lunedì 17 settembre 2007

Susanna e gli scimmioni

Avvenire di domenica ospita con tutti gli onori un lungo articolo di Susanna Tamaro («Mitezza per vincere la tecnocrazia», 16 settembre 2007):

Oltre ad essere figlie del caso e dei meccanismi dell’evoluzione, le grandi scimmie, più o meno sapienti, sono anche degli straordinari depositi di materiale biologico. Alla loro morte (o se è il caso anche prima) renderanno disponibili per la comunità materiali preziosissimi. Del resto, la natura da sempre si regge su questo meccanismo: mors tua vita mea è l’impalpabile tessitura dell’universo, solo che ora, della nostra morte non godono più i collemboli e i saprofiti, gli sciacalli e gli avvoltoi o i rapaci necrofili – coloro insomma che madre natura aveva votato a trarre beneficio dalla nostra decomposizione – ma i laboratori medici e gli istituti di ricerca, oltre a un numero imprecisato di nostri simili che trarranno giovamento da eventuali pezzi di ricambio.
Che cosa c’è di male in tutto questo?
Niente, anzi non può esserci che del bene perché il corpo della grande scimmia è come quello del maiale, niente viene sprecato – è un principio chiaro anche alla più sprovveduta delle casalinghe – e, con questa assenza di spreco, si aiutano altre vite ad andare avanti, si dà nuova vita alla vita: cosa ci può essere di più bello? E in più si permette agli scienziati di fare nuove scoperte, nuovi brevetti. Se non fosse così saremo ancora all’età della pietra e l’anestesia si farebbe con una bella randellata in testa.
Però, ogni volta che sento parlare del riciclo dei materiali delle grandi scimmie glabre, provo uno strano e profondo turbamento che non provo ad esempio, quando il lesso si trasforma in polpette.
E per essere sicura che nessuno manchi di cogliere il sarcasmo che gronda da questo brano, aggiunge:
In quale momento della nostra storia è sorta l’idea che fosse follia zoofila lasciare i corpi in eredità alla mai denutrita fauna spazzina? In quale momento storico il passaggio misterioso della morte è stato trasformato in un argomento di puntigliosa economia domestica?
È successo durante il nazismo. Sì, solo i medici e gli scienziati nazisti sono stati capaci, con la precisione tecnica consona alla loro cultura, di stabilire in grammi, in micron, in quantità millesimali di composti chimici quali ricchezze erano nascoste nell’ottusa inerzia di un corpo e com’era possibile, anziché sprecarle, metterle nuovamente a frutto per il beneficio dell’umanità. Durante il nazismo le fabbriche di saponi non hanno avuto difficoltà ad approvvigionasi di materia prima, così come le ditte produttrici di concimi hanno fornito agli agricoltori prodotti abbondanti e di alta qualità; sono state messe in commercio anche deliziose abat-jour, oltre a paraventi sottili come un velo ma molto resistenti, mentre l’industria tessile è addirittura riuscita a creare un tessuto leggero, morbido e caldissimo, di cui alcuni rotoli, a testimonianza che non si tratta di fantascienza industriale, sono tuttora esposti nelle bacheche del museo di Auschwitz.
Naturalmente, per tutta questa sapiente opera di riciclo, i nazisti non adoperavano i corpi dei loro genitori, dei loro nonni, doverosamente protetti dalla ordinata quiete di un camposanto, ma quelli degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, degli oppositori, di tutti quelli che non erano come loro e dunque non avevano più diritto alla definizione di esseri umani.
Lo scempio e l’abuso del corpo del nemico esiste da quando esiste l’uomo ma la trasformazione dell’altro in pura e asettica cosa è un dono che il nazismo ha lasciato a fermentare nel cuore dell’Europa.
La legge di Godwin vale più che mai anche per Avvenire. Ma quello che importa maggiormente è che l’organo dei vescovi italiani dia il suo imprimatur a un articolo in cui non solo i trapianti ma, sembra di capire, persino le autopsie sono considerate frutti mostruosi di una tecnoscienza che da Vesalio a Barnard – passando per il gran reprobo, Darwin – ha distrutto quel mondo incantato in cui la Tamaro avrebbe preferito vivere. Quel mondo «mite» in cui si moriva presto, rapidamente, e senza turbare l’ordine da sempre stabilito con noiose pretese e diritti.

Eugenetica

Il 30 agosto avevo postato Eugenetica, ignoranza e il blocco 10 di Auschwitz.
Filippo ha inserito un commento molto molto interessante, di cui riporto l’inizio e che invito a leggere per intero. Filippo racconta degli esperimenti eseguiti nei lager per mano di personaggi del calibro di Nyiszli, Mengele, Schumann e Clauberg. È consigliata la lettura soprattutto a quelli che citano a sproposito l’eugenetica. Buona lettura e grazie Filippo.

Miklos Nyiszli, patologo universitario a Budapest, con studi in Germania, ottima conoscenza della sua materia e buona padronanza della lingua tedesca, diviene il collaboratore principale del Dr. Joseph Mengele, “l’arcangelo del male”, responsabile degli esperimenti nel Block 10 di Auschwitz. A lui dobbiamo la ricostruzione di quanto avvenuto e la descrizione del personaggio di Mengele, cui sembra calzare alla perfezione quel concetto di “banalità del male” reso da Hannah Arendt nel suo libro ispirato dal processo Eichmann. Mengele non è un mostro che divora bambini a colazione, è (si considera) un uomo di scienza con un obiettivo di ricerca ben preciso consistente nello scoprire i segreti della differenza tra razze e privo di scrupoli per quanto riguarda i mezzi da usare allo scopo. Ha carta bianca, dovendo rispondere del suo operato direttamente ad Himmler, il che gli consentirà tra l’altro, in contrasto con l’autorità del campo, di preservare proprio Nyiszli dall’eliminazione prevista ciclicamente per tutti i membri del Sonderkommando, costituito da internati che le SS usavano per il lavoro sporco e che sostituivano trimestralmente per non lasciare in giro eventuali testimoni scomodi. A Mengele non mancano le risorse, nel più grande campo di concentramento del Terzo Reich dove la perfetta macchina organizzativa SS convoglia ebrei e altri nemici del Reich in proporzioni bibliche. E dove può pescare gemelli di ogni età e condizione da sottoporre ai suoi esperimenti, gemelli che vengono poi eliminati in contemporanea realizzando, per usare le parole dello stesso Nyiszli, il sogno segreto di qualunque anatomo-patologo: l’autopsia simultanea di due gemelli. L’atmosfera di lavoro è sovente “mistica” con un Mengele che non si sottrae quasi mai alle fatiche del lavoro di ricerca e che viene descritto come ben consapevole dell’importanza della sua ricerca per il Reich: scoprire il segreto delle gravidanze gemellari per consentire alle donne tedesche di dare alla luce sempre dei gemelli e raddoppiare la potenza demografica dello Herrenvolk. Il senso di impunità diviene ben presto convinzione profonda di essere nel giusto. A suo tempo, dinanzi alle esitazioni di Handloser (generale medico a capo dei servizi sanitari dell’esercito), Himmler rispondeva con fastidio “Responsabilità? Quali responsabilità? Lo Stato, cioè il Fuhrer ed io, si assume tutte le responsabilità, voi dovete solo eseguire degli ordini nell’interesse della nazione.” Una linea che sarebbe riecheggiata spesso, a torto o a ragione, nelle aule di Norimberga. Certo, dopo il crollo, gli sperimentatori sembreranno riacquisire una certa consapevolezza dell’enormità di quanto compiuto, cercando di lasciar perdere le loro tracce. In questo momento nasce la leggenda dell’inafferrabile Mengele, braccato senza soste, e senza successo, dagli agenti del Mossad, gli stessi che metteranno le mani su Eichmann nel ’61. Esiste però una eccezione a quanto appena affermato: il prof. Carl Clauberg. Arrestato e internato dai Sovietici alla fine della guerra, rimandato in patria nel 1957 nel quadro di uno scambio di prigionieri conseguente al momentaneo disgelo Est-Ovest dell’epoca Kruscev, il professore prima partecipa ad un congresso di Ostetricia dove presenta i dati dei suoi esperimenti nei campi e poi, imperturbabile, decide di riprendere la sua attività professionale: un bel giorno tutti i principali quotidiani della Germania Federale pubblicano il suo annuncio relativo alla ricerca di personale da assumere nel centro di cui si annuncia l’imminente apertura e che sarà diretto dal professore, che appare col suo vero nome seguito dai suoi titoli accademici. Una volta squarciato il velo dell’oblio però, inizieranno a piovere le denunce. Il resto è noto, con l’incarcerazione di un Clauberg in realtà intimamente lusingato dal clamore creatosi intorno al suo personaggio, e la sua successiva morte in prigione per crisi cardiaca.
(Continua qui.)

domenica 16 settembre 2007

Parla con lei, ti ascolterà

Francesco D’Agostino commenta le dichiarazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla NIA (Nello stato vegetativo con la dignità di uomini, Avvenire, 16 settembre 2007). Commenti immaginabili. Un passaggio è illuminante sul suo modo di dimostrare una parere o una posizione:

È falso che la vita del comatoso sia solo biologica; la sua terribile malattia è parte costitutiva della sua biografia; parlargli, accarezzarlo, accudirlo, nutrirlo non sono azioni insensate e prive di un “ritorno”: ciò che si può apprendere dal prendersi cura di questi pazienti e grazie quindi a essi possiede a volte (anzi, quasi sempre) un valore incalcolabile.
Il ritorno è per chi parla, accarezza e accudisce oppure per chi è oggetto di quelle parole, carezze e accudimenti? E chi è che apprende? D’Agostino sembra confondere i soggetti in causa. Prima dice che la vita di X non è solo biologica in quanto la terribile malattia di X è parte costitutiva della biografia (sempre di X). Poi però il soggetto muta, e le esperienze di accudimento sono di incalcolabile valore per Y. Lo stesso ragionamento vale se Y parlasse, accarezzasse e accudisse un cane, un gatto, una pianta. Queste attività sarebbero per Y fonte di piacere e ricche di valore. E quindi? Da ciò che cosa deriverebbe, che il cane, il gatto o la pianta suddetti sarebbero persone?

sabato 15 settembre 2007

Test

Caso 1
Il tupet io? Sono sufficientemente pieno di capelli miei per distruggere queste accuse.
Io non ho nulla contro quelli che portano il tupet, perché rispetto qualsiasi condizione umana, però, questo sì, mi considero sufficientemente capellone per ridicolizzare qualsiasi accusa del genere.
(Si capisce piuttosto bene, tuttavia, che il tizio chiamato in causa ci tenga a smentire le voci).

Caso 2
Goloso io? Sono sufficientemente morigerato per distruggere queste accuse.
Io non ho nulla contro i golosi, perché rispetto qualsiasi condizione umana, però, questo sì, mi considero sufficientemente misurato per ridicolizzare qualsiasi accusa del genere
(Non si capisce tanto bene perché il tizio chiamato in causa ci tenga a smentire le voci; a meno che non faccia il dietologo, ma sarebbe una circostanza occasionale).

Caso 3
Gay io? Sono sufficientemente macho per distruggere queste accuse.
Io non ho nulla contro gli omosessuali, perché rispetto qualsiasi condizione umana, però, questo sì, mi considero sufficientemente macho per ridicolizzare qualsiasi accusa del genere.
(Dovrebbe essere altrettanto oscuro, come nel caso 2, il motivo per cui il tizio chiamato in causa ci tenga a smentire le voci).

Il tizio del caso 3 è Hugo Chavez (Chavez: «Io gay? Macché, sono macho», Il Corriere della Sera, 15 settembre 2007).
Sarebbe stato davvero bello che il caso 3 fosse stato equivalente al caso 2. Invece c’è urgenza di chiarire di non essere una checca. Pazienza. Magari tra qualche secolo essere omosessuali non sarà una offesa dalla quale difendersi. E poi, forse, se non fosse stato schiacciato dal luogo comune del maschio latino, chissà.

Mario Adinolfi, la vita e la morte (e la bioetica)

Eutanasia/il Papa sgombra ogni dubbio: la spina non si stacca, Alice News, 14 settembre 2007:

Sulla eutanasia io la penso come Ratzinger e dico che il mio Pd non approverebbe una legge sull’eutanasia attiva, afferma il blogger Mario Adinolfi, candidato alle primarie del 14 ottobre. Annunciando che punterà la sua campagna sui temi “sensibili”.
Nessuno si risparmia quando si tratta del Papa (ma quanti sono contrari alla eutanasia cosiddetta attiva, eh, quanti? Ma citiamo il Papa, ovviamente, che è più autorevole). Suggerirei a quanti vogliono dire la loro su simili temi (e a maggior ragione a quanti vogliono puntarci una campagna politica): di dismettere questa cacofonia dei temi sensibili, è fastidiosa imprecisa e molesta quasi quanto bipartisan e un attimino. Di leggersi qualche libro al proposito e non soltanto le agenzie di stampa o le dichiarazioni del Papa.
Se si nutrissero dei dubbi sul tenore delle dichiarazioni di Adinolfi, basta leggere dal suo post sulla dichiarazione papale circa lo stato vegetativo permanenente (per rimanere di sasso):
Per quanto ormai pecorella smarrita di quel gregge, sono formato cristianamente e credo che solo la Chiesa cattolica abbia il merito di porre l’attenzione sulle questioni ultime della vita e della morte. È utile cominciare a discuterne anche in rete.
Solo la Chiesa? Siamo davvero messi molto molto male. Per non parlare del commento (n. 6) lasciato dallo stesso Adinolfi al post suddetto:
Io credo che uno stato del ventunesimo secolo debba, in materia di bioetica, legiferare e poi sottoporre tali leggi a referendum confermativi...solo la democrazia ci dice cosa può essere giusto e cosa no, non riesco a trovare altri metodi...mi fido del giudizio della comunità in cui vivo.
Solo la democrazia ci dice cosa può essere giusto e cosa no? Anche in filosofia politica siamo messi maluccio. Adinolfi è davvero convinto che la democrazia avrebbe il potere (dovrebbe avere il potere) di scalfire la nostra libertà, basta che ci sia la maggioranza? Adinolfi accetterebbe senza protestare se la democrazia dicesse che è giusto picchiare le persone? O torturare i prigionieri? Oppure che la vita è sempre un bene prezioso, sacra e inviolabile, di cui non possiamo disporre e il concepito è uno di noi (con tutte le implicazioni derivanti)? Mi sembra molto ingenuo e assolutamente ridicolo. Forse fa molto amico del popolo dire di fidarsi della comunità in cui si vive, al punto da lasciarsi naufragare in questo mare, ma qualche paletto io lo metterei. Qualche paletto a circondare il mio spazio intoccabile di autonomia, che nemmeno un plebiscito potrebbe calpestare. Non credo sia necessario elencare i casi in cui la maggioranza potrebbe diventare dispotica (mi chiedo se, invece, potrebbe essere utile citare qualche voce bibliografica, tanto per approfondire la questione. Rimango a disposizione).

venerdì 14 settembre 2007

La religione nello spazio pubblico

Sul Foglio di oggi trovo nel resoconto dell’intervento di Jürgen Habermas a un convegno romano («Il laico Habermas attacca il laicismo», 14 settembre 2007, p. 1) questo breve passaggio:

Insomma, per lo scorno di chi pensa che contrapporre laicità e laicismo sia un trucco, Habermas non soltanto usa quelle categorie ma le rende centrali nel suo ragionamento. Laicista è chi pensa che vada negato spazio pubblico al fatto religioso (“non capisco perché non si possano esibire i segni della fede”, ha detto rispondendo a una domanda).
In genere chi è laico (o laicista, se proprio preferite) intende «la negazione dello spazio pubblico al fatto religioso» come l’esclusione degli argomenti di fede (o riconducibili alla fede) dalla discussione pubblica nella sfera politica: una norma non può essere approvata solo perché «Dio lo vuole», neanche se chi la sostiene è in maggioranza. Ma su questo principio sono d’accordo – a parole – anche i credenti (che infatti sostengono che le loro verità di fede sarebbero confermate da una più o meno fantomatica e indefinita «Ragione» intersoggettiva); e certo non lo si potrebbe mai confondere con il divieto di «esibire i segni della fede».
È possibile allora che la domanda rivolta ad Habermas si riferisse piuttosto a polemiche come quella contro l’affissione di crocefissi nei luoghi pubblici in Italia o contro il velo islamico nelle scuole francesi; ma anche in questo caso, la risposta del filosofo non sembra molto congruente: non si tratta certo di esibire genericamente i segni della fede. Forse la domanda era mal posta, o forse Habermas non l’ha compresa; in ogni caso, si ha la sensazione che il Foglio abbia fatto intenzionalmente un po’ di confusione.
Sia come sia, approfittiamone per riassumere brevemente i capisaldi della posizione laica in materia. Nello spazio comune – quello, per intendersi, delle strade e delle piazze – siamo tutti liberi di esibire i segni delle nostre appartenenze: croci, kippah, barbe islamiche, turbanti sikh, clergyman, sai, tonache. Le campane possono suonare a festa per i matrimoni, e i muezzin possono richiamare alla preghiera. Una limitazione importante è la mancanza di costrizione: la polemica contro il velo islamico è tutta qui. In assenza di un criterio per distinguere chi lo indossa volontariamente dalle altre, il divieto generalizzato può avere l’effetto di liberare soggetti troppo deboli per ribellarsi – anche se è una misura su cui ovviamente c’è molto da discutere (e sarebbe in ogni caso meglio non invocare argomenti chiaramente pretestuosi, come l’impossibilità di identificare chi lo porta). Un’altra limitazione è il rispetto per la sensibilità comune, che sostanzialmente rispecchia i gusti della maggioranza ed è mutevole nel tempo: niente macellazione rituale in piazza, per esempio, e niente bestemmie contro Allah. Questa limitazione cade completamente per quello che riguarda un altro tipo di spazio pubblico: quello dei libri, dei giornali, di Internet, dei Dvd, dei cinema e dei teatri, dove la libertà deve rimanere illimitata, e dove gli appelli delle sensibilità offese non devono avere corso (tecnologie push come la radio e la televisione, con i loro spettatori passivi, appartengono forse più allo spazio comune che a questo secondo tipo, ma anche di questo si può discutere); e ovviamente lo stesso vale per lo spazio privato.
Infine, lo spazio istituzionale. Lo Stato laico (e liberale) non propende per nessuna religione, e per nessuna ha avversione – se non per quelle che offendono le leggi. La conseguenza di questa neutralità è la mancanza assoluta di simboli religiosi nei suoi spazi: scuole, tribunali, ospedali, stazioni. Allo stesso modo i funzionari pubblici nell’esercizio delle loro funzioni non indossano croci o veli. Lo Stato laico lascia volentieri la foia identitaria ai tribalismi omicidi che ancora impestano il mondo; e a chi invoca l’identità occidentale risponde che la coincidenza di Occidente (con le sue religioni, le sue lingue e le sue etnie) e libertà è, in un certo qual modo, accidentale: tutto il mondo può conquistare la seconda, senza doversi trasformare nel primo.

Il mio sbattezzo


Annunciazione, annunciazione!
Dopo mesi finalmente questa mattina ho inviato una raccomandata per non essere contata tra i cattolici nostrani (né stranieri).
Sebbene intenzionata a farlo il rallentamento è stato causato da una serie di circostanze. La difficoltà di risalire alla parrocchia in cui il rito è stato consumato perché non sapevo a chi chiedere (non sto a dilungarmi sull’assenza di referenti parentali dotati di memoria clericale); l’avversione alle Poste, luogo necessario per inviare la raccomandata con ricevuta di ritorno (ho anche provato a usufruire del servizio web, ma devi registrarti, ti arriva un telegramma con un codice da inserire entro 10 giorni, il telegramma l’ho ricevuto in ritardo, ho provato ad inserire il codice ma non è stato accettato); la mia pessima abitudine di rimandare (anche questioni irrimandabili, figuriamoci).
Ma oggi, 14 settembre 2007 ho imbustato il foglio debitamente firmato di mio pugno, ho allegato la fotocopia di un documento, ho raggiunto l’Ufficio Postale 26 di Roma, ho preso il numero (089), ho guardato in cagnesco la dipendente che parlava al telefono di questioni evidentemente personali con il numero rosso che la sovrastava fermo per ore a 083 (senza alcun risultato, il mio sguardo) e con una ricrescita di almeno 3 centimetri che rendeva difficile non abbassare gli occhi, ho sbuffato una decina di volte, mi sono alzata dalla sedia di legno inchiodata al pavimento e alla parete (ma non bastava uno dei due?) per rendere il mio sguardo più minaccioso e dopo una mezz’ora abbondante mi sono portata a casa la ricevuta.
Al Parroco della Parrocchia dei Sette Santi Fondatori (tal Pasquale Conte) giungerò la mia dichiarazione di “non essere mai appartenuta alla confessione religiosa denominata Chiesa cattolica apostolica romana”. Wow! Aspetto la risposta.
Grazie allo Uaar e grazie a Raffaele Carcano.

Obbligo di nutrizione e idratazione artificiali

La Congregazione della Dottrina della Fede risponde ad un quesito della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti affermando che (Eutanasia, il Vaticano ai vescovi Usa. “Lo stato vegetativo è una vita da rispettare”, la Repubblica, 14 settembre 2007):

Anche se in “stato vegetativo permanente”, il paziente “è una persona, con la sua dignità umana fondamentale”. […] anche al paziente che si trovi in questa situazione “sono dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali”.
[…]
“La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita”.
[…]
Tale somministrazione, spiega il dicastero vaticano, “è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente”. Secondo l’ex Sant’Uffizio, “in tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’indebolimento progressivo dell’organismo e alla disidratazione”.
È difficile commentare (i corsivi sono miei). L’inferenza più affascinante è quella dall’affermazione che le cure sono dovute (che ha ancora una sfumatura di non imposizione: se qualcosa è dovuto – come un tributo o un ringraziamento – ancora non è necessario legare il malcapitato per porgli il nostro sentito e sincero omaggio) all’obbligatorietà. Per il bene del paziente, ovviamente. Al quale nessuno però s’è preso la briga di domandare cosa voglia fare della sua vita (prima di scivolare nello stato vegetativo permanente, si intende).
L’idea sottostante è sempre la stessa: la vita è un dono, ma un dono particolare di cui non puoi disfarti rincartandolo e infilandolo sotto l’albero, non puoi disporne, il tuo vero intento (e comunque quello cui devi conformarti) è di prolungarla il più possibile, anche se non capisci più un cazzo di niente e non c’è nessuna speranza di miglioramento, pertanto rassegnati ad essere nutrito e idratato artificialmente (il tuo parere non conta), il Sant’Uffizio sa meglio di te cosa è giusto e cosa sbagliato. Fine della discussione. Anzi, non la cominciamo proprio, la discussione. La Verità mica si discute. Che siete duri d’orecchie?
Ah, Benedetto XVI ha ordinato la pubblicazione del testo contenente le disposizioni sullo stato vegetativo.
(Non è un argomento razionalmente cristallino, ma non posso fare a meno di ricordare, all’invocazione del rispetto di una vita ormai meramente organica, quante esistenze nel senso pieno del termine siano calpestate da questi fantocci vestiti di nero, con la benedizione di altri candidamente vestiti).
(Grazie a Destynova per la tempestiva segnalazione).

giovedì 13 settembre 2007

Proibizionismo per i fast food?

L’obesità affligge molte persone e implica problemi di salute più o meno gravi. Il consiglio comunale di Los Angeles discuterà in autunno un’ordinanza per arginare l’invasione di fast food nell’area meridionale, dove la loro concentrazione è massiccia e gli obesi sono il 30% degli abitanti (la media nazionale è del 20).
La proposta solleva diversi interrogativi, primo fra tutti: servirà a qualcosa? Sebbene appaia bizzarra, la moratoria sui fast food si inscrive in una strada spianata da tempo: dal proibizionismo classico dell’alcol al divieto di fumare nei ristoranti. Dalla messa al bando del foie gras per ragioni etiche (a Chicago) alla proposta di dimezzare le porzioni al ristorante (il fu ministro della Salute Girolamo Sirchia). Già alcuni Stati americani hanno regolamentato i fast food, per ragioni estetiche o di concorrenza. Sarebbe la prima volta a protezione della salute. Tuttavia il paternalismo fa storcere il naso a molti. E sembra trascurare un aspetto: il basso costo di un pasto mordi e fuggi. Anche su questo fronte South LA ha un primato non invidiabile: il 28% della gente vive in povertà, contro il 16,2 nazionale.
Inoltre, l’applicazione dell’eventuale moratoria inciampa nell’ostacolo di definire un fast food. Molti si sono attrezzati da tempo con menu poco calorici e insalate accanto ai cheese burger a due piani. Non è ingenuo e riduttivo identificare fast food e cibo dannoso? Non sarebbe preferibile percorrere la strada della corretta informazione in tema di nutrizione e salute? Nel dubbio, aggiungiamo un posto a tavola per lo Stato, o almeno in fila per pagare un McMenu.

(Quei fast food messi al bando negli Stati Uniti, E Polis).

mercoledì 12 settembre 2007

Anniversari

Giacomo Samek Lodovici giustamente ci ricorda un anniversario cruciale (Nel discorso di Ratisbona lo spartiacque della ragione, Avvenire, 12 settembre 2007):

Il 12 settembre di anno fa Benedetto XVI pronunciava la sua lectio magistralis a Ratisbona. Non è qui possibile riassumere per intero questo discorso strepitoso (che ha sollevato polemiche pretestuose, non sempre in buona fede), perciò ci limiteremo a rimarcarne l’insegnamento più importante per l’uomo della strada. Ebbene, la lectio ha messo in luce l’aspetto di Dio come Ragione e va letta in sinergia (lo cominciò a sottolineare da subito Francesco Botturi su questo giornale) con l’enciclica Deus Caritas est, che si è soffermata su Dio come Amore.
Magari strepitoso va inteso nel significato letterale (qualcuno si è lamentato del tono troppo alto). Senza dubbio l’uomo della strada non finirà di essere grato per avere imparato che Dio è Ragione (o che la Ragione è Dio, se c’è equivalenza funziona pure così). Ma Dio è anche Amore (e però bisogna intendersi, perché c’è amore e amore).
Proprio sul retto amore Samek ci offre in conclusione qualche consiglio da posta del cuore:
sia evitare l’emotivismo, che è la riduzione dell’amore a sentimento (che è pur importante nella vita), visto come unico criterio dell’agire (cfr. il diffuso modo odierno di vivere le relazioni affettive non solo pre, ma anche matrimoniali), sia bandire le forme di falso amore (come l’eutanasia e l’aborto).
Tutto chiaro?

Dubbi amletici

Ma non avrebbe potuto banalmente divorziare? Nemmeno a dire che rischiava di essere escluso dalla santa messa funebre, come invece può capitare a uno sfigato camionista (per altri commenti sul camionista Aioros dixit).

martedì 11 settembre 2007

Trofeo Luca Volontè

Da tanto ci si pensava e finalmente oggi il sogno è stato coronato: nasce il Trofeo Luca Volontè.
Metà Ig® Nobel Prize, metà Prestigioso Premio Calderoli, il Trofeo Luca Volontè intende premiare i più meritevoli e fantasiosi paladini del rutilante panorama contemporaneo.
Mi raccomando, resistiamo alla tentazione di assegnarlo ogni volta a colui che dà il nome al suddetto Trofeo. Lo scopo è anche quello di farlo sentire meno solo nella sua geniale sregolatezza.
Le categorie possono essere le più varie: dalla politica al giornalismo, dalla filosofia alla religione, dal costume alla televisione. D’accordo: alcune aree si prestano più di altre, ma chi è votato alla ricerca troverà nei luoghi più impensati.
La scadenza varia, le motivazioni per la consegna del Trofeo anche: è il Trofeo Luca Volontè, mica quello Richard Dawkins.
Scriveteci, Signore e Signori, e fate le vostre proposte!
È gradita una breve spiegazione per godere meglio e appieno della consegna. La giuria (Bioetica, insomma i padroni di casa) sceglierà con insindacabile e incontestabile deliberazione.

ps
Per candidare il proprio beniamino al Trofeo è preferibile scegliere una dichiarazione o un comportamento estemporanei (piuttosto che olisticamente il candidato).

Eutanasia e testamento biologico: nuova versione di Luigi Verzè

Luigi Verzè dichiara a proposito di eutanasia (Don Verzè su eutanasia e testamento biologico, Vivere & Morire, 2 settembre 2007):

qualunque sia la motivazione, è irrazionale. È anche scientificamente e professionalmente riprovevole perché rivela vuoto culturale, antropologico, teologico. È come buttare un diamante perché non s’è trovata la punta dura per renderlo trasparente. Uccidere per compassione è meschina codardia*; è contro il progresso verso l’uomo integrale. Niente può giustificare la soppressione della vita. Il diritto di morire non va contrabbandato con l’uccidere.
Dichiarare qualcosa irrazionale a priori (qualunque sia la motivazione) è irrazionale, anzichenò! La metafora del diamante è fuori fuoco, del tutto: se il diamante è la persona che chiede l’eutanasia, non è che ci siamo persi la punta per renderlo trasparente (trasparente?), quanto abbiamo assistito impotenti alla sua quasi totale e irreversibile distruzione. Colpisce, al di là dei singoli passaggi, che manchi del tutto il punto di vista di colui che potrebbe chiedere l’eutanasia (a parte l’avergli dato dell’irrazionale, se ammettiamo che qualcuno che desideri qualcosa di irrazionale sia, almeno in parte, irrazionale). Libertà personale, autodeterminazione, possibilità di decidere circa la propria esistenza non sono nemmeno menzionate.
Vediamo se va meglio sul testamento biologico:
ad evitare la sofferenza non servono metodi abrogativi della vita, tutti brutali. Occorre un’illuminata deontologia, una cultura pluridisciplinare su quelle proprietà integranti della vita che sono la sofferenza e la morte. Questo intendo per morire vivi, per gestione della qualità di vita e di morte.
No, non va affatto meglio.

* Giustamente nel pezzo si ricorda che Luigi Verzè (nell’ottobre dello scorso anno) aveva dichiarato di avere staccato il respiratore ad un amico (per compassione, mica per meschina codardia!). E aveva commentato con dichiarazioni del seguente tenore (riferendosi ad un Cristo ligneo):
Lo hanno fatto morire, certo. Ma Lui poteva scendere dalla Croce e invece si è lasciato morire: per amore.
Oppure (riferendosi verosimilmente a cristiani del nostro tempo):
Tenere in vita una persona a tutti costi è ostinazione, non conservazione della vita. Se una persona vive così, solo grazie alle macchine, e chiede lucidamente di essere staccata, io credo che farlo possa essere un atto d’amore, un gesto cristiano.
A Roma per chi cambia idea esiste un proverbio che è meglio non riportare in questa sede...

Padre, figlia e...

Non siamo blasfemi, per carità. Perché è certo che il libro in uscita chiarirà moltissime questioni complesse e oscure: Testamento biologico, quale autodeterminazione?, di Marina Casini, Maria Luisa Di Pietro e Carlo Casini.
Il libro (si legge nella presentazione della casa editrice)

indagando nello spazio della scelta dei trattamenti sanitari e nell’orizzonte ben più complesso del senso della vita, delle relazioni umane e del diritto, affronta senza pregiudizi questo delicato tema che è divenuto di grande attualità sociale e politica con i casi Terri Schiavo e Welby.
Già, il senso della vita. Lo compro immediatamente.

Un prelievo di sangue per la diagnosi prenatale

Non più l’amniocentesi per effettuare una diagnosi prenatale, ma un banale prelievo di sangue (Amniocentesi, un prelievo di sangue la sostituirà, Dr. Sport, 11 settembre 2007):

Niente più amniocentesi per le future mamme, sarà sostituita da tecniche meno rischiose e invasive. Un prelievo di sangue sarà la nuova frontiera della diagnosi prenatale. Per individuare eventuali alterazioni di cromosomi che possono rivelare malformazioni al feto, sarà sufficiente un prelievo di sangue della futura mamma in dolce attesa. L’amniocentesi viene effettuata per malattie come la sindrome di Down. L’innovazione viene dall’Italia, e precisamente dall’Università di Perugia, all’avanguardia nel settore a livello mondiale. La sperimentazione per il momento sta avvenendo nella sola Umbria, e la diagnosi arriva nel giro di due settimane.
Si potrà in questo modo conoscere lo stato di salute del feto senza correre il rischio delle complicanze dovute alla amniocentesi, seppure ormai ridotte a percentuali molto basse. Una buona notizia dunque, anche se per coloro che disprezzano la selezione forse sarà una pessima facilitazione per le donne, una tentazione irresistibile di scartare i prodotti difettosi (senza nemmeno rischiare nulla!).

lunedì 10 settembre 2007

Agli antipodi

Il 7 settembre la Camera Bassa dello Stato della Western Australia ha approvato per 26 voti a 16 una legge che rende legale la clonazione terapeutica (la tecnica con cui potrebbe essere possibile produrre cellule staminali su misura per ogni singolo paziente), nonché la sperimentazione scientifica sui cosiddetti embrioni orfani. Si attende adesso il voto della Camera Alta per l’approvazione definitiva; la legge promulgherà a livello statale (l’Australia, com’è noto, è una federazione) le norme già approvate dal parlamento federale l’anno scorso.

L’Australia, evidentemente, è piuttosto diversa dall’Italia; ma la Chiesa cattolica è la stessa dappertutto. È successo quindi che, qualche tempo prima del voto, l’arcivescovo di Perth, Barry Hickey, abbia minacciato i membri cattolici del parlamento della Western Australia di voler «riconsiderare la natura del loro rapporto con la Chiesa», se avessero votato a favore della legge; in altre parole, di scomunicarli. Qual è stata la reazione delle istituzioni?
Fred Riebeling, il presidente della Camera, è intervenuto ammonendo l’arcivescovo che avrebbe potuto essere accusato di «disprezzo del parlamento» per i suoi commenti. Ve lo immaginate Bertinotti nelle medesime circostanze?
L’Australia è decisamente molto diversa dall’Italia...

Luca Volontè vs la 194

Veniamo a sapere (Aborto: le reazioni alle richieste del cardinale Ruini, la Voce d’Italia, 7 settembre 2007) che Luca Volontè, nostro beniamino, ha depositato un disegno di legge per la modifica della 194. Il cuore della sua proposta, credo, starebbe qua (cito): “inserire nel codice penale il reato di procurato aborto, punibile con l’ergastolo”. La proposta, si aggiunge immediatamente come per rassicurarci, “è in linea con i dettami del Movimento per la Vita, secondo il quale «l’uomo è sempre uomo fin dal concepimento»”. Non sono riuscita a trovare il testo del nostro, ma ho facilmente recuperato la sua precedente proposta di modifica risalente all’aprile 2006 (l’avrà riciclata, immagino, inserendo qualche minaccia carceraria qua e là). La proposta (n. 81, presentata il 28 aprile 2006), dopo la prevedibile premessa sul dominio della cultura della morte, sul fallimento della 194, sulla riduzione quasi totale delle ragioni per abortire a problemi economici, contiene articoli davvero spassosi.
Come l’articolo 1:

1. Dopo l’articolo 4 della legge 22 maggio 1978, n. 194, è inserito il seguente:
ART. 4-bis.
1. Alle donne che rinunciano alla interruzione della gravidanza lo Stato eroga un contributo pari a 516 euro mensili per la durata di un anno, che decorre dal momento del concepimento fino al ricovero del minore in un istituto di assistenza, ovvero alla sua adozione o affidamento.
516 euro per 1 anno? Questo sarebbe il modo per sostenere le gravidanze? E come si calcola il momento del concepimento? E se concepisco e poi abortisco spontaneamente, devo rimborsare i soldi che ho già preso?
Oppure l’articolo 3:
1. Al quarto comma dell’articolo 5 della legge 22 maggio 1978, n. 194, dopo le parole: «di cui all’articolo 4» sono inserite le seguenti: «sentita obbligatoriamente anche la persona indicata come padre del nascituro».
Il corsivo è mio, come il dubbio: e se non so chi sia il padre? Come faccio a rispettare la legge? (Forse ho capito: la legge prevista da Volontè non è adatta a donne di facili costumi che non sanno che il padre del concepito non può che essere il loro legittimo e sacrosanto marito! Come ho fatto a non pensarci?)

domenica 9 settembre 2007

E Polis: si ricomincia

Domani, così sembra.
Diversi giorni fa avevo scritto Il silenzio su E Polis, ma nessuno lo ha pubblicato (altrimenti, forse, non si sarebbe chiamato Il silenzio). Lo posto qui (come si farebbe con un brutto ricordo). Qui invece un post di chiusura di Daniela Amenta (25 luglio 2007), con alcuni link a molti redattori e collaboratori. Speriamo che anche questo vada a riempire il baule dei ricordi passati. Sul futuro e tutto il resto ci sono molte incertezze. Non possiamo che aspettare e vedere che aria tira...

Il 16 luglio è l’ultimo giorno che esce in cartaceo. Fino al 20 è online. Poi la sospensione. “E Polis” chiude per un disaccordo tra l’editore e lo stampatore. Debiti, migliaia di euro, rinunce. Ragioni e motivi di cui forse non sapremo mai abbastanza. Ma degli effetti si sa quanto basta.
Il mondo dei lavoratori di “E Polis” è congelato: quelli a tempo indeterminato, quelli a tempo determinato, quelli senza tempo e senza contratto. I poligrafici e tutti gli altri. Molti giovani.
Tre anni di attività, migliaia di copie distribuite, 15 edizioni, la presenza nella top ten dei grandi: finito o momentaneamente interrotto, non si sa.
Posti di lavoro e disoccupazione, libertà e pluralità di informazione: di questo si tratta, in sintesi. E di dubbiosa attesa.
Dal primo agosto è partita la cassa integrazione per gli oltre 130 giornalisti delle varie redazioni. Per un tempo massimo di 24 mesi. Per tutti una domanda ossessiva: riaprirà?
A questo si aggiunge il silenzio estivo della stampa, quella sopravvissuta. Ci sono le eccezioni, ma le eccezioni sono tali perché la maggior parte si comporta in un altro modo, ovvero tacendo. Si dice spesso silenzio assordante, consumata e sgradevole figura retorica. In questo caso il silenzio è doloroso e offensivo. Non assordante. Non c’è spazio per le figure retoriche. Solo per la rabbia e il disappunto.
D’altra parte è pur sempre estate, e tra gli amori nuovi che sbocciano in spiaggia o in discoteca, i fatti di cronaca splatter, incidenti, puttanieri e parole crociate rimane ben poco spazio per star dietro a centinaia di persone che si ritrovano in un limbo intollerabile. Non ricordate loro che il limbo non esiste più, perché avere una collocazione incerta è pur sempre meglio di non averne nessuna.
Presente impantanato, futuro incerto. Circondati da quella distrazione che spesso circonda le realtà scomode, con il segreto desiderio che spariscano. Forse “E Polis” non è abbastanza patriottico e deferente come Fiat e Alitalia da meritare almeno lo statuto di problema da parte di un Paese che dei giovani parla o li costringe in categorie da sondaggio stagionale, ma non offre loro una mano; della libertà fa spesso scempio o caricatura; dell’informazione considera solo quanto fa comodo; confonde i cortili privati con le pubbliche piazze e l’equità con il privilegio.

Franco Cuccurullo: asso piglia tutto

Prima Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia, nel 1997 Franco Cuccurullo è eletto come Rettore della Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti. Oggi è ancora in carica, al quarto mandato. È potenzialmente rieleggibile ad aeternum perché, contrariamente alla maggior parte di Atenei nei quali c’è un limite per la rielezione, lo statuto della d’Annunzio non pone limiti alla divina provvidenza.
È Presidente della Fondazione d’Annunzio dopo averla creata (2002): “La Fondazione ha personalità giuridica di diritto privato e non ha scopo di lucro, non può distribuire utili ed opera esclusivamente nell’interesse della Università. […] La Fondazione persegue i propri scopi con tutte le modalità consentite dalla sua natura giuridica ed opera nel rispetto dei principi di economicità della gestione” (Articolo 1, Costituzione – sede – delegazioni).
Perché creare una Fondazione? Che cosa fa la Fondazione d’Annunzio?
L’articolo 2 dello Statuto (Finalità e attività strumentali, accessorie e connesse) stabilisce che: “Per il perseguimento delle sue finalità la Fondazione può, fra l’altro:
a) promuovere la raccolta di fondi privati e pubblici e la richiesta di contributi pubblici e privati locali, nazionali, europei e internazionali da destinare agli scopi;
b) stipulare contratti, convenzioni, accordi o intese con soggetti pubblici o privati;
c) amministrare e gestire i beni di cui abbia la proprietà o il possesso, nonché le strutture universitarie delle quali le sia stata affidata la gestione;
d) sostenere lo svolgimento di attività di formazione, ricerca e trasferimento tecnologico, anche attraverso la gestione operativa di strutture scientifiche e/o tecnologiche dell’Università mediante proprio personale amministrativo e di ricerca;” e così via. (Alquanto bizzarro deve’essere un accordo tra l’Ateneo e la Fondazione siglato Cuccurullo/Cuccurullo).
In altre parole, viene snellito l’iter burocratico pubblico. Secondo Fabio della Lista Studentesca 360 Gradi (Fondazioni “G. d’Annunzio”: cosa accade in caso di inadempienza?, Il Rombo, I, 1, p. 5) “si fa più in fretta. Come? Evitando le procedure pubbliche di appalto e passando per le chiamate dirette di ditte e tecnici al momento occorrenti e con criteri mai chiariti; insomma si passa ad una gestione privatistica. Ciò equivale a dire che alcuni servizi dell’Università si PRIVATIZZANO.
[…] Alcuni “autorevoli” esponenti del nostro Ateneo hanno raccontato che l’efficienza e l’efficacia sarebbero state le peculiarità principali della Fondazione per cui si potevano tranquillamente trasferire (o assegnare o delegare) alcuni servizi a questo ente strumentale: la manutenzione ordinaria e straordinaria degli immobili dell’Università, la gestione del CESI, ITAB, CedUc e i servizi di guardiania e uscierato sono stati trasferiti alla FONDAZIONE.
Proprio la MANUTENZIONE ha un costo annuo superiore ai 3 milioni di euro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti […].
Questo Ente di diritto privato sembra non stia svolgendo i compiti concordati con l’Ateneo. A questo punto l’Università dovrebbe intervenire nei confronti della Fondazione per far rispettare la Convenzione stipulata; ma perchè tarda tanto? È semplice: gli uomini che guidano la FONDAZIONE G. d’Annunzio sono gli stessi ai vertici del nostro Ateneo. Quindi anche il controllore e il controllato coincidono. La legislazione e le norme di riferimento in materia di Fondazioni universitarie affermano: “in caso di mancata o grave irregolarità nell’attuazione delle linee guida di attività o di grave impedimento delle convenzioni, gli enti di riferimento possono procedere alla revoca ed alla sostituzione dei componenti del consiglio di amministrazione dallo stesso designati”. Nel nostro caso i designatari sono anche membri degli organi “nominanti”. Come si risolve la situazione? È lecito riflettere su questa contraddizione. La realtà dei fatti ci obbliga a sollevare la questione anche a livello nazionale”.
Con quali soldi è tenuto in vita la Fondazione d’Annunzio?
Secondo quanto riportato da Alessandro Biancardi in un dossier accurato sull’impero di Cuccurullo (Imperatore Cuccurullo, PrimaDaNoi.it, agosto 2005) il 3 febbraio 2003 “il Consiglio di amministrazione dell’Università stabilisce «su proposta dei professori Bonetta e
Falaco… una dotazione iniziale di 600.000 euro quale fondo capitale iniziale ed ha stabilito di attribuire con decorrenza dal 2004 un contributo annuo di 500.000 euro». Chi caccia questi soldi? L’Ateneo (pubblico)”.
Il Consiglio di Amministrazione è composto al massimo da 8 membri compreso il Presidente e, in base all’articolo 11 dello Statuto (Consiglio di Amministrazione), i componenti sono: il Presidente; 2 membri nominati dal Consiglio di Amministrazione dell’Università; 2 membri nominati dal Senato accademico dell’Università; 1 membro designato dal Ministero. Siamo a 6 membri; i posti liberi sono solo 2. Difficile immaginare che un privato o un ente pubblico investa in una condizione in cui a priori la maggioranza del Consiglio di Amministrazione sarà “universitaria”. I soldi gestiti dalla Fondazione sono, verosimilmente, soltanto quelli dell’Università, ovvero soldi pubblici. Come non domandarsi insieme a Bianciardi: “È giusto gestire con regime privatistico, per la gran parte, soldi pubblici? E poi, siamo davvero sicuri che un ente che gestisce soldi pubblici possa definirsi di diritto privato? I soldi rimangono pubblici anche se passano di mano: questo è sicuro”.
Aggiunge Fabio della Lista 360 Gradi riguardo alla gestione dei fondi (Fondazione Universitaria “G. d’Annunzio, Rombo, I, 1, p. 4): “Successivamente le attività “trasferite” dalla gestione “pubblica” dell’Ateneo a quella “privata” della Fondazione sono incrementate; […]. Nel pratico la Fondazione “affida direttamente” il servizio ad una ditta esterna che poi svolge queste attività; l’azienda assegnataria del servizio è la stessa che c’era prima. Allora, cosa è cambiato?”.
In conclusione (ancora Bianciardi): “Per gestire lo stesso ente (Università) c’è bisogno di un secondo organo (Fondazione) che assorbe numerose risorse. Se poi, grosso modo, sono le stesse persone ad occupare le poltrone non si capisce l’utilità del «braccio operativo». Rettore, dirigente, revisori si ritrovano anche in Fondazione. In definitiva, che cosa quelle stesse persone non possono fare nel Consiglio di amministrazione dell’Ateneo (pubblico) ed invece possono fare in quello della Fondazione (privata)?”.
Lo slogan della Fondazione strappa un sorriso: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” (Marcel Proust). Difficile adattarlo a un vero e proprio conquistatore di “terre” quale Cuccurullo!
Ma non è finita qua con il monopolio delle cariche. Perché Franco Cuccurullo è anche nel Consiglio di Amministrazione della Università Telematica (2005), il Campus online dell’Università “G. d’Annunzio” che si chiama Leonardo da Vinci (che ha come slogan: “Oggi. L’Università di domani”), nella duplice veste di Presidente della Fondazione e Rettore dell’Ateneo.
L’Università Telematica è privata, “è un’iniziativa dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara e dell’omonima Fondazione. Una realtà nuova, “giovane”, che da un lato completa l’offerta formativa dell’Ateneo, dall’altro dà impulso alla ricerca nel campo dell’Information and Communication Technology”.
Costa 2.000 euro per un anno di corso.
Promosso e sostenuto dalla Fondazione (Articolo 1 dello Statuto, Istituzione) per perseguire le sua finalità didattiche e di ricerca può (Articolo 5, Perseguimento delle finalità):
a) accedere a fondi pubblici e privati, nazionali ed internazionali;
b) stipulare contratti, convenzioni, accordi o intese con soggetti pubblici o privati, anche ai fini di cui all’art. 8, comma 2, del DM 17.04.2003;
c) amministrare e gestire i beni di cui abbia la proprietà o il possesso, nonché le strutture ed infrastrutture universitarie e le risorse strumentali affidate alla sua gestione con atto convenzionale;
d) sostenere lo svolgimento di attività di ricerca e sviluppo tecnologico, formazione e alta formazione, anche in cooperazione con Università italiane e dell’Unione Europea e partecipare a consorzi, associazioni e fondazioni, che condividano le medesime finalità.
Gli Organi dell’Ateneo sono (Articolo 6): il Presidente del Consiglio di Amministrazione; il Rettore; il Senato Accademico; il Consiglio di Amministrazione; i Consigli di Facoltà; i Consigli di Corsi di Studio; il Direttore Generale; il Collegio dei Revisori; il Nucleo di Valutazione.
Il Consiglio di Amministrazione è composto (Articolo 11): dal Presidente della Fondazione “Università Gabriele d’Annunzio”, che lo presiede; dal Rettore, nominato ex art. 8;
da due professori di ruolo dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio”, designati dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione previa autorizzazione dell’Università
dai due componenti scelti dal Consiglio di Amministrazione dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio”; da un rappresentante del MIUR; dal Direttore Generale.
I soliti noti, dunque.
A fronte delle esorbitanti cifre destinate alla Fondazione, delle roboanti dichiarazioni di intenti dell’Università Telematica e dei proventi delle tasse universitarie gli studenti lamentano una situazione drammatica nell’Università, quella fatta di mattoni e cemento (Tasse d’iscrizione universitarie: una montagna di soldi, Rombo, I, 1, p. 6): “Non secondaria è la considerazione in tema di servizi offerti: sono scadenti, insufficienti e talvolta obsoleti. Tra i tanti dati sfoderati dall’U.dA. non vengono mai citati il numero di postazioni informatiche, quelli riguardanti gli spazi dedicati alle biblioteche, quanti e quali sono i laboratori di Facoltà (quelli accessibili agli studenti). Noi, anche non conoscendo quei dati ufficiali, possiamo solo prendere atto che i 28,5 milioni di euro vengono utilizzati in maniera alquanto discutibile; ad esempio qualcuno ci spieghi perché assegnare ai fondi per l’E-learning la somma di 1,2 milioni di euro e dotare di attrezzature informatiche una struttura che sta a Torrevecchia Teatina lasciando le Facoltà di Scienze MM FF NN, Farmacia, Scienze Sociali, Psicologia, Scienze della formazione prive di aule informatizzate.
Non serve un analista per affermare che le postazioni informatiche sono clamorosamente insufficienti, che i laboratori sono quasi inesistenti e che le biblioteche sono piccole rispetto al numero enorme di studenti; invece serve un analista per capire perchè ogni volta che poniamo all’attenzione queste problematiche veniamo ignorati come se tutto fosse normale”.
Da aggiungere a tutto ciò ci sono le barriere architettoniche, le sedie divelte, le finestre sigillate e così via che la Lista 360 ha immortalato in una galleria degli orrori (il reportage fotografico è pubblicato su Rombo, I, 1 e online: www.360press.com).
Da aggiungere c’è la decisione del Consiglio di Amministrazione, nell’estate 2006, di costruire una chiesa nel campus di Chieti e una nella sede di Pescara (per una spesa di circa 40.000 euro ciascuna).
Nelle Ultimissime dello UAAR dell’1 agosto 2006 Roberto Anzellotti, coordinatore del circolo di Pescara, scrive: “Avendo letto sul numero di sabato 29 luglio scorso del quotidiano “Il Centro” di Pescara la notizia dell’approvazione da parte del CdA dell’Università G. d’Annunzio di Chieti del progetto per la costruzione di una chiesa all’interno del Campus universitario, noi del Circolo UAAR di Pescara ci siamo immediatamente messi in contatto con il Rettore dell’Ateneo, spedendogli una lettera in cui segnalavamo la nostra contrarietà al progetto e chiedevamo spiegazioni sui motivi. La risposta del Rettore non si è fatta attendere, stringata e definitiva: la decisione è stata presa in forma democratica ed a larghissima maggioranza dal CdA e pertanto il progetto si realizzerà!”.
Non è possibile saperne molto di più, dal momento che i verbali dei Consigli di Amministrazione e dei Senati Accademici sono sul sito della d’Annunzio ma sono protetti da una password e non è comprensibile se e in che modo è possibile ottenerla. Curiosa procedura, soprattutto alla luce del fatto che in genere questi documenti sono accessibili liberamente e facilmente nei siti delle altre Università. Certo è che le chiese non mancavano nell’area circostante: secondo la CEI ci sono 14 parrocchie a Chieti e 4 a Chieti Scalo, dunque vicino al Campus (Ss. Crocifisso, Ss. XII Apostoli, S. Pio X e Madonna delle Piane: quest’ultima addirittura in via dei Vestini 178 – il civico della d’Annunzio è il 31 – ovvero esci dal Campus, giri a destra, cammini per 100 metri ed ecco la parrocchia di don Rocco Marsibilio).
Da aggiungere, infine, ai problemi logistici e di carenza di servizi offerti l’inchiesta sulla gestione disinvolta dell’Ateneo abruzzese e sulla abbondanza di “geni” in grado di laurearsi a tempo di record: la percentuale nazionale di laureati prima del previsto è di 5,1%, quella della d’Annunzio molto, molto più alta. Lauree facili, dottori “Speedy Gonzales”, scorciatoia: in una inchiesta su Il Messaggero del 19 maggio 2007 (Vi fidereste di un infermiere laureato in un mese? Ormai per prendere il pezzo di carta ci vuole davvero poco. Colpa delle università che per attirare soldi farebbero di tutto, ma lo scandalo era scoppiato già un anno prima) Anna Maria Sersale introduce l’argomento: “L’Italia sta diventando il Paese delle lauree facili. Con accordi vantaggiosi per tutti. Gli atenei aumentano gli iscritti e attingono più soldi dal fondo di finanziamento ordinario, mentre gli ordini professionali e le associazioni di categoria assicurano ai loro aderenti il biglietto da visita con scritto dott”. A Chieti su 3.653 laureati 2.354 sono “precoci”. Il finale è davvero amaro: foga nel concedere crediti, equipollenza sfrenata, un vero e proprio dottorificio – come lo definisce Gianantonio D’Orazio, Associato in Scienze dell’Alimentazione e vicepresidente del corso di laurea in dietistica, che brucia la concorrenza laureando precocemente il 95,6% di iscritti.
Quali sono questi corsi di laurea magici? “Scienze del Servizio sociale e Scienze manageriali, 32,9% e 60%. Offerte ghiotte per esperti dei servizi, finanzieri, poliziotti e ministeriali. C’è chi spera di fare il salto dal quadro B a quello A. Ma per le Scienze manageriali (sede a Pescara) qualche cosa non ha funzionato. È scattata un’inchiesta della magistratura in base alle denunce di un gruppo di agenti di polizia. Questi, dopo avere pagato per le lezioni, si sono trovati senza crediti, senza voti, senza alcun riconoscimento degli studi fatti. L’ateneo, convenzionato con il Siap, in questo caso era estraneo ai fatti. Sembra che ci fosse un sito web, creato da due napoletani, che avrebbe rastrellato centinaia di iscritti ai quali sarebbe stata prospettata la possibilità di avere una serie di “agevolazioni”. C’è anche chi parla di bus organizzati per portare carrettate di agenti agli esami. Nelle maglie larghe della legge si inseriscono abusi e distorsioni. Riuscirà Mussi, che tre giorni fa ha scritto agli atenei, a fermare fenomeni così inquietanti?”.
Incredibile ma le attività di Franco Cuccurullo non si limitino al baronato universitario. Infatti è anche Presidente del Consiglio Superiore di Sanità per il triennio 2006/2009. Dal 2001 è Presidente del Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR), che ha il compito di valutare i risultati della ricerca e di determinarne i criteri (rieletto nel 2003). Questa ultima carica sembrerebbe proprio entrare in conflitto con la gestione di un ente deputato alla ricerca (di nuovo, il controllato e il controllore vivono nello stesso corpo!). Nel 1999 è stato Membro del Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (Ministero dell’Università).
Non basta. È Presidente della Commissione per l’aggiornamento delle Linee Guida sulla Legge 40/2004 sulla procreazione assistita, la cui decisione abbiamo avuto il piacere di conoscere nel luglio passato.
Tutto questo, e molto altro ancora, in una persona sola! Ai limiti del miracolo, misterioso quasi quanto la transustantazione, è la rappresentazione migliore dell’Italian way of life. Del baronato universitario, della concentrazione di poteri nelle mani di un solo uomo.
Capolavoro di ubiquità, commuove immaginare Cuccurullo correre da un incarico all’altro, da un dovere all’altro senza nemmeno il tempo di prendere fiato. E chi osa dire che gli italiani sono pigri? Gli italiani, almeno alcuni, si sacrificano per il bene dell’umanità. Altro che pigrizia!
Convinto assertore della meritocrazia (come dichiara nella relazione inaugurale dell’anno accademico 2006/2007, L’Università delle avanguardie), forse ritiene di essere l’unico meritevole.

(Agenda Coscioni, settembre 2007; di Franco Cuccurullo avevo già scritto, ma ci sarebbe materiale per una corposa agiografia. Chiedo scusa per la lunghezza del post.)

Aggiornamento: quasi a scadenza regolare si denuncia lo scandalo delle lauree facili, con tanto di indagine della Procura (Lauree facili, Mussi denuncia, Il Messaggero, 1 settembre 2007). Vediamo.

(Nella foto: Livello [-1] della Facoltà di Lettere – Acqua alla base di un quadro elettrico.)

sabato 8 settembre 2007

D’Agostino e l’androgino

Questa volta a dire la sua sugli ibridi citoplasmatici (la cui creazione è stata approvata in linea di principio tre giorni fa dall’Autorità britannica che regola la fecondazione assistita) è il professor Francesco D’Agostino, ex presidente della Commissione Nazionale per la Bioetica («Perché distruggere un embrione “prevalentemente umano” se è utile?», Il Foglio, 7 settembre 2007, p. 2):

“Lo stesso fatto che gli organismi prodotti verranno distrutti dopo quattordici giorni indica che l’Hfea e gli stessi scienziati sono perfettamente consapevoli della mostruosità. Se non ci fosse ‘niente di male’, perché distruggerli?”.
A dire il vero, lo scopo della creazione degli embrioni ibridi è dichiaratamente la produzione di cellule staminali embrionali, che si estraggono dall’embrione quando questo raggiunge lo stadio della blastocisti (una sfera cava di cellule), a partire dal quinto giorno dopo la fecondazione. Com’è noto, l’estrazione delle staminali comporta la distruzione dell’embrione; e questo dovrebbe bastare a rispondere alla domanda del professor D’Agostino.
Ma ammettiamo pure che per qualche motivo uno degli embrioni ibridi si riveli inadatto allo scopo per cui è stato prodotto; perché – potrebbe ribattere D’Agostino – distruggerlo anche in questo caso, e non lasciarlo sviluppare fino al termine? Il problema è che non sappiamo di quali squilibri metabolici potrebbe soffrire un organismo i cui mitocondri (i corpuscoli che producono energia nella cellula) provengono da una specie non umana. Tutto lascia pensare che un embrione siffatto non riuscirebbe a svilupparsi oltre i primissimi stadi, e in ogni caso lo stato di salute di un individuo nato da questo processo rimarrebbe un’incognita. Sono dunque banali considerazioni etiche a proibire un esperimento di questo genere – si vogliono evitare inutili sofferenze future – e non la paura del «mostro».
Se poi in qualche modo si verificasse comunque una nascita, la persona generata in questo modo non avrebbe assolutamente di mostruoso – almeno, per chi non calcola l’umanità in base alle percentuali di Dna, ma in base a caratteristiche un poco più significative. Sono certo che verrebbe accolta senza problemi da tutti – compreso il professor D’Agostino – così come oggi nessuno ha nulla da dire su una persona a cui sia stata trapiantata una valvola cardiaca di suino (e che dopo un po’ si ritrova con cellule animali sparse dappertutto per il corpo).
Gli scienziati e i fautori delle “chimere” sostengono che si tratti solo di uno studio a scopo terapeutico. “Invece no. La terapia non c’entra. Qui siamo di fronte a una ricerca di tipo palesemente eugenetico: non curare, ma costruire una specie umana migliore. Dunque con un’identità diversa, modificata. Per ora, si dice, è solo sperimentazione. Ma una volta accettata la manipolabilità, il problema è la sua ricaduta nella pratica sociale. Che riguarderà tutti, perché metterà in gioco l’identità degli esseri umani anche in quanto ‘uguali’. Perché in futuro alcuni uomini, quelli che potranno permettersi questa tecno-scienza, potranno dire: ‘noi siamo geneticamente diversi dagli altri’. Ma questa è una prospettiva eugenetica, non certo terapeutica”.
Qui è difficile capire di che cosa D’Agostino stia parlando. A parte la contraddizione flagrante con quanto diceva poco prima (gli scienziati sono consapevoli che si tratta di mostri a cui non fare vedere la luce – anzi no, stanno progettando superuomini migliori di noi), non esiste assolutamente nessun indizio che possa far pensare a una ‘superiorità’ di qualsiasi tipo degli organismi che saranno prodotti in questo modo; casomai è vero il contrario, come abbiamo visto: squilibri metabolici anche gravi sarebbero molto probabili. Quella di D’Agostino è dunque un’illazione destituita di fondamento: si ha la nettisssima sensazione che il professore si sia trovato a corto di argomenti (o che il Foglio l’abbia contattato in un momento poco opportuno...), e che abbia riciclato un discorso pensato per tutt’altre circostanze, in particolare per la cosiddetta ingegneria genetica migliorativa.
Un ribaltamento grave, secondo D’Agostino, anche perché “questo è anche un caso conclamato del fatto che oggi viene difesa di più l’identità dell’animale che quella dell’uomo: nel 2009 nell’Ue entrerà in vigore una direttiva che vieta ogni sperimentazione sugli animali. Ma non esiste un divieto analogo per l’embrione umano”.
Proviamo a ripetere le ragioni di questa ‘scandalosa’ disparità (anche se il divieto del 2009 riguarda in realtà solo la sperimentazione dei cosmetici): gli animali – in particolare uccelli e mammiferi – sono esseri sensibili, che è intuitivamente sbagliato sottoporre al dolore per motivi che non siano assolutamente necessari. Un embrione, invece, non è certamente un essere sensibile, né tantomeno una persona dotata di coscienza; questo, almeno, di nuovo, per chi non attribuisce valore solo alle percentuali di Dna ma guarda a qualcosa di più sostanziale. Per chi la pensa a questo modo il dolore di una singola creatura innocente vale e varrà sempre molto di più di miliardi di embrioni di «purissima specie umana».
Inoltre, se si accetta non solo che l’embrione è materia manipolabile, ma che il genoma umano può essere modificato, allora in futuro si potrebbe scambiare il patrimonio genetico tra uomo e donna, ibridare un androgino. E sarebbe ancora il concetto di identità umana a essere violato.
Come già l’articolo che registrava le opinioni di Angelo Vescovi, anche questo si chiude su questa bizzarra evocazione, out of the blue, di una minaccia stravagante e ovviamente del tutto inventata: lì era il «buomo», l’ibrido vivente tra uomo e bue, qui l’androgino. Ti immagini il redattore del Foglio che sollecita l’intervistato: «ora, professore, per la chiusura, mi servirebbe qualcosa di impressionante. No, il minotauro l’abbiamo usato ieri...».
Si potrebbe rispondere a D’Agostino che siamo tutti ibridi, con un patrimonio genetico che è frutto dello scambio fra quello di un uomo e quello di una donna; ma immagino che il professore già lo sappia. Cosa avrà voluto dire? L’unica possibilità è che pensasse a esseri umani dotati di due cromosomi X e di un cromosoma Y... Ma questi esistono già: sono le persone affette dalla sindrome di Klinefelter, o sindrome XXY. Sono maschi (non androgini) con ridotta fertilità e, talvolta, altri sintomi. Nessun bisogno di riprodurre in laboratorio embrioni con questa sfortunata caratteristica, se non – forse – per studiare una cura. Ah, ma già, dimenticavo, questa sarebbe eugenetica, non si può fare...

venerdì 7 settembre 2007

E se fossi stato io?

Il drammatico errore dell’aborto al San Paolo di Milano ha spalancato le porte di un inferno tragicomico. Quello dei goffi e insensati paragoni con l’eugenetica: basta consultare un sussidiario per coglierne l’infondatezza. E quello di controfattuali esistenziali terrorizzanti: “e se avessero abortito me?”.
La prima e impietosa risposta consisterebbe nel rammentare che il malcapitato non starebbe qui a domandare. Più seriamente, bisognerebbe ricordare che le persone potenziali non godono ancora di quella caratteristica necessaria per interrogarsi ed interrogare: l’esistenza. La possibilità di interrompere una gravidanza riguarda proprio questo tipo di persone – ma le persone potenziali, appunto, non esistono ancora e la loro futura esistenza non basta a renderle persone attuali (qui ed ora). L’essenza delle persone potenziali è tanto fluttuante ed eterea da somigliare all’onirico.
“E se avessero abortito me?” non è una domanda sensata (nemmeno se al “me” segue una caratterizzazione emotivamente coinvolgente: “me disabile”, tanto per rimanere intorno al recente fatto di cronaca), dunque, e apre un percorso temporale a ritroso indefinito (perché le persone potenziali sono tali anche prima del concepimento). “E se il 3 settembre 1933 non avesse piovuto?” sarebbe una domanda equivalente – perché se non avesse piovuto una giovane donna (mia nonna) non si sarebbe riparata sotto a una tettoia ove un giovane uomo (mio nonno) aspettava il sereno, non avrebbero cominciato a parlare, non si sarebbero innamorati, non si sarebbero sposati, non sarebbe nata mia madre e così via.
Per concludere: abortire un feto affetto da una qualche patologia non implica non rispettare le persone disabili o attribuire loro meno valore. Essere per la libertà di scelta (compresa quella di abortire) non implica avere l’animo di Carl Clauberg o del suo più famoso compare, Joseph Mengele. Annientare queste differenze rende ogni discorso su quanto accaduto a Milano privo di senso.

Vescovi contro gli ibridi

Sul Foglio di ieri Angelo Vescovi spiega perché, secondo lui, gli embrioni ibridi la cui creazione è stata appena ritenuta ammissibile da un’autorità regolatrice britannica sarebbero completamente inutili («Che la chimera possa servire a curare malattie umane resta una chimera», 6 settembre 2007, p. 1):

“Dobbiamo considerare – premette Vescovi – che la ricerca sulla clonazione terapeutica ha bisogno di grandi quantità di cellule uovo […] si parla di migliaia di ovociti necessari. Impossibile immaginare di ottenerli se non ricorrendo a quelli animali, ed è già un’ammissione della paurosa inefficienza di questa tecnica”.
Ci troviamo, come si vede, di fronte al solito Comma 22 di tutti gli oppositori degli studi sulle staminali embrionali: senza ricerca i risultati sono scarsi; ma i risultati sono scarsi, quindi la ricerca non deve partire...
E ora, aggiunge Vescovi, “si dice che gli embrioni ibridi (ammesso che si riesca davvero a ottenerli) serviranno a studiare i meccanismi di alcune gravi malattie umane, ed è un immenso controsenso scientifico”. Perché? “Ma perché sappiamo che spesso è sufficiente una minima alterazione di un enzima di una cellula o del rapporto bioenergetico tra alcuni organuli intracellulari, per produrre uno stato patologico in un organismo, e stiamo parlando di una situazione fisiologica, ovvero di una cellula interamente umana”. Che cosa può avvenire, allora, in embrioni ottenuti mediante fusione di una cellula somatica umana con un ovocita animale privato del proprio nucleo, ovvero “quando si andrà ad accoppiare un nucleo di origine umana con il Dna mitocondiale di cellule bovine? Come minimo, il rapporto bioenergetico tra il nucleo e il Dna della cellula umana e quello bovino sarà decine di volte più alterato di quanto accada in una cellula che di per sé è patologica anche per una lieve e unica alterazione”.
Ecco il punto: “Come è possibile pensare che quello così ottenuto possa essere considerato un modello affidabile per lo studio di patologie umane, come il diabete o il Parkinson, nelle quali plausibilmente la morte delle cellule è data da piccoli squilibri? La cosa non è scientificamente sostenibile”.
Cerchiamo di tradurre in termini comprensibili. I mitocondri sono piccoli componenti isolati che si trovano nel citoplasma della cellula, al di fuori del nucleo. La loro funzione principale è di fornire energia al resto della cellula. Negli ibridi citoplasmatici, di cui stiamo parlando, il nucleo della cellula è umano, mentre gran parte del citoplasma – e con esso dei mitocondri – è di origine animale. Il dubbio espresso da Vescovi è legittimo: saranno in grado i mitocondri di vacca o di coniglio di fornire energia in modo adeguato a una cellula umana? Alcune malattie che si vorrebbero studiare con le cellule staminali derivate da questi embrioni (come i morbi di Parkinson e di Alzheimer) sembrano dipendere almeno in parte proprio da anomalie nel funzionamento dei mitocondri: che credibilità avrebbero, allora, degli studi effettuati con cellule con mitocondri non umani? E prima ancora di questo: la struttura di un mitocondrio è formata in gran parte da proteine costruite in base al Dna del nucleo. Non è affatto certo (ed esistono prove sperimentali che sembrerebbero escludere questa possibilità) che essa possa lavorare con il Dna mitocondriale, se questo appartiene a una specie animale molto distante da quella umana.
Esistono, come si vede, parecchie incertezze; ma è proprio per questo che servono gli esperimenti. Dai commenti di Vescovi e di altri emerge una strana idea della scienza empirica, in cui l’esperienza di laboratorio si avvia solo quando si ha già la verità scientifica in tasca, dopo averla conquistata in qualche modo non specificato.
La situazione, del resto, non è priva di speranze. Il nucleo umano che viene inserito nella cellula animale non arriva perfettamente pulito e isolato: è accompagnato da una frazione del citoplasma umano, con i suoi propri mitocondri. È perlomeno concepibile che questa percentuale di mitocondri umani possa essere aumentata, e che sfruttando proprio la temuta incapacità dei mitocondri animali di funzionare a dovere possa prendere il sopravvento sulla frazione animale (cfr. Inter-species embryos: A report by the Academy of Medical Sciences, 2007, pp. 25-26).
Quanto agli studi sul Parkinson e sull’Alzheimer, essi costituiscono solo una parte delle proposte di ricerca (che dovranno comunque ricevere individualmente l’approvazione delle autorità britanniche); in effetti, gli embrioni ibridi dovrebbero servire in primo luogo a studiare i meccanismi del trasferimento di nucleo, in modo da migliorarne l’efficienza. In particolare, si potrebbe chiarire il funzionamento della riprogrammazione che rende nuovamente indifferenziato il nucleo di una cellula specializzata; in questo modo, sarebbe forse possibile riprodurre il fenomeno anche senza passare attraverso il trasferimento nucleare. Per queste ricerche è perlomeno concepibile che un imperfetto funzionamento dei mitocondri si riveli irrilevante.
Perché, allora, tanta enfasi sull’importanza della creazione di ibridi? Secondo Angelo Vescovi, nella decisione inglese “vince una certa visione anglosassone della ricerca come opera magna che nulla può arrestare. Ma la percezione è che gli interessi più forti in gioco siano solo in piccola parte scientifici. Sappiamo che i riflettori dei media sono accesi in permanenza sul capitolo clonazione, che suscita speranze di brevetti e di grandi guadagni”.
La visione che della scienza anglosassone ha il professor Vescovi necessita forse di qualche correzione. Il baconiano «realizzare tutto ciò che è possibile» ha sempre avuto un seguito sottinteso: «e che serva a qualcosa». Le risorse sono limitate anche in Inghilterra, e a nessuno piace sprecare soldi e anni di carriera inseguendo – per usare la non originalissima battuta del Foglio – chimere. Questi esperimenti potranno concludersi benissimo in un nulla di fatto (come tutti gli esperimenti scientifici che vengono iniziati), ma la speranza che portino a risultati importanti c’è.
Quanto agli interessi economici in ballo, ecco un nuovo paradosso: se le cellule staminali sono un vicolo cieco, com’è possibile che qualcuno speri di ricavarne una montagna di soldi? I soldi si fanno essenzialmente vendendo cure efficaci, non certo elemosinando fondi per la ricerca; questo vuol dire, di nuovo, che esiste una speranza concreta di arrivare a risultati utili. Vale anche la pena di sottolineare che, a differenza di quanto uno potrebbe capire dagli articoli di Vescovi e di altri come lui, anche le staminali adulte sono state oggetto di brevetti: alcuni dei quali registrati – sorpresa! – dal professor Vescovi in persona. L’illustre scienziato si trova insomma nella stessa barca con i suoi colleghi delle staminali embrionali – anche se, in effetti, una differenza c’è: questi ultimi non hanno mai tentato di mettere fuorilegge le ricerche della ‘concorrenza’, mentre Angelo Vescovi ha dato un contributo non esiguo a far fallire il referendum sulla legge 40, che avrebbe potuto rendere di nuovo pienamente legali gli studi sulle staminali embrionali in Italia...
“Forse qualcuno sogna di costruire in laboratorio un ‘buomo’, metà bue e metà uomo. Allora, per favore, non chiamiamola scienza”.
E su questo, infine, siamo d’accordo: questa non è scienza, e anche chi evoca questi fantasmi non è – mentre lo fa – scienziato.

mercoledì 5 settembre 2007

Rule Britannia!

La Hfea, l’agenzia governativa del Regno Unito che regola il campo della fecondazione assistita, ha deciso oggi di garantire in linea di principio agli scienziati britannici il permesso di produrre i cosiddetti ibridi citoplasmatici, embrioni creati con l’inserimento del nucleo di una normale cellula umana nell’ovocita (privato dei propri cromosomi) di un animale, che diventeranno fonti di cellule staminali embrionali ovviando alla scarsità di ovociti umani. Le richieste dei gruppi di ricerca dovranno comunque venire approvate una per una. Una legge che regolerà ufficialmente il campo dovrebbe essere approvata in parlamento entro la fine dell’anno; essa non potrà che confermare l’orientamento liberale assunto dalla Hfea, dopo che l’anno scorso una proposta governativa di bandire questa e altre tecniche simili aveva causato una sollevazione nel mondo scientifico. Lunedì scorso un sondaggio aveva rivelato che una ampia maggioranza del pubblico, il 61%, è favorevole alla creazione di questo tipo di ibridi.

Una vittoria per i liberali di tutto il mondo e per la ricerca scientifica: il Regno Unito si conferma ancora una volta all’avanguardia. Una sconfitta per gli integralisti, strenui avversari – come scrivevamo tempo fa – di «tutto ciò che mette in pericolo l’ordine immutabile e ‘naturale’ del mondo, e con esso gerarchie e privilegi consolidati da tempo immemorabile». Britons never, never shall be slaves!

lunedì 3 settembre 2007

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Clicco per leggere un articolo di Daniel C. Dennett (The Agony of Misplaced Ecstasy) e in basso a destra una immagine attrae la mia attenzione, sembra una locandina di un film, penso a The Funeral Party, cose così. Ma leggendo quanto segue al punto interrogativo viene proprio voglia di compiere un gesto scaramantico retrivo e irrazionale... (Se vai nel loro sito ti fanno il preventivo senza spese aggiunte).

Un’intervista a...

... metà del team di Bioetica, su Radio Tre, condotta da Tommaso Giartosio per la trasmissione Fahrenheit del 31 agosto 2007: «Perché no: un approccio alla bioetica» (per ascoltarla occorre RealPlayer).

Aggiornamento: l’intervista è adesso disponibile anche in formato mp3 (grazie a Nova).

domenica 2 settembre 2007

Non chiamatela vita da cani...

Il pastore tedesco Gunther IV, appartenuto a una contessa tedesca, ha ereditato 133 milioni di euro. Ed è in buona compagnia. (Follia o presa in giro?).

Agorà dei giovani italiani

Ben strana esortazione per un Papa. Intanto i giovani sono diventati 500mila. Se non ci sono qui i miracoli, dove?

sabato 1 settembre 2007

Eran trecento(mila), erano giovani e forti, e sono diventati quattrocento(mila)

Un vero miracolo, e nel giro di poche ore! (I 300 mila ragazzi di Ratzinger. Preghiere, veglie e lo show in tv, Il Corriere della Sera, 1 settembre 2007 e Benedetto XVI davanti a 400mila persone: a meno che quei centomila non siano ottuagenari.)
Photogallery dei Papaboys.

Luca Volontè e le mamme inglesi

Il più recente articolo di Luca Volontè («La famiglia è in pericolo ma preferiamo parlare delle follie ambientaliste», Libero, 31 agosto 2007, p. 13) è ancora più rapsodico della media a cui l’Onorevole Capogruppo ci ha abituati: il pezzo si apre con alcune fini considerazioni sull’opportunità di non emettere flatulenze in pubblico, e si chiude con un’accorata critica al Presidente del Consiglio, reo di avere rinunciato, «a malincuore certo», a difendere «la verità e la Chiesa», come Erode (forse il paragone più corretto sarebbe stato con Pilato – ma non facciamo i pedanti, via). Nel mezzo, Volontè ci regala una fulminante intuizione sociologica, che è mio dovere – ne sono convinto – contribuire a divulgare il più ampiamente possibile. Eccola:

sedici teenagers accoppati tra loro [gli adolescenti inglesi] dall’inizio del 2007 ad oggi. Effetto del “breakdown England” come dicono i conservatori, della ridicolissima e dannosissima battaglia antifamiglia degli ultimi 20 anni. Ma anche della folle e semplice considerazione del via libera agli ibridi e ai perfetti da laboratorio. Se posso aver un figlio perfetto e che “rompe” meno, magari tra qualche anno, che m’importa di perdere tempo di [sic] educarlo oggi...
Ecco, ecco la spiegazione dell’angoscioso picco di violenza giovanile nel Regno Unito! Come abbiamo fatto a non pensarci prima? Eppure era così ovvio: dopo che il governo britannico ha dato il «via libera» alla produzione dei «perfetti da laboratorio», che come tutti sanno sono bambini transgenici tranquillissimi e molto molto educati (anche se sembrano tutti usciti dal Villaggio dei dannati) – la notizia mi era sfuggita, lo confesso, ma evidentemente non è sfuggita alle mamme degli slum di Liverpool, così come non è sfuggita all’informatissimo Volontè, parlamentare notoriamente molto colto – dunque, dicevo, dopo che il governo britannico ha dato luce verde ai suoi tecnoscienziati, le mamme inglesi sono state lestissime a fare due più due (complice anche la battaglia antifamiglia): se posso avere un perfetto damerino, magari fra qualche anno, chi me lo fa fare, si sarà detta la tipica snaturata mamma britannica, a farmi in quattro per educarlo oggi?
Cioè, naturalmente, non nel senso che è assurdo educare in anticipo un bambino non ancora nato – Volontè evidentemente si è permesso una piccola licenza stilistica; il senso è che è inutile educare un bambino adesso quando ne puoi avere uno già educato tra qualche anno, ecco.
Uhm. Vabbeh, a ben vedere, detto così uno potrebbe obiettare alla mamma inglese: sì, ma mentre aspetti il bambino perfetto, o madre snaturata, ti tocca sorbirti un delinquente minorile e baby-killer, che si vende l’argenteria di casa per mettere su un commercio di ecstasy e ti mena pure se dici «ah».
Eh, non so in effetti cosa potrebbe obiettare Volontè. Forse che per le mamme inglesi – quelle snaturate! – vale comunque la pena? Magari il figlioletto transgenico va ad Eton e poi a Cambridge: sono soddisfazioni, no? Però il baby-killer lo potrebbe accoppare prima, tipo Caino e Abele (l’Onorevole apprezzerà il paragone biblico, spero), e questo vanificherebbe tutto, temo... O forse il governo britannico ha dato il via libera anche all’eutanasia dei delinquenti minorili, consigliato dai suoi tecnoscienziati (i più cattivi del mondo, lo ha detto la Roccella da qualche parte)? Mi sa che chiederò spiegazioni a Luca Volontè. Sì. O magari a qualche mamma inglese...

Chi ha paura della Sindrome di Down?

Il Foglio prosegue la sua campagna ipocrita e buonista scomodando perfino un linguista (!) allo scopo di fare chiarezza sui termini – condizione necessaria prima di passare ai concetti. Ma torniamo ai termini.
In Mio figlio è Down, non “sbagliato” (31 agosto 2007 – ma chi ha mai detto che i disabili, e non solo chi è affetto da Sindrome di Down, siano “sbagliati”?) la parola viene lasciata a Michael Bérubé (sottotitolo: Il linguista Michael Bérubé ha rotto con i liberal perché giustificano la “microeugenetica”. “Abbiamo introdotto nella società missioni ‘cerca e distruggi’. Possono portare via la dignità umana di Jamie”).
La premessa: alla seconda gravidanza per Janet e Michael si prospetta la possibilità di fare l’amniocentesi. “Cosa facciamo se aspettiamo un bambino con la sindrome di Down?”, si legge nel pezzo. La risposta è affidata a una lunga perifrasi:

A quel bambino, che poi chiamarono Jamie, suo padre ha dedicato uno dei libri più commoventi degli ultimi vent’anni, “Life as we know it”. Bérubé, che insegna Letteratura alla Penn State University e collabora con molte riviste progressiste, non è stupito che anche in Italia sia caduto il tabù nell’uso della parola “eugenetica”, come dimostrano i siti Internet delle Asl (vedi il Foglio del 29 agosto).
E menomale che ci fa pure il linguista! E si prosegue:
Proprio sull’eugenetica Bérubé ha rotto con la cultura liberal di provenienza, facendosi paladino del diritto degli invalidi, fino a contemplarne la difesa a livello costituzionale.
“I liberal sono riluttanti a vedere i diritti dei disabili come parte di un programma di diritti civili” ci dice Bérubé. “Sanno benissimo che le persone con disabilità sono esseri umani come ogni altra persona. Eppure sostengono lo screening prenatale e l’eutanasia, sulla base dell’idea che l’autonomia individuale deve essere rispettata e che non c’è valore morale trascendente”.
Valore morale trascendente? Io non so quale fosse la cultura liberal di provenienza di Bérubé, ma di certo una cultura che nega i diritti ai disabili tanto liberal non è. Il problema casomai è l’effettiva realizzazione di quei diritti (ma questa è un’altra storia). Quando Bérubé arriva poi a sostenere che “non abbiamo idea neanche di cosa intendiamo quando pensiamo al ‘bene della specie in quanto tale’” dimostra di avere dimenticato del tutto di mettere a fuoco. Continua a guardare nell’obiettivo pensando che fuori ci sia molta nebbia.
Non manca il richiamo alla potenziale maggiore felicità delle persone “non normali”, resistente come un tormentone estivo ma affatto pertinente:
Oggi che Jamie è quello che è, sono arrivato alla conclusione che la nostra paura del ritardo mentale è del tutto sproporzionata e che milioni di persone ‘mentalmente ritardate’ possono vivere felicemente, forse più di coloro che vivono una esistenza ‘normale’.
Dimenticavo: cos’è la microeugenetica per Bérubé (non poteva mancare un neologismo...)?
la manipolazione embrionale è tale che “se iniziamo a pensare sulla base della scala biochimico-molecolare, ci avviamo sulla strada di un nuovo tipo di microeugenetica, in cui l’obiettivo dell’eugenetica non è più prevenire che certe persone si riproducano, ma di ‘migliorare’ certi tratti individuali negli embrioni”.
Bastava forse usare manipolazione genetica positiva/negativa o manipolazione terapeutica/migliorativa, ma a Bérubé piaceva questo termine e perché fargliene una colpa.
La conclusione dimostra – se ce ne fosse ancora bisogno – quanto sia sballato tutto il discorso di Bérubé (o quanto sia usato a sproposito):
A partire dal 1927, la disabilità è stata una giustificazione sufficiente alla Corte suprema per dichiarare legale la sterilizzazione involontaria.
(Nella foto: Michael, Nick e Jamie Bérubé).

Aggiornamento/approfondimento: consiglio vivamente di leggere il commento di Filter al riguardo.