new mother in Britain at the age of 62, will become increasingly common. That seems unlikely for now. Treatments are expensive, unreliable, and imperfect: Both Dr. Rashbrook and Adriana Iliescu, said at age 66 to be the world’s oldest woman to give birth, needed donated eggs.
Still, with time, who knows? And the effects may be more far-reaching than we imagine […]
Doctors warn that later pregnancies are riskier, but University of Virginia economist Amalia Miller has proved that earlier pregnancies are risky, too – to women’s careers. Professor Miller showed that women who delay having children for only one year earn 10 percent more over the course of their lives than those who don’t delay.
Cause and effect seem unclear, because a woman might delay pregnancy to earn more money for some third reason, such as ambition. But Miller solves that problem by looking at women who, because of miscarriages or accidental pregnancies, do not have children when they would have chosen to have them. (Last year, Steven Landsburg wrote about Miller’s study in Slate.)
Women may have already overtaken men at American schools and universities, but perhaps they will not do so in the boardroom until they can reliably delay pregnancy into their 50s and 60s. Then employers might start to dismiss as remote the risk that a valued employee will take time off to have a family. Indeed, having one might become something you do once you’ve made it to the top and retired.
Perhaps this is nothing more than science fiction, but if my daughters become part of this future revolution, they can forget about leaving their kids with grandpa.
Nella parte centrale, che non ho riportato per motivi di spazio, Harford ricapitola alcune delle conseguenze sociali più importanti dell’introduzione della pillola contraccettiva.

sabato 11 novembre 2006

Casa Pannella

Quanti sono stati dotati di tempismo sono riusciti a vedere il video che ora è stato rimosso (censurato?) in seguito a diffida legale di Radio Radicale.
Tutti gli altri, per ora, si dovranno accontentare dei racconti, interrotti da risate più o meno sommesse nel ricordarlo, oppure dovranno confidare in una rapida soluzione del caso.
La vicenda è ricostruita puntualmente da Daw, autore dell’esilarante video, qui: “Casa Pannella”: doverose ulteriori precisazioni, e una proposta.
La vicenda solleva un certo sbigottimento, per ragioni che sarebbe davvero superfluo elencare (e che Daw illustra bene, quindi non spreco fiato).
Il comunicato di Radio Radicale, pure, solleva parecchie perplessità (e strappa alcune risate, come l’intera vicenda d’altra parte).
Quale destino per il video? Potremmo forse chiedere a Daw di inviarcelo? Ci provo.

Qui il comunicato di Radio Radicale e la ricostruzione della vicenda.

Dubbio a qualche ora di distanza: ma non è che hanno fatto tutto ’sto casino solo per un po’ di pubblicità in più?

Jack Palance

Addio a Jack Palance il cattivo di Hollywood, Il Corriere della Sera, 11 novembre 2006.
Mancherà anche alla bioetica.

Il bambino affamato e Jack Palance
Jack Palance, il cattivo di tanti film, è chiamato a condurci nel terreno di scontro tra intuizioni comuni e argomenti razionali.
Una intuizione comune e resistente consiste nel credere peggiore uccidere piuttosto che lasciar morire qualcuno. Questa credenza implica che la crudeltà dell’uccidere sia sopravvaluta e, al contrario, la crudeltà del lasciar morire sia sottovalutata.
(1) L’intuizione morale sostiene: uccidere X è peggiore di lasciar morire di fame persone in Paesi lontani.
(2) L’argomento razionale sostiene: uccidere X è grave quanto lasciar morire di fame persone in Paesi lontani.
Primo scenario.
In una stanza c’è un bambino gravemente denutrito e che sta morendo di fame. E poi ci siamo noi, in buona salute e con un panino. Se gli diamo il nostro panino (e portiamo in ospedale il bambino) non ci riteniamo meritevoli di lodi speciali, piuttosto ci riterremmo biasimevoli se ignorassimo il bambino e addentassimo con gusto il nostro panino. Immaginiamo che nella stanza con il bambino ci sia Jack Palance, con un panino simile al nostro. Jack Palance ignora il bambino, e si tiene il panino senza degnarlo della minima attenzione. Che cosa penseremmo di Jack Palance? Che è moralmente riprovevole.
Secondo scenario.
Ci siamo noi con tutto il necessario per sopravvivere e tutte le persone che muoiono di fame in Paesi lontani. Se non facciamo niente, le lasciamo morire proprio come Jack Palance fa con il bambino. Eppure non ci consideriamo moralmente dei mostri come invece giudichiamo Jack.
“Lui potrebbe facilmente salvare il bambino, non lo fa e il bambino muore. Noi potremmo facilmente salvare alcune di quelle persone che muoiono di fame; non lo facciamo ed esse muoiono. Se lui è un mostro morale, e noi no, allora ci dev’essere qualche importante differenza tra lui e noi. Ma qual è?” (James Rachels, 1986, The End of Life. Euthanasia and Morality, Oxford University Press; trad. it. La fine della vita, Sonzogno, 1989, p. 143 il corsivo è mio).
La prima possibile risposta è che il bambino è nella nostra stessa stanza e che gli altri siano lontani.
Ma la collocazione spaziale non è assolutamente rilevante dal punto di vista morale; a meno che tale distanza non renda impossibile fornire quell’aiuto che, stando nella stessa stanza, è facile da offrire. E per questo esistono le associazioni umanitarie. In assenza di un ostacolo insuperabile nell’aiutare qualcuno, è assurdo pensare che trovarsi in un certo luogo diminuisca o annienti l’impegno morale nei confronti di chi è bisognoso. La differenza tra il (non) aiutare un bambino che ci troviamo davanti ai nostri occhi e il (non) aiutare persone lontane è soltanto psicologica; ma non morale.
Ci sono altre differenze psicologiche: il fatto che le persone che muoiono di fame siano disperse su una vasta superficie (mentre il bambino è lì davanti a noi); il fatto che siano milioni le persone bisognose di cibo e che non potremmo aiutarle tutte (mentre il bambino è uno e possiamo aiutarlo) e che per ogni persona bisognosa che potremmo aiutare ci sono tante altre persone ricche che potrebbero aiutarla come noi.
Ancora una volta le differenze non sono moralmente rilevanti. Anche se non possiamo aiutare tutti, e anche se come noi molti altri potrebbero offrire aiuto, la nostra responsabilità di fare quanto più possibile per aiutare le persone bisognose rimane intatta. Se non lo facciamo dovremmo sentirci colpevoli per l’aver lasciato morire le persone.
“Ma di nuovo, questo non significa che non ci dovremmo sentire colpevoli o vergognare più di quanto facciamo adesso. Una spiegazione psicologica dei nostri sentimenti non costituisce una giustificazione morale della nostra condotta” (Rachels 1986, p. 145).
È più evidente la non dipendenza della moralità del nostro comportamento da quello degli altri se pensiamo a Jack Palance. L’abbiamo giudicato un mostro qualora se ne rimanesse indifferente davanti al bambino affamato. Se nella stanza vi fossero altre persone altrettanto indifferenti, giudicheremo forse Palance meno immorale rispetto allo scenario in cui era da solo? Assolutamente no. L’idea che la colpa si divida tra i corresponsabili è sbagliata: non esiste una quantità fissa di colpa che viene suddivisa tra i colpevoli. Il comportamento di Jack Palance è moralmente riprovevole tanto nel caso in cui sia da solo quanto che sia in compagnia. Se egli è consapevole di quanto sta accadendo intorno a lui, potrebbe anche moltiplicare le persone presenti nella stanza, ma non servirebbe ad alleggerire la sua colpa. È ancora più ovvio se pensiamo, come suggerisce James Rachels, che se Jack Palance è un mostro morale se guarda morire il bambino, se “chiama un gruppo di amici per guardare con lui, non diminuisce la colpa dividendola con loro. Al contrario, sono tutti mostri morali” (Rachels 1986, p. 145).
L’indifferenza altrui costituisce anzi un motivo in più per agire. Se nella stanza ci sono due bambini e Palance insieme a un amico, ognuno dovrebbe prendersi cura di un bambino. Se l’amico non fa niente, Palance potrebbe forse nutrire il suo bambino e sentirsi moralmente irresponsabile per la sorte dell’altro?

Molte delle differenze che abbiamo esaminato non reggono al vaglio dell’analisi razionale. È evidente quanto siano fragili le intuizioni morali. La strada migliore per arrivare alla verità consiste nel cercare argomenti a sostegno dei nostri giudizi morali.
Dobbiamo, tuttavia, ammettere di affidarci all’intuizione: a qualche punto del nostro ragionamento morale dobbiamo accogliere per buona un’assunzione senza la possibilità di offrire argomenti a sostegno. Questo succede anche per le scienze esatte: i dati di partenza, le assunzioni e gli assiomi. I ragionamenti partono da lì, non possono rimandare indietro all’infinito. In morale il dato di partenza è costituito dall’assunzione di cosa sia moralmente importante.
Una simile concessione all’intuizione è inevitabile. L’importanza attribuita agli argomenti, però, fa sì che venga sempre mantenuto un atteggiamento di sospetto, e che vi si faccia ricorso solo quando non è più possibile evitarlo. È una concessione iniziale, che non diminuisce la sfiducia nei confronti delle intuizioni come fondamento della morale.

Finanziaria regionale: 800.000 euro per spostare le suore di clausura

Dalle ultimissime UAAR:

Da un articolo del quotidiano di Udine “Messaggero Veneto”, datato 8 novembre, si può apprendere che la Finanziaria regionale del Friuli-V.G. elargirà 800.000 (ottocentomila) euro alle Monache benedettine del monastero di clausura di San Cipriano a Trieste, per il loro trasloco sul Carso. Dallo stesso articolo si può anche apprendere che tale contributo “una tantum” corrisponde ad un terzo di quanto verrà dato, distribuito però su venti anni, all’Università di Udine.
A parte tutti i pensieri legittimi e indignati, mi viene da domandare: come le devono spostare queste suore, scavando un traforo da Trieste al Carso? Un’avveniristica galleria sotterranea?

venerdì 10 novembre 2006

Legge 40, articolo 13: le motivazioni della Corte Costituzionale sulla questione di legittimità


Non è oggetto di discussione il divieto di fare ricorso alla diagnosi genetica di preimpianto perché il Tribunale di Cagliari, nel sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 13, sarebbe caduto in una contraddizione evidente e insolubile.
Queste più o meno sono le motivazioni dell’inammissibilità del ricorso (presentato e discusso alla Corte Costituzionale il 24 ottobre scorso).
Sarà possibile capirne qualcosa di più leggendo l’ordinanza depositata ieri in cancelleria. Ad oggi quanto sono riuscita a sapere è angusto e poco incoraggiante (ma non è, di certo, una sorpresa).

In quale contraddizione è inciampato il Tribunale di Cagliari, qual è la base della decisione della Corte Costituzionale?
Il Tribunale non avrebbe considerato che il divieto di sottoporre l’embrione ad indagine genetica prima di essere impiantato sarebbe desumibile non solo dall’articolo incriminato, bensì da altri e addirittura dall’intera Legge 40. Alla luce (luce?) dei criteri ispiratori della legge sulla procreazione medicalmente assistita l’embrione non può essere oggetto di esame.
In effetti, l’intera Legge 40 è permeata dalla delirante idea che il concepito (quell’organismo risultante dalla fusione di gamete maschile e gamete femminile, invisibile ad occhio umano, privo di cellule differenziate e privo di una pur minima e primordiale capacità di provare dolore e piacere) sia una persona e goda dei diritti fondamentale di cui godono le persone. Questo basta e non basta. Basta perché attribuire un diritto alla vita esclude la ‘facile’ possibilità di liberarsi del soggetto detentore del diritto alla vita (eseguo la diagnosi, scopro che l’embrione è affetto da malattia genetica, decido di non procedere all’impianto = decido di ucciderlo). Non basta perché permane la possibilità di ricorrere all’interruzione di gravidanza e di eseguire diagnosi prenatali. Non basta perché l’idea che il concepito sia una persona è una idea insensata e fallace.

Sembra che la decisione della Corte non sia stata presa all’unanimità e che l’estensore non sia stato Alfio Finocchiaro (quello del bambino…), ma Romano Vaccarella.

Luigi Concas, legale della coppia da cui aveva preso avvio la richiesta di incostituzionalità, è ottimista: “la questione resta aperta, ma la decisione della Corte costituzionale è molto interessante per ciò che dice e per ciò che non dice. La Corte non si pronuncia sulla possibilità di un’autorizzazione in sede legislativa della diagnosi preimpianto e sulla questione molto delicata della sopravvivenza dell’embrione. Adesso dobbiamo valutare la possibilità di impugnare tutto l’impianto normativo e non solo l’articolo13 della legge 40 del 2004. Mi chiedo però, e sto ancora studiando questo punto se la Consulta non avrebbe potuto estendere d’ufficio la questione di legittimità dall’articolo 13 a tutta la legge”.

Intanto i mesi passano, e la Legge 40 gode di ottima salute…

PS
Nella foto il concepito è quello senza barba.

Fecondazione assistita: Consulta, resta divieto test su embrioni, Sardegna oggi, 9 novembre 2006.
«Embrioni, ricorso contraddittorio», Il Gazzettino, 10 novembre 2006 dalle Notizie dell’Associazione Luca Coscioni.

Avevo trascurato: Comunicato Stampa del Movimento per la Vita, 9 novembre 2006:

Chi all’epoca dell’approvazione della legge e del successivo referendum proclamava la incostituzionalità della legge è servito. Ed è servito anche chi medita altri processi su tutta o parte della legge 40. La Corte ha messo la prima pietra di una consolidata resistenza costituzionale che non potrà più essere ignorata.

giovedì 9 novembre 2006

Beit Hanun: massacro di bambini palestinesi

18 civili trucidati, ovvero una strage dovuta a un inconveniente tecnico dell’artiglieria e all’impegno a fare tutto il possibile per evitare il ripetersi di simili errori. Senza nessuna garanzia però, perché potrebbe accadere di nuovo... (Ehud Olmert).

Olmert: «Strage per un errore tecnico», Il Corriere della Sera, 9 novembre 2006.

Eutanasia clandestina*

“L’eutanasia non viene praticata negli ospedali italiani” ha risposto Francesco Rutelli alle richieste di chiarimento di Carlo Giovanardi sul fenomeno dell’eutanasia clandestina. Il chiarimento riguardava le affermazioni di Luigi Manconi sull’esistenza di un fenomeno silenzioso e clandestino, costretto nelle stanze degli ospedali e nelle coscienze dei medici e dei familiari di pazienti affetti da malattie incurabili e dolorose. Come lo stesso Manconi ha scritto sulle pagine de Il Riformista, non c’è da sorprendersi che non si ammetta ufficialmente l’esistenza di una pratica illegale.
È un peccato, però, che il frastuono sollevato dalla sola parola ‘eutanasia’ sciupi l’occasione per riflettere su un particolare: nei Paesi in cui l’eutanasia è illegale c’è una percentuale rilevante di decisioni prese da ‘altri’ invece che dal paziente stesso. In altre parole, l’eutanasia è praticata senza il consenso di colui che morirà.
Una seria indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina sarebbe un elemento fondamentale per la legalizzazione dell’eutanasia. E non come legittimazione di uno stato di fatto (i furti esistono e questa non è una buona ragione per depenalizzarli); piuttosto come mezzo per riaffermare un principio tanto sbandierato ma ben poco rispettato: la libertà individuale, la possibilità di decidere della propria esistenza.
Se davvero sono importanti, oltre alla libertà, il diritto a rifiutare le cure e l’inammissibilità dell’accanimento terapeutico, legalizzare l’eutanasia significherebbe restituire alle persone la scelta. E se è la parola a spaventare, si può ripiegare su “decisioni di fine vita”.

* Pubblicato su E Polis con il titolo Ma eutanasia fa sempre rima con libertà.

Il calendario (non sexy) del Papa e il mistero della quattordicesima foto

Nessuno escluso. Un po’ più a destra, sguardo più intenso, espressione meno accigliata...

Non solo pose sexy e soubrette senza veli tra le pagine patinate dei calendari 2007. Per la prima volta anche un papa si presta all’operazione calendario, ma per finalità benefiche. La scorsa estate Benedetto XVI ha permesso che il fotografo Giancarlo Giuliani rimanesse un’intera giornata con lui a Castel Gandolfo, durante la quale il Papa ha «posato» nei vari ambienti della residenza estiva. Il risultato? Quattordici foto originali e in esclusiva che compongono il calendario stampato in una preziosa edizione e che sarà allegato al settimanale Famiglia Cristiana con il numero in uscita il prossimo 23 novembre.
Di mese in mese si può vedere il Papa, con la sua veste bianca, mentre passeggia nel pregevole giardino all’italiana di Castel Gandolfo, mentre prega nella cappella del Palazzo Apostolico, mentre sfoglia dei volumi nella biblioteca.
Anche papa Ratzinger ha il suo calendario, Il Corriere della Sera, 8 novembre 2006.

Perché 14 foto? 12 mesi, 1 magari per la copertina e ... ?

mercoledì 8 novembre 2006

Il Foglio tocca il fondo

Sul Foglio di oggi, un editoriale – non firmato – dedicato alla richiesta di alcuni ricercatori britannici di essere autorizzati a creare chimere tra uomo e altri animali per lo studio delle tecniche del trasferimento nucleare (o clonazione terapeutica), comincia così («La chimera non è più una chimera», 8 novembre 2006, p. 3):

La Hfea, autorità inglese per la fecondazione umana e l’embriologia, ha da ieri tre mesi di tempo per decidere se rilasciare, a due diverse équipe di ricerca (una guidata da Stephen Minger, del King’s College di Londra, e l’altra da Lyle Armstrong, del North East England Stem Cell Institute di Newcastle), una licenza che autorizzi la creazione di ibridi con ovociti di vacche, conigli e capre inseminati con sperma umano. Scopo dichiarato degli esperimenti è quello di trarre cellule staminali dagli embrioni “allo 0,1 per cento animali e al 99,9 per cento umani” che ne risulterebbero.
E qui possiamo anche smettere di leggere. Perché l’anonimo autore non ha palesemente la benché minima idea di che cosa sta scrivendo. Non c’è da effettuare nessuna inseminazione di ovociti animali con sperma umano: che cosa pensa l’anonimo, che possa nascere un embrione vitale mettendo assieme gameti di specie così distanti? Crede davvero che se un toro si accoppiasse con una novella Pasifae ne verrebbe fuori il Minotauro? Che gli hanno insegnato a scuola, niente? E in questo caso perché si impanca a sentenziare tronfiamente su cose che non capisce?
La tecnica proposta consiste nell’inserire il nucleo di una cellula somatica umana – non quindi di uno spermatozoo, ma di una cellula della pelle, per esempio – in un ovocita animale dal quale sia stato estratto il nucleo, e che sia quindi privo del genoma animale – tranne per i piccoli tratti di DNA che si trovano nei mitocondri dell’ovulo, e che determinano solamente alcune caratteristiche del metabolismo dell’organismo risultante.

Alla fine del miserrimo articolo viene riportato il giudizio della fanatica anti-choice Josephine Quintavalle, che «ha definito “aberrante” l’idea di mescolare umano e animale nell’identità genetica. “È un sentimento umano primario – ha dichiarato al Telegraph – l’idea che animali e creature umane non debbano essere mescolati”». La signora confonde evidentemente le proprie idiosincrasie razziste con il «sentimento umano primario». L’unica idea aberrante, qui, è quella di chi fa dipendere l’umanità dalla costituzione genetica di un essere, e non dalla sua capacità di pensare e di provare sentimenti; che un ibrido al 99,9% umano, se fosse vitale, quasi certamente possiederebbe in misura maggiore della stessa Josephine Quintavalle – e di tutta quanta la redazione del Foglio, naturalmente.

Aggiornamento: un commento un po’ ribaldo di Maurizio Colucci sulla questione. Da leggere!

Aggiornamento 2: il titolo del post di Aioros sullo scivolone del Foglio vale già da solo una visita.

Una vittoria della civiltà

Nelle elezioni americane di midterm non si votava soltanto per rinnovare parzialmente il Congresso e il Senato (a proposito: nel Missouri e nel Maryland hanno vinto Claire McCaskill e Ben Cardin, i due candidati appoggiati da Michael J. Fox perché favorevoli alla ricerca sulle staminali embrionali), ma anche per esprimersi su alcuni referendum. Repubblica anticipa i risultati, due dei quali non possono non riempirci di gioia:

In South Dakota è stato bocciato il referendum indetto per proibire quasi totalmente l’aborto terapeutico, una legge tra le più restrittive in vigore in tutti gli Stati Uniti. Una vittoria per i liberal e un «chiaro segnale di rifiuto delle politiche sociali della destra, che hanno dominato il Paese», ha commentato a caldo Sarah Stoesz, direttrice del South Dakota’s Planned Parenthood, una delle organizzazioni che ha sostenuto la battaglia contro la legge dello Stato.
Il Missouri ha dato via libera alla ricerca sulle cellule staminali, dopo settimane di intenso dibattito nazionale riaccesosi con la diffusione dell’appello dell’attore Michael J. Fox, che è apparso in video mostrando i sintomi del morbo di Parkinson da cui è afflitto.

Aggiornamento: un appropriato commento di Glenn Reynolds sull’esito del referendum in South Dakota: «If you can’t make it there, can you make it anywhere?».

Aggiornamento 2: ottime notizie anche dall’Australia.

Vendere gameti

Un commento di Anna Smajdor («The egg and sperm race», BioNews, 7 novembre 2006) sul caso di Alexandra Saunders, una donna inglese che ha deciso di vendere i propri ovociti su Internet per ripagare alcuni debiti, presenta molti spunti degni di riflessione:

Laura Witjens, a spokesman for the National Gamete Donation Trust is quoted as saying in response to Ms Saunders’ plan to sell her eggs online, that more women should be willing to donate altruistically. But why should they? Women who donate eggs undergo a gruelling regimen of drugs, followed by a surgically invasive harvesting procedure. These interventions are not risk-free: several women have died from the side-effects of the drugs involved. Witjens rightly says that women who donate solely for money put their health at risk. But women who donate altruistically also put their health at risk – and get nothing in return!
Many clinics recommend that female patients who require egg donation become pro-active in their search for donors. Friends and family members are regarded as being good potential sources who will require no payment. But do we really think that women sought out by desperate friends and relatives as potential donors are more objective, more realistic, less coerced than those who make the decision primarily for financial reasons? I don’t mean here to belittle the sacrifice made by altruistic donors. But I think we kid ourselves if we think that somehow coercion is not at issue here simply because money is not involved.
This problem of coercion also arises in the context of ‘egg-sharing’, a means by which women can currently ‘pay’ for fertility treatment by ‘sharing’ their eggs with other infertile women (or, in some cases, by donating eggs for research). Guido Penning in a previous BioNews commentary suggests that some women’s drive to have a child results in their agreeing to egg-sharing despite serious misgivings. The point here is that coercion is an issue whether or not it is cash which is the incentive. We allow other incentives to operate in the market place for gametes in the UK, but have denied that there is such a market.
These denials tend to centre round a distaste for commodification, and concern for the wellbeing of donors. However, I suggest that since commodification is rife, we consider whether we are really protecting donors or our own sensibilities. As soon as we admit that there is a market for gametes, we open the possibility of regulating it, of ensuring fair prices, and of reducing the likelihood that people will go abroad for unregulated services where the scope for exploitation is even greater.
Finally, there is of course a broader ethical issue here. The procurement of gametes is hedged about with taboos, two of the strongest of these being masturbation, and the violation of bodily integrity. Technology has enabled us not only to covet, but to obtain our neighbours’ gametes. Is doing so ethically acceptable? This is the question at the heart of our unease about egg donation, but it has been eclipsed in a prudish scramble to pretend that at least we are not paying for doing so.

martedì 7 novembre 2006

Eugenia Roccella su eutanasia pediatrica

Da Mostruoso ma vero «Uccidiamo i bimbi disabili», Eugenia Roccella, Avvenire, 7 novembre 2006.

Già il titolo dell’articolo è un colpo allo stomaco: «Lasciateci uccidere i bambini disabili».
Eugenia Roccella si riferisce all’articolo pubblicato sul Sunday Times di domenica scorsa, Doctors: let us kill disabled babies. Leggendo le prime righe del citato articolo il colpo inferto allo stomaco (delicato) di Roccella dovrebbe perdere un po’ di accelerazione e mutare in contatto indolore (forse non basterebbe, a pensarci bene): to consider permitting the euthanasia of seriously disabled newborn babies.
Insomma, non si parla di eutanasia per i bambini nati con un viso poco simpatico, no; ma di bambini gravemente handicappati, destinati a una sopravvivenza di sofferenza e priva di speranza, seppure sottile e flebile.
Come commenta Joy Delhanty, professore di genetica umana all’University College London: “I would support these views. I think it is morally wrong to strive to keep alive babies that are then going to suffer many months or years of very ill health.” Per questo si parla di mercy killing e riguarderebbe soltanto bambini, lo ripeto, gravemente malati (gravi forme di spina bifida o di epidermolisi bollosa). Conoscere i sintomi e le condizioni di vita determinate da tali gravi patologie potrebbe essere utile al dibattito.
Poi Roccella se la prende con John Harris:
L’argomentazione più agghiacciante a sostegno del la adopera John Harris, docente di bioetica (ma possiamo ancora chiamarla così?) alla Manchester University. Poiché in Inghilterra l’eutanasia non è legale, ma l’aborto negli ultimi mesi di gravidanza sì, il professore si chiede cosa mai accada di straordinario nel momento del passaggio dall’interno all’esterno del grembo materno: il bimbo è sempre quello, perfettamente formato, dunque se lo si può uccidere prima, lo si può fare anche dopo. Su quanto tempo dopo, Harris non si pronuncia. Ma è evidente che con simili criteri la barriera potrebbe essere spostata in modo illimitato.
All’interno di un quadro etico così concepito, la vita non è che un valore incerto, totalmente affidato alle opinioni, e basta estendere il parametro adottato per concludere che un essere umano, in particolare se disabile, possa essere eliminato in qualunque momento. Perché no? Come afferma il professor Harris, perché un momento prima si può e il momento successivo non più?
Il fatto è che la nascita o il luogo (dentro all’utero – fuori dell’utero) non costituiscono passaggi moralmente rilevanti. Sappiamo bene che fino a qualche decennio fa i neonati prematuri morivano a x settimane, e che oggi questo tempo si è spostato. Oppure, che un neonato che nasce con qualche difficoltà ha possibilità diverse di sopravvivenza o guarigione se nasce in un Paese piuttosto che in un altro, o in ospedale piuttosto che in un altro.
Non è l’essere fuori dal grembo a rendere il neonato diverso da qual era un minuto prima del parto. E così su una linea continua devono essere tracciate le differenze in base ad altri criteri. Roccella ironizza sul criterio del risolvere equazioni algebriche (qualche incertezza con la matematica?). Ma potrebbe, invece, provare a rispondere alla domanda: “perché un momento prima si può e il momento successivo non più?”. Senza barare, senza cavarsela dicendo: non si può mai, amen.
Coraggio: stiamo entrando nel terrorizzante universo descritto in un vecchio racconto fantascientifico di Philip Dick, Le pre-persone, in cui l’autore immaginava una società in cui i bambini erano considerati pienamente persone solo quando in grado di risolvere un’equazione algebrica. Solo allora entravano nel cerchio privilegiato di coloro la cui esistenza ha valore sociale.

Gran Bretagna: cellule umane e ovociti bovini

Scientists in Britain have applied for a licence to create hybrid embryos using human cells and animal eggs for stem cell research to develop new treatments for diseases such as Parkinson’s, stroke and Alzheimer’s.

The researchers from Kings College London and the North East England Stem Cell Institute (NESCI) submitted the application to the Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA), a regulatory body that oversees embryo research and fertility treatment.

If the application is approved, the hybrid embryo will be 99.9 percent human and 0.1 percent animal. By using animal eggs, the scientists hope to overcome the shortage of human eggs left over from IVF treatments, which have been used for stem cell research.

[…]

They will use nuclear transfer, the technique used to create Dolly the sheep, the world’s first cloned mammal. The nucleus of the animal egg will be removed and fused with the nucleus from a human cell. The egg will develop until it is a cluster of cells, or blastocyst.

After six days, the scientists will remove the stem cells, which can develop into any cell type or tissue. The early embryo will be destroyed before it is 14 days old in accordance with the licence.

Articolo completo: Approval sought for human/animal embryo research, Reuters UK, November 6, 2006.
Speriamo che la notizia non valichi i confini degli scienziati e dei ricercatori, altrimenti non ci sarà risparmiata la solfa sulle chimere o sui mostri creati in laboratorio...

lunedì 6 novembre 2006

San Francesco Rutelli

Il governo italiano è contrario all’eutanasia, ma bisogna anche “combattere l’accanimento terapeutico”. Lo ha detto il vicepremier Rutelli rispondendo alla Camera a un Question Time. L’eutanasia, ha aggiunto Rutelli, non viene praticata negli ospedali italiani. Il vicepresidente del Consiglio dei Ministri ha poi annunciato che nelle intenzioni del governo c’è una legge sul testamento biologico, da fare approvare entro la fine della legislatura; ma ha specificato che tale normativa non aprirà in alcun modo la strada all’eutanasia.
Eutanasia: Rutelli, “Governo contrario”, Il Corriere della Sera, 6 novembre 2006.
A parte tutto, entro la fine della legislatura?? Ma sì, con calma.

Eutanasia pediatrica

Obstetricians call for debate on ethics of euthanasia for very sick babies, Sarah Boseley, The Guardian, november 6, 2006.

Doctors involved in childbirth are calling for an open discussion about the ethics of euthanasia for the sickest of newborn babies. The option to end the suffering of a severely damaged newborn baby – who might have been aborted if the parents had known earlier the extent of its disabilities and potential suffering – should be discussed, says the Royal College of Obstetricians and Gynaecologists in its evidence to an inquiry by the Nuffield Council on Bioethics, which examines ethical issues raised by new developments.
The college says the Nuffield’s working group should “think more radically about non-resuscitation, withdrawal of treatment decisions, the best-interests test and active euthanasia as they are means of widening the management options available to the sickest of newborns”.
The inquiry is looking into “the ethics of prolonging life in foetuses and the newborn”. Euthanasia was not originally on the agenda, because of its illegality. But the RCOG submission has persuaded the inquiry to broaden its investigation, although any recommendation favouring euthanasia for newborns is highly unlikely before a change in the law.

The college ethics committee tells the inquiry it feels euthanasia “has to be covered and debated for completion and consistency’s sake … if life-shortening and deliberate interventions to kill infants were available, they might have an impact on obstetric decision making, even preventing some late abortions, as some parents would be more confident about continuing a pregnancy and taking a risk on outcome.” It points out that a pregnant woman who discovers at 28 weeks that her baby has a serious abnormality can have an abortion. Parents of a baby born at 24 weeks with the same abnormality have no such option.

There are enormous social, emotional and financial costs involved in caring for a profoundly disabled baby, the submission adds. If a mother really understood the “real, life-long costs” of caring for such a child and understood the slim chance of being fully recompensed by the state, “perhaps she might feel differently about aggressive resuscitation and treatment of her premature baby. Perhaps her doctors might as well,” says the submission.

Euthanasia for very severely disabled newborn babies suffering from specified conditions is permitted in the Netherlands. Some suspect that “mercy killing” probably occurs in the UK. But medical advances which have enabled very premature babies to be kept alive at only 24 weeks gestation – little more than half the expected time in the womb – have led to a presumption that every technological intervention will be used to keep the baby going at all costs. In the case of Charlotte Wyatt, the parents vigorously opposed the doctors’ wish to be allowed not to revive her through the courts. The child, now three, survived, although severely disabled and now in care.

The UK Disabled People’s Council yesterday rejected discussion of euthanasia for newborn babies. “It is not for medical professionals or indeed anyone else like families to determine whether someone else’s quality of life will be good simply on the grounds of impairment or health condition,” said its parliamentary worker, Simone Aspis.

FAQ Disability risks

What is the Nuffield Council on Bioethics investigating?

It is considering the implications of advances which enable babies to be born little more than halfway through pregnancy and kept alive.

Why is this a problem?

Very premature babies run a higher risk of brain damage and disability. Most die – 98% – at 22 weeks, though by 26 weeks 80% survive.

Is euthanasia allowed elsewhere?

Babies born before 25 weeks are not given medical treatment in the Netherlands and euthanasia is permitted in certain conditions.

Leonardo d’Arabia

Appartiene a un genere di notizie che va sempre preso con una buona dose di scetticismo; ma questa, se non è vera, è di sicuro ben trovata:

Leonardo da Vinci may have had an Arab heritage, according to Italian researchers who have isolated and reconstructed the Renaissance master’s fingerprint.
The fingerprint represents the only biological trace of the Florentine genius, said Luigi Capasso, an anthropologist at Chieti University.
“It is actually the first evidence of Leonardo’s corporeality,” Capasso told Discovery News.
Indeed, nothing is left of the painter, engineer, mathematician, philosopher and naturalist. The remains of Leonardo, who died in 1519 in Amboise, France, were dispersed in the 16th century during religious wars.
The research began in 2002, following the discovery of hundreds of fingerprints in the master’s notebooks and drawings.
“Not all belonged to Leonardo. There was a mixture of traces, with marks also left by his apprentices,” said Alessandro Vezzosi, director of the Museo Ideale in the Tuscan town of Vinci, where the artist was born in 1452 and where the fingerprints are collected.
Capasso and colleagues at the University of Chieti first worked on isolating and extracting the real Leonardo’s fingerprints.
Through nondestructive spectrometry, they examined about 200 fingerprints from about 52 papers and found that only in a few cases had Leonardo left a complete fingerprint.
In most cases, the partial fingerprints consisted of the radial half of the left thumb, indicating that left-handed Leonardo was just moving and leafing through the papers.
“But when we examined the ‘Portrait of a Lady with an Ermine’, we noticed that the artist used his finger when applying the finishing touches to the necklace’s shadow,” Capasso said.
After scouring manuscripts and notebooks, the researchers found two other fingerprints that matched and completed the Ermine markings. The result was an entire fingertip, possibly belonging to the left forefinger.
Fingerprints are unique and don’t change over a lifetime. Analysis of the skin’s arches, loops and whorls – a science known as dermatoglyphics – has shown that there is a link between fingerprints and populations.
In the case of Leonardo’s fingertip, patterns and ridges pointed to the Middle East, the researchers concluded.
“The fingerprint features patterns such as the central whorl that are dominant in the Middle East. About 60 percent of the Middle Eastern population display the same dermatoglyphic structure found in the fingerprint,” Capasso said.
The discovery would support Vezzosi’s claim that Leonardo’s mother was not a local peasant girl as previously thought, but a Middle Eastern slave.
According to Vezzosi, records unearthed in Vinci offer substantial evidence that Leonardo’s father, a craftsman called Ser Piero Da Vinci, owned a Middle-Eastern female slave named Caterina.
“It was common in 15th century Tuscany to own slaves from the Middle East,” said Vezzosi.
Indeed, in 1452, the same year of Leonardo’s birth, a law was passed in Florence that gave slave owners greater rights over their slaves.
Shortly after the law was passed, Ser Piero married Caterina off to one of his workers. The woman had just given birth to a boy called Leonardo.
Pictures and details of the dermatoglyphic study will be shown on Sunday at an exhibition at the museum of history of biomedical science at Chieti University.
(Rossella Lorenzi, «Da Vinci Fingerprint Reveals Arab Heritage?», Discovery News, 28 ottobre 2006.)

Salute sessuale e riproduttiva

Sexual and reproductive health
The Lancet’s series on sexual and reproductive health published online on November 1, 2006, highlights the global burden of ill health in a variety of key areas: every year, 340 million new patients acquire gonorrhoea, syphilis, chlamydia, or trichomonas, more than 120 million couples have an unmet need for contraception, 80 million women have unintended pregnancies, and an estimated 19 million women undergo unsafe abortions; 70000 of them die as a result. As well as the series articles, the collection includes Comments and original research.

Sexual and Reproductive Health – a matter of life and death

The increasing influence of conservative political, religious, and cultural forces around the world threatens to undermine progress in sexual and reproductive health, according to the first paper in the Series. The greatest challenge to sexual-health promotion in almost all countries comes from opposition from conservative forces to harm-reduction strategies, such as supplying contraception to sexually active young people and providing safe, legal abortion services.

Sexual behaviour in context
The second paper in the Series presents the results of the first ever global survey of sexual behaviour. There are a number of findings that go against common beliefs, including the fact there has been no universal trend towards earlier sexual intercourse.

Family Planning: the Unfinished Agenda
Europe, rather than the US, should take the lead in revitalising global commitment to family planning, according to the third paper. The authors argue that family planning should have a higher priority than investment in HIV prevention and treatment in most poor countries, because population growth poses a greater threat to development.

Unsafe abortion: The Preventable Pandemic

When abortion is made legal, safe and easily accessible, women’s health rapidly improves, according to the fourth paper in the Series. An estimated 19 million unsafe abortions take place every year. Women should have access to safe, legal abortion services as a fundamental right, irrespective of where they live, state the authors.

Global control of sexually transmitted infections

While HIV prevention must remain a major public health priority globally, the control of other sexually transmitted infections must not be neglected, state the authors of the fifth paper in the Series.

Sexual and reproductive health for all – A call for action
Sexual and reproductive health for all is an achievable goal – if cost-effective interventions are properly scaled up; political commitment is revitalised; and financial resources are mobilised, rationally allocated, and more effectively used. The final paper in the Series represents a call to action and focuses on what needs to be done to achieve universal access to sexual and reproductive health services by 2015.

domenica 5 novembre 2006

Il transumanesimo parla italiano

Un italiano, Giulio Prisco, è il nuovo direttore esecutivo della World Transhumanist Association. Prisco prende il posto di James Hughes, che ha fatto molto per diffondere la conoscenza del movimento transumanista (anche se con risultati talvolta controproducenti: Francis Fukuyama ha definito una volta il transumanesimo come l’idea più pericolosa per il futuro dell’umanità...).
Al nuovo direttore della WTA vanno i nostri auguri di buon lavoro.

RU486: strage di innocenti

Una ventina di militanti di Militia Christi hanno picchettato l’ingresso dell’Ospedale San Camillo Forlanini. Malasanità? No, omicidio. Ecco la ragione della manifestazione; o meglio: strage di innocenti.
In altre parole: interruzione volontaria di gravidanza (“la strage abortista”, “la strage di Stato”).
Non è una novità che l’aborto sia legalizzato e non è una novità che Militia Christi lo ritenga un abominio legalizzato. A rinfocolare la polemica antiaborista l’annuncio di una imminente sperimentazione della pillola abortiva RU486.
Omicidio RU486, dal loro punto di vista. Perché la vita (leggi sempre: vita personale come equivalenza implicita) inizia al concepimento, quando l’ovocita fonde il suo destino a quello dello spermatozoo.
Come risolvere la piaga di questa strage accettata e addirittura protetta dalla legge?
Roberto Lastei, portavoce di Militia Christi che vanta a Roma un centinaio di iscritti e filiali in tutta la penisola, una soluzione ce l’avrebbe: “Perché alle donne che decidono di abortire non viene mostrato il video girato da quel medico americano, “L’urlo del silenzio”, quello in cui si vede il bambino che cerca di scappare prima di essere decapitato”.
Il bambino? Il bambino che cerca di scappare? Lastei ha sicuramente un buon cuore per abbracciare una battaglia a difesa degli innocenti, ma difetta delle nozioni base di embriologia e biologia dello sviluppo. E forse anche di filosofia della mente e neurologia. Ognuno ha le qualità che ha, non si può mica pretendere l’onniscienza...
Progetti per il futuro? Presentare un listone civico in ogni Municipio di Roma. Peccato che i concepiti non possono votare!

Thank Goodness!

Daniel C. Dennett, uno dei maggiori filosofi viventi, ha sofferto poco tempo fa di una dissezione dell’aorta, che per poco non l’ha reso uno dei maggiori filosofi del passato. Dennett ha raccontato per Edge cosa ha significato questa esperienza per il suo ateismo e per la sua visione del mondo («Thank Goodness!», Edge, n. 195, 3 novembre 2006).

As I now enter a gentle period of recuperation, I have much to reflect on, about the harrowing experience itself and even more about the flood of supporting messages I’ve received since word got out about my latest adventure. Friends were anxious to learn if I had had a near-death experience, and if so, what effect it had had on my longstanding public atheism. Had I had an epiphany? … or was my atheism still intact and unchanged?
Yes, I did have an epiphany. I saw with greater clarity than ever before in my life that when I say “Thank goodness!” this is not merely a euphemism for “Thank God!” (We atheists don’t believe that there is any God to thank.) I really do mean thank goodness! There is a lot of goodness in this world, and more goodness every day, and this fantastic human-made fabric of excellence is genuinely responsible for the fact that I am alive today. It is a worthy recipient of the gratitude I feel today, and I want to celebrate that fact here and now.
To whom, then, do I owe a debt of gratitude? To the cardiologist who has kept me alive and ticking for years, and who swiftly and confidently rejected the original diagnosis of nothing worse than pneumonia. To the surgeons, neurologists, anesthesiologists, and the perfusionist, who kept my systems going for many hours under daunting circumstances. To the dozen or so physician assistants, and to nurses and physical therapists and x-ray technicians and a small army of phlebotomists so deft that you hardly know they are drawing your blood, and the people who brought the meals, kept my room clean, did the mountains of laundry generated by such a messy case, wheel-chaired me to x-ray, and so forth. These people came from Uganda, Kenya, Liberia, Haiti, the Philippines, Croatia, Russia, China, Korea, India – and the United States, of course – and I have never seen more impressive mutual respect, as they helped each other out and checked each other’s work. But for all their teamwork, this local gang could not have done their jobs without the huge background of contributions from others. I remember with gratitude my late friend and Tufts colleague, physicist Allan Cormack, who shared the Nobel Prize for his invention of the c-t scanner. Allan – you have posthumously saved yet another life, but who’s counting? The world is better for the work you did. Thank goodness. Then there is the whole system of medicine, both the science and the technology, without which the best-intentioned efforts of individuals would be roughly useless. So I am grateful to the editorial boards and referees, past and present, of Science, Nature, Journal of the American Medical Association, Lancet, and all the other institutions of science and medicine that keep churning out improvements, detecting and correcting flaws.
Do I worship modern medicine? Is science my religion? Not at all; there is no aspect of modern medicine or science that I would exempt from the most rigorous scrutiny, and I can readily identify a host of serious problems that still need to be fixed. That’s easy to do, of course, because the worlds of medicine and science are already engaged in the most obsessive, intensive, and humble self-assessments yet known to human institutions, and they regularly make public the results of their self-examinations. Moreover, this open-ended rational criticism, imperfect as it is, is the secret of the astounding success of these human enterprises. There are measurable improvements every day. Had I had my blasted aorta a decade ago, there would have been no prayer of saving me. It’s hardly routine today, but the odds of my survival were actually not so bad (these days, roughly 33 percent of aortic dissection patients die in the first twenty-four hours after onset without treatment, and the odds get worse by the hour thereafter).
One thing in particular struck me when I compared the medical world on which my life now depended with the religious institutions I have been studying so intensively in recent years. One of the gentler, more supportive themes to be found in every religion (so far as I know) is the idea that what really matters is what is in your heart: if you have good intentions, and are trying to do what (God says) is right, that is all anyone can ask. Not so in medicine! If you are wrong – especially if you should have known better – your good intentions count for almost nothing. And whereas taking a leap of faith and acting without further scrutiny of one’s options is often celebrated by religions, it is considered a grave sin in medicine. A doctor whose devout faith in his personal revelations about how to treat aortic aneurysm led him to engage in untested trials with human patients would be severely reprimanded if not driven out of medicine altogether. There are exceptions, of course. A few swashbuckling, risk-taking pioneers are tolerated and (if they prove to be right) eventually honored, but they can exist only as rare exceptions to the ideal of the methodical investigator who scrupulously rules out alternative theories before putting his own into practice. Good intentions and inspiration are simply not enough.
In other words, whereas religions may serve a benign purpose by letting many people feel comfortable with the level of morality they themselves can attain, no religion holds its members to the high standards of moral responsibility that the secular world of science and medicine does! And I’m not just talking about the standards ‘at the top’ – among the surgeons and doctors who make life or death decisions every day. I’m talking about the standards of conscientiousness endorsed by the lab technicians and meal preparers, too. This tradition puts its faith in the unlimited application of reason and empirical inquiry, checking and re-checking, and getting in the habit of asking “What if I’m wrong?”. Appeals to faith or membership are never tolerated. Imagine the reception a scientist would get if he tried to suggest that others couldn’t replicate his results because they just didn’t share the faith of the people in his lab! And, to return to my main point, it is the goodness of this tradition of reason and open inquiry that I thank for my being alive today.
Da leggere tutto.

sabato 4 novembre 2006

Pedofili e preti

Pochi mesi fa un giudice olandese ha respinto, in nome della libertà di espressione, la richiesta di impedire che il PNVD, un partito fondato im maggio da tre pedofili, si presentasse alle elezioni di novembre nei Paesi Bassi. Il PNVD aveva in programma, tra le altre cose, di abbassare l’età del consenso per avere rapporti sessuali da 16 a 12 anni, e di liberalizzare la pornografia infantile. Tutti ricordiamo quello che la stampa integralista e teocon ha scritto a proposito della decisione del magistrato: il secolarismo è corrotto, questa mostruosità non è che l’estrema, logica conseguenza di un sistema ideologico che pone la libertà al di sopra di ogni cosa e bandisce Dio dalla sfera pubblica, eccetera eccetera; solo le radici giudaico-ellenistico-cristiane potranno salvare i nostri bambini. La notizia che il PNVD non era riuscito a raccogliere in tutto il paese neppure 570 firme di cittadini, necessarie per partecipare effettivamente alle elezioni, ha meritato titoli più sommessi, e la cosa è finita lì.

Qualche giorno fa è andata in onda su Italia1 una puntata della trasmissione Le Iene dedicata al tema dei preti pedofili e delle protezioni di cui godono. Sul contenuto di questa inchiesta non ho letto molte considerazioni sul Foglio e su Avvenire. Per chi non l’avesse vista, la registrazione della trasmissione (parte prima e parte seconda) è disponibile su YouTube. Ogni commento è superfluo.

(Hat tip: Aioros.)

venerdì 3 novembre 2006

La lista nera di Piergiorgio Odifreddi: Benedetto XVI, Marcello Pera e il Dalai Lama

Forse non dovrei nemmeno perdere 5 minuti a commentare articoli tanto insulsi e costruiti su fondamenta di fango e approssimazione. Ma tant’è, sono qui a commentare il pezzo di Andrea Macco, il cui sottotitolo offre già il fianco alle obiezioni: Lo spettacolo del docente-attore Piergiorgio Odifreddi si è rivelato soltanto un mezzo per attaccare il Papa e i cardinali Bertone e Bagnasco. Soltanto? Io direi che potrebbe bastare, e soprattutto inviterei a capire le ragioni dell’attacco al santo padre, invece di assumere un contegno da signorina offesa (Quando i numeri sono un’arma contro la Chiesa, Il Giornale, 3 novembre 2006).

Il primo della lista nera stilata da Odifreddi è stato Papa Benedetto XVI per il suo asserire che il relativismo è il più grande male del mondo, quando, secondo il docente-attore, il relativismo è una conseguenza intrinseca alla stessa matematica e dunque alla base di un approccio razionale allo studio del mondo e dell’Universo. Peccato che pochi giorni fa, alla conferenza di matematica e filosofia «I paradossi della scoperta scientifica: scienza, filosofia e senso comune in conflitto?», sempre nell’ambito del Festival della Scienza, si giungesse a conclusioni ben diverse circa il relativismo e, senz’altro, più oggettive di quelle sentite sul palcoscenico della Tosse.
Il fatto che qualcun altro abbia sostenuto una posizione diversa o contraria rispetto a quella di Odifreddi non significa assolutamente nulla. È necessario indagare le ragioni per cui Odifreddi sostiene X e altri non X. E poi valutare la tenuta delle rispettive argomentazioni. Non stiamo al mercato ove una mela pesa più o meno come un’altra. Alcune ragioni sono valide e ‘pesanti’, altre valgono quanto un rametto di rosmarino (senza offesa per il rosmarino).
E all’onorevole Marcello Pera, che qualche mese fa si era preso il lusso di difendere la posizione del Papa, Odifreddi rivolge parole irridenti: «Pera è un cognome che deriva dal latino e vuol dire sciocco. Quanto mai appropriato per il fu, per nostra fortuna non più, presidente del Senato».
Qui Macco non si prende nemmeno la briga di spiegare cosa avrebbe detto di sbagliato Odifreddi. Ha forse nostalgia di Pera? Oppure giudica diversamente il fu presidente del Senato? Oppure contesta l’etimologia?
Anche l’interessante parte storica riferita all’abiura di Galileo Galilei e al metodo scientifico da lui introdotto è stata inficiata da pesanti accuse verso l’autorità ecclesiastica: «I mezzi della santa inquisizione sono cambiati, ma i metodi sono sempre gli stessi anche oggi!». E ciò dicendo ha citato quelli che, secondo lui, ne sono i principali propugnatori: l’ex cardinale Ratzinger e l’attuale cardinale, e Segretario di Stato, Bertone. La polemica con la curia genovese, in particolare, va avanti da qualche anno, da quando Bertone aveva espresso delle perplessità su alcuni interventi del Festival; è aumentata di tono con le parole di qualche giorno fa di Monsignor Angelo Bagnasco sul suo non voler partecipare al Festival in quanto troppo laicista.
«E chi lo ha invitato?» ha gridato durante lo spettacolo uno scatenato Odifreddi a cui hanno risposto degli applausi ironici di cui lui stesso si è accorto con un certo risentimento.
“Inficiata da pesanti accuse”: sono infondate queste accuse? Oppure hanno qualche ragione? E poi, ancora con Galileo, suvvia, è passato tanto tempo, perché tirarla tanto per le lunghe? Quanto a “inficiate”, è un sintomo linguistico interessante: un buon detective avrebbe abdotto una lettura (seppure superficiale) di qualche testo scientifico da parte di Macco. Che gli sia rimasta solo una parola è un po’ triste, ma meglio di niente.
Sull’ultima frase di Macco ho qualche difficoltà ermeneutica: Odifreddi avrebbe colto l’ironia negli applausi e si sarebbe irritato? Il mistero aggiunge fascino, proprio come la messa in latino, quindi non ci spingiamo oltre nel cercare l’interpretazione corretta.
Ma non si creda che le polemiche siano solo in ambito cattolico (per quanto qui non mancano davvero): uno dei momenti dello spettacolo è dedicato ad una ipotetica intervista con il Dalai Lama, dapprima elogiato perché fa studiare logica ai suoi adepti per 5 anni, poi irriso perché «è un povero monaco, troppo occupato in questioni senz’altro più importanti per potere venire qui...» e criticato perché crede nella reincarnazione. «Ma almeno con lui ho potuto parlare di logica, con quello di Roma che ben sapete... cosa volete che ne sappia? Per lui conta solo ciò che sta lassù». E giù altre critiche al Vaticano.
Forse il discorso verrà ripreso quest’oggi alle 10 alla sala Maestrale del porto Antico dove si terrà la conferenza dello stesso Piergiorgio Odifreddi «La prova matematica dell’esistenza di Dio di Kurt Goedel». Vedremo se anche qui prevarrà l’impertinenza anziché l’oggettività della Scienza.
Ci risiamo. Prima avevo lasciato correre. L’oggettività della scienza? Suggerirei a Macco di leggersi qualche libro sulla scienza e sulla sua oggettività. Va bene anche un manualetto, per cominciare. Si imparano tante cose interessanti, anche a scrivere nel modo più corretto i nomi (Kurt Gödel), e questo è forse l’unico saldo ancoraggio all’oggettività che tanto a sproposito viene invocata.
Dimenticavo: pure tu, Odifreddi, a criticare il Dalai Lama perché crede nella reincarnazione!! Un po’ di rispetto. E poi, insomma, non ti va proprio a genio nessuno.

giovedì 2 novembre 2006

Roberto Calderoli: ordine e disciplina

Napoli è «una fogna che va bonificata», infestata da «topi da
eliminare con qualsiasi strumento, e non solo fingere di farlo perchè
magari anche i topi votano... Qualsiasi trasferimento di risorse a
questa città, che rappresenta un insulto del paese intero, sarebbe
assurdo e ingiustificato».

L’ho pensato, ed era stato già assegnato: ancora una volta il
Prestigioso Premio Calderoli va al suo ispiratore!!

Il Nicaragua vieta l’aborto terapeutico

Quattro articoli del Codice Penale nicaraguense sono stati spazzati via da una strategia di alleanze interessata unicamente alla vittoria elettorale. Poco importa del resto: salute dei cittadini, libertà, laicità dello Stato.
Quattro articoli del Codice Penale rimpiazzati dal divieto assoluto dell’aborto terapeutico. Da oltre un secolo in Nicaragua era permesso ricorrere all’aborto in caso di pericolo di vita per la madre. Nonostante l’opposizione della comunità medica, la protesta della società civile e la condanna di organizzazioni nazionali e internazionali (tra cui l’Unicef e Save the Children) nell’Asamblea Nacional un fronte compatto ha scelto di ‘difendere’ la vita. Non della donna, però, che dovrà portare avanti una gravidanza anche a rischio della propria vita; oppure ricorrere all’aborto clandestino, con il rischio di morire.
All’Asamblea Nacional sono stati ammessi solo i membri dei movimenti contrari all’aborto; fuori, sotto a un sole bruciante, gli oppositori.
52 deputati del Frente Sandinista, del Partido Liberal Constitucionalista, della Alianza Liberal Nicaraguense, di Camino Cristiano e degli Azul y Blanco hanno votato per trascinare il Paese in una condizione deprecabile e ai limiti dell’incostituzionalità.
Un solo partito contrario: la Alianza MRS.
Il sandinista Edwin Castro ha dichiarato: “non è una riforma che va contro i diritti della donna. Crediamo che bisogna dare un messaggio chiaro a favore della vita. Qualsiasi donna che deve abortire, per qualsiasi motivo, ha un trauma e dolore e non benessere”.
Con questa riforma, invece, rischierà di morire. Davvero una grande conquista.