mercoledì 31 ottobre 2007

Obiezione di coscienza e liberalismo

Nei commenti a favore delle dichiarazioni papali sull’obiezione di coscienza dei farmacisti, nessuno (o quasi) ha ancora invocato a sostegno del «diritto» di rifiutare certi farmaci l’argomento liberale per eccellenza: che non si può costringere qualcuno a compiere un’azione contro la sua volontà, neppure in nome di un più o meno concreto bene generale. Il mancato ricorso a questo principio si spiega abbastanza facilmente: in base allo stesso argomento, neanche l’azienda o l’istituzione di cui l’obiettore fa parte o da cui in qualche modo dipende avrebbero il dovere di continuare a mantenerlo tra i loro impiegati o a fornirgli le necessarie licenze, se egli intralciasse l’erogazione di quei servizi che sono tenuti per contratto o per legge a fornire. Il chirurgo che si rifiuta di praticare aborti non può certo essere costretto con la forza ad eseguirli; ma allo stesso modo l’ospedale in cui opera non dovrebbe essere costretto a pagargli uno stipendio – non più di quanto debba essere costretto a pagarlo a un chirurgo che non sa nemmeno come si opera un foruncolo. La legge italiana, è vero, consente l’obiezione di coscienza ai medici antiabortisti (e a chi si rifiuta di praticare le tecniche di procreazione medicalmente assistita o gli esperimenti sugli animali), sebbene con l’obbligo – ampiamente disatteso – per le strutture sanitarie di garantire in ogni caso gli interventi di interruzione della gravidanza; ma questo «diritto» ha poco o nulla a che fare con i principi liberali, in base ai quali non si può imporre alle aziende sanitarie di accollarsi oneri irragionevoli per accogliere nei reparti del personale poco produttivo (tranne nei rari casi in cui, per esempio, un ginecologo dalle grandissime capacità professionali fosse anche antiabortista – ma qui saremmo già fuori dal campo proprio dell’obiezione di coscienza).
Allo stesso modo, non c’è una chiara ragione di principio per cui lo Stato debba erogare licenze a farmacisti che si rifiutino di prestare alcuni servizi – anche esulando dalla legge che vieta attualmente al farmacista ogni discrezionalità (art. 38 del D.R. del 30 settembre 1938 n. 1706; qualcuno però se ne fa beffe, e sarà interessante vedere come l’autorità giudiziaria valuterà quella che in pratica è un’autodenuncia). È vero che il sistema delle licenze in vigore in Italia è anch’esso profondamente illiberale; ed è del tutto possibile che in un regime più aperto il libero mercato possa risolvere ogni problema derivante dall’obiezione di coscienza (anche se qualcosa mi dice che persino i farmacisti cattolici non vedrebbero tanto di buon occhio questa soluzione...). Ma se la cosa non funzionasse (si pensi a un paese isolato in cui tutti i farmacisti o aspiranti farmacisti siano integralisti cattolici), e se lo Stato fosse chiamato a risolvere i fallimenti locali del mercato, la soluzione migliore sarebbe forse ancora quella di fissare dei doveri per l’esercizio della professione, piuttosto che di ricorrere per esempio a inefficienti dispensari comunali per fornire i servizi che si è impegnato a garantire.

L’obiezione di coscienza, nel pensiero liberale autentico, è ammissibile soltanto quando lo Stato imponga un obbligo sostanzialmente universale: è il caso, isolato e oltretutto ormai obsoleto, della leva militare, come ci ricorda Paolo Flores d’Arcais nel commento migliore finora apparso sulle dichiarazioni papali («Aborto, aboliamo l’obiezione per i medici», Liberazione, 31 ottobre 2007, p. 1). Mantenere od estendere il diritto all’obiezione ad altre fattispecie, equivale ad affermare che a un pacifista contrario all’uso delle armi dovrebbe essere concesso di arruolarsi in polizia.
Naturalmente l’obiezione di coscienza non ha necessariamente bisogno di appoggiarsi alle leggi, anzi nel suo significato originale e più autentico implica il rifiuto di obbedire alle leggi ritenute inique, e la sottomissione volontaria alla pena prevista per la loro violazione, come ci ricorda Daniele Bertolini in uno splendido articolo («Obiezione, opzione, imposizione di coscienza», Agenda Coscioni 2, n. 4, aprile 2007, pp. 18-21). Che oggi gli integralisti siano disposti a praticarla solo dopo aver ottenuto il permesso dello Stato (o fidando nella sua imbelle disattenzione), la dice lunga sulla saldezza e la moralità delle loro convinzioni.

4 commenti:

Jean François Lefèvre ha detto...

Non sono del tutto d'accordo: secondo me sarebbe meglio se i farmacisti potessero vendere quello che vogliono come capita in altri campi del commercio.
Se vendo alimentari e non voglio tenere prodotti Nestlé perché la ritengo una multinazionale che sfrutta il terzo mondo nessuno mi può obbligare. Nemmeno si parlerebbe di "obiezione di coscienza", sarebbe assurdo: si tratta di un mio diritto.
Secondo alcuni ci sono due punti deboli in questo ragionamento ma non è vero.
Per prima cosa ci sono anche i diritti dei clienti da difendere. Giusto, dirò di più: i diritti dei clienti sono sempre da anteporre a quelli di qualunque altro attore economico verso il quale generano doveri, basta pensare ad altri campi ... ma forse stiamo scegliendo il metodo sbagliato?
La seconda obiezione è che le farmacie non sarebbero equiparabili ai negozi di alimentari ... ma perché?
Per le conoscenze necessarie no perché anche un negozio di computer richiede competenze diverse e maggiori e così è per altre caratteristiche.
Quello che rende problematica la questione è il fatto che la farmacie sono a numero chiuso, legate al territorio.
Cioè sono limitate dalla legge, non c'è libero mercato!
Questo è il motivo per cui parliamo di "obiezione di coscienza", questo è il motivo per cui il farmacista non può permettersi il lusso di rifiutare medicinali a piacimento e perché i clienti hanno il diritto di trovare tutto in qualsiasi farmacia si rechino.
Se i farmacisti vogliono comportarsi come gli altri commercianti che accettino tutte le regole del gioco: liberalizzazione del mercato e concorrenza.
Flores ha ragione, l'obiezione di coscienza va abolita anche negli ospedali ... ma non centra il reale motivo: non è ammissibile perché e fintanto che la scelta è limitata dalla stato.
Se avessi la reale possibilità di recarmi, a parità di condizioni, in qualsiasi ospedale o clinica a mia scelta non ci sarebbero problemi. Attenzione: non sto mettendo in discussione il diritto a cure gratuite, infatti anche i privati posso essere pagati tramite lo stato, come fosse una gigantesca compagnia pubblica di assicurazione. Se facciamo un analisi non banale possiamo notare che dove è assente la sanità pubblica i problemi sono causati dagli interessi economici delle assicurazioni che inevitabilmente ricadono sui più deboli, non dal fatto che le aziende sanitarie siano private, anzi ciò eleva la qualità dei servizi.
Ma questo è un altro argomento e adesso non voglio entrare nel merito di una discussione su quale sistema sia migliore il punto è che si sceglie l'uno o l'altro e tutto ciò che implicano, non si può fare come torna comodo ai farmacisti cattolici.

Giuseppe Regalzi ha detto...

Il problema, però, è che il mercato può fallire: è perlomeno concepibile che un paziente si venga a trovare in una zona in cui, al momento, non esistono farmacisti non obiettori (bisogna tenere presente, inoltre, che il farmaco attorno a cui ruota principalmente la diatriba è la cd. "pillola del giorno dopo", che va assunta entro un brevissimo lasso di tempo, riducendo le opzioni). Se questo avviene, e se si riconosce che lo Stato debba rimediare in qualche modo, mi pare che l'opzione più razionale sia comunque quella di imporre la prestazione del servizio.

Sulle farmacie equiparabili o meno ai negozi di alimentari: qui bisognerebbe riflettere bene sulla questione, ma direi intuitivamente che tutto ciò che ha a che fare con le funzioni del nostro corpo, piuttosto che con i nostri gusti, ha uno statuto particolare. Se non sbaglio lo ammetti implicitamente anche tu, quando dici che "dove è assente la sanità pubblica i problemi sono causati dagli interessi economici delle assicurazioni che inevitabilmente ricadono sui più deboli": esiste un problema di uguale trattamento che non si pone in altri campi.

Jean François Lefèvre ha detto...

Guarda: come ho già detto non volevo entrare in una discussione su quale sistema sia migliore. Penso che chiunque, volendo, possa trovare abbondanza di argomenti a favore o contro un alternativa e formarsi un opinione informata (l'importante è che non prenda posizione per fede politica).
Ad esempio il problema dell'isolamento geografica non è insormontabile, non oggi. Perché il 98% della popolazione italiana non vive il luoghi sperduti e può raggiungere almeno 2-3 farmacie nel raggio di 20-30km. Quel 2% può tranquillamente essere trattato come un eccezione tramite leggi ad-oc. Non c'è bisogno di impostare tutto un sistema sulla base delle condizioni del 2% della popolazione.
Vorrà semplicemente dire che la farmacia a Lampedusa (es.) seguirà uno statuto speciale e non potrà comportarsi come una qualsiasi farmacia in ragione della sua particolarità.
Ecco, spesso le critiche dell'una o del'altra parte sono di questo tipo: c'è un problema allora bisogna cambiare sistema ... il che è assurdo perché non ci sono ragioni per cui la soluzione non possa essere trovata all'interno del sistema corrente.
Non credo sia realistico presumere che uno dei sistemi possibili sia esente da tutti i problemi ... anzi ... probabilmente quando si risolvono problemi da una parte se ne creano da un'altra per cui, alla fine, i piatti della bilancia saranno quasi sempre in equilibrio. La questione è casomai qualitativa: che tipo di problemi si originano e quanto sono accettabili?
Comunque torniamo a noi: potremo continuare a discutere all'infinito. Ci hanno provato fior-fior di economisti, medici, intellettuali di vario genere e non mi sembra abbiano risolto molto ... ci riusciremo noi, qui ed ora?
Non è questo che volevo fare!
Mi sembra di avere sottolineato a sufficienza il fulcro del precedente intervento: cerco consenso a livello più basso ed esteso. Dico, cioè, che o le farmacie restano a numero chiuso ma, poiché godono di particolari privilegi questo comporta degli obblighi verso la cittadinanza e devono vendere tutto oppure, se non vogliono vendere la pillola del giorno dopo, accettino l'apertura del mercato! E' un aut-aut: in una liberal-democrazia non è legittimo massimizzare le libertà dei farmacisti cattolici a scapito di quelle degli altri.
Chiaramente io sono per la seconda opzione ma, secondo te, cosa sceglieranno i farmacisti se riusciamo a metterli alle strette?
A me basterebbe questo.

Giuseppe Regalzi ha detto...

Ma sostanzialmente siamo d'accordo: è senz'altro possibile che si debbano cercare soluzioni non univoche (io stesso ho usato formule ampiamente dubitative nel post). L'importante è riconoscere - e lo facciamo tutti e due, mi pare - che una di queste soluzioni può essere benissimo quella di imporre (dove e quando ce ne fosse bisogno) degli standard di servizio che non contemplino l'obiezione di coscienza.