domenica 13 novembre 2011

Stefano, l’eroe mutilato

La cosa si ripete ormai da otto anni. Il 12 novembre, nel giorno della memoria dei caduti della strage più celebrata degli ultimi centocinquant’anni, quella di Nassirya, si esclude puntualmente la compagna di uno di loro; si omette come una cosa di nessun conto, si ignora come un fastidio, un difetto, una vergogna. Ogni volta si commemora il caduto civile Stefano Rolla tagliando via un pezzo integrante della sua vita, la compagna che lui si era scelto.
Io, Adele, cancellata dalla vita di Stefano il 12 novembre 2003 quando, dopo la strage, un funzionario del ministero degli Esteri recapitò ai parenti delle vittime la tragica notizia.
LO SEPPI da uno degli addetti alla produzione. Io, cancellata dalla lista del cerimoniale quando i caduti furono accolti dalle istituzioni e dai parenti al loro rientro in patria all’aeroporto di Ciampino. Eliminata dalla lista dei parenti per la Veglia funebre al Vittoriano. Eliminata anche dalla lista per il funerale di Stato nella basilica di San Paolo.
Io e Stefano ci amavamo da dodici anni e convivevamo da sei quando quella mattina, nel sud dell’Iraq, lui saltò in aria assieme ai militari della finta missione di pace allorché un camion kamikaze investì Base Maestrale. Non sapevo quel giorno, che insieme con Stefano sarei stata travolta dalla bomba anch’io.
Peggio che morta, mai esistita. Non sapevo che quello non sarebbe stato l’unico giorno del dolore, quello della perdita, ma l’inizio di un dolore nuovo, la confutabilità stessa di quell’amore, il chiedermi ogni giorno “Ma la mia vita con te era avvenuta veramente, il nostro amore, intendo, era accaduto o esisteva solo nella mia testa? Perché io venivo cancellata dalle liste dei tuoi parenti? La vita fin qui condotta, che io credevo giusta e corretta, non era stata tale? Cosa avevo fatto di sbagliato per essere cancellata dalla tua vita”? Così, dal quel giorno infausto, per poter restare nella memoria del mio amore, ho scritto ai ministri dell’Interno e della Difesa, al presidente Ciampi e a sua moglie signora Franca, senza mai ricevere risposta. Allora mi sono presentata senza invito, come una ragazzina imbucata a una tragica festa, a tutte le commemorazioni che lo Stato ha celebrato. Finché al secondo anniversario, per impedirmi di entrare al Vittoriano dove il presidente Ciampi avrebbe consegnato ai parenti una onorificenza, sono stata letteralmente trascinata a terra sui sampietrini romani da tre agenti in borghese, come se il loro eroe lo avessi ucciso io. Per motivare la vergognosa discriminazione, due giorni dopo, sul sito della Difesa compare un articolo che spiega l’esclusione col fatto che Adele non è un’“avente diritto” all’onorificenza e conclude: va peraltro considerato che l’organizzazione del cerimoniale ha dovuto anche tener conto dei disagi già manifestatisi in occasione delle celebrazioni religiose del primo anniversario del tragico evento.
MA IO non chiedevo assegnazioni economiche, per quelle sono stata costretta a fare causa allo Stato. Sono anni che chiedo semplicemente di essere invitata a condividere assieme alle altre vedove il mio dolore. Ma per me, questo diritto non c’è mai. Ed è davvero surreale presupporre che io, vedova non istituzionale, possa arrecare disagio con la mia sola presenza, ai “titolati” partecipanti alla cerimonia.
Siamo gli unici in Europa, assieme alla Grecia, a non avere na tutela per le coppie di fatto. Paradossalmente però, nonostante da più parti politiche si voglia colmare il vuoto, anziché aggiungere, ai conviventi si sottraggono diritti.
All’indomani della tragedia, nel decreto per l’assegnazione dell’Indennizzo alle vittime, nell’elenco di priorità il convivente era posto subito dopo i fratelli a carico. Già quella era una norma ormai datata, non più rispondente a principi di laicizzazione politico-sociale, dove è ormai diffusa la “famiglia di fatto” che sotto il profilo giuridico ha gli stessi diritti della famiglia naturale. Nel decreto del 10 ottobre 2005 per la consegna della Croce d’onore invece, si legge: “l’onorificenza va alla moglie, in mancanza di questa ai figli, in mancanza di questi ai fratelli a carico, e infine, in mancanza di parenti, al comune di residenza”. Eliminata la figura della convivente, tranne poi darle diritti con un espediente creativo tutto italiano. A ottobre 2007, il militare D’Auria in coma profondo e la sua compagna, per assicurare a lei una pensione furono uniti in matrimonio in articulo mortis, dando validità giuridica a una norma del codice canonico in uno Stato che dovrebbe essere laico.
OGGI È il 12 novembre. Ancora una volta, per la commemorazione dell’ottavo anniversario, io non ho ricevuto alcun invito. Quando Stefano Rolla era vivo, nelle situazioni ufficiali aveva sempre accanto la sua compagna, Adele. Da morto, lo Stato elimina quella donna che lui si era scelto, ed eliminandola opera una censura. Uno Stato che taglia via una parte della vita dell’eroe che va a celebrare, ne fa un eroe mutilato, dimezzato. Perché assurge a moralizzatore, a Stato etico, significando che quella parte della sua vita che si vuole eliminare non è da esempio.
Che commemorazione è? Che tipo di onore si vuole tributare all’eroe?

Adele Parrillo, Il Fatto Quotidiano, 12 novembre 2011.

mercoledì 9 novembre 2011

A volte ritornano

Meglio controllare bene.

giovedì 3 novembre 2011

A Dio spiacenti, e a’ nemici sui

Stefano Fontana, «S’ode qualcosa di nuovo a sinistra», La bussola quotidiana, 3 novembre 2011:

Superare la vecchia cultura degli attuali dirigenti Pd non vuol dire solo aprire alla flessibilità e alla meritocrazia, dare l’e-book a tutti e fare imparare l’inglese fin da piccoli. Vuol dire anche uscire da una certa concezione della famiglia, della procreazione, della nascita e della morte ed andare verso una autentica solidarietà con tutti i poveri, tutti e non solo i cassintegrati o i giovani in cerca di lavoro. Su questo alla Leopolda si è stati reticenti.
Il Renzi che si autodefinisce “cattolico” promette il quoziente familiare e l’aumento degli asili nido. Promette perfino gli aiuti alla maternità contro la denatalità. Ma scivola sul riconoscimento delle coppie di fatto e non dice una sola parola sulla difesa del matrimonio, sull’aborto, sulle grandi questioni etiche della procreazione assistita, della sorte degli embrioni umani, sul fine vita, sul rispetto della persona dalla nascita alla morte naturale, sulla rivoluzione delle rivoluzioni ossia la concreta parità scolastica tra scuole statali e non, sul riconoscimento di una comune natura umana che non può essere messa a disposizione delle violenze della cultura.
I 100 punti della Leopolda sono solo delle proposte, dice Renzi, e tutti possono contribuire al loro arricchimento e alla loro modifica. Vedremo se queste fondamentali reticenze verranno chiarite in un senso o nell’altro.

Fiat iniustitia, pereat mundus

Era già abbastanza brutta, la legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento in esame al Senato. Una legge che sequestra i corpi, violando la più elementare delle libertà. Che riduce i cittadini a eterni minorenni, incapaci di decidere cosa sia meglio per loro. Che li irride con la sua neolingua, vaneggiando di «alleanza terapeutica» là dove instaura in realtà il dominio terapeutico del medico sul paziente. Che causerà angosce, dolore, mortificazione, prima di essere cassata un giorno – com’è inevitabile – dalla Corte Costituzionale.

Ma c’è dell’altro. Perché questa legge infame, per essere approvata, ha bisogno di un ultimo passaggio parlamentare. E l’approvazione è stata garantita dall’attuale Presidente del Consiglio; quel Presidente del Consiglio che con le sue pagliacciate, i suoi crimini, la sua totale inettitudine, l’egoismo vorace, ha portato il nostro paese sull’orlo dell’abisso. L’unico servizio che costui potrebbe rendere sarebbe di scappare in uno dei suoi rifugi ai Caraibi; ma alcuni aspettano da lui ancora qualcosa. Per l’appunto, l’approvazione della legge sulle DAT. Che importa la rovina del paese, e forse quella dell’Europa, di fronte ai sacri principi non negoziabili? Fiat iniustitia, pereat mundus.

Probabilmente l’appoggio degli integralisti non è decisivo per la sopravvivenza di questa maggioranza; ma certo la loro responsabilità è ugualmente piena e pesantissima. Siamo in Italia, dove nessuno paga mai per niente; ma la possibilità di essere chiamati a rendere conto rimane. E il prezzo da pagare per il sostegno a questo clown, se le cose dovessero precipitare, potrebbe rivelarsi molto, molto amaro.

mercoledì 2 novembre 2011

Homo Sapiens

giovedì 27 ottobre 2011

The Benevolent Deception: When Should a Doctor Lie to Patients?

Truthfulness is the foundation of the doctor-patient relationship, both as a method of discourse and as one of the "most widely praised character traits" of a doctor. Gone are the days when doctors withheld certain diagnoses or treatment details from patients. If anything, doctors today are often forced to disclose excess and sometimes unnecessary information due to concerns about liability or to patients who have already canvassed the Internet on their own and have pressing questions. The doctor's challenge is to present what he or she knows to be true about the diagnosis and its treatment options and to do so in a manner that truly informs the patient. But there are limitations and pitfalls to this process, as illustrated in the following paraphrased conversation I recently had with a seventy-five-year-old moderately demented patient and his wife:

Patient: Doctor, I know I can still drive. Just let me take a test.

Doctor A: I'm sorry, Mr. K, but I can't help you with that. As we discussed, your memory impairment makes it unsafe for you to drive.

Patient: Just let me take the test. I can drive just fine.

Doctor A: The memory testing tells us that you would not be a safe driver.

Patient: My memory is not that bad. I know I can drive.

Patient's wife: Honey, I told you that the car is not working now and needs to be fixed. Let's talk about it later.

Patient: Okay.
Marc E. Agronin, The Atlantic, october 24, 2011.

All Children Matter: How Legal and Social Inequalities Hurt LGBT Families

More than 2 million children in the United States have, to varying degrees, become collateral damage after decades of ideology, laws, and policies that hurt lesbian, gay, bisexual, and transgender, or LGBT, people and families. To shine a light on this issue, LGBT, allied, and child welfare-focused organizations are, for the first time, releasing a comprehensive report that profiles and documents the experiences of the 2 million children with LGBT parents, the many ways that state and federal laws hurt and exclude them, and the common-sense policy solutions that can make things better.
Continua.
Su Slate, Why Kids with Same-Sex Parents Need Legal Protections di J. Bryan Lowder.

sabato 22 ottobre 2011

Accanimenti

Accanimento terapeutico: il sostantivo e l’aggettivo attraversano dolorosamente le nebbie in cui, dopo il buon senso, la politica italiana ha smarrito anche l’ultimo residuo di decenza. E non si intende, qui, la pervicacia con cui un intero gruppo dirigente si ostina a tenere in vita un assetto di potere in cui interessi personali, corruzione, insipienza, prepotenza e volgarità danno il peggio di sé. L’accanimento terapeutico è da intendere piuttosto nel suo significato stretto: applicazione insistita oltre ogni ragionevolezza e ogni pietà di tecniche mediche che impediscano a un uomo o a una donna di chiudere con dignità la propria vita.
In realtà, le due tragiche «cocciutaggini» hanno più d’un punto in comune. Anzi, vanno di pari passo da almeno tre anni, cioè dal 17 settembre del 2008. Quel giorno la Camera dei deputati e il Senato sollevarono un conflitto di attribuzione nei confronti della Cassazione e della Corte d’appello di Milano, ree d’aver «creato una disciplina innovativa […], fondata su presupposti non ricavabili dall’ordinamento vigente con alcuno dei criteri ermeneutici utilizzabili dall’autorità giudiziaria». In sostanza, con la sentenza 21748 del 2007 la prima aveva riconosciuto il diritto di Eluana Englaro a morire in pace. E il 25 giugno di quello stesso 2008 un decreto della seconda aveva accolto «l’istanza di autorizzazione all’interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale».
E però, dopo sedici anni e più di coma vegetativo, alla povera Englaro le maggioranze di Camera e Senato proprio non volevano concedere tregua. Così fu necessaria una nuova decisione, questa volta della Corte costituzionale. E la Corte costituzionale, appunto, l’8 ottobre 2008 dichiarò insussistente il «requisito oggettivo dei conflitti sollevati», e dunque inammissibile il ricorso. Quel che seguì è o dovrebbe essere a tutti tristemente noto: in una macabra corsa contro il tempo, la destra – sostenuta da più d’un transfuga del centrosinistra – tentò in ogni modo di vanificare le pronunce di Cassazione, Tribunale di Milano e Corte costituzionale.
Per lunghe settimane tutto il Paese fu costretto a soffrire lo spettacolo di parlamentari che tenevano in spregio non solo la magistratura, ma anche e soprattutto un diritto che la magistratura aveva riconosciuto a una cittadina. Qualcuno sproloquiava, paragonando l’interruzione della respirazione e della nutrizione forzate alla (cosiddetta) eutanasia nazista. Altri blateravano di indisponibilità della vita, e intanto si accingevano a sequestrare per legge quella di una donna. Ci fu anche uno – il primus super pares, come all’incirca in quel periodo amava essere definito – che giurò agli italiani che non di un corpo straziato e vegetante si trattava, ma di una giovane con normali cicli mestruali, che avrebbe potuto avere un figlio. Disse proprio così, quel primus, e senza vergognarsene. Quando poi giunse in aula la notizia della morte della Englaro, rivolti verso i banchi dell’opposizione e del pari senza vergogna, i suoi deputati gridarono «assassini, assassini».
Questo accadde in Italia, su per giù tre anni fa. A ricordarlo, quasi non ci si crede. Come è mai possibile che un gruppo di eletti dai cittadini incrudelisca in questo modo? Come è mai possibile che un capo di governo dia «notizie» sulle mestruazioni di una donna in coma? Come è mai possibile che nessuna pietà suggerisca di accogliere con il silenzio la fine tormentata di un’esistenza? Ma così accadde. E subito dopo gli stessi che avevano combinato lo scempio del diritto e dell’umanità promisero che per il futuro nessuno più avrebbe goduto del privilegio di decidere della propria morte. Nacque così quello che fu poi detto disegno di legge Calabrò, dal suo relatore Raffaele Calabrò, e che si proponeva di regolamentare la fine delle nostre vite. O almeno la fine delle nostre vite nel caso in cui ci tocchi di arrivarci senza possibilità di manifestare direttamente la nostra volontà.
Questo è il centro della questione, infatti: non in generale il diritto di rifiutare le cure e di lasciarsi morire – sancito dalla Costituzione, come si legge anche nella sentenza citata della Cassazione –, ma quello stesso diritto nei casi di coma irreversibile, pur in presenza di un «testamento biologico», ossia di una dichiarazione scritta esplicita e preventiva. È qui, in questo momento di massima debolezza del singolo, che l’ordinamento giuridico dovrebbe tutelarne la volontà: così verrebbe da dire. E invece Calabrò & C. opinavano (e opinano) che non la volontà del cittadino debba essere tutelata, ma la prepotenza di una morale confessionale e di uno stato illiberale che vorrebbero padroni assoluti dei nostri corpi, oltre che delle nostre anime, come se fossimo sudditi.
Roberto Escobar, su Il Mulino 5/2011.

Continua qui. Letto stamattina a Pagina 3, Radio 3.

venerdì 21 ottobre 2011

C’è chi dice no

Provate a domandarvi: “chi sono gli obiettori di coscienza?”. In molti mi hanno risposto: “i medici che non vogliono eseguire aborti per ragioni di coscienza”. La risposta è parziale e approssimativa.
C’è di mezzo anche una questione anagrafica: oggi, al contrario di qualche tempo fa, di obiezione di coscienza si parla soprattutto in campo sanitario. Inoltre l’interruzione di gravidanza è uno dei temi più controversi dal punto di vista morale.
La risposta però è soprattutto l’effetto di un profondo cambiamento semantico avvenuto in questi anni.
Questo cambiamento è stato consacrato quando il diritto alla obiezione di coscienza è entrato come diritto positivo nelle leggi italiane: prima con il servizio civile alternativo alla leva, poi con la legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza e la legge 40 sulle tecniche riproduttive.
Fino ad allora chi sceglieva l’obiezione di coscienza si opponeva a una legge, a un divieto o a una imposizione. Era un reo. Poi sono stati tracciati dei confini legali. Una specie di riserva in cui gli obiettori potevano essere addomesticati. L’obiezione di coscienza è entrata nel sistema normativo e l’obiettore, seppure a certe condizioni, è stato autorizzato dalla legge.
Qual è il significato originario della obiezione di coscienza? L’obiezione di coscienza è un esempio illuminante dei rapporti tra le scelte individuali e le leggi dello Stato; tra l’ambito normativo e lo spazio della nostra morale. La libertà di scelta altrui non è minacciata dalla decisione dell’obiettore genuino, se non in un senso debole per cui ogni nostra azione riguarda anche gli altri. Il conflitto non è tra un singolo e l’altro, ma tra un singolo e l’obbligo di rispettare un divieto o un ordine la cui violazione non lede il diritto di qualcuno. Non è un diritto positivo, ma un modo per “sottrarsi” – in via eccezionale – a una qualche norma. Anteporre un dovere morale a una legge comporta però un prezzo da pagare, spesso molto alto. L’obiezione di coscienza, inoltre, è una azione pacifica e individuale.
Il profilo dell’obiettore ha subìto negli ultimi anni un vero e proprio stravolgimento e oggi l’obiezione di coscienza è spesso usata, senza troppi complimenti, come un ariete per contrapporsi a diritti individuali sanciti dalla legge. È frequente che lo scontro sia tra un singolo e l’altro: “i medici che non vogliono fare aborti per ragioni di coscienza” entrano direttamente e personalmente in conflitto con le donne che richiedono quel servizio previsto dalla legge 194.
La manipolazione del suo significato è compiuta: l’obiezione di coscienza è spesso brandita come arma contro l’esercizio delle singole volontà. È un destino buffo per uno strumento dal sapore liberale e libertario, più affine all’individualismo e alla disobbedienza civile che all’autoritarismo e al moralismo legale.
Da Antigone alle donne che oggi chiedono di abortire, passando per il Dr House e per i medici che non vogliono prescrivere la contraccezione d’emergenza, l’odierna obiezione di coscienza merita una riflessione attenta. Non possiamo più eludere alcune domande: come può funzionare un servizio fiaccato dal 75% di defezioni (questa è la percentuale nazionale degli obiettori di coscienza rispetto alla interruzione di gravidanza)? È giusto scegliere una professione e poi chiedere un esonero? Perché dovrebbe valere solo per i medici, e non per gli avvocati, i giudici o le forze dell’ordine?

giovedì 20 ottobre 2011

Siri

The quick and the curious received the new iPhone 4S on Friday. The new iPhones are a lot like the old iPhones—except for Siri. She's the new voice-aware "personal assistant" designed to do your bidding. I've seen people speaking to their Android phones while holding them in horizontal fashion, as if smoking a peace pipe, and I vowed never to follow their ridiculous example. By the end of the weekend, I was dictating texts to Siri like the second coming of Don Draper. And typing is now sooooo tedious.
The official Apple videos for Siri suggest such earnest-use cases as asking, "What's the traffic like around here?" or instructing the virtual assistant to "text my wife that I will be 30 minutes late." Once people had a chance to play with Siri, they had other ideas:

Talk Dirty to Me, Siri, Michael Agger, Slate, october 18, 2011.

Una città fallita


Alemanno, la vera calamità di Roma, Cinzia Sciuto, 20 ottobre 2011.

Salute, bioetica e politica

La scuola di politica, libertà e giustizia organizza un incontro sui temi della salute e della bioetica (26 e 27 novembre prossimi a Perugia, Centro Congressi, via Ruggero D’Andreotto 19).
Qui il programma e le modalità di iscrizione.

mercoledì 19 ottobre 2011

Convegno sulla obiezione di coscienza

Il 1° Convegno nazionale della Laiga, Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Attuazione della legge 194, si svolgerà i prossimi 21 e 22 ottobre 2011 a Roma, presso Palazzo Valentini, via IV Novembre 119/A.
Il programma completo è qui.

The Next Abortion Battleground: Fetal Heartbeats

Abortion opponents have a new weapon of choice: the “heartbeat bill.” A coalition of anti-abortion groups told the Associated Press last week that it was pushing to enact laws in all 50 states that would make women listen to a fetus’s heart beat before they could abort. Michele Bachmann (R-Minn.) has introduced a similar federal bill, The Heartbeat Informed Consent Act, in Congress.

When the Supreme Court decided Roe, critics of abortion vowed to get it overturned. They have not succeeded in that. But they have managed to pass a wide array of laws — some upheld by the courts, others struck down — making access to abortion more difficult. The Supreme Court has ruled that states can impose some restrictions, such as 24-hour waiting periods and parental consent requirements, but has struck down others, such as laws forcing women to notify their spouses. The heartbeat laws are the latest effort in a decades-long campaign that — as conservatives gain strength at the state level—appears to be gaining ground.
Per leggere il pezzo di Adam Cohen su Time di ieri.

martedì 18 ottobre 2011

Di embrioni e di brevetti

La Corte di giustizia europea si è espressa su un trattamento anti-Parkinson messo a punto da Oliver Brustle e contestato da Greenpeace. Secondo i resoconti di stampa avrebbe dato ragione all’associazione ambientalista e torto al ricercatore tedesco, concludendo che le cellule staminali di origine embrionale non sono brevettabili. In sostanza si affermerebbe l’equazione ovulo fecondato uguale blastocisti uguale cellule derivate. Non solo, a quanto pare la Corte riconosce la caratteristica di embrione umano anche agli ovociti che pur non essendo fecondati sono indotti a dividersi in altro modo (dal trasferimento nucleare alla partenogenesi) e non possono dare origine a un essere umano. Si tratta di una conclusione scientificamente e filosoficamente discutibile. Portando questo ragionamento alle estreme conseguenze, infatti, si potrebbe arrivare a sostenere che persino le staminali pluripotenti indotte (le cosiddette iPS, o staminali “etiche”) sono degli embrioni. Pur derivando da cellule diverse dagli ovociti, infatti, si spera di riuscire a manipolarle in modo che si comportino esattamente come le staminali embrionali, esibendo la stessa “embrionalità”. Vorrei sollevare anche un altro punto: la direttiva sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, a cui ovviamente la Corte fa riferimento, è il frutto di un decennio di tiro alla fune a Bruxelles e ne porta i segni evidenti. Ma i brevetti non dovrebbero avere nulla a che vedere con la dignità umana, concetto su cui si contrappongono scuole di pensiero diverse e che non mi sembra rientri nelle competenze di un patent attorney. Un brevetto non dovrebbe servire a stabilire se qualcosa è moralmente lecito, e al limite nemmeno se è compatibile con le leggi vigenti. Dovrebbe certificare se un’invenzione è originale e rilevante, e attribuirne la paternità ai suoi inventori. In linea di principio la brevettabilità non implica alcun via libera alla commercializzazione di un’invenzione. Dal mescolamento di questi piani può venire fuori soltanto una gran confusione.

Anna Meldolesi oggi.
Sintesi della sentenza. Sentenza integrale.

lunedì 10 ottobre 2011

Non negoziabile

Not negotiable, non negoziabile, trovo scritto fra le opzioni di un menù in un certo sito web. Il significato è: se questa condizione non è soddisfatta l’accordo fra noi non è possibile, e ognuno per la sua strada. Nel significato che alcuni – i soliti noti – gli danno, non negoziabile significa invece: l’accordo si fa per forza, alle condizioni che noi proponiamo; non pensare nemmeno per un istante di poterci sfuggire.

sabato 1 ottobre 2011

Inarrivabile

Nessuno avrebbe potuto fare di meglio: gli oroscopi non ci pigliano più, colpa dei parti cesarei.
Questo è il parere di Melania Rizzoli, riportato dalle Ultimissime UAAR di ieri (non si nasce quando si deve nascere, ma quando lo decide il medico. Uno non nasce sotto il quadro astrale che hanno scelto per lui le stelle, ma sotto quello scelto dal ginecologo). Capito?

lunedì 26 settembre 2011

Nepotismo mon amour



Su Plos One esce un articolo di Stefano Allesina sul nepotismo accademico: è una desolante fotografia del sistema universitario italiano che fa arrabbiare molti baroni indigeni. Ci siamo fatti raccontare da Allesina, assistant professor all’Università di Chicago, come si misura il nepotismo e a che punto siamo arrivati

Non c’è dubbio che esistano famiglie talentuose. Lo stesso Allesina ne cita alcune all’inizio del suo articolo, Measuring Nepotism through Shared Last Names: The Case of Italian Academia, pubblicato lo scorso agosto sulla rivista scientifica open-access della Public Library of Science: i Bernoulli si sono passati il dono della matematica per tre generazioni e nella famiglia Curie il talento per la fisica e per la chimica era contagioso. Queste sono eccezioni però e se, entrando in un dipartimento, ci imbattiamo nello stesso cognome scritto su troppe porte, dovremmo sentire puzza di bruciato, ovvero di nepotismo.
Qual è l’origine del termine “nepotismo”? Nel medioevo i papi, non potendo ufficialmente avere figli, riservavano posti prestigiosi e favori ai nipoti. Poco importa se il nipote avesse qualità o no. Questa pratica invade come una metastasi l’università italiana, dove la parentela e il clientelismo hanno sostituito le competenze. Il barone è il protagonista di questa distopia reale: crea e distrugge carriere a suo piacimento.
“La situazione accademica italiana” racconta Allesina “è afflitta da vari problemi tra cui il nepotismo, sebbene non ci siano dati certi della sua diffusione. Davanti al database del Cineca (www.cineca.it) mi sono chiesto se fosse possibile pesare il nepotismo, andando oltre i casi isolati di denunce. Tutti quelli che conosco sanno di 1, 2 o 3 casi, ma quanti sono in totale? L’evidenza raccolta è fatta da aneddoti. Io volevo i numeri”. E i numeri disegnano un sistema profondamente basato su pratiche nepotistiche.
Ci sono oltre 61.000 professori divisi in discipline, circa un accademico ogni 1.000 persone. “Se fossero assunti in base al merito” prosegue Allesina “la distribuzione dei cognomi per ogni disciplina dovrebbe essere equivalente alla distribuzione nazionale dei cognomi. Ho contato i cognomi distinti e li ho confrontati con quanti dovrebbero essere. Cosa penseremmo se tirassimo un dado mille volte e uscissero solo 4 numeri?”.

Su Il Mucchio Selvaggio di ottobre.

domenica 25 settembre 2011

Where Abortion Rights Are Disappearing


The map illustrates the barriers, state by state, facing women needing access to a constitutionally protected medical procedure. States shown in the darkest shade have enacted five of the most harmful restrictions: mandatory waiting periods; demeaning “counseling” sessions lacking a real medical justification; parental consent or notification laws that pose a particular hardship for teenagers from troubled homes, including incest victims; needlessly onerous clinic “safety” rules governing such things as the width of hallways and the amount of storage space for janitorial supplies; and prohibitions on abortion coverage in insurance policies. States in lighter shades have fewer of these restrictions. Twenty-seven states have enacted three or more of these laws, while only 12 states, shown in white, have none.
The New York Times di ieri 24 settembre.

sabato 24 settembre 2011

venerdì 9 settembre 2011

Francesco Agnoli perde la Bussola

È la crema (qualcuno – non io – potrebbe dire: la schiuma) dell’integralismo italiano quella che trova ospitalità nella Bussola Quotidiana, «quotidiano cattolico di opinione online». Così, per esempio, nel numero di oggi Massimo Introvigne ci spiega perché sia stata buona e giusta la censura operata dalla Rai, che ha omesso di mandare in onda l’episodio di una serie televisiva in cui veniva rappresentato un matrimonio tra omosessuali («Suore e gay, un ciclone alla RAI», 9 settembre 2011). Sempre nel numero di oggi, una vecchia conoscenza dei lettori di Bioetica, Francesco Agnoli, illustra in un articolo gli «inganni e danni collaterali» della fecondazione eterologa. Scrive Agnoli (corsivi miei):

La fecondazione eterologa prevede che una donna venda i suoi ovuli che serviranno ad un’altra al fine di concepire. […]
La prima domanda da porsi è questa: cosa accade alla venditrice? Si tratta di una vendita qualsiasi, come quella di un oggetto esterno, che non è parte della persona, o di qualcosa di profondamente diverso?

Sembra inevitabile rispondere nel secondo modo. Infatti la venditrice viene sottoposta ad una iperstimolazione ovarica particolarmente violenta, cioè viene bombardata di ormoni al fine di produrre non un ovulo, come avverrebbe in natura, ma molti di più (a seconda dell’etica e delle previsioni del medico). Sentiamo a tal proposito cosa può provocare la iperstimolazione ovarica dalle parole di un esperto come il dottor Carlo Flamigni, noto per la sua apertura alle pratiche di procreazione medicalmente assistita (PMA). Flamigni, nel suo “La procreazione assistita” (il Mulino, 2002), afferma che l’iperstimolazione ovarica sulla donna, preliminare a qualsiasi operazione di PMA, è “una sindrome pericolosa persino per la vita” (p. 29), “una complicanza abbastanza pericolosa” (p. 36). Infatti “l’ovaio cresce in modo anomalo fino a raggiungere un volume pari a quello di un grosso melone. Successivamente, e soprattutto se l’iperstimolazione è grave, si forma un’ascite e compaiono raccolte di liquido nelle cavità pleuriche e nel pericardio. Il sangue si ispessisce e perde proteine e la funzionalità renale diminuisce pericolosamente. A causa di grossolane anomalie della coagulazione si possono determinare trombosi e tromboflebiti, talché esiste addirittura un rischio di vita nei casi più sfortunati” (p. 63-64).
Anche il lettore completamente all’oscuro delle tecniche di procreazione medicalmente assistita non può fare a meno di notare una stranezza in questo brano: com’è possibile venire sottoposti a una «complicanza» o a una «sindrome»? E com’è possibile definire una «complicanza» qualcosa che sarebbe «preliminare a qualsiasi operazione di PMA»?
Il fatto è che, contrariamente a quanto crede Agnoli (con molta tenacia, visto che scriveva le stesse identiche cose già anni fa: «Il rischio tumore per le donne che accedono alla fiv», Libertà e Persona, 19 luglio 2009), «preliminare a qualsiasi operazione di PMA» non è l’iperstimolazione ovarica, ma semplicemente la stimolazione ovarica; l’iperstimolazione è appunto una complicanza che può far seguito a questa procedura – per fortuna sempre più raramente: nella seconda edizione del libro citato da Agnoli (2011, p. 64), Carlo Flamigni scrive che «oggi questo tipo di complicazione sta diventando sempre più raro (0,45% in italia nel 2008), a testimonianza di un continuo miglioramento complessivo delle tecniche».
Come è stato possibile per Agnoli confondere stimolazione con iperstimolazione, visto che la distinzione è chiarissima nel libro di Flamigni che cita (e nella stragrande maggioranza dei testi di informazione elementare sull’argomento)? La risposta potrebbe stare nel fatto che nella letteratura medica si trova talvolta usata l’espressione «iperstimolazione ovarica» (o «iperstimolazione ovarica controllata») per indicare non la sindrome ma la procedura di stimolazione dell’ovulazione. È un uso disorientante, e perciò abbastanza raro, che può forse spiegare lo svarione di Agnoli – ma che comunque non lo condona: la stimolazione rimane ovviamente cosa del tutto diversa dalla complicanza, anche se qualcuno le chiama con lo stesso nome.

Un po’ più difficile spiegare con un equivoco quello che Agnoli scrive di seguito al passo citato sopra:
A ciò si può aggiungere che l’iperstimolazione in vista della PMA comporta anche un rischio tumore, ai genitali o alle mammelle, magari nel lungo periodo (“Le Scienze”, Settembre 2004).
Andiamo dunque a cercarci l’articolo delle Scienze; si tratta di «Sterili per legge», di Nora Frontali e Flavia Zucco (Le Scienze n. 433, settembre 2004, pp. 58-63). A p. 62 leggiamo (corsivi miei):
Per accertare gli effetti a lungo termine è invece necessario seguire le donne per molti anni dopo il parto. Studi simili sono stati intrapresi, ma non hanno prodotto ancora conclusioni certe: si sospetta infatti che l’intenso trattamento con ormoni a cui sono sottoposte le donne per il prelievo degli ovociti possa provocare un aumento di tumori del tratto genitale o della mammella. Uno studio su larga scala condotto in Olanda a 5-8 anni dalla gravidanza non ha però rilevato alcun aumento del rischio di cancro della mammella o dell’ovaio in donne che erano state sottoposte a FIVET, a confronto con donne subfertili che non avevano ricevuto il trattamento.
Mi astengo da qualsiasi commento, lasciando le conclusioni al lettore. Aggiungo solo che appena sopra il passo citato, le due autrici delle Scienze notano che
poiché la crioconservazione degli embrioni non è considerata ammissibile dalla nuova Legge [n. 40/2004], la donna sarà costretta [a] ripetere ogni volta il trattamento ormonale, rischiando nuovamente la sindrome da iperstimolazione ovarica e gli altri disturbi.
Si tratta della stessa legge che Agnoli magnifica per aver ridotto le complicanze... (fortunatamente, la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la drastica limitazione che la legge 40 imponeva al numero di embrioni da crioconservare ha riportato le cose a posto).
Quanto al (molto ipotetico) rischio di contrarre il cancro in seguito all’applicazione delle tecniche di PMA, l’articolo più recente in materia è tranquillizzante (anche se non chiude ovviamente la questione): B. Källén e colleghi dell’Università di Lund hanno studiato un ampio campione di donne svedesi che si sono sottoposte alla fecondazione in vitro («Malignancies among women who gave birth after in vitro fertilization», Human Reproduction 26, 2011, pp. 253-58). Queste donne mostrano sì un rischio più alto di cancro rispetto alle donne del campione di controllo, specialmente per il tumore alle ovaie, ma prima di praticare la FIV; questo si spiega con il fatto che la malattia o la chemioterapia rendono spesso la donna sterile. Dopo la FIV, il rischio appare inferiore rispetto alle donne della popolazione generale che abbiano avuto un figlio, grazie soprattutto alla diminuzione del cancro al seno e alla cervice dell’utero (gli autori, prudentemente, ascrivono questo fenomeno un po’ sorprendente allo screening intensificato in queste donne, che può portare a eradicare all’esordio forme precancerose). Il rischio di cancro alle ovaie è ancora maggiore che nel campione di controllo, ma minore del rischio precedente alla FIV. Chissà se Francesco Agnoli parlerà mai di questo studio – e in quali termini...

Se la Bussola Quotidiana selezionasse con più cura gli autori, farebbe un favore ai propri lettori, e anche a se stessa. Ma non accadrà.

martedì 30 agosto 2011

Il giornalista (mica il primo che capita)

Segue il testo dellannuncio per intero. Chi vuole rispondere allinserzionista?

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Abbiamo bisogno di un giornalista esperto nella selezione degli articolo e disposto a registrare la nostra testata presso un tribunale diventando direttore e giornalista del magazine. CI sarà a disposizione un altra giornalista per fare un lavoro di squadra e il direttore dovrà collaborare con il nostro staff per rendere la rivista migliore.

Aspettiamo una richiesta di informazioni seria e non monotona senza senso facendo capire di essere interessati solo al denaro.

In questo lavoro ci vuole passione per stimolare la creatività e avere risultati, oppure non si puo trovare un accordo con noi.

Astenersi perdi tempo in cerca di uno stipendio che aiuti la loro vità ad essere migliore, perche la vita non sarà migliore se non c è qualità e passione nel fare le cose

HIV +


All’inizio stava solo perdendo peso, si sentiva solo un po’ acciaccato, Max disse a Ellen, e non chiamò il suo medico per prendere un appuntamento, secondo Greg, perché stava cercando di continuare a lavorare più o meno allo stesso ritmo di sempre, ma smise di fumare, Tanya sottolineò, cosa che suggerisce che fosse spaventato, ma anche che volesse, anche più di quanto potesse rendersi conto, essere in salute, o più in salute, o forse solo recuperare qualche chilo, disse Orson”. Quella paura che non basta a spaventarti, perché “ammalarsi gravemente era qualcosa che accadeva agli altri, una allucinazione normale, fece notare a Paolo, se uno ha 38 anni e non s’è mai preso una malattia grave”. E poi non è detto che quel malessere sia qualcosa di grave. In fondo “le persone ancora si beccano malattie banali, di quelle brutte, perché ipotizzare che debba essere proprio quella”.
Iniziava così un articolo di Susan Sontag sul “New Yorker”. Era il 24 novembre del 1986. Da pochi anni si era diffusa una malattia spaventosa e carica di condanne moraliste. Una malattia che avrebbe cambiato il nostro modo di guardare il mondo.
Nel giugno 1981 il Morbidity And Mortality Weekly Report (“al contempo il migliore e peggiore nome mai inventato per una pubblicazione”, commenta Amy Davidson molti anni dopo sempre sul “New Yorker”) annuncia che cinque uomini si sono ammalati in modo inconsueto. Quel giugno di trent’anni fa il report descriveva la polmonite da pneumocystis carinii in cinque uomini omosessuali a Los Angeles, in California, documentando per la prima volta quella che sarebbe divenuta nota come sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS). L’editoriale che lo accompagnava suggeriva che la malattia potesse essere collegata alle abitudine sessuali degli omosessuali.
Un mese dopo il MMWR rilevò nuovi casi di polmonite da pneumocystis carinii, altre infezioni e il sarcoma di Kaposi nei gay dalla California a New York. Questi articoli furono i primi accenni a
quella che diventerà una delle peggiori pandemie della storia con oltre 60 milioni di malati, 30 milioni di morti e nessuna soluzione in vista. Era il debutto dell’Aids. Come viviamo oggi, a molti anni di distanza dal report e dalla descrizione di Sontag?

Su Il Mucchio Selvaggio di settembre.

mercoledì 24 agosto 2011

La Casa Famiglia “Sisto Riario Sforza” di Napoli rischia di chiudere


Da un anno e mezzo le ASL non pagano. Il Don Guanella, il 14 agosto, intima di saldare il debito entro il 31 agosto, altrimenti la Casa chiuderà. Nessuno interviene.

Nel 2003 nasce la Casa Famiglia Cardinale Sisto Riario Sforza dal progetto Caritas “Aids e vita”. È una delle due case alloggio Hiv/AIDS operanti nel vasto territorio campano (l’altra è la Casa Alloggio Masseria Raucci).
La Casa Famiglia accoglie persone affette dal virus HIV e in AIDS conclamata, fino a un massimo di dieci, ed è gestita da 3 organismi religiosi. L’Opera Don Guanella segue gli aspetti amministrativi e giuridici; la Caritas diocesana di Napoli si dedica alla formazione del personale; le Figlie della Carità gestiscono la Casa e coabitano con gli ospiti. Lo stabile è di proprietà delle suore carmelitane dato in comodato d’uso al Don Guanella.
Dalla nascita della Casa Famiglia sono stati effettuati 85 ingressi, con vissuti e profili personali complessi e dolorosi: disturbi psichiatrici, dipendenze, violenze familiari.

LA VITA NELLA CASA FAMIGLIA - I 5 operatori e la suora responsabile si trovano a gestire quotidianamente la diffidenza e la paura derivanti da una esistenza di deprivazione e malattia; problemi sociali e relazionali; isolamento culturale e patologie incurabili. Sono stati elaborati percorsi educativi individuali - che includono anche la formazione professionale in vista di un reinserimento nel tessuto sociale - e sono state avviate collaborazioni con i servizi territoriali per evitare che quell’isolamento diventi assoluto e irrimediabile una volta varcata la soglia della Casa Famiglia. Nelle situazioni di malattia conclamata e terminale, gli operatori hanno anche il doloroso compito di assistere gli ospiti fino alla morte. Tra gli ospiti della Casa c’è una madre con una figlia di poco più di due anni: in questo caso gli operatori hanno seguito anche i difficoltosi passaggi per l’affido e l’adozione.

MEDIATORI DEL TEMPO - L’Hiv, che è la ragione emergente dell’accoglienza, si aggiunge insomma a un quadro clinico e sociale già estremamente travagliato. È ben immaginabile quanto sia difficile accettare una situazione di patologia cronica e quanto questo aspetto vada a pesare su uno scenario già deprivato di un futuro, a volte anche del presente. “Ci ritroviamo a essere mediatori del tempo, tra quello cronologico e quello vissuto, tra il tempo burocratico - penso ai tempi di una pensione di invalidità - e l’urgenza di vivere un presente abbozzando un futuro che è reso labile non soltanto dalla malattia ma anche dalle incognite delle politiche sociali e dei vari dispotismi di potere come quello che la nostra Casa ha subito nell’ultimo anno e mezzo”, raccontano gli operatori della Casa Famiglia. In equilibrio precario in questo tempo sospeso ci sono anche due signore, che cucinano e si prendono cura della Casa, e una suora volontaria.

IL FANTASMA DELLA CHIUSURA - Già, perché da un anno e mezzo la Casa vive una situazione di assoluta precarietà. Nell’aprile del 2010 il Don Guanella, a causa di gravi ritardi nel pagamento da parte delle ASL, ha manifestato l’intenzione di cedere il servizio: l’onere economico è troppo forte e serve un cambio amministrativo. Da allora parte una trattativa tra gli ordini religiosi. La chiusura è un fantasma spaventoso che la Casa cerca di allontanare in tutti i modi (ricordiamo che la struttura è una delle due uniche Case di accoglienza a Napoli per persone affette da Hiv o AIDS).
Nel giro di qualche giorno lo scenario peggiora: nessuna soluzione sembra essere realizzabile e da Don Nino Minetti, guanelliano Superiore della provincia di Roma, arriva il divieto alla Casa di accogliere nuovi ospiti. La Casa è in stallo e le nuove richieste di ingresso devono essere respinte: dall’aprile 2010 ad oggi sono arrivate circa 15 domande di accoglienza scritte - e rimandate al mittente - e quasi altrettante telefonicamente.

Continua su Giornalettismo, L’Asl non paga: chiude la Casa famiglia.

martedì 23 agosto 2011

Il codice etico universitario serve?

«Distruggono l’Ateneo per trovare un posto ai loro figli» titolava la Repubblica di Bari il 5 marzo 2005. E nell’articolo si leggeva: «È diventata poco più di un liceo. Negli ultimi cinque anni l’Università di Bari è stata distrutta da una gestione protezionistica e inadatta ad affrontare il mercato dell’alta formazione». Sotto accusa la Facoltà di Economia per lo scandalo della parentopoli barese. Ci fu un grande dibattito anche all’esterno dell’Università, con il Comune di Bari che impose l’adozione di un Codice etico, per continuare a erogare il finanziamento ad alcune ricerche. E così, nel dicembre 2007 fu approvato “Il codice dei comportamenti”, uno dei primi in Italia. Qualche traccia di quel clima è rimasta nell’articolo qui riproposto di Bartolo Anglani (Corriere del Mezzogiorno, 23 dicembre 2005), la cui lettura ci riporta all’università di Siena, dove il Codice etico è stato adottato con quattro anni di ritardo e perché imposto dalla legge Gelmini. Ma un codice etico serve o no? «È una foglia di fico per i mali dell’università» come dice Anglani oppure è «uno strumento per redimere intrallazzatori e nepotisti», come scriveva Lucia Lazzerini, e per rifarsi la verginità? Utile, a questo proposito, la lettura del testo licenziato dalla Commissione sul Codice etico dell’ateneo senese, che, nella versione approvata dagli organi di governo, ha ricevuto corpose integrazioni, a seguito di aspre critiche della comunità accademica ed extra.

Il codice etico non serve. È una foglia di fico per i mali dell’università

Bartolo Anglani. A cosa serve un codice etico? Se rispecchia e amplifica le leggi vigenti, è pleonastico; se va oltre le leggi o le mette in mora, è illegittimo. Tertium non datur. Un codice etico può essere solo individuale, come quando un docente rinuncia a far parte di una commissione perché teme di essere sottoposto a pressioni di colleghi. Altro è quando i contenuti “etici” diventano norme erga omnes. Quale valore costrittivo possono avere per chi non ne riconosce la legittimità? Quando le leggi sono sbagliate, ci si batte perché esse vengano modificate o abrogate, ma bisogna rispettarle finché esse sono in vigore: anche obtorto collo. Così, mi pare, dovrebbe accadere in una società democratico-liberale.
Il codice etico serve oppure è uno strumento per redimere intrallazzatori e nepotisti?, Giovanni Grasso, in Il Senso della misura, 22 agosto 2011.

lunedì 22 agosto 2011

Homeopathic pill overdose!

"We're risking our lives for science," wrote Fuglesang in an opinion piece for newspaper Svenska Dagbladet, signed by the organisation Vetenskap och Folkbildning (VoF), a non-profit organisation working towards promoting popular science education, and discrediting false science.

This act is an effort to get the inefficiency of homeopathic medicine, commonly used in Sweden today, on the agenda.

Fuglesang and nine others took ten times the recommended dose of homeopathic sleeping pill Coffea Alfaplex.

"Either we die, and for the first time the effect of homeopathy will be proven. Or we survive, in which case we expect Swedish politicians to rethink their stand on alternative medicine's use in healthcare," they wrote in Svenska Dagbladet.
Fuglesang survives homeopathic pill overdose.

sabato 20 agosto 2011

Capitane coraggiose

Ed eccoli qua. Il 13 agosto, il sabato del weekend lungo di ferragosto, nonché il giorno in cui il governo annuncia i dettagli del decreto anti crisi, ecco che sul sito del MIUR appare il comunicato con i nomi dei nuovi presidenti degli enti di ricerca. Già immagino il fermento nelle redazioni, le rotative bloccate, le prime pagine rimontate al volo per dare la notizia al mondo. A caratteri cubitali, vaddasé.
Claudia Di Giorgio su Storie spaziali.

venerdì 19 agosto 2011

CNTRL + F

Per non sprecare intere giornate e mesi in cerca di qualcosa... (a Google a day).

Doppio cieco faidate

Avevamo accennato ai due post di Blog(0) e alla reazione indispettita di Boiron qualche giorno fa.
La discussione si è allargata e un commento di ieri merita davvero attenzione (Guglielmo Pepe, Facile accusare lomeopatia). Le argomentazioni sono esilaranti e trascendono la questione omeopatica: qualunque fosse l’argomento della discussione, gli argomenti avanzati da Pepe sono fantastici!
Cominciamo da un passaggio nel post:

Dico questo da difensore dell’omeopatia e dell’Oscillococcinum, il prodotto messo all’indice dal blogger, avendone verificato l’efficacia, non su di me che pratico la medicina integrata (scelgo, in base ai consigli medici, tra farmaci allopatici e MNC) bensì sui miei familiari. E da anni l’Oscillococcinum è nell’armadietto delle medicine di casa.
Vale la pena leggere anche i commenti. Qui ci basti riportare il commento del 18 agosto, 22.13:
3) Gli effetti dell’omeopatia ci sono, anche limitati, su diverse patologie. Non c’entra la aneddotica, la testimonianza personale e familiare, anche se i numeri contano: quando milioni di italiani si curano con le MNC vorrà dire qualcosa. Quando migliaia e migliaia di medici, riconosciuti dagli ordini professionali, le praticano, significherà qualcosa. Siamo tutti fessi, credenti (con tutto il rispetto di chi ha fede religiosa), “bocconi”, stupidi, cretini e altro come, amabilmente, hanno scritto alcuni lettori che preferiscono usare il paraocchi, senza guardarsi intorno per vedere come cambia il mondo medico-scientifico. A parte che di recente, e se non sbaglio su Lancet, sono stati pubblicati gli effetti positivi della meditazione e della preghiera, considero questa critica risibile: la stragrande maggioranza delle persone che seguono le MNC, è laica, atea, insomma non crede per nulla nei miracoli. E poi, perché tanto astio da parte degli oppositori alle MNC? Cos’è questa mancanza di rispetto verso gli altri che si affidano ad altre terapie? Perché si sbeffeggiano migliaia di professionisti che fanno il loro lavoro in modo serio, etico, responsabile? Perché tanto livore? Sinceramente non riesco a trovare risposte.
Un esercizio interessante: sostituire “omeopatia” con “creazionismo”. Capito!, sciocchi evoluzionisti? (Funziona quasi alla perfezione...).

mercoledì 10 agosto 2011

La nave dei disperati

È un vascello fantasma, un relitto che continua a restare a galla nonostante cada a pezzi. A bordo, un popolo di spettri disperati che convivono con topi, rottami, sporcizia: esseri umani a cui è stata negata ogni dignità. Nell’Italia incapace di fare i conti con l’immigrazione la storia della nave-lager di Crotone supera ogni classifica di vergogna. Il mercantile arrivò sulle coste calabresi quattro anni fa con un carico di “clandestini”. Sulla fiancata il nome turco che incuoteva terrore alla cristianità: Genzihan ossia Gengis Khan, il flagello di Dio. Era una nave-madre dei trafficanti di uomini, che trasbordava i nuovi schiavi gettandoli in mare a bordo di gommoni.

Sessanta alla volta, su un pezzo di plastica lanciato verso il litorale ionico. Grazie a un aereo spia, la Guardia di finanza riuscì a individuarla e a far scattare l’abbordaggio: un’operazione da manuale, con gli scafisti turchi in manette e i loro passeggeri-vittime trasferiti nel vicino Centro di identificazione crotonese. Il mercantile catturato dalle Fiamme gialle venne condotto in porto e dimenticato dalle autorità: è diventato uno scheletro galleggiante. Poco alla volta, è caduto in rovina, saccheggiato, in parte incendiato: la torretta - completamente bruciata, come gli interni - sembra la metafora dell’impossibilità di guardare oltre.
Ennesimo racconto di un orrore evitabile (di Eduardo Meligrana, su l’Espresso del 29 luglio scorso).