venerdì 28 settembre 2007

Cahier de doléances

Carlo Flamigni, Demetrio Neri e Gilberto Corbellini, membri del Comitato Nazionale per la Bioetica, hanno scritto una lettera indirizzata al presidente dell’organismo, Francesco Paolo Casavola, in cui ne criticano la gestione. La lettera, inviata anche agli altri membri del Comitato, è finita per una fuga di notizie sul prossimo numero della rivista Left; il giornale Aprile OnLine ne ha dato ieri un’anticipazione («Bioetica, presidente così non va», 27 settembre 2007). A quanto pare, proprio ieri il Comitato si sarebbe dovuto riunire per discutere la lettera.
Tre i fatti principali che vengono rimproverati a Casavola:

Il primo [di cui si è occupata anche Chiara Lalli su Bioetica], «è stata la nomina del professor Dallapiccola come rappresentante del Comitato nella commissione incaricata di rivedere le linee guida della legge 40/2004, effettuata senza consultare – come prassi vorrebbe – in alcun modo il Cnb e senza comunque comunicarne l’avvenuta nomina – come regolamento prescrive – all’assemblea. Al di là della inappropriatezza politica della scelta, ovvero di nominare in quella commissione il presidente del comitato ‘Scienza e Vita’, a destare preoccupazione in noi è stata anche la modalità con cui Lei ha gestito, in plenaria, le richieste di chiarimenti: un goffo tentativo di negare l’evidenza, avallato anche dal prof. Dallapiccola (pure lui se ne era dimenticato?), reso ancor più goffo dalla successiva lettera di scuse che Lei ha inviato al prof. Corbellini, il cui contenuto non lascia altra alternativa che pensare che l’intera vicenda sia stata gestita con deplorevole superficialità. Coloro tra i firmatari della presente che sono stati componenti di precedenti Cnb desiderano anche aggiungere di non aver mai udito da parte del Presidente i toni minacciosi e intimidatori che Lei ha usato senza motivo nei riguardi del Professor Corbellini».
Il secondo fatto, «è stata la modalità piuttosto irrituale (cfr. Verbale della Riunione Plenaria del 30 Marzo 2007) con la quale Lei ha ‘indicato’ i professori Bompiani, Marini e Dallapiccola come membri di una commissione congiunta Cnb-Cnbb dedicata allo stoccaggio delle cellule staminali. Da sempre – e senza che nessuno ne debba sollecitare il rispetto – prassi vuole che in questo tipo di nomine venga rispettato il pluralismo di idee e posizioni e quindi non si capisce perché Lei abbia privilegiato, di nuovo, tre esponenti del Cnb di analogo orientamento (e sempre afferenti a Scienza e Vita), trascurando di includere un esponente di diverso orientamento e che aveva manifestato la sua disponibilità, cioè la Professoressa Monica Toraldo di Francia».
Il terzo fatto, «è stata la nomina, effettuata senza consultare l’assemblea e senza comunicare alcunché, del prof. Marini come delegato italiano presso il Forum dei comitati etici dei paesi dell’Unione Europea. Consideriamo del tutto inopportuna questa nomina perché la rappresentanza del Cnb presso organismi internazionali è uno dei compiti fondamentali del Presidente, che può certo, come talora è avvenuto in passato, farsi rappresentare a questa o quella riunione da un delegato (e non necessariamente uno dei vice-presidenti) in caso di momentaneo impedimento: ma una delega ‘perpetua’ alla stessa persona potrebbe essere interpretata, a livello europeo, come una mancanza di considerazione e di rispetto per quell’Istituzione, così indebolendo di fatto il prestigio del Cnb nel consesso europeo».

giovedì 27 settembre 2007

Un florilegio di brutte figure

Nicolò Zanon, «Giustizia creativa sulla legge 40» (Il Giornale, 26 settembre 2007, p. 1):

La sentenza sostiene che il diritto alla salute psichica e fisica della futura madre e quello ad essere informata sulle condizioni del feto prevalgono – in quanto desumibili dalla Costituzione – sul divieto legislativo di diagnosi reimpianto [sic]. In altre parole, la legge è stata disapplicata a favore dell’applicazione diretta della Costituzione, che all’articolo 32 tutela la salute.
In altre parole, Nicolò Zanon sta commentando una sentenza che non ha letto.
Cesare Mirabelli, intervistato dal Corriere della Sera“Incoerente e scavalca l’Alta Corte”», 26 settembre, p. 13):
Il magistrato che ha scritto questa sentenza è la stessa che un anno fa si è vista respingere come inammissibile una questione di illegittimità sull’articolo 13 della legge 40. Visto che non ha avuto il disco verde, invece di riformulare, come era suo dovere, il quesito in modo che la Corte le potesse rispondere, la giudice ha pensato bene di eludere il percorso costituzionale e ha trovato una sua soluzione.
Strano, la firma in calce alla questione di legittimità presentata due anni fa è «Donatella Satta», mentre la sentenza di cui si è parla è firmata da «Maria Grazia Cabitza». Forse il giudice ha cambiato nome, nel frattempo; o forse è un giudice nuovo, così com’è nuovo il procedimento intrapreso dai coniugi (è scritto a chiare lettere nella sentenza); nessun obbligo di adire nuovamente la Corte Costituzionale, dunque.
Assuntina Morresi, «La sentenza di Cagliari apre la strada ai figli fatti su misura» (L’Occidentale, 26 settembre):
Il problema, però, non è solo il divieto della diagnosi reimpianto. Secondo la stessa legge questa coppia avrebbe potuto utilizzare tecniche di fecondazione in vitro solo in caso di infertilità o sterilità: nel nostro paese queste tecniche sono riservate solamente a chi non riesce a concepire per via naturale, cioè a coppie sterili e/o infertili, e non a portatori sani di malattie genetiche.
Alla Morresi risulta che la coppia non fosse infertile o sterile, anche se nessuno lo ha finora mai messo in dubbio? In questo caso denunci il medico che ha effettuato l’intervento di fecondazione assistita – che è poi lo stesso che si è opposto alla diagnosi preimpianto (forse si era ravveduto, nel frattempo). In ogni caso, questo non ha nulla a che fare con la sentenza in questione.
Infine, il pezzo grosso. «Sovversivismo della classe dominante» (editoriale anonimo, Il Foglio, 27 settembre, p. 3):
La sentenza di Cagliari, che autorizza la diagnosi preimpianto in modo da consentire la selezione genetica, viola in modo esplicito una legge dello Stato.
Sovversivo sarà, casomai, chi calunnia le istituzioni della Repubblica. Ma infamie come questa non meritano parole, solo disprezzo.

La stupida e disonesta battaglia contro gli OGM

OGM: DIRITTI GENETICI, DA SEMPRE IMPEGNATI CONTRO CARO-PREZZI
(ANSA) – ROMA, 26 SET – “Tutte le 28 organizzazioni della coalizione liberi da ogm – a partire dalle grandi organizzazioni agricole, della moderna distribuzione, dell’artigianato, della piccola e media impresa, dei consumatori – sono notoriamente in prima fila nella battaglia concreta e quotidiana per il contenimento dei prezzi dei prodotti agroalimentari”. La Fondazione dei Diritti Genetici replica così alle dichiarazioni del professore Roberto Defez del Cnr di Napoli riportate dal sito di La Repubblica lo scorso 24 settembre.
La frase pronunciata da Defez che l’organizzazione guidata da Mario Capanna trova “indegna” sarebbe la seguente: “L’interesse che tiene insieme la coalizione di Capanna è quello di giustificare l’innalzamento dei prezzi dei prodotti alimentari che già ora subiscono i consumatori”.
“Un simile sproposito – afferma il segretario generale della Fondazione Diritti Genetici Ivan Verga – dimostra la debolezza di argomenti dei nostri avversari, e la diffamazione è di indiscutibile evidenza e gravità”. Nonostante questo la fondazione ha deciso di non sporgere, per ora, querela penale nei confronti di Defez.
Se la Fondazione dovesse cambiare idea mi propongo come querelabile anche io. Non so perché ma le dichiarazioni di Defez mi convincono.
A proposito di OGM e di Liberi da OGM, oggi su Epolis (con il titolo Non cadiamo nella trappola del biologico):

Gli OGM (organismi geneticamente modificati) sono oggetto di una vera e propria campagna denigratoria da parte di una coalizione il cui nome la dice lunga sull’intento finale: “Liberi da OGM”. La prima iniziativa è promuovere una consultazione nazionale organizzata sul territorio nazionale dal 15 settembre al 15 novembre per affermare un modello “agroalimentare di qualità, sicuro per la salute, rispettoso dell’ambiente e del clima e soprattutto libero da organismi geneticamente modificati”. In quel “soprattutto” si annidano gli inganni di una scorretta informazione e di una fallace inferenza.
Capeggiata da Mario Capanna, la coalizione è appoggiata da moltissime organizzazioni poco inclini all’innovazione e alla ricerca agroalimentare. Cavalca fantasmi antiscientifici piuttosto diffusi e ignora però numerosi documenti rassicuranti sugli OGM redatti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’Unione Europea, dalle Nazioni Unite, dalla FAO, da tutte le più prestigiose Accademie Europee – come ricorda il biotecnologo Roberto Defez nell’Appello per la sperimentazione in campo di Organismi Geneticamente Modificati (firmato da molti scienziati).
La cieca e ostinata opposizione agli OGM costituisce un ostacolo insormontabile all’avanzamento economico su base scientifica e tecnologica, oltre a costituire un danno per quegli agricoltori che vorrebbero sperimentare gli OGM (nel rispetto della Direttiva Europea 556/2003 e come fanno i loro colleghi europei su migliaia di ettari coltivati ad OGM) e degli stessi consumatori, sedotti da un canto delle sirene mendace ma rigorosamente biologico!

Magari può servire

L’intervista risale al febbraio 2007. Non l’avevo postata non so per quale ragione; per pudore, forse. Ma oggi può essere una risposta ai soliti commenti presuntuosi, ignoranti e idioti (come questo) alla sentenza di Cagliari.

La storia di XXX

Come è cominciata la vostra storia?
Io e mio marito siamo una coppia infertile e per avere un figlio abbiamo dovuto ricorrere alla procreazione medicalmente assistita. Siamo anche portatori sani di anemia mediterranea. Abbiamo deciso purtroppo dopo l’entrata in vigore della legge 40. Io mi sono sottoposta a molte visite, e speravo che non ci fossero impedimenti per avere un figlio.

In che modo la legge 40 vi creava problemi?
Quando siamo andati all’Ospedale Microcitemico ho chiesto se durante la fecondazione in vitro potevamo sapere se l’embrione fosse sano o malato. Ma non potevamo, perché la legge 40 non permetteva la Diagnosi Genetica di Preimpianto che a noi serviva per sapere se l’embrione aveva ereditato la talassemia.

Che cosa avete deciso di fare?
Di tentare comunque: non si poteva fare altro, desideravamo così tanto un figlio.
Nel maggio 2004 sono rimasta incinta; eravamo felicissimi. Poi all’undicesima settimana ho fatto la villocentesi, e ho scoperto che l’embrione era malato. È stato come se ci fosse caduto il mondo addosso.

Com’è vivere con la talassemia?
Ho visto tanti malati da vicino, e quando vedo quei ragazzi al Microcitemico, solo a guardarli negli occhi penso: “Come posso mettere al mondo un bambino destinato a una vita del genere?”. È una sofferenza dalla nascita fino alla morte; morte precoce perché hanno una vita più breve del normale. E soprattutto è una vita disgraziata, bruttissima, non possono fare dello sport agonistico, non possono mangiare molti cibi, hanno difficoltà a studiare perché non riescono ad apprendere facilmente, vanno a letto con delle pompe d’infusione perché devono fare delle terapie particolari (che a lungo andare danneggiano gli altri organi del corpo). I talassemici devono sottoporsi a trasfusioni continue (circa una al mese), con tutti i problemi medici che ne conseguono.

Quale decisione avete preso dopo la villocentesi?
Ho deciso di abortire perché non volevo condannare mio figlio a questa tortura. Io non la posso chiamare vita; e non sono io a distruggere una vita abortendo. Sto risparmiando ad un essere umano una esistenza sciagurata.
Con la Diagnosi Genetica di Preimpianto avremmo potuto avere una speranza.

Dopo la decisione di abortire cosa è successo?
Da una emozione di fiducia, in cui non esisteva la malattia, sono passata alla brutale consapevolezza. Ero talmente felice della gravidanza che ho voluto andare avanti. Ma poi la diagnosi infausta mi ha costretta a fare i conti con la drammatica realtà.
Ho dovuto abortire, sono stata ricoverata alla dodicesima settimana. In questi casi l’intervento non consisterebbe in un raschiamento, ma sono passati altri sei giorni e quindi ero andata oltre la dodicesima settimana, in quanto nell’ospedale dove mi ero ricoverata i medici erano tutti obiettori di coscienza. Chiedevo aiuto ai medici ma mi rispondevano: “Mi dispiace, lei la vedrà il primario, purtroppo lei deve aspettare, noi siamo obiettori”. E nei loro sguardi c’era una condanna senza appello.
Mi sentivo morire. Chi non ha capito la mia decisione evidentemente non ha mai visto un bimbo talassemico, un bimbo condannato a soffrire e destinato a una morte prematura.
Anche i magistrati sono senza cuore. È impossibile vietare ad una donna di essere madre.

L’esperienza dell’aborto ha condizionato il vostro desiderio di avere un figlio?
Dopo quei giorni di attesa, il primario mi ha portato urgentemente in sala operatoria. Mi hanno fatto un raschiamento, e il giorno dopo avevo dei dolori allucinanti. Ero stata talmente scioccata che nonostante il dolore insopportabile sono tornata a casa. Ma una volta a casa i dolori continuavano ad aumentare e stavo sempre peggio; ma non volevo tornare in quell’ospedale, tanta era la paura di tornare lì, la paura di riaffrontare tutto quello che avevo passato in aggiunta al dolore di abortire.
Siamo andati in un altro ospedale e ho subito un altro raschiamento.
Un dolore fisico e morale. Stavo malissimo. Avevo paura, ero angosciata.
Passato un anno, ho deciso di riprovare, e ho deciso di cercare assistenza psicologica.
Ma dopo il prelievo degli ovociti mi è tornato in mente tutto quello che avevo vissuto e non ce l’ho più fatta. Ho rivissuto tutto, mi sono rivolta ad uno psichiatra, e anche se avevo firmato per l’impianto degli embrioni ho deciso di ricorrere al giudice per chiedere la possibilità di ricorrere alla Diagnosi Genetica di Preimpianto.

Che cosa vi hanno risposto i giudici e che cosa avete intenzione di fare oggi?
In ballo c’era la mia salute, oltre che quella dei figli che avremmo messo al mondo. Ho chiesto alla Corte Costituzionale se fosse possibile cambiare l’articolo 13 della legge 40. È possibile fare le analisi prenatali come la villocentesi o l’amniocentesi. Perché non avrei potuto fare ricorso ad una indagine preimpianto in modo da evitare un eventuale aborto? Invece purtroppo la Corte Costituzionale ci ha risposto di no.
Ora grazie all’aiuto di una coppia fuori dalla Sardegna, che è disposta ad aiutarci economicamente, abbiamo deciso di andare all’estero per poter ricorrere alla Diagnosi Genetica di Preimpianto.
Certo, pensare di essere costretti ad andare all’estero per avere un figlio mio mi fa rabbia, spendere tanti soldi, non è giusto che a noi italiani ci si vieti una cosa simile.

La legge 40 invoca la sacralità del concepito a scapito dei diritti di persone già indubitabilmente esistenti: il diritto alla salute, il diritto alle scelte terapeutiche e così via. Frustrando i desideri legittimi di genitorialità: che cosa risponderebbe a quanti condannano il presunto diritto di “pretendere un figlio a tutti i costi”?
Non è pretendere un figlio a tutti i costi. Io chiedo solo un figlio sano. Lo desideriamo. Io voglio una famiglia, chiedo soltanto questo. Una cosa bella, non cattiva, non brutta. Non c’entra niente la pretesa a tutti i costi. È possibile avere un figlio sano. Sono loro a renderla a tutti i costi una cosa impossibile mettendo sulla nostra pelle delle leggi ipocrite e contradittorie come la legge 40, che vieta la Diagnosi Genetica di Preimpianto per salvaguardare l’embrione (che poi non è un embrione ma sono solo otto cellule), ma poi ti permette di abortire (aborto terapeutico come viene chiamato nella legge 40) alla dodicesima settimana, uccidendo un feto già completamente formato che ha bisogno solo di crescere.

mercoledì 26 settembre 2007

Una sentenza bellissima

Da una prima lettura della sentenza del Tribunale Civile di Cagliari sul caso dei genitori che chiedevano di poter effettuare l’analisi genetica di preimpianto su un embrione congelato per determinare se fosse affetto da talassemia, emerge la totale pretestuosità delle critiche che in queste ore vengono mosse al giudice Maria Grazia Cabitza (giungendo fino all’invocazione di un’ispezione ministeriale da parte del solito Volontè). In effetti, per capire che chi denuncia una presunta contraddizione con una precedente ordinanza della Corte Costituzionale (24 ottobre - 9 novembre 2006, n. 369) non sa quel che dice, non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di leggere la sentenza odierna. La Corte aveva sì rigettato un’istanza di incostituzionalità della legge 40/2004 sollevata in merito alla medesima vicenda, ma soltanto per motivi procedurali, senza entrare minimamente nel merito.
La sentenza non lascia spazio neppure a chi sostiene che il giudice avrebbe invaso il campo della Corte Costituzionale, decretando da solo l’incostituzionalità della legge, o avrebbe addirittura «giudicato a prescindere» dalla 40/2004. La realtà è molto diversa: il giudice, avvalendosi delle proprie facoltà di interprete della legge, dimostra che la legge 40 non contiene in realtà alcun chiaro divieto della diagnosi preimpianto, ma anzi sembra implicitamente prevederla (art. 14 c. 5: «I soggetti di cui all’articolo 5 sono informati sul numero e, su loro richiesta, sullo stato di salute degli embrioni prodotti e da trasferire nell’utero»); dimostra altresì l’irrilevanza delle linee guida (all’art. 13), in quanto decreto ministeriale che non può negare quanto una legge permette. Infine, fa notare che l’interpretazione proposta è comunque quella che meno confligge con i principi costituzionali (artt. 2 e 32), e richiama a questo proposito l’invito espresso in più occasioni dalla Corte Costituzionale a determinare previamente se una legge ammetta un’interpretazione costituzionale, prima di (e in alternativa a) sollevare questione di legittimità.
Chi vorrà criticare la decisione del tribunale dovrà dunque entrare nel merito, invece di limitarsi ad accuse poco informate. Il compito si presenta comunque arduo: le argomentazioni del giudice Maria Grazia Cabitza sono serrate e – mi pare – logicamente e giuridicamente ineccepibili, e vanno a comporre una sentenza di qualità eccezionale, che sarà ricordata a lungo.
Questo non significa, naturalmente, che la legge 40 smetterà di produrre effetti nefasti: la stessa diagnosi genetica di preimpianto che qui si permette è comunque negata dall’art. 4 della legge, assieme al resto delle pratiche di procreazione assistita, a tutte le coppie che non siano anche sterili o infertili. Questo mostro giuridico rimane un monumento alle tenebre intellettuali e morali di chi l’ha voluto (e di chi non ha avuto il coraggio di cancellarlo) – anche se oggi un raggio di luce arriva da un giudice intelligente e coraggioso.

lunedì 24 settembre 2007

In attesa della sentenza del Tribunale

Nell’attesa di leggere le motivazioni della sentenza di Cagliari riguardo alla autorizzazione di effettuare la diagnosi di preimpianto esce un illuminante comunicato stampa di Scienza & Vita. Evito di commentare perché ripetere fino alla noia le stesse identiche argomentazioni mi provoca un certo malessere (evito anche di correggere errori ortografici etc. etc.). Aspettiamo con ansia le reazioni dei soliti noti domani, sulla carta stampata!

“Non è vero che in qualche modo la legge 40 prevede la diagnosi genetica preimpianto sugli embrioni umani. E’ vero esattamente il contrario: la legge 40 vieta la diagnosi genetica preimpianto anche se non la menziona espressamente” E’ questo il giudizio dall’Associazione Scienza & Vita a margine del dibattito sollevato dalla sentenza del Tribunale di Cagliari.
Quanto affermato dall’Associazione emerge in tutta evidenza da una lettura attenta della legge 40, da cui si evince “il principio di destinazione alla nascita di ogni embrione generato in provetta”. La legge prevede infatti l’obbligo di trasferire immediatamente tutti gli embrioni generati e il divieto di qualsiasi selezione-soppressione a scopo eugenetico. “Nel caso di Cagliari – osserva Scienza & Vita – la finalità eugenetica appare evidente. Non si comprende quindi come il tribunale possa motivare una scelta contra legem”.
Infine l’Associazione afferma che “la pretesa di superare il problema della legittimità costituzionale della legge 40 non ha fondamento alcuno. Anzi, tale pretesa è in sé incostituzionale, tenendo conto dei precedenti pronunciamenti della Consulta in materia di tutela della vita del concepito”.

Autorizzata la diagnosi genetica di preimpianto

Il Tribunale Civile di Cagliari ha depositato oggi una sentenza con la quale autorizza il centro FIVET dell’Ospedale Microcitemico ad eseguire la diagnosi genetica di preimpianto su alcuni embrioni congelati un paio di anni fa (una donna cagliaritana portatrice di Betatalassemia rifiutò di trasferire gli embrioni fecondati).
Questa autorizzazione ad effettuare la DGP è la prima notizia decente dalla entrata in vigore della legge 40. Aspettiamo di leggere la sentenza. E soprattutto speriamo che serva a rimettere le mani sulla legge 40 (va bene, non esageriamo con l’ottimismo).

Più di 15, meno di 15

Che differenza fa? Sul piano della privacy nelle aziende moltissima. Meno di 15: nessuna sicurezza sui dati personali. Più di 15: ci vuole una spallata, che forse verrà data nei prossimi giorni in modo da cancellare la discriminazione numerica.
Per questo si chiede al Parlamento di intervenire a protezione della libertà dei cittadini: La tutela dei dati personali è una questione di democrazia.
Nell’appello, che si può firmare, viene denunciato l’attacco ai diritti fondamentali dei cittadini e si conclude:

Ma se tale approccio si rivela come un indizio preoccupante di una deriva sociale che antepone i profitti ai diritti dei cittadini, può trasformarsi in un boomerang per le stesse aziende.
Infatti, se tale esonero può apparire nell’immediato come un “risparmio” per le aziende, avrà l’effetto di ingenerare perplessità e sfiducia nei lavoratori e nei clienti, che non si sentiranno più adeguatamente tutelati, sollecitando i consumatori a preferire quelle imprese che la privacy la considerano un valore da tutelare e un assetto della propria attività.
Tale esonero determinerà anche un freno alla spinta innovativa di quelle aziende che nella tutela e nel corretto trattamento dei dati personali hanno trovato uno stimolo per innovare procedure e professionalità e ampliare la propria offerta di servizi.
Ancora più grave è però che gli stessi emendamenti prevedono l’eliminazione delle tutele per le persone giuridiche, gli enti e le associazioni. Si dà il via libera alla schedatura delle associazioni con l’effetto di limitare grandemente il diritto alla libertà di associazione, critica e libera manifestazione del pensiero che sono il sale di ogni democrazia.

domenica 23 settembre 2007

Secondo Trofeo Luca Volontè

Ad Assuntina Morresi per il suo impegno nel partecipare a StranaU.it e con particolare riferimento alla dichiarazione nell’ultima newsletter (del 21 settembre nonostante ci sia scritto 21.7.2007):

Ma la ricerca scientifica è una cosa seria. La ricerca scientifica non è fare in laboratorio tutti gli esperimenti che vengono in mente, a prescindere dalle possibilità di riuscita, solo perchè si possono fare e per vedere che succede. Questa non “ricerca scientifica”, ma “pomeriggio al Luna park”. Su quale tipo di ricerca sarebbe opportuno finanziare, ho scritto un editoriale su Avvenire, che è stato titolato “l’ideologia uccide la ricerca”.
In bocca al lupo con l’editoriale...

Rassegna stampa

A quando la campagna Liberi dal cervello?
Quando si dice la sfiga.
Magri dentro.
Busta B.
Vittimismo da quattro soldi o capro espiatorio?
Ass.

sabato 22 settembre 2007

Illusioni di una scienza smembraembrioni

Francesco Ognibene vuole dire la sua sulla scienza e sulla stampa (La stampa cane accucciato davanti all’uomo delle chimere, Avvenire, 22 settembre 2007).
Descrivendo Stephen Minger (quello delle chimere, se qualcuno fosse distratto) “dal look simile ai profeti della beat generation, l’attesa icona della scienza onnipotente e salvifica, religione dell’uomo ridotto alla sua biologia” non si rende conto di non avere capito quasi nulla degli argomenti di cui parla. Buffo, poi, che protesti contro la riduzione dell’uomo alla sua biologia (colpa di cui si sarebbe macchiata la scienza e forse anche Minger) quando è la sua cieca ostinazione a trasformare una vita biologica in una vita personale. Ma ecco il suo primo affondo:

Se la scienza di cui Minger si fa portavoce promette di venire a capo di malattie oggi inguaribili, come Alzheimer e Parkinson, perché farle tante domande? Lasciamola produrre umanoidi di madre bovina, senza interferire con questioni inopportune. A nessuno infatti sembra venire in mente di grattare sotto le promesse. La stampa, ipotetico cane da guardia di un cittadino spaesato davanti alla scienza, ha invece deciso di mettersi a cuccia, ammirata. E aspetta l’annuncio di applicazioni cliniche sempre imminenti ma che non arrivano mai.
Umanoidi di madre bovina? Ognibene potrebbe essere pronto a buttarsi capo e collo nella letteratura fantascientifica noir, oppure ad essere reclutato da una produzione di soap opera scadenti. Che la stampa sia (o debba essere) il cane da guardia del cittadino spaesato (leggi: imbecille) davanti alla scienza, la dice lunga sulla concezione di Ognibene della scienza (qualcosa di innocuo o di benefico o perfino di dubbio non ha bisogno di un cane da guardia; se non hai nulla da temere non piazzi un cane bavoso e ringhiante che non si sa mai). Il rottweiler si è accucciato: Ognibene ha bucato una ipotesi affascinante. Che il rottoweiler in questione sia un canide nato da qualche esperimento avveniristico, e così si inchina davanti alla sua progenitrice (la scienza avida e indifferente). Ognibene, poi, pensa che la ricerca sia un po’ come la caccia al tesoro delle sagre paesane. Se cerchi per un paio d’ore, alla fine delle due ore in questione dovrai trovarlo il tesoro (se non lo trovi vuol dire che nessuno ce l’ha nascosto, che ti hanno preso in giro: forse qualche esperienza personale?).
Che Ognibene non capisca nulla di scienza emerge anche dalle sue successive argomentazioni e dalle sue domande scandalizzate (come se non bastasse l’avvio).
le perplessità dettate dal senso comune (cellule tratte da un incrocio sono attendibili?) vengono liquidate come zavorra dei soliti cattolici.
Da quando in qua il senso comune ha una connotazione “scientifica”? Si raggiungono vette di pathos quando si cita il martire, il paladino della Verità. E la zampata finale merita di essere letta in tutto il suo vigore.
Chi osa denunciare l’inganno sembra farlo a rischio della propria carriera, perché lo show chiama sulla ribalta solo profeti ottimisti garantendo in cambio notorietà, prestigio e finanziamenti, mentre scienziati a un passo da risultati clamorosi con le staminali adulte – come Angelo Vescovi – devono bussare a mille porte col cappello in mano. È curioso che a cantare le magnifiche sorti degli ibridi siano gli stessi che contestano la legge 40 pesando la sua efficacia con il pallottoliere delle nascite in meno, ma per i quali non conta nulla lo zero nella colonna dei risultati ottenuti, dopo anni di sforzi, dallo smembramento degli embrioni. Ecco, questa è l’antiscienza che occorre smascherare, l’ideologia in camice bianco, il miracolismo illusorio. La realtà è sotto gli occhi di chi la vuol vedere. E le crescenti scoperte sulle cellule adulte non fanno crollare il «muro di Berlino» tra «laici e cattolici», tra «i paladini del progresso scientifico e i difensori dei valori», secondo la singolare tesi di Ignazio Marino: quel muro – tra fatti e favole – si ostinano a rimetterlo in piedi ogni giorno i fautori dell’antiscienza, non quanti portano a casa risultati veri senza toccare un solo embrione. Eppure, si magnifica chi mette le mani sull’uomo neppure sapendo se questo scempio servirà a qualcosa, illudendo tragicamente milioni di malati. La scienza, quella seria, alzi la voce per zittire gli apprendisti stregoni.
Come si fa a riconoscere l’antiscienza se non si ha la più pallida idea di cosa sia la scienza? Come si fa a dividere la ricerca scientifica come fosse un armadio? Di qua i gialli, nell’altro lato i blu. Però un dubbio mi rimane: se la ricerca smembraembrioni fosse utile, Ognibene dismetterebbe i suoi strali?

Censurate il Piccolo Ateo!

Comunicato stampa del 20 settembre 2007:

È inaccettabile che in alcune scuole italiane sia permesso distribuire e far circolare documenti che discreditano il cattolicesimo e mettono in ridicolo i credenti. L’articolo de Il Giornale denuncia un fatto gravissimo.
Lo affermano i Deputati di Forza Italia fondatori e membri dell’associazione “Valori e Libertà”: Isabella Bertolini, Patrizia Paoletti Tangheroni, Gabriella Carlucci, Simonetta Licastro Scardino, Giuseppe Cossiga.
Abbiamo intenzione – sottolineano i Parlamentari di Forza Italia – di presentare immediatamente un’interrogazione parlamentare indirizzata al ministro Fioroni per indurlo a verificare ed eventualmente bloccare la diffusione di un libercolo gravemente offensivo per il sentimento religioso di migliaia di famiglie italiane.
Ci chiediamo cosa succederebbe se un simile affronto venisse diretto contro l’Islam e i fedeli musulmani. Altro che vignette su Maometto.
Come minimo l’istituto scolastico sarebbe messo a ferro e fuoco e l’autore del documento condannato a morte. Ovviamente non chiediamo reazioni di questo tipo.
Di certo chiederemo al governo che negli istituti scolastici italiani si rispetti il sentimento religioso di centinaia di migliaia di genitori che hanno tutto il diritto di chiedere che i propri ragazzi non vengano traviati e condizionati da testi offensivi e denigratori.
Il testo originale del Piccolo Ateo, di Calogero Martorana, è disponibile sul sito dell’Uaar. Una versione ampliata, a cura di Andrea Tufoni, si trova sul sito Anticatechismo. L’articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana è ampiamente reperibile in Rete; ne riporto qui i primi tre commi:
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

venerdì 21 settembre 2007

‘La chiesa sono io’

Tentazione quasi irresistibile quella di assegnare un TFL all’autore delle seguenti dichiarazioni (e sono solamente un estratto scelto a fatica):

Insultare, offendere, inquinare, dileggiare la Chiesa è uno sport antico, fin dai Cristo, và da sé che la Chiesa deve fare pulizia laddove c’è lo sporco. Ciò non toglie che siamo sotto attacco.
[…]
L’attentato antropologico, perpetrato dagli anni ’70 in poi nel nostro Paese, oggi presente in molte direzioni di quotidiani, testate giornalistiche, case editoriali etc., sta portando nel Paese un clima di sfascio, inedia, abbandono, irresponsabilità diffuso. A ciò si oppone con suo grido, interpretando il grido degli italiani, la Chiesa Cattolica.
[…]
Gli attacchi alla Chiesa negli ultimi anni, nelle ultime settimane hanno preso una brutta piega. Dallo scandalo falso Sex and Crimes, a don Gelmini, dai preti torinesi al Vescovo di Firenze, dalle polemiche interne contro il rito latino agli immobili di Siena, laicisti giacobini e conciliaristi martiniani uniti contro la Chiesa cattolica. A questa alleanza si uniscono movimenti omosex, radicali, massoni e un qualche magistrato che preferisce dare notizie sugli accusati di ogni menzogna. Vai a vedere poi gli accusatori e scopri a Torino son pluriomicidi, a Terni son spacciatori gay...e lo Stato prende parte allo ‘sputtanamento’ della Chiesa. La Chiesa sono io, parte della Chiesa dal mio Battesimo…dobbiamo diventare più Santi.
Resistiamo tuttavia. Non possiamo già rassegnarci alla seconda edizione. Ci permettiamo di segnalarlo, con menzione speciale.

giovedì 20 settembre 2007

Figli dell’eterologa (o dell’embriodonazione)

Victoria, Australia: è partita la seconda fase della campagna “Time to Tell” per i bambini nati in seguito alla donazione di sperma, ovociti o embrioni. Nel 1984 è stato istituito un Registro Centrale nel quale dal 1988 vengono registrate le informazioni riguardanti i donatori e la nascita: da allora sono nati 3.500 bambini. L’anno scorso i primi nati hanno compiuto 18 anni e l’Infertility Treatment Authority (ITA) ha avviato una campagna per incoraggiare i genitori a raccontare ai figli le modalità della loro nascita e per aiutarli con una “telling guide”, gruppi di supporto e consulenze.
La campagna si basa su una ricerca condotta in collaborazione con l’Università di Melbourne. Dalla ricerca è emerso che la maggior parte degli adolescenti coinvolti (tra i 14 e i 18 anni) vorrebbero sapere come sono nati e lo vogliono sapere dai genitori. Capirebbero le ragioni per cui non sono stati informati prima e nonostante una possibile prima reazione ostile nel venire a conoscenza di essere figlio di un donatore, pensano sia meglio saperlo.
Si stima che solo tra il 30 e il 50% dei bambini nati così conosca le proprie origini.
La campagna ha riscosso molto interesse e apprezzamento, in Australia e in tutto il mondo. I genitori che si sono avvalsi della consulenza dell’ITA hanno dichiarato che non soltanto non è crollato il mondo, ma che si sono tolti un gran peso raccontando ai propri figli il “segreto” del loro concepimento. In Italia la difficoltà della rivelazione è stata risolta in partenza nel 2004: la legge 40 ha infatti vietato la fecondazione eterologa, senza alcuna giustificazione.

(Eterologa? Ora ti racconto come sei nato, E Polis.)

Il diritto di morire di fame

Splendido articolo di Chiara Saraceno sull’alimentazione artificiale («Il diritto di morire di fame», La Stampa, 19 settembre 2007, p. 35):

Al di là delle contraddizioni e dell’inconciliabilità delle diverse posizioni su che cosa s’intenda per vita umana, sul suo inizio e sulla sua fine, la questione di quando cessare il mantenimento in vita a ogni costo, quindi anche dell’alimentazione forzata, pone questioni molto simili a quelle che si sono presentate in occasioni che non avevano a che fare con la definizione di vita umana, ma con problemi di libertà e dignità individuale anche in condizioni estreme. Ricordo due casi scoppiati in Inghilterra, patria del diritto che sta alla base d’ogni altro diritto civile: l’habeas corpus, il diritto alla propria integrità fisica. Il primo caso riguarda alcune femministe inglesi incarcerate all’inizio del ’900 con l’accusa di terrorismo in seguito alle loro azioni violente per rivendicare il diritto di voto. Quelle che in carcere fecero lo sciopero della fame vennero sottoposte ad alimentazione forzata suscitando pubbliche proteste perché tale procedimento si configurava come una violazione sia della libertà interiore delle prigioniere che della loro integrità corporea. Anche una prigioniera ha diritto a non essere violata nei confini del proprio corpo.
Lo stesso principio negli Anni 70 fu alla base d’un drammatico conflitto tra i prigionieri per terrorismo irlandesi nelle carceri inglesi e il governo inglese, allorché i primi iniziarono uno sciopero della fame di massa contro le condizioni di prigionia e si trovarono a dover combattere anche contro l’alimentazione forzata. I prigionieri irlandesi ottennero, sulla base del principio dell’habeas corpus, il diritto a non essere alimentati contro la loro volontà e quindi anche a morire. Non risulta che l’episcopato inglese e lo stesso Vaticano appoggiassero il governo di Londra in nome del principio dell’obbligo a non lasciar morire di fame. Anzi, gran parte della Chiesa irlandese era dalla parte dei prigionieri.
Perché non possiamo concedere a un essere umano che non ha altra colpa che quella di non poter più essere tale il diritto a non essere alimentato forzatamente concesso ai prigionieri terroristi irlandesi e rivendicato prima di loro dalle prigioniere femministe inglesi? Nutrire gli affamati è un obbligo umano fondamentale. Ma non prevaricare su chi – per circostanze diverse – non è in grado di rifiutare ciò che non vuole è un obbligo altrettanto forte. Almeno per chi, in possesso delle proprie capacità intellettive, dichiara esplicitamente di non voler più essere nutrito e tenuto in vita in casi di riduzione allo stato vegetale o di gravissime sofferenze prodotte dalle stesse procedure di mantenimento in vita, cessare l’alimentazione e idratazione forzata, e più in generale cessare l’invasività delle macchine, non è solo un atto di carità e forse un gesto estremo di autentico accudimento. È anche il rispetto del principio dell’habeas corpus, uno dei diritti di base della civiltà occidentale. Perciò, più che discutere di eutanasia, occorre urgentemente porre la questione del testamento biologico.
In questi ultimi tempi, in coincidenza con l’esame al Senato delle proposte di legge sul testamento biologico, si discute molto sulla natura dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali: si tratta di trattamenti medici, oppure no? Si ritiene in genere che sostenere la prima alternativa implichi la possibilità – garantita dall’articolo 32 della Costituzione – di rifiutarli, mentre chi sostiene la seconda è a favore della loro obbligatorietà, anche contro la volontà (attuale o espressa in passato) del paziente. Ma si tratta di un falso dilemma (anche se naturalmente l’alimentazione con un sondino gastrico, che entra nello stomaco tramite un’incisione, è ovviamente un trattamento medico), come ci ricorda la Saraceno: non si può forzare l’intimità fisica di una persona contro la sua volontà e contro principi giuridici universalmente accettati. Nella Costituzione della Repubblica, prima dell’art. 32, si trova l’art. 13 (cc. 1-2):
La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
Coerentemente con il dettato costituzionale, il Codice deontologico dei medici, all’art. 53, dichiara:
Quando una persona rifiuta volontariamente di nutrirsi, il medico ha il dovere di informarla sulle gravi conseguenze che un digiuno protratto può comportare sulle sue condizioni di salute. Se la persona è consapevole delle possibili conseguenze della propria decisione, il medico non deve assumere iniziative costrittive né collaborare a manovre coattive di nutrizione artificiale nei confronti della medesima, pur continuando ad assisterla.
E questo chiude la questione; a meno che, naturalmente, non si voglia sostenere che una persona inerme non ha più diritti.

mercoledì 19 settembre 2007

Adottiamo gli embrioni (in quanto forme di vita potenziale)

Livia Turco (nella veste di Ministro della Salute) dichiara (Bioetica, Turco: sì ad adozione embrioni, hanno dignità umana, ApCom, 18 settembre 2007):

Io penso, e dicendolo spero di non suscitare scandali a sinistra, che possiamo pensare a rendere adottabili gli embrioni in esubero. Io riconosco dignità umana all’embrione. Dunque ho l’obbligo di trovare una risposta a chi mi chiede conto del destino di questa vita potenziale. Offrirla in adozione è un gesto, forse puramente simbolico, che attesta una posizione chiara.
Nessuno scandalo, magari qualche obiezione (e non a sinistra, ma da quanti hanno il dono del raziocinio). “Dignità umana” sta per “personalità morale e giuridica”? Pare di sì. Conseguenze? Ricadute giuridiche? Se c’è l’obbligo di trovare una risposta per la vita potenziale embrione, c’è anche l’obbligo di farlo per le altre forme di vita potenziale: chiedo che i miei ovociti possano essere adottati. Un gesto puramente simbolico, mica si fa sul serio. La buttiamo là, e poi torniamo a fare quanto abbiamo interrotto. Se ci fossero dubbi sulla natura effimera della proposta basta leggere poche righe più giù:
Quella di regalare ad altri un embrione che tu non puoi o non vuoi utilizzare […] mi sembra una buona idea, al di là della sua fattibilità reale.
Sulla legge 40:
Il ministro critica la legge 40 sulla fecondazione assistita: “A questa legge riconosco il merito di avere stabilito regole certe in un ambito in cui, prima, tutto era possibile. Detto questo, se mi si chiede un giudizio emotivo, dico che non mi piace. Perché sta rivelando tutti i suoi limiti. Da quando è stata varata […] la percentuale di successo degli interventi di fecondazione è diminuita e sono aumentati gli aborti spontanei, molti dovuti agli impianti plurimi. Trovo assolutamente crudele, perché rischioso per la salute della donna, l’obbligo dell’impianto di tutti gli embrioni prodotti. Un obbligo dettato dal divieto di congelarli o eliminarli”.
Lasciamo perdere le regole che prima non c’erano e la storia del Far-West. Un giudizio emotivo? Scusi, ma chi le chiede un giudizio emotivo? Ministro? Non ce ne frega molto del suo giudizio emotivo (con tutto il rispetto per la sua emotività). Cambi questa legge di merda! Ma se gli embrioni (l’ha detto poco prima) sono degni eccetera eccetera, è coerente non congelarli e non eliminarli. (A dirla tutta sarebbe coerente vietare del tutto la PMA.) Ministro?

Primo Trofeo Luca Volontè


Eccoci alla prima assegnazione del Trofeo Luca Volontè!

La concorrenza è spietata e la scelta ardua. Non vorremmo negare a nessuno questo onorifico riconoscimento. Basta avere pazienza, e i premiati saranno molti (rimangono in concorso quanti non sono premiati oggi).
Il primo TFL va ex aequo a Don Gabriele Amorth (nominato da Cartman666) e a Marco Bortolami (nominato da QueerBoy).

Don Gabriele Amorth, il più grande esorcista d’Italia, che ha detto di aver fatto più di 40.000 esorcismi. Di dichiarazioni deliranti ne ha fatte un sacco; Cartman666 ha scelto la seguente (da Sette):

Masse intere di giovani seguono Marilyn Manson, satanista di primordine. Oggi c’è anche la mania di darsi a culti orientali, anche solo per procurarsi benessere, a cominciare dallo yoga per proseguire poi col reiki o diventare seguaci di Sai Baba, che io definisco figlio primogenito di Satana.
In occasione dell’inizio della Coppa del Mondo i giornali si sono occupati un po’ di rugby e ovviamente hanno giocato parecchio anche sull’uscita del nuovo calendario di Dieux du Stade e sulla pubblicità “gay” scelta dalla Francia per pubblicizzare il torneo in GB. Così qualcuno si è lanciato in domande e illazioni sul fenomeno “sociologico” che vede i rugbisti protagonisti dell’immaginario omosessuale.
Proprio su quest’argomento il geniale Marco Bortolami, capitano della nazionale italiana se n’è uscito con una dichiarazione che apparentemente non è nemmeno così assurda se non si facesse caso ai dettagli:
Sono contrario al fatto che il rugby venga associato a queste cose. Vederci come gay è eccessivo. Tutto è nato dal calendario dello Stade Français, che viene acquistato per il 90 per cento da uomini. Ma bisogna stare attenti in che modo stimoliamo l’attenzione della gente.
Evidentemente Bortolami non distingue tra l’essere gay e l’essere icone gay. Come dire che Madonna è un uomo omosessuale perché è un’icona gay!!!

Accogliamo poi volentieri il suggerimento di Inyqua e altri di consegnare anche un TLV alla carriera. Il prima va a Antonino Zichichi (suggerito da Daniela Guida), perché è un pessimo fisico e filosofo, una vera è propria vergogna per la scienza, perché ha scritto un libro vergognoso intitolato Perché io credo in colui che ha fatto il mondo. Tra fede e scienza e perché in un’intervista a Repubblica.tv disse che l’evoluzionismo non è una teoria scientifica.

A tutti i premiati le nostre più vive felicitazioni e in dono un ritratto del nostro in versione ercolino (o postnatalizia, se preferite).

Grilletto o mazzetta?

Mauro Mazza (direttore del Tg2) nell’edizione delle 13 ci ha messo in guardia (Mazza (Tg2) attacca Grillo in tv, Il Corriere della Sera, 18 settembre 2007):

Cosa accadrebbe […] se un giorno all’improvviso un pazzo, uno squilibrato sentendo quelle accuse premesse il grilletto? Un tempo c’erano i cattivi maestri, che additavano come nemico un commissario, un giornalista, un magistrato e accadeva che qualcuno, pazzo o meno, andasse e premesse il grilletto e qualche volta uccidesse. Oggi non abbiamo più i cattivi maestri né i buoni, abbiamo solo gli apprendisti stregoni. La storia, si dice, si ripete due volte, una volta in tragedia una volta in farsa. Ma cosa succederebbe se invece facesse il percorso inverso e da farsa si trasformasse in tragedia? Cosa accadrebbe se un mattino qualcuno ascoltati quegli insulti contro tizio e contro caio premesse il grilletto?
E se qualcuno prendesse una mazzetta, invece? (Per picchiare o per tacere, scegliete voi).
Sulla doppia ripetizione e la storia della farsa ho qualche difficoltà: se oggi dovrebbe (o potrebbe) accadere il contrario di allora e da farsa quindi tramutare in tragedia, significa che (allora) additare qualcuno come nemico era una tragedia e poi ammazzarlo per davvero era una farsa?

martedì 18 settembre 2007

L’immaginario di Luca Marini

In un comunicato stampa di oggi diramato dall’ECSEL (Eutanasia: Marini (Ecsel e CNB), grande rincorsa alla ribalta) Luca Marini, vice presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica “commenta le notizie relative all’immaginario rifiuto delle cure da parte di Sua Santità Giovanni Paolo II” con le seguenti parole:

Le dichiarazioni del dott. Riccio, per quanto fantasiosie e smentite dai fatti, hanno avuto l’effetto di fare riemergere l’interessato dalla invisibilità mediatica subentrata al clamore suscitato dal caso Welby. […] Questi temi sollecitano figure assolutamente all’oscuro dei fatti o prive di competenza, ma desiderose di conquistare comunque una ribalta. È quanto è accaduto nei giorni scorsi con riferimento alle meditate e fondate dichiarazioni di Benedetto XVI sull’alimentazione e l’idratazione dei pazienti in stato vegetativo, che incontrano critiche superficiali da parte di persone, come la vedova Welby, di cui si comprende il dolore, ma non si può valutare la competenza scientifica.
Invece, chiedo scusa, Benedetto XVI ha competenze scientifiche? Ma mi faccia il piacere!

Wojtyla ha rifiutato le cure?

Sull’ultimo numero della rivista MicroMega è apparso un intervento di Lina Pavanelli, medico anestesista, che ricostruisce dal punto di vista clinico gli ultimi giorni di Karol Wojtyla, mettendo in evidenza soprattutto la stranezza del ritardato inserimento di un sondino naso-gastrico per l’alimentazione enterale, che secondo alcune fonti risulterebbe essere stato applicato al paziente solo il 30 marzo, alla vigilia della crisi finale; troppo tardi per impedire il grave deterioramento organico del paziente, dovuto alla denutrizione (il papa, a causa del morbo di Parkinson, era ormai quasi incapace di deglutire) e al conseguente crollo delle difese immunitarie. Dell’articolo è apparso un sunto su RepubblicaQuei lunghi silenzi sull’agonia di Wojtyla», 14 settembre 2007, p. 56), che si conclude con queste parole:

È il caso di domandarsi il perché tanta avarizia di notizie, insieme al silenzio di tutti gli organi di informazione vaticani sulla patologia che portò il papa alla morte. Impossibile dare una risposta, ma è certo che, in questo caso, la «riservatezza» ha aiutato a coprire un’evidente contraddizione tra l’esperienza umana di Karol Wojtyla – in qualità di paziente – e le dottrine del «bene oggettivo», da lui pubblicate, che sono la questione cruciale delle crociate politiche degli organi istituzionali della Chiesa.
Detto in altre parole: Karol Wojtyla si sarebbe lasciato morire, rifiutando un intervento altamente invasivo ma che avrebbe potuto prolungarne non di poco l’esistenza.

Alla Pavanelli hanno risposto Luigi Accattoli («Quel sondino che nutriva Wojtyla (ma l’annuncio arrivò molto dopo)», Corriere della Sera, 15 settembre, p. 5), secondo il quale il sondino era stato applicato a più riprese già da circa un mese, e – in un’intervista – Renato Buzzonetti, medico personale del papa (Orazio La Rocca, «“A Wojtyla non fu staccata la spina”», La Repubblica, 16 settembre, p. 25), che però sembra ignorare l’intervento della Pavanelli, tanto da confermarne a un certo punto, clamorosamente, la ricostruzione. Così replica infatti Lina Pavanelli sul sito web di MicroMegaLa dolce morte di Papa Wojtyla. Una risposta», 17 settembre):
[Accattoli] propone una ricostruzione “giornalistica” della “vicenda del sondino” in cui si afferma che – anche se non è stato comunicato ufficialmente – il Papa è stato nutrito saltuariamente per via enterale. In base a tale ricostruzione, il sondino naso-gastrico sarebbe stato inserito e tolto più volte. L’informazione, così come viene presentata, è imbarazzante da commentare da un punto di vista medico: ci troviamo di fronte ad una situazione in cui il paziente già defedato, che non è e non sarà mai più in grado di alimentarsi autonomamente, viene sottoposto ad un trattamento che comporta procedure ripetute che, per la patologia che lo affligge, sicuramente lo tormentano e che, a causa delle interruzioni, è di un’efficacia molto ridotta.
Se anche le informazioni fornite ad Accattoli fossero vere, il dato fondamentale rimane inalterato: per qualche motivo, nel periodo che va dal 2 febbraio al 30 marzo il Santo Padre non è stato nutrito a sufficienza, e per questo è andato incontro ad un grave deficit nutrizionale. Lo affermano le fonti d’agenzia di allora, mai smentite. Lo conferma il prof. Buzzonetti nel suo libro. L’archiatra pontificio ripete oltretutto proprio ieri (su Repubblica) che il papa “da quel giorno (30 marzo) fu sottoposto a nutrizione enterale mediante il posizionamento permanente di un sondino naso-gastrico perché non era più nelle condizioni di nutrirsi per via orale.” La frase non è ambigua: mi sembra voglia dire chiaramente che l’alimentazione enterale è stata iniziata proprio quel giorno. Se così non fosse, è sufficiente che lo spieghi. Per quel che mi riguarda, non posso che rimanere sconcertata di fronte alla discordanza fra la fonte ufficiale e quelle ufficiose.

Aggiornamento: Paolo Flores D’Arcais, direttore di MicroMega, annuncia per la prossima settimana una conferenza stampa della professoressa Pavanelli («I medici, l’eutanasia e la morte di Wojtyla», La Repubblica, 19 settembre, p. 22).

Aggiornamento 2: La Repubblica riporta un breve resoconto della conferenza stampa («Ma il Vaticano non commenta», 27 settembre, p. 45).

Aggiornamento 3: Luigi Accattoli, sul suo blog, conferma la propria ricostruzione dei fatti: i problemi di alimentazione sarebbero sorti solo dopo il 3 marzo, e il sondino sarebbe stato applicato quasi da subito, benché in maniera discontinua («Morte di Wojtyla e mio brutale attacco a MicroMega», Il blog di Luigi Accattoli, 27 settembre). Nei commenti al post Accattoli ci regala anche un esempio raro di rispetto degli avversari, su cui mi sembra giusto richiamare l’attenzione.

Accidia immobiliare

Angelo Bagnasco si preoccupa non solo di questioni auliche e inconsistenti (nel senso di anima), ma anche della vita di tutti i giorni e dei problemi che affligono i cittadini («Italia, un Paese in crisi morale», Il Corriere della Sera, 17 settembre 2007):

Di fronte al «problema particolarmente acuto» della casa, «la collettività ai vari livelli deve darsi uno slancio, e approntare quelle soluzioni di edilizia popolare che per vaste zone e in una serie di città appaiono veramente urgenti». È il forte appello di Bagnasco che «anche agli istituti bancari e di credito» fa presente questa emergenza perchè, «tenendo conto delle condizioni internazionali e secondo le loro possibilità e competenze, vogliano maggiormente contribuire con senso di equità ad una concreata soluzione del problema». Nella sua prolusione, l’arcivescovo di Genova ha voluto soffermarsi in particolare sul «dramma di coloro, pensionati o famiglie con un solo reddito, che sono raggiunti da provvedimenti di sfratto e non trovano altre opportunità». Ma, ha aggiunto, «pensiamo anche ai giovani fidanzati che vorrebbero sposarsi e nei loro progetti sono annichiliti per il problema dell’abitazione che non si trova oppure è inavvicinabile per le loro risorse. Ci sono inoltre situazioni di promiscuità, dove famiglie diverse sono costrette a vivere in uno stesso appartamento, magari fatiscente, e per ciò stesso non in grado di garantire un vicendevole rispetto».
Ci sono anche le situazioni di promiscuità dove due persone convivono nel peccato, oppure chi ha scelto di vivere da solo. Nessuna pietà per loro.
Ma per gli altri io avrei una proposta per Angelo Bagnasco: se la preoccupazione è sincera e la misericordia un valore non solo blaterato, liberatevi dei beni materiali (che fa pure bene all’anima), liberatevi del fardello immobiliare vaticano. Una buona percentuale della collettività vedrebbe il proprio problema risolto. Come per magia. Pardon, per miracolo.

Ancora sulla breccia

Comunicato stampa di Partito Radicale, Radicali Italiani e Associazione Coscioni:

XX SETTEMBRE 1870 - XX SETTEMBRE 2007

“PORTA PIA – LA BRECCIA DELLA LIBERTÀ”: MANIFESTAZIONE CONTRO IL FONDAMENTALISMO CLERICALE E I PRIVILEGI VATICANI, PER LA LIBERTÀ RELIGIOSA. SEGUE FIACCOLATA FINO A CAMPO DE' FIORI.

INVITO AD AUTORITÀ ISTITUZIONALI E FORZE POLITICHE

Giovedì 20 settembre 2007, alle ore 17.30, a Porta Pia (Via XX Settembre – Roma), il Partito Radicale, Radicali Italiani e l’Associazione Coscioni hanno indetto una manifestazione contro tutti i fondamentalismi, per ricordare, come ogni anno, la fine del potere temporale dello Stato Pontificio sulla città di Roma e celebrare la libertà di religione contro la religione di Stato e dei privilegi.
La manifestazione proseguirà con una fiaccolata che terminerà in Piazza Campo de’ Fiori, sotto la statua di Giordano Bruno.
Nel dare questo annuncio, i Radicali sottolineano il fatto che nessuna altra organizzazione di partito o politica ha indetto alcuna manifestazione pubblica. Sono perciò a maggior ragione invitate tutte le forze politiche, le associazioni e i cittadini laici, democratici, anticlericali, liberali, socialisti, nonché i credenti in altro che nella simonia e nel potere.
Ci auguriamo che Sindaco, Presidenti di provincia e di Regione e autorità istituzionali ai massimi livelli non si limitino alla burocratica consuetudine di far depositare corone, ma trovino forme e tempi di una loro presenza diretta a Porta Pia. Ci auguriamo anche che le organizzazioni politiche sedicenti laiche non vorranno considerarsi semplicemente rappresentate dai loro migliori esponenti, ma contribuiranno all’organizzazione dell’evento nel fazzoletto di giorni rimasti.
Per aderire, inviare una email a info@radicali.it, specificando “partecipazione a XX settembre”.
(Hat tip: Metilparaben.)

lunedì 17 settembre 2007

Good Bye, coma!

Vista l’aria che tira forse è meglio riderne. Tra qualche giorno andrà in onda una sit-com (Settevite): uno dei protagonisti è un ragazzo che è stato in coma per tanti anni e si ridesta adulto (ma vergine). Prepariamoci a sentirci dire: “Visto? Se l’aveste lasciato morire?”.
(Prepariamoci a rispondere: “Di quale coma stiamo parlando? E poi è o non è una sit-com?”).
Al risveglio Davide, questo il nome del ragazzo, si ritrova in uno scenario immutato (un po’ il contrario di Good Bye, Lenin!): la politica è la stessa, le facce anche, stessi problemi sociali, stessa corruzione e compagnia bella. È vero che lui non ha la percezione del tempo che è passato… Forse, almeno in questo, è da considerarsi fortunato!
(“Settevite”, comè buffo uscire dal coma, la Stampa, 17 settembre 2007).

Susanna e gli scimmioni

Avvenire di domenica ospita con tutti gli onori un lungo articolo di Susanna Tamaro («Mitezza per vincere la tecnocrazia», 16 settembre 2007):

Oltre ad essere figlie del caso e dei meccanismi dell’evoluzione, le grandi scimmie, più o meno sapienti, sono anche degli straordinari depositi di materiale biologico. Alla loro morte (o se è il caso anche prima) renderanno disponibili per la comunità materiali preziosissimi. Del resto, la natura da sempre si regge su questo meccanismo: mors tua vita mea è l’impalpabile tessitura dell’universo, solo che ora, della nostra morte non godono più i collemboli e i saprofiti, gli sciacalli e gli avvoltoi o i rapaci necrofili – coloro insomma che madre natura aveva votato a trarre beneficio dalla nostra decomposizione – ma i laboratori medici e gli istituti di ricerca, oltre a un numero imprecisato di nostri simili che trarranno giovamento da eventuali pezzi di ricambio.
Che cosa c’è di male in tutto questo?
Niente, anzi non può esserci che del bene perché il corpo della grande scimmia è come quello del maiale, niente viene sprecato – è un principio chiaro anche alla più sprovveduta delle casalinghe – e, con questa assenza di spreco, si aiutano altre vite ad andare avanti, si dà nuova vita alla vita: cosa ci può essere di più bello? E in più si permette agli scienziati di fare nuove scoperte, nuovi brevetti. Se non fosse così saremo ancora all’età della pietra e l’anestesia si farebbe con una bella randellata in testa.
Però, ogni volta che sento parlare del riciclo dei materiali delle grandi scimmie glabre, provo uno strano e profondo turbamento che non provo ad esempio, quando il lesso si trasforma in polpette.
E per essere sicura che nessuno manchi di cogliere il sarcasmo che gronda da questo brano, aggiunge:
In quale momento della nostra storia è sorta l’idea che fosse follia zoofila lasciare i corpi in eredità alla mai denutrita fauna spazzina? In quale momento storico il passaggio misterioso della morte è stato trasformato in un argomento di puntigliosa economia domestica?
È successo durante il nazismo. Sì, solo i medici e gli scienziati nazisti sono stati capaci, con la precisione tecnica consona alla loro cultura, di stabilire in grammi, in micron, in quantità millesimali di composti chimici quali ricchezze erano nascoste nell’ottusa inerzia di un corpo e com’era possibile, anziché sprecarle, metterle nuovamente a frutto per il beneficio dell’umanità. Durante il nazismo le fabbriche di saponi non hanno avuto difficoltà ad approvvigionasi di materia prima, così come le ditte produttrici di concimi hanno fornito agli agricoltori prodotti abbondanti e di alta qualità; sono state messe in commercio anche deliziose abat-jour, oltre a paraventi sottili come un velo ma molto resistenti, mentre l’industria tessile è addirittura riuscita a creare un tessuto leggero, morbido e caldissimo, di cui alcuni rotoli, a testimonianza che non si tratta di fantascienza industriale, sono tuttora esposti nelle bacheche del museo di Auschwitz.
Naturalmente, per tutta questa sapiente opera di riciclo, i nazisti non adoperavano i corpi dei loro genitori, dei loro nonni, doverosamente protetti dalla ordinata quiete di un camposanto, ma quelli degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, degli oppositori, di tutti quelli che non erano come loro e dunque non avevano più diritto alla definizione di esseri umani.
Lo scempio e l’abuso del corpo del nemico esiste da quando esiste l’uomo ma la trasformazione dell’altro in pura e asettica cosa è un dono che il nazismo ha lasciato a fermentare nel cuore dell’Europa.
La legge di Godwin vale più che mai anche per Avvenire. Ma quello che importa maggiormente è che l’organo dei vescovi italiani dia il suo imprimatur a un articolo in cui non solo i trapianti ma, sembra di capire, persino le autopsie sono considerate frutti mostruosi di una tecnoscienza che da Vesalio a Barnard – passando per il gran reprobo, Darwin – ha distrutto quel mondo incantato in cui la Tamaro avrebbe preferito vivere. Quel mondo «mite» in cui si moriva presto, rapidamente, e senza turbare l’ordine da sempre stabilito con noiose pretese e diritti.

Eugenetica

Il 30 agosto avevo postato Eugenetica, ignoranza e il blocco 10 di Auschwitz.
Filippo ha inserito un commento molto molto interessante, di cui riporto l’inizio e che invito a leggere per intero. Filippo racconta degli esperimenti eseguiti nei lager per mano di personaggi del calibro di Nyiszli, Mengele, Schumann e Clauberg. È consigliata la lettura soprattutto a quelli che citano a sproposito l’eugenetica. Buona lettura e grazie Filippo.

Miklos Nyiszli, patologo universitario a Budapest, con studi in Germania, ottima conoscenza della sua materia e buona padronanza della lingua tedesca, diviene il collaboratore principale del Dr. Joseph Mengele, “l’arcangelo del male”, responsabile degli esperimenti nel Block 10 di Auschwitz. A lui dobbiamo la ricostruzione di quanto avvenuto e la descrizione del personaggio di Mengele, cui sembra calzare alla perfezione quel concetto di “banalità del male” reso da Hannah Arendt nel suo libro ispirato dal processo Eichmann. Mengele non è un mostro che divora bambini a colazione, è (si considera) un uomo di scienza con un obiettivo di ricerca ben preciso consistente nello scoprire i segreti della differenza tra razze e privo di scrupoli per quanto riguarda i mezzi da usare allo scopo. Ha carta bianca, dovendo rispondere del suo operato direttamente ad Himmler, il che gli consentirà tra l’altro, in contrasto con l’autorità del campo, di preservare proprio Nyiszli dall’eliminazione prevista ciclicamente per tutti i membri del Sonderkommando, costituito da internati che le SS usavano per il lavoro sporco e che sostituivano trimestralmente per non lasciare in giro eventuali testimoni scomodi. A Mengele non mancano le risorse, nel più grande campo di concentramento del Terzo Reich dove la perfetta macchina organizzativa SS convoglia ebrei e altri nemici del Reich in proporzioni bibliche. E dove può pescare gemelli di ogni età e condizione da sottoporre ai suoi esperimenti, gemelli che vengono poi eliminati in contemporanea realizzando, per usare le parole dello stesso Nyiszli, il sogno segreto di qualunque anatomo-patologo: l’autopsia simultanea di due gemelli. L’atmosfera di lavoro è sovente “mistica” con un Mengele che non si sottrae quasi mai alle fatiche del lavoro di ricerca e che viene descritto come ben consapevole dell’importanza della sua ricerca per il Reich: scoprire il segreto delle gravidanze gemellari per consentire alle donne tedesche di dare alla luce sempre dei gemelli e raddoppiare la potenza demografica dello Herrenvolk. Il senso di impunità diviene ben presto convinzione profonda di essere nel giusto. A suo tempo, dinanzi alle esitazioni di Handloser (generale medico a capo dei servizi sanitari dell’esercito), Himmler rispondeva con fastidio “Responsabilità? Quali responsabilità? Lo Stato, cioè il Fuhrer ed io, si assume tutte le responsabilità, voi dovete solo eseguire degli ordini nell’interesse della nazione.” Una linea che sarebbe riecheggiata spesso, a torto o a ragione, nelle aule di Norimberga. Certo, dopo il crollo, gli sperimentatori sembreranno riacquisire una certa consapevolezza dell’enormità di quanto compiuto, cercando di lasciar perdere le loro tracce. In questo momento nasce la leggenda dell’inafferrabile Mengele, braccato senza soste, e senza successo, dagli agenti del Mossad, gli stessi che metteranno le mani su Eichmann nel ’61. Esiste però una eccezione a quanto appena affermato: il prof. Carl Clauberg. Arrestato e internato dai Sovietici alla fine della guerra, rimandato in patria nel 1957 nel quadro di uno scambio di prigionieri conseguente al momentaneo disgelo Est-Ovest dell’epoca Kruscev, il professore prima partecipa ad un congresso di Ostetricia dove presenta i dati dei suoi esperimenti nei campi e poi, imperturbabile, decide di riprendere la sua attività professionale: un bel giorno tutti i principali quotidiani della Germania Federale pubblicano il suo annuncio relativo alla ricerca di personale da assumere nel centro di cui si annuncia l’imminente apertura e che sarà diretto dal professore, che appare col suo vero nome seguito dai suoi titoli accademici. Una volta squarciato il velo dell’oblio però, inizieranno a piovere le denunce. Il resto è noto, con l’incarcerazione di un Clauberg in realtà intimamente lusingato dal clamore creatosi intorno al suo personaggio, e la sua successiva morte in prigione per crisi cardiaca.
(Continua qui.)

domenica 16 settembre 2007

Parla con lei, ti ascolterà

Francesco D’Agostino commenta le dichiarazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla NIA (Nello stato vegetativo con la dignità di uomini, Avvenire, 16 settembre 2007). Commenti immaginabili. Un passaggio è illuminante sul suo modo di dimostrare una parere o una posizione:

È falso che la vita del comatoso sia solo biologica; la sua terribile malattia è parte costitutiva della sua biografia; parlargli, accarezzarlo, accudirlo, nutrirlo non sono azioni insensate e prive di un “ritorno”: ciò che si può apprendere dal prendersi cura di questi pazienti e grazie quindi a essi possiede a volte (anzi, quasi sempre) un valore incalcolabile.
Il ritorno è per chi parla, accarezza e accudisce oppure per chi è oggetto di quelle parole, carezze e accudimenti? E chi è che apprende? D’Agostino sembra confondere i soggetti in causa. Prima dice che la vita di X non è solo biologica in quanto la terribile malattia di X è parte costitutiva della biografia (sempre di X). Poi però il soggetto muta, e le esperienze di accudimento sono di incalcolabile valore per Y. Lo stesso ragionamento vale se Y parlasse, accarezzasse e accudisse un cane, un gatto, una pianta. Queste attività sarebbero per Y fonte di piacere e ricche di valore. E quindi? Da ciò che cosa deriverebbe, che il cane, il gatto o la pianta suddetti sarebbero persone?

sabato 15 settembre 2007

Test

Caso 1
Il tupet io? Sono sufficientemente pieno di capelli miei per distruggere queste accuse.
Io non ho nulla contro quelli che portano il tupet, perché rispetto qualsiasi condizione umana, però, questo sì, mi considero sufficientemente capellone per ridicolizzare qualsiasi accusa del genere.
(Si capisce piuttosto bene, tuttavia, che il tizio chiamato in causa ci tenga a smentire le voci).

Caso 2
Goloso io? Sono sufficientemente morigerato per distruggere queste accuse.
Io non ho nulla contro i golosi, perché rispetto qualsiasi condizione umana, però, questo sì, mi considero sufficientemente misurato per ridicolizzare qualsiasi accusa del genere
(Non si capisce tanto bene perché il tizio chiamato in causa ci tenga a smentire le voci; a meno che non faccia il dietologo, ma sarebbe una circostanza occasionale).

Caso 3
Gay io? Sono sufficientemente macho per distruggere queste accuse.
Io non ho nulla contro gli omosessuali, perché rispetto qualsiasi condizione umana, però, questo sì, mi considero sufficientemente macho per ridicolizzare qualsiasi accusa del genere.
(Dovrebbe essere altrettanto oscuro, come nel caso 2, il motivo per cui il tizio chiamato in causa ci tenga a smentire le voci).

Il tizio del caso 3 è Hugo Chavez (Chavez: «Io gay? Macché, sono macho», Il Corriere della Sera, 15 settembre 2007).
Sarebbe stato davvero bello che il caso 3 fosse stato equivalente al caso 2. Invece c’è urgenza di chiarire di non essere una checca. Pazienza. Magari tra qualche secolo essere omosessuali non sarà una offesa dalla quale difendersi. E poi, forse, se non fosse stato schiacciato dal luogo comune del maschio latino, chissà.

Mario Adinolfi, la vita e la morte (e la bioetica)

Eutanasia/il Papa sgombra ogni dubbio: la spina non si stacca, Alice News, 14 settembre 2007:

Sulla eutanasia io la penso come Ratzinger e dico che il mio Pd non approverebbe una legge sull’eutanasia attiva, afferma il blogger Mario Adinolfi, candidato alle primarie del 14 ottobre. Annunciando che punterà la sua campagna sui temi “sensibili”.
Nessuno si risparmia quando si tratta del Papa (ma quanti sono contrari alla eutanasia cosiddetta attiva, eh, quanti? Ma citiamo il Papa, ovviamente, che è più autorevole). Suggerirei a quanti vogliono dire la loro su simili temi (e a maggior ragione a quanti vogliono puntarci una campagna politica): di dismettere questa cacofonia dei temi sensibili, è fastidiosa imprecisa e molesta quasi quanto bipartisan e un attimino. Di leggersi qualche libro al proposito e non soltanto le agenzie di stampa o le dichiarazioni del Papa.
Se si nutrissero dei dubbi sul tenore delle dichiarazioni di Adinolfi, basta leggere dal suo post sulla dichiarazione papale circa lo stato vegetativo permanenente (per rimanere di sasso):
Per quanto ormai pecorella smarrita di quel gregge, sono formato cristianamente e credo che solo la Chiesa cattolica abbia il merito di porre l’attenzione sulle questioni ultime della vita e della morte. È utile cominciare a discuterne anche in rete.
Solo la Chiesa? Siamo davvero messi molto molto male. Per non parlare del commento (n. 6) lasciato dallo stesso Adinolfi al post suddetto:
Io credo che uno stato del ventunesimo secolo debba, in materia di bioetica, legiferare e poi sottoporre tali leggi a referendum confermativi...solo la democrazia ci dice cosa può essere giusto e cosa no, non riesco a trovare altri metodi...mi fido del giudizio della comunità in cui vivo.
Solo la democrazia ci dice cosa può essere giusto e cosa no? Anche in filosofia politica siamo messi maluccio. Adinolfi è davvero convinto che la democrazia avrebbe il potere (dovrebbe avere il potere) di scalfire la nostra libertà, basta che ci sia la maggioranza? Adinolfi accetterebbe senza protestare se la democrazia dicesse che è giusto picchiare le persone? O torturare i prigionieri? Oppure che la vita è sempre un bene prezioso, sacra e inviolabile, di cui non possiamo disporre e il concepito è uno di noi (con tutte le implicazioni derivanti)? Mi sembra molto ingenuo e assolutamente ridicolo. Forse fa molto amico del popolo dire di fidarsi della comunità in cui si vive, al punto da lasciarsi naufragare in questo mare, ma qualche paletto io lo metterei. Qualche paletto a circondare il mio spazio intoccabile di autonomia, che nemmeno un plebiscito potrebbe calpestare. Non credo sia necessario elencare i casi in cui la maggioranza potrebbe diventare dispotica (mi chiedo se, invece, potrebbe essere utile citare qualche voce bibliografica, tanto per approfondire la questione. Rimango a disposizione).

venerdì 14 settembre 2007

La religione nello spazio pubblico

Sul Foglio di oggi trovo nel resoconto dell’intervento di Jürgen Habermas a un convegno romano («Il laico Habermas attacca il laicismo», 14 settembre 2007, p. 1) questo breve passaggio:

Insomma, per lo scorno di chi pensa che contrapporre laicità e laicismo sia un trucco, Habermas non soltanto usa quelle categorie ma le rende centrali nel suo ragionamento. Laicista è chi pensa che vada negato spazio pubblico al fatto religioso (“non capisco perché non si possano esibire i segni della fede”, ha detto rispondendo a una domanda).
In genere chi è laico (o laicista, se proprio preferite) intende «la negazione dello spazio pubblico al fatto religioso» come l’esclusione degli argomenti di fede (o riconducibili alla fede) dalla discussione pubblica nella sfera politica: una norma non può essere approvata solo perché «Dio lo vuole», neanche se chi la sostiene è in maggioranza. Ma su questo principio sono d’accordo – a parole – anche i credenti (che infatti sostengono che le loro verità di fede sarebbero confermate da una più o meno fantomatica e indefinita «Ragione» intersoggettiva); e certo non lo si potrebbe mai confondere con il divieto di «esibire i segni della fede».
È possibile allora che la domanda rivolta ad Habermas si riferisse piuttosto a polemiche come quella contro l’affissione di crocefissi nei luoghi pubblici in Italia o contro il velo islamico nelle scuole francesi; ma anche in questo caso, la risposta del filosofo non sembra molto congruente: non si tratta certo di esibire genericamente i segni della fede. Forse la domanda era mal posta, o forse Habermas non l’ha compresa; in ogni caso, si ha la sensazione che il Foglio abbia fatto intenzionalmente un po’ di confusione.
Sia come sia, approfittiamone per riassumere brevemente i capisaldi della posizione laica in materia. Nello spazio comune – quello, per intendersi, delle strade e delle piazze – siamo tutti liberi di esibire i segni delle nostre appartenenze: croci, kippah, barbe islamiche, turbanti sikh, clergyman, sai, tonache. Le campane possono suonare a festa per i matrimoni, e i muezzin possono richiamare alla preghiera. Una limitazione importante è la mancanza di costrizione: la polemica contro il velo islamico è tutta qui. In assenza di un criterio per distinguere chi lo indossa volontariamente dalle altre, il divieto generalizzato può avere l’effetto di liberare soggetti troppo deboli per ribellarsi – anche se è una misura su cui ovviamente c’è molto da discutere (e sarebbe in ogni caso meglio non invocare argomenti chiaramente pretestuosi, come l’impossibilità di identificare chi lo porta). Un’altra limitazione è il rispetto per la sensibilità comune, che sostanzialmente rispecchia i gusti della maggioranza ed è mutevole nel tempo: niente macellazione rituale in piazza, per esempio, e niente bestemmie contro Allah. Questa limitazione cade completamente per quello che riguarda un altro tipo di spazio pubblico: quello dei libri, dei giornali, di Internet, dei Dvd, dei cinema e dei teatri, dove la libertà deve rimanere illimitata, e dove gli appelli delle sensibilità offese non devono avere corso (tecnologie push come la radio e la televisione, con i loro spettatori passivi, appartengono forse più allo spazio comune che a questo secondo tipo, ma anche di questo si può discutere); e ovviamente lo stesso vale per lo spazio privato.
Infine, lo spazio istituzionale. Lo Stato laico (e liberale) non propende per nessuna religione, e per nessuna ha avversione – se non per quelle che offendono le leggi. La conseguenza di questa neutralità è la mancanza assoluta di simboli religiosi nei suoi spazi: scuole, tribunali, ospedali, stazioni. Allo stesso modo i funzionari pubblici nell’esercizio delle loro funzioni non indossano croci o veli. Lo Stato laico lascia volentieri la foia identitaria ai tribalismi omicidi che ancora impestano il mondo; e a chi invoca l’identità occidentale risponde che la coincidenza di Occidente (con le sue religioni, le sue lingue e le sue etnie) e libertà è, in un certo qual modo, accidentale: tutto il mondo può conquistare la seconda, senza doversi trasformare nel primo.

Il mio sbattezzo


Annunciazione, annunciazione!
Dopo mesi finalmente questa mattina ho inviato una raccomandata per non essere contata tra i cattolici nostrani (né stranieri).
Sebbene intenzionata a farlo il rallentamento è stato causato da una serie di circostanze. La difficoltà di risalire alla parrocchia in cui il rito è stato consumato perché non sapevo a chi chiedere (non sto a dilungarmi sull’assenza di referenti parentali dotati di memoria clericale); l’avversione alle Poste, luogo necessario per inviare la raccomandata con ricevuta di ritorno (ho anche provato a usufruire del servizio web, ma devi registrarti, ti arriva un telegramma con un codice da inserire entro 10 giorni, il telegramma l’ho ricevuto in ritardo, ho provato ad inserire il codice ma non è stato accettato); la mia pessima abitudine di rimandare (anche questioni irrimandabili, figuriamoci).
Ma oggi, 14 settembre 2007 ho imbustato il foglio debitamente firmato di mio pugno, ho allegato la fotocopia di un documento, ho raggiunto l’Ufficio Postale 26 di Roma, ho preso il numero (089), ho guardato in cagnesco la dipendente che parlava al telefono di questioni evidentemente personali con il numero rosso che la sovrastava fermo per ore a 083 (senza alcun risultato, il mio sguardo) e con una ricrescita di almeno 3 centimetri che rendeva difficile non abbassare gli occhi, ho sbuffato una decina di volte, mi sono alzata dalla sedia di legno inchiodata al pavimento e alla parete (ma non bastava uno dei due?) per rendere il mio sguardo più minaccioso e dopo una mezz’ora abbondante mi sono portata a casa la ricevuta.
Al Parroco della Parrocchia dei Sette Santi Fondatori (tal Pasquale Conte) giungerò la mia dichiarazione di “non essere mai appartenuta alla confessione religiosa denominata Chiesa cattolica apostolica romana”. Wow! Aspetto la risposta.
Grazie allo Uaar e grazie a Raffaele Carcano.

Obbligo di nutrizione e idratazione artificiali

La Congregazione della Dottrina della Fede risponde ad un quesito della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti affermando che (Eutanasia, il Vaticano ai vescovi Usa. “Lo stato vegetativo è una vita da rispettare”, la Repubblica, 14 settembre 2007):

Anche se in “stato vegetativo permanente”, il paziente “è una persona, con la sua dignità umana fondamentale”. […] anche al paziente che si trovi in questa situazione “sono dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali”.
[…]
“La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita”.
[…]
Tale somministrazione, spiega il dicastero vaticano, “è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente”. Secondo l’ex Sant’Uffizio, “in tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’indebolimento progressivo dell’organismo e alla disidratazione”.
È difficile commentare (i corsivi sono miei). L’inferenza più affascinante è quella dall’affermazione che le cure sono dovute (che ha ancora una sfumatura di non imposizione: se qualcosa è dovuto – come un tributo o un ringraziamento – ancora non è necessario legare il malcapitato per porgli il nostro sentito e sincero omaggio) all’obbligatorietà. Per il bene del paziente, ovviamente. Al quale nessuno però s’è preso la briga di domandare cosa voglia fare della sua vita (prima di scivolare nello stato vegetativo permanente, si intende).
L’idea sottostante è sempre la stessa: la vita è un dono, ma un dono particolare di cui non puoi disfarti rincartandolo e infilandolo sotto l’albero, non puoi disporne, il tuo vero intento (e comunque quello cui devi conformarti) è di prolungarla il più possibile, anche se non capisci più un cazzo di niente e non c’è nessuna speranza di miglioramento, pertanto rassegnati ad essere nutrito e idratato artificialmente (il tuo parere non conta), il Sant’Uffizio sa meglio di te cosa è giusto e cosa sbagliato. Fine della discussione. Anzi, non la cominciamo proprio, la discussione. La Verità mica si discute. Che siete duri d’orecchie?
Ah, Benedetto XVI ha ordinato la pubblicazione del testo contenente le disposizioni sullo stato vegetativo.
(Non è un argomento razionalmente cristallino, ma non posso fare a meno di ricordare, all’invocazione del rispetto di una vita ormai meramente organica, quante esistenze nel senso pieno del termine siano calpestate da questi fantocci vestiti di nero, con la benedizione di altri candidamente vestiti).
(Grazie a Destynova per la tempestiva segnalazione).

giovedì 13 settembre 2007

Proibizionismo per i fast food?

L’obesità affligge molte persone e implica problemi di salute più o meno gravi. Il consiglio comunale di Los Angeles discuterà in autunno un’ordinanza per arginare l’invasione di fast food nell’area meridionale, dove la loro concentrazione è massiccia e gli obesi sono il 30% degli abitanti (la media nazionale è del 20).
La proposta solleva diversi interrogativi, primo fra tutti: servirà a qualcosa? Sebbene appaia bizzarra, la moratoria sui fast food si inscrive in una strada spianata da tempo: dal proibizionismo classico dell’alcol al divieto di fumare nei ristoranti. Dalla messa al bando del foie gras per ragioni etiche (a Chicago) alla proposta di dimezzare le porzioni al ristorante (il fu ministro della Salute Girolamo Sirchia). Già alcuni Stati americani hanno regolamentato i fast food, per ragioni estetiche o di concorrenza. Sarebbe la prima volta a protezione della salute. Tuttavia il paternalismo fa storcere il naso a molti. E sembra trascurare un aspetto: il basso costo di un pasto mordi e fuggi. Anche su questo fronte South LA ha un primato non invidiabile: il 28% della gente vive in povertà, contro il 16,2 nazionale.
Inoltre, l’applicazione dell’eventuale moratoria inciampa nell’ostacolo di definire un fast food. Molti si sono attrezzati da tempo con menu poco calorici e insalate accanto ai cheese burger a due piani. Non è ingenuo e riduttivo identificare fast food e cibo dannoso? Non sarebbe preferibile percorrere la strada della corretta informazione in tema di nutrizione e salute? Nel dubbio, aggiungiamo un posto a tavola per lo Stato, o almeno in fila per pagare un McMenu.

(Quei fast food messi al bando negli Stati Uniti, E Polis).

mercoledì 12 settembre 2007

Anniversari

Giacomo Samek Lodovici giustamente ci ricorda un anniversario cruciale (Nel discorso di Ratisbona lo spartiacque della ragione, Avvenire, 12 settembre 2007):

Il 12 settembre di anno fa Benedetto XVI pronunciava la sua lectio magistralis a Ratisbona. Non è qui possibile riassumere per intero questo discorso strepitoso (che ha sollevato polemiche pretestuose, non sempre in buona fede), perciò ci limiteremo a rimarcarne l’insegnamento più importante per l’uomo della strada. Ebbene, la lectio ha messo in luce l’aspetto di Dio come Ragione e va letta in sinergia (lo cominciò a sottolineare da subito Francesco Botturi su questo giornale) con l’enciclica Deus Caritas est, che si è soffermata su Dio come Amore.
Magari strepitoso va inteso nel significato letterale (qualcuno si è lamentato del tono troppo alto). Senza dubbio l’uomo della strada non finirà di essere grato per avere imparato che Dio è Ragione (o che la Ragione è Dio, se c’è equivalenza funziona pure così). Ma Dio è anche Amore (e però bisogna intendersi, perché c’è amore e amore).
Proprio sul retto amore Samek ci offre in conclusione qualche consiglio da posta del cuore:
sia evitare l’emotivismo, che è la riduzione dell’amore a sentimento (che è pur importante nella vita), visto come unico criterio dell’agire (cfr. il diffuso modo odierno di vivere le relazioni affettive non solo pre, ma anche matrimoniali), sia bandire le forme di falso amore (come l’eutanasia e l’aborto).
Tutto chiaro?

Dubbi amletici

Ma non avrebbe potuto banalmente divorziare? Nemmeno a dire che rischiava di essere escluso dalla santa messa funebre, come invece può capitare a uno sfigato camionista (per altri commenti sul camionista Aioros dixit).

martedì 11 settembre 2007

Trofeo Luca Volontè

Da tanto ci si pensava e finalmente oggi il sogno è stato coronato: nasce il Trofeo Luca Volontè.
Metà Ig® Nobel Prize, metà Prestigioso Premio Calderoli, il Trofeo Luca Volontè intende premiare i più meritevoli e fantasiosi paladini del rutilante panorama contemporaneo.
Mi raccomando, resistiamo alla tentazione di assegnarlo ogni volta a colui che dà il nome al suddetto Trofeo. Lo scopo è anche quello di farlo sentire meno solo nella sua geniale sregolatezza.
Le categorie possono essere le più varie: dalla politica al giornalismo, dalla filosofia alla religione, dal costume alla televisione. D’accordo: alcune aree si prestano più di altre, ma chi è votato alla ricerca troverà nei luoghi più impensati.
La scadenza varia, le motivazioni per la consegna del Trofeo anche: è il Trofeo Luca Volontè, mica quello Richard Dawkins.
Scriveteci, Signore e Signori, e fate le vostre proposte!
È gradita una breve spiegazione per godere meglio e appieno della consegna. La giuria (Bioetica, insomma i padroni di casa) sceglierà con insindacabile e incontestabile deliberazione.

ps
Per candidare il proprio beniamino al Trofeo è preferibile scegliere una dichiarazione o un comportamento estemporanei (piuttosto che olisticamente il candidato).

Eutanasia e testamento biologico: nuova versione di Luigi Verzè

Luigi Verzè dichiara a proposito di eutanasia (Don Verzè su eutanasia e testamento biologico, Vivere & Morire, 2 settembre 2007):

qualunque sia la motivazione, è irrazionale. È anche scientificamente e professionalmente riprovevole perché rivela vuoto culturale, antropologico, teologico. È come buttare un diamante perché non s’è trovata la punta dura per renderlo trasparente. Uccidere per compassione è meschina codardia*; è contro il progresso verso l’uomo integrale. Niente può giustificare la soppressione della vita. Il diritto di morire non va contrabbandato con l’uccidere.
Dichiarare qualcosa irrazionale a priori (qualunque sia la motivazione) è irrazionale, anzichenò! La metafora del diamante è fuori fuoco, del tutto: se il diamante è la persona che chiede l’eutanasia, non è che ci siamo persi la punta per renderlo trasparente (trasparente?), quanto abbiamo assistito impotenti alla sua quasi totale e irreversibile distruzione. Colpisce, al di là dei singoli passaggi, che manchi del tutto il punto di vista di colui che potrebbe chiedere l’eutanasia (a parte l’avergli dato dell’irrazionale, se ammettiamo che qualcuno che desideri qualcosa di irrazionale sia, almeno in parte, irrazionale). Libertà personale, autodeterminazione, possibilità di decidere circa la propria esistenza non sono nemmeno menzionate.
Vediamo se va meglio sul testamento biologico:
ad evitare la sofferenza non servono metodi abrogativi della vita, tutti brutali. Occorre un’illuminata deontologia, una cultura pluridisciplinare su quelle proprietà integranti della vita che sono la sofferenza e la morte. Questo intendo per morire vivi, per gestione della qualità di vita e di morte.
No, non va affatto meglio.

* Giustamente nel pezzo si ricorda che Luigi Verzè (nell’ottobre dello scorso anno) aveva dichiarato di avere staccato il respiratore ad un amico (per compassione, mica per meschina codardia!). E aveva commentato con dichiarazioni del seguente tenore (riferendosi ad un Cristo ligneo):
Lo hanno fatto morire, certo. Ma Lui poteva scendere dalla Croce e invece si è lasciato morire: per amore.
Oppure (riferendosi verosimilmente a cristiani del nostro tempo):
Tenere in vita una persona a tutti costi è ostinazione, non conservazione della vita. Se una persona vive così, solo grazie alle macchine, e chiede lucidamente di essere staccata, io credo che farlo possa essere un atto d’amore, un gesto cristiano.
A Roma per chi cambia idea esiste un proverbio che è meglio non riportare in questa sede...

Padre, figlia e...

Non siamo blasfemi, per carità. Perché è certo che il libro in uscita chiarirà moltissime questioni complesse e oscure: Testamento biologico, quale autodeterminazione?, di Marina Casini, Maria Luisa Di Pietro e Carlo Casini.
Il libro (si legge nella presentazione della casa editrice)

indagando nello spazio della scelta dei trattamenti sanitari e nell’orizzonte ben più complesso del senso della vita, delle relazioni umane e del diritto, affronta senza pregiudizi questo delicato tema che è divenuto di grande attualità sociale e politica con i casi Terri Schiavo e Welby.
Già, il senso della vita. Lo compro immediatamente.

Un prelievo di sangue per la diagnosi prenatale

Non più l’amniocentesi per effettuare una diagnosi prenatale, ma un banale prelievo di sangue (Amniocentesi, un prelievo di sangue la sostituirà, Dr. Sport, 11 settembre 2007):

Niente più amniocentesi per le future mamme, sarà sostituita da tecniche meno rischiose e invasive. Un prelievo di sangue sarà la nuova frontiera della diagnosi prenatale. Per individuare eventuali alterazioni di cromosomi che possono rivelare malformazioni al feto, sarà sufficiente un prelievo di sangue della futura mamma in dolce attesa. L’amniocentesi viene effettuata per malattie come la sindrome di Down. L’innovazione viene dall’Italia, e precisamente dall’Università di Perugia, all’avanguardia nel settore a livello mondiale. La sperimentazione per il momento sta avvenendo nella sola Umbria, e la diagnosi arriva nel giro di due settimane.
Si potrà in questo modo conoscere lo stato di salute del feto senza correre il rischio delle complicanze dovute alla amniocentesi, seppure ormai ridotte a percentuali molto basse. Una buona notizia dunque, anche se per coloro che disprezzano la selezione forse sarà una pessima facilitazione per le donne, una tentazione irresistibile di scartare i prodotti difettosi (senza nemmeno rischiare nulla!).

lunedì 10 settembre 2007

Agli antipodi

Il 7 settembre la Camera Bassa dello Stato della Western Australia ha approvato per 26 voti a 16 una legge che rende legale la clonazione terapeutica (la tecnica con cui potrebbe essere possibile produrre cellule staminali su misura per ogni singolo paziente), nonché la sperimentazione scientifica sui cosiddetti embrioni orfani. Si attende adesso il voto della Camera Alta per l’approvazione definitiva; la legge promulgherà a livello statale (l’Australia, com’è noto, è una federazione) le norme già approvate dal parlamento federale l’anno scorso.

L’Australia, evidentemente, è piuttosto diversa dall’Italia; ma la Chiesa cattolica è la stessa dappertutto. È successo quindi che, qualche tempo prima del voto, l’arcivescovo di Perth, Barry Hickey, abbia minacciato i membri cattolici del parlamento della Western Australia di voler «riconsiderare la natura del loro rapporto con la Chiesa», se avessero votato a favore della legge; in altre parole, di scomunicarli. Qual è stata la reazione delle istituzioni?
Fred Riebeling, il presidente della Camera, è intervenuto ammonendo l’arcivescovo che avrebbe potuto essere accusato di «disprezzo del parlamento» per i suoi commenti. Ve lo immaginate Bertinotti nelle medesime circostanze?
L’Australia è decisamente molto diversa dall’Italia...

Luca Volontè vs la 194

Veniamo a sapere (Aborto: le reazioni alle richieste del cardinale Ruini, la Voce d’Italia, 7 settembre 2007) che Luca Volontè, nostro beniamino, ha depositato un disegno di legge per la modifica della 194. Il cuore della sua proposta, credo, starebbe qua (cito): “inserire nel codice penale il reato di procurato aborto, punibile con l’ergastolo”. La proposta, si aggiunge immediatamente come per rassicurarci, “è in linea con i dettami del Movimento per la Vita, secondo il quale «l’uomo è sempre uomo fin dal concepimento»”. Non sono riuscita a trovare il testo del nostro, ma ho facilmente recuperato la sua precedente proposta di modifica risalente all’aprile 2006 (l’avrà riciclata, immagino, inserendo qualche minaccia carceraria qua e là). La proposta (n. 81, presentata il 28 aprile 2006), dopo la prevedibile premessa sul dominio della cultura della morte, sul fallimento della 194, sulla riduzione quasi totale delle ragioni per abortire a problemi economici, contiene articoli davvero spassosi.
Come l’articolo 1:

1. Dopo l’articolo 4 della legge 22 maggio 1978, n. 194, è inserito il seguente:
ART. 4-bis.
1. Alle donne che rinunciano alla interruzione della gravidanza lo Stato eroga un contributo pari a 516 euro mensili per la durata di un anno, che decorre dal momento del concepimento fino al ricovero del minore in un istituto di assistenza, ovvero alla sua adozione o affidamento.
516 euro per 1 anno? Questo sarebbe il modo per sostenere le gravidanze? E come si calcola il momento del concepimento? E se concepisco e poi abortisco spontaneamente, devo rimborsare i soldi che ho già preso?
Oppure l’articolo 3:
1. Al quarto comma dell’articolo 5 della legge 22 maggio 1978, n. 194, dopo le parole: «di cui all’articolo 4» sono inserite le seguenti: «sentita obbligatoriamente anche la persona indicata come padre del nascituro».
Il corsivo è mio, come il dubbio: e se non so chi sia il padre? Come faccio a rispettare la legge? (Forse ho capito: la legge prevista da Volontè non è adatta a donne di facili costumi che non sanno che il padre del concepito non può che essere il loro legittimo e sacrosanto marito! Come ho fatto a non pensarci?)

domenica 9 settembre 2007

E Polis: si ricomincia

Domani, così sembra.
Diversi giorni fa avevo scritto Il silenzio su E Polis, ma nessuno lo ha pubblicato (altrimenti, forse, non si sarebbe chiamato Il silenzio). Lo posto qui (come si farebbe con un brutto ricordo). Qui invece un post di chiusura di Daniela Amenta (25 luglio 2007), con alcuni link a molti redattori e collaboratori. Speriamo che anche questo vada a riempire il baule dei ricordi passati. Sul futuro e tutto il resto ci sono molte incertezze. Non possiamo che aspettare e vedere che aria tira...

Il 16 luglio è l’ultimo giorno che esce in cartaceo. Fino al 20 è online. Poi la sospensione. “E Polis” chiude per un disaccordo tra l’editore e lo stampatore. Debiti, migliaia di euro, rinunce. Ragioni e motivi di cui forse non sapremo mai abbastanza. Ma degli effetti si sa quanto basta.
Il mondo dei lavoratori di “E Polis” è congelato: quelli a tempo indeterminato, quelli a tempo determinato, quelli senza tempo e senza contratto. I poligrafici e tutti gli altri. Molti giovani.
Tre anni di attività, migliaia di copie distribuite, 15 edizioni, la presenza nella top ten dei grandi: finito o momentaneamente interrotto, non si sa.
Posti di lavoro e disoccupazione, libertà e pluralità di informazione: di questo si tratta, in sintesi. E di dubbiosa attesa.
Dal primo agosto è partita la cassa integrazione per gli oltre 130 giornalisti delle varie redazioni. Per un tempo massimo di 24 mesi. Per tutti una domanda ossessiva: riaprirà?
A questo si aggiunge il silenzio estivo della stampa, quella sopravvissuta. Ci sono le eccezioni, ma le eccezioni sono tali perché la maggior parte si comporta in un altro modo, ovvero tacendo. Si dice spesso silenzio assordante, consumata e sgradevole figura retorica. In questo caso il silenzio è doloroso e offensivo. Non assordante. Non c’è spazio per le figure retoriche. Solo per la rabbia e il disappunto.
D’altra parte è pur sempre estate, e tra gli amori nuovi che sbocciano in spiaggia o in discoteca, i fatti di cronaca splatter, incidenti, puttanieri e parole crociate rimane ben poco spazio per star dietro a centinaia di persone che si ritrovano in un limbo intollerabile. Non ricordate loro che il limbo non esiste più, perché avere una collocazione incerta è pur sempre meglio di non averne nessuna.
Presente impantanato, futuro incerto. Circondati da quella distrazione che spesso circonda le realtà scomode, con il segreto desiderio che spariscano. Forse “E Polis” non è abbastanza patriottico e deferente come Fiat e Alitalia da meritare almeno lo statuto di problema da parte di un Paese che dei giovani parla o li costringe in categorie da sondaggio stagionale, ma non offre loro una mano; della libertà fa spesso scempio o caricatura; dell’informazione considera solo quanto fa comodo; confonde i cortili privati con le pubbliche piazze e l’equità con il privilegio.

Franco Cuccurullo: asso piglia tutto

Prima Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia, nel 1997 Franco Cuccurullo è eletto come Rettore della Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti. Oggi è ancora in carica, al quarto mandato. È potenzialmente rieleggibile ad aeternum perché, contrariamente alla maggior parte di Atenei nei quali c’è un limite per la rielezione, lo statuto della d’Annunzio non pone limiti alla divina provvidenza.
È Presidente della Fondazione d’Annunzio dopo averla creata (2002): “La Fondazione ha personalità giuridica di diritto privato e non ha scopo di lucro, non può distribuire utili ed opera esclusivamente nell’interesse della Università. […] La Fondazione persegue i propri scopi con tutte le modalità consentite dalla sua natura giuridica ed opera nel rispetto dei principi di economicità della gestione” (Articolo 1, Costituzione – sede – delegazioni).
Perché creare una Fondazione? Che cosa fa la Fondazione d’Annunzio?
L’articolo 2 dello Statuto (Finalità e attività strumentali, accessorie e connesse) stabilisce che: “Per il perseguimento delle sue finalità la Fondazione può, fra l’altro:
a) promuovere la raccolta di fondi privati e pubblici e la richiesta di contributi pubblici e privati locali, nazionali, europei e internazionali da destinare agli scopi;
b) stipulare contratti, convenzioni, accordi o intese con soggetti pubblici o privati;
c) amministrare e gestire i beni di cui abbia la proprietà o il possesso, nonché le strutture universitarie delle quali le sia stata affidata la gestione;
d) sostenere lo svolgimento di attività di formazione, ricerca e trasferimento tecnologico, anche attraverso la gestione operativa di strutture scientifiche e/o tecnologiche dell’Università mediante proprio personale amministrativo e di ricerca;” e così via. (Alquanto bizzarro deve’essere un accordo tra l’Ateneo e la Fondazione siglato Cuccurullo/Cuccurullo).
In altre parole, viene snellito l’iter burocratico pubblico. Secondo Fabio della Lista Studentesca 360 Gradi (Fondazioni “G. d’Annunzio”: cosa accade in caso di inadempienza?, Il Rombo, I, 1, p. 5) “si fa più in fretta. Come? Evitando le procedure pubbliche di appalto e passando per le chiamate dirette di ditte e tecnici al momento occorrenti e con criteri mai chiariti; insomma si passa ad una gestione privatistica. Ciò equivale a dire che alcuni servizi dell’Università si PRIVATIZZANO.
[…] Alcuni “autorevoli” esponenti del nostro Ateneo hanno raccontato che l’efficienza e l’efficacia sarebbero state le peculiarità principali della Fondazione per cui si potevano tranquillamente trasferire (o assegnare o delegare) alcuni servizi a questo ente strumentale: la manutenzione ordinaria e straordinaria degli immobili dell’Università, la gestione del CESI, ITAB, CedUc e i servizi di guardiania e uscierato sono stati trasferiti alla FONDAZIONE.
Proprio la MANUTENZIONE ha un costo annuo superiore ai 3 milioni di euro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti […].
Questo Ente di diritto privato sembra non stia svolgendo i compiti concordati con l’Ateneo. A questo punto l’Università dovrebbe intervenire nei confronti della Fondazione per far rispettare la Convenzione stipulata; ma perchè tarda tanto? È semplice: gli uomini che guidano la FONDAZIONE G. d’Annunzio sono gli stessi ai vertici del nostro Ateneo. Quindi anche il controllore e il controllato coincidono. La legislazione e le norme di riferimento in materia di Fondazioni universitarie affermano: “in caso di mancata o grave irregolarità nell’attuazione delle linee guida di attività o di grave impedimento delle convenzioni, gli enti di riferimento possono procedere alla revoca ed alla sostituzione dei componenti del consiglio di amministrazione dallo stesso designati”. Nel nostro caso i designatari sono anche membri degli organi “nominanti”. Come si risolve la situazione? È lecito riflettere su questa contraddizione. La realtà dei fatti ci obbliga a sollevare la questione anche a livello nazionale”.
Con quali soldi è tenuto in vita la Fondazione d’Annunzio?
Secondo quanto riportato da Alessandro Biancardi in un dossier accurato sull’impero di Cuccurullo (Imperatore Cuccurullo, PrimaDaNoi.it, agosto 2005) il 3 febbraio 2003 “il Consiglio di amministrazione dell’Università stabilisce «su proposta dei professori Bonetta e
Falaco… una dotazione iniziale di 600.000 euro quale fondo capitale iniziale ed ha stabilito di attribuire con decorrenza dal 2004 un contributo annuo di 500.000 euro». Chi caccia questi soldi? L’Ateneo (pubblico)”.
Il Consiglio di Amministrazione è composto al massimo da 8 membri compreso il Presidente e, in base all’articolo 11 dello Statuto (Consiglio di Amministrazione), i componenti sono: il Presidente; 2 membri nominati dal Consiglio di Amministrazione dell’Università; 2 membri nominati dal Senato accademico dell’Università; 1 membro designato dal Ministero. Siamo a 6 membri; i posti liberi sono solo 2. Difficile immaginare che un privato o un ente pubblico investa in una condizione in cui a priori la maggioranza del Consiglio di Amministrazione sarà “universitaria”. I soldi gestiti dalla Fondazione sono, verosimilmente, soltanto quelli dell’Università, ovvero soldi pubblici. Come non domandarsi insieme a Bianciardi: “È giusto gestire con regime privatistico, per la gran parte, soldi pubblici? E poi, siamo davvero sicuri che un ente che gestisce soldi pubblici possa definirsi di diritto privato? I soldi rimangono pubblici anche se passano di mano: questo è sicuro”.
Aggiunge Fabio della Lista 360 Gradi riguardo alla gestione dei fondi (Fondazione Universitaria “G. d’Annunzio, Rombo, I, 1, p. 4): “Successivamente le attività “trasferite” dalla gestione “pubblica” dell’Ateneo a quella “privata” della Fondazione sono incrementate; […]. Nel pratico la Fondazione “affida direttamente” il servizio ad una ditta esterna che poi svolge queste attività; l’azienda assegnataria del servizio è la stessa che c’era prima. Allora, cosa è cambiato?”.
In conclusione (ancora Bianciardi): “Per gestire lo stesso ente (Università) c’è bisogno di un secondo organo (Fondazione) che assorbe numerose risorse. Se poi, grosso modo, sono le stesse persone ad occupare le poltrone non si capisce l’utilità del «braccio operativo». Rettore, dirigente, revisori si ritrovano anche in Fondazione. In definitiva, che cosa quelle stesse persone non possono fare nel Consiglio di amministrazione dell’Ateneo (pubblico) ed invece possono fare in quello della Fondazione (privata)?”.
Lo slogan della Fondazione strappa un sorriso: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” (Marcel Proust). Difficile adattarlo a un vero e proprio conquistatore di “terre” quale Cuccurullo!
Ma non è finita qua con il monopolio delle cariche. Perché Franco Cuccurullo è anche nel Consiglio di Amministrazione della Università Telematica (2005), il Campus online dell’Università “G. d’Annunzio” che si chiama Leonardo da Vinci (che ha come slogan: “Oggi. L’Università di domani”), nella duplice veste di Presidente della Fondazione e Rettore dell’Ateneo.
L’Università Telematica è privata, “è un’iniziativa dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara e dell’omonima Fondazione. Una realtà nuova, “giovane”, che da un lato completa l’offerta formativa dell’Ateneo, dall’altro dà impulso alla ricerca nel campo dell’Information and Communication Technology”.
Costa 2.000 euro per un anno di corso.
Promosso e sostenuto dalla Fondazione (Articolo 1 dello Statuto, Istituzione) per perseguire le sua finalità didattiche e di ricerca può (Articolo 5, Perseguimento delle finalità):
a) accedere a fondi pubblici e privati, nazionali ed internazionali;
b) stipulare contratti, convenzioni, accordi o intese con soggetti pubblici o privati, anche ai fini di cui all’art. 8, comma 2, del DM 17.04.2003;
c) amministrare e gestire i beni di cui abbia la proprietà o il possesso, nonché le strutture ed infrastrutture universitarie e le risorse strumentali affidate alla sua gestione con atto convenzionale;
d) sostenere lo svolgimento di attività di ricerca e sviluppo tecnologico, formazione e alta formazione, anche in cooperazione con Università italiane e dell’Unione Europea e partecipare a consorzi, associazioni e fondazioni, che condividano le medesime finalità.
Gli Organi dell’Ateneo sono (Articolo 6): il Presidente del Consiglio di Amministrazione; il Rettore; il Senato Accademico; il Consiglio di Amministrazione; i Consigli di Facoltà; i Consigli di Corsi di Studio; il Direttore Generale; il Collegio dei Revisori; il Nucleo di Valutazione.
Il Consiglio di Amministrazione è composto (Articolo 11): dal Presidente della Fondazione “Università Gabriele d’Annunzio”, che lo presiede; dal Rettore, nominato ex art. 8;
da due professori di ruolo dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio”, designati dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione previa autorizzazione dell’Università
dai due componenti scelti dal Consiglio di Amministrazione dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio”; da un rappresentante del MIUR; dal Direttore Generale.
I soliti noti, dunque.
A fronte delle esorbitanti cifre destinate alla Fondazione, delle roboanti dichiarazioni di intenti dell’Università Telematica e dei proventi delle tasse universitarie gli studenti lamentano una situazione drammatica nell’Università, quella fatta di mattoni e cemento (Tasse d’iscrizione universitarie: una montagna di soldi, Rombo, I, 1, p. 6): “Non secondaria è la considerazione in tema di servizi offerti: sono scadenti, insufficienti e talvolta obsoleti. Tra i tanti dati sfoderati dall’U.dA. non vengono mai citati il numero di postazioni informatiche, quelli riguardanti gli spazi dedicati alle biblioteche, quanti e quali sono i laboratori di Facoltà (quelli accessibili agli studenti). Noi, anche non conoscendo quei dati ufficiali, possiamo solo prendere atto che i 28,5 milioni di euro vengono utilizzati in maniera alquanto discutibile; ad esempio qualcuno ci spieghi perché assegnare ai fondi per l’E-learning la somma di 1,2 milioni di euro e dotare di attrezzature informatiche una struttura che sta a Torrevecchia Teatina lasciando le Facoltà di Scienze MM FF NN, Farmacia, Scienze Sociali, Psicologia, Scienze della formazione prive di aule informatizzate.
Non serve un analista per affermare che le postazioni informatiche sono clamorosamente insufficienti, che i laboratori sono quasi inesistenti e che le biblioteche sono piccole rispetto al numero enorme di studenti; invece serve un analista per capire perchè ogni volta che poniamo all’attenzione queste problematiche veniamo ignorati come se tutto fosse normale”.
Da aggiungere a tutto ciò ci sono le barriere architettoniche, le sedie divelte, le finestre sigillate e così via che la Lista 360 ha immortalato in una galleria degli orrori (il reportage fotografico è pubblicato su Rombo, I, 1 e online: www.360press.com).
Da aggiungere c’è la decisione del Consiglio di Amministrazione, nell’estate 2006, di costruire una chiesa nel campus di Chieti e una nella sede di Pescara (per una spesa di circa 40.000 euro ciascuna).
Nelle Ultimissime dello UAAR dell’1 agosto 2006 Roberto Anzellotti, coordinatore del circolo di Pescara, scrive: “Avendo letto sul numero di sabato 29 luglio scorso del quotidiano “Il Centro” di Pescara la notizia dell’approvazione da parte del CdA dell’Università G. d’Annunzio di Chieti del progetto per la costruzione di una chiesa all’interno del Campus universitario, noi del Circolo UAAR di Pescara ci siamo immediatamente messi in contatto con il Rettore dell’Ateneo, spedendogli una lettera in cui segnalavamo la nostra contrarietà al progetto e chiedevamo spiegazioni sui motivi. La risposta del Rettore non si è fatta attendere, stringata e definitiva: la decisione è stata presa in forma democratica ed a larghissima maggioranza dal CdA e pertanto il progetto si realizzerà!”.
Non è possibile saperne molto di più, dal momento che i verbali dei Consigli di Amministrazione e dei Senati Accademici sono sul sito della d’Annunzio ma sono protetti da una password e non è comprensibile se e in che modo è possibile ottenerla. Curiosa procedura, soprattutto alla luce del fatto che in genere questi documenti sono accessibili liberamente e facilmente nei siti delle altre Università. Certo è che le chiese non mancavano nell’area circostante: secondo la CEI ci sono 14 parrocchie a Chieti e 4 a Chieti Scalo, dunque vicino al Campus (Ss. Crocifisso, Ss. XII Apostoli, S. Pio X e Madonna delle Piane: quest’ultima addirittura in via dei Vestini 178 – il civico della d’Annunzio è il 31 – ovvero esci dal Campus, giri a destra, cammini per 100 metri ed ecco la parrocchia di don Rocco Marsibilio).
Da aggiungere, infine, ai problemi logistici e di carenza di servizi offerti l’inchiesta sulla gestione disinvolta dell’Ateneo abruzzese e sulla abbondanza di “geni” in grado di laurearsi a tempo di record: la percentuale nazionale di laureati prima del previsto è di 5,1%, quella della d’Annunzio molto, molto più alta. Lauree facili, dottori “Speedy Gonzales”, scorciatoia: in una inchiesta su Il Messaggero del 19 maggio 2007 (Vi fidereste di un infermiere laureato in un mese? Ormai per prendere il pezzo di carta ci vuole davvero poco. Colpa delle università che per attirare soldi farebbero di tutto, ma lo scandalo era scoppiato già un anno prima) Anna Maria Sersale introduce l’argomento: “L’Italia sta diventando il Paese delle lauree facili. Con accordi vantaggiosi per tutti. Gli atenei aumentano gli iscritti e attingono più soldi dal fondo di finanziamento ordinario, mentre gli ordini professionali e le associazioni di categoria assicurano ai loro aderenti il biglietto da visita con scritto dott”. A Chieti su 3.653 laureati 2.354 sono “precoci”. Il finale è davvero amaro: foga nel concedere crediti, equipollenza sfrenata, un vero e proprio dottorificio – come lo definisce Gianantonio D’Orazio, Associato in Scienze dell’Alimentazione e vicepresidente del corso di laurea in dietistica, che brucia la concorrenza laureando precocemente il 95,6% di iscritti.
Quali sono questi corsi di laurea magici? “Scienze del Servizio sociale e Scienze manageriali, 32,9% e 60%. Offerte ghiotte per esperti dei servizi, finanzieri, poliziotti e ministeriali. C’è chi spera di fare il salto dal quadro B a quello A. Ma per le Scienze manageriali (sede a Pescara) qualche cosa non ha funzionato. È scattata un’inchiesta della magistratura in base alle denunce di un gruppo di agenti di polizia. Questi, dopo avere pagato per le lezioni, si sono trovati senza crediti, senza voti, senza alcun riconoscimento degli studi fatti. L’ateneo, convenzionato con il Siap, in questo caso era estraneo ai fatti. Sembra che ci fosse un sito web, creato da due napoletani, che avrebbe rastrellato centinaia di iscritti ai quali sarebbe stata prospettata la possibilità di avere una serie di “agevolazioni”. C’è anche chi parla di bus organizzati per portare carrettate di agenti agli esami. Nelle maglie larghe della legge si inseriscono abusi e distorsioni. Riuscirà Mussi, che tre giorni fa ha scritto agli atenei, a fermare fenomeni così inquietanti?”.
Incredibile ma le attività di Franco Cuccurullo non si limitino al baronato universitario. Infatti è anche Presidente del Consiglio Superiore di Sanità per il triennio 2006/2009. Dal 2001 è Presidente del Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR), che ha il compito di valutare i risultati della ricerca e di determinarne i criteri (rieletto nel 2003). Questa ultima carica sembrerebbe proprio entrare in conflitto con la gestione di un ente deputato alla ricerca (di nuovo, il controllato e il controllore vivono nello stesso corpo!). Nel 1999 è stato Membro del Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (Ministero dell’Università).
Non basta. È Presidente della Commissione per l’aggiornamento delle Linee Guida sulla Legge 40/2004 sulla procreazione assistita, la cui decisione abbiamo avuto il piacere di conoscere nel luglio passato.
Tutto questo, e molto altro ancora, in una persona sola! Ai limiti del miracolo, misterioso quasi quanto la transustantazione, è la rappresentazione migliore dell’Italian way of life. Del baronato universitario, della concentrazione di poteri nelle mani di un solo uomo.
Capolavoro di ubiquità, commuove immaginare Cuccurullo correre da un incarico all’altro, da un dovere all’altro senza nemmeno il tempo di prendere fiato. E chi osa dire che gli italiani sono pigri? Gli italiani, almeno alcuni, si sacrificano per il bene dell’umanità. Altro che pigrizia!
Convinto assertore della meritocrazia (come dichiara nella relazione inaugurale dell’anno accademico 2006/2007, L’Università delle avanguardie), forse ritiene di essere l’unico meritevole.

(Agenda Coscioni, settembre 2007; di Franco Cuccurullo avevo già scritto, ma ci sarebbe materiale per una corposa agiografia. Chiedo scusa per la lunghezza del post.)

Aggiornamento: quasi a scadenza regolare si denuncia lo scandalo delle lauree facili, con tanto di indagine della Procura (Lauree facili, Mussi denuncia, Il Messaggero, 1 settembre 2007). Vediamo.

(Nella foto: Livello [-1] della Facoltà di Lettere – Acqua alla base di un quadro elettrico.)

sabato 8 settembre 2007

D’Agostino e l’androgino

Questa volta a dire la sua sugli ibridi citoplasmatici (la cui creazione è stata approvata in linea di principio tre giorni fa dall’Autorità britannica che regola la fecondazione assistita) è il professor Francesco D’Agostino, ex presidente della Commissione Nazionale per la Bioetica («Perché distruggere un embrione “prevalentemente umano” se è utile?», Il Foglio, 7 settembre 2007, p. 2):

“Lo stesso fatto che gli organismi prodotti verranno distrutti dopo quattordici giorni indica che l’Hfea e gli stessi scienziati sono perfettamente consapevoli della mostruosità. Se non ci fosse ‘niente di male’, perché distruggerli?”.
A dire il vero, lo scopo della creazione degli embrioni ibridi è dichiaratamente la produzione di cellule staminali embrionali, che si estraggono dall’embrione quando questo raggiunge lo stadio della blastocisti (una sfera cava di cellule), a partire dal quinto giorno dopo la fecondazione. Com’è noto, l’estrazione delle staminali comporta la distruzione dell’embrione; e questo dovrebbe bastare a rispondere alla domanda del professor D’Agostino.
Ma ammettiamo pure che per qualche motivo uno degli embrioni ibridi si riveli inadatto allo scopo per cui è stato prodotto; perché – potrebbe ribattere D’Agostino – distruggerlo anche in questo caso, e non lasciarlo sviluppare fino al termine? Il problema è che non sappiamo di quali squilibri metabolici potrebbe soffrire un organismo i cui mitocondri (i corpuscoli che producono energia nella cellula) provengono da una specie non umana. Tutto lascia pensare che un embrione siffatto non riuscirebbe a svilupparsi oltre i primissimi stadi, e in ogni caso lo stato di salute di un individuo nato da questo processo rimarrebbe un’incognita. Sono dunque banali considerazioni etiche a proibire un esperimento di questo genere – si vogliono evitare inutili sofferenze future – e non la paura del «mostro».
Se poi in qualche modo si verificasse comunque una nascita, la persona generata in questo modo non avrebbe assolutamente di mostruoso – almeno, per chi non calcola l’umanità in base alle percentuali di Dna, ma in base a caratteristiche un poco più significative. Sono certo che verrebbe accolta senza problemi da tutti – compreso il professor D’Agostino – così come oggi nessuno ha nulla da dire su una persona a cui sia stata trapiantata una valvola cardiaca di suino (e che dopo un po’ si ritrova con cellule animali sparse dappertutto per il corpo).
Gli scienziati e i fautori delle “chimere” sostengono che si tratti solo di uno studio a scopo terapeutico. “Invece no. La terapia non c’entra. Qui siamo di fronte a una ricerca di tipo palesemente eugenetico: non curare, ma costruire una specie umana migliore. Dunque con un’identità diversa, modificata. Per ora, si dice, è solo sperimentazione. Ma una volta accettata la manipolabilità, il problema è la sua ricaduta nella pratica sociale. Che riguarderà tutti, perché metterà in gioco l’identità degli esseri umani anche in quanto ‘uguali’. Perché in futuro alcuni uomini, quelli che potranno permettersi questa tecno-scienza, potranno dire: ‘noi siamo geneticamente diversi dagli altri’. Ma questa è una prospettiva eugenetica, non certo terapeutica”.
Qui è difficile capire di che cosa D’Agostino stia parlando. A parte la contraddizione flagrante con quanto diceva poco prima (gli scienziati sono consapevoli che si tratta di mostri a cui non fare vedere la luce – anzi no, stanno progettando superuomini migliori di noi), non esiste assolutamente nessun indizio che possa far pensare a una ‘superiorità’ di qualsiasi tipo degli organismi che saranno prodotti in questo modo; casomai è vero il contrario, come abbiamo visto: squilibri metabolici anche gravi sarebbero molto probabili. Quella di D’Agostino è dunque un’illazione destituita di fondamento: si ha la nettisssima sensazione che il professore si sia trovato a corto di argomenti (o che il Foglio l’abbia contattato in un momento poco opportuno...), e che abbia riciclato un discorso pensato per tutt’altre circostanze, in particolare per la cosiddetta ingegneria genetica migliorativa.
Un ribaltamento grave, secondo D’Agostino, anche perché “questo è anche un caso conclamato del fatto che oggi viene difesa di più l’identità dell’animale che quella dell’uomo: nel 2009 nell’Ue entrerà in vigore una direttiva che vieta ogni sperimentazione sugli animali. Ma non esiste un divieto analogo per l’embrione umano”.
Proviamo a ripetere le ragioni di questa ‘scandalosa’ disparità (anche se il divieto del 2009 riguarda in realtà solo la sperimentazione dei cosmetici): gli animali – in particolare uccelli e mammiferi – sono esseri sensibili, che è intuitivamente sbagliato sottoporre al dolore per motivi che non siano assolutamente necessari. Un embrione, invece, non è certamente un essere sensibile, né tantomeno una persona dotata di coscienza; questo, almeno, di nuovo, per chi non attribuisce valore solo alle percentuali di Dna ma guarda a qualcosa di più sostanziale. Per chi la pensa a questo modo il dolore di una singola creatura innocente vale e varrà sempre molto di più di miliardi di embrioni di «purissima specie umana».
Inoltre, se si accetta non solo che l’embrione è materia manipolabile, ma che il genoma umano può essere modificato, allora in futuro si potrebbe scambiare il patrimonio genetico tra uomo e donna, ibridare un androgino. E sarebbe ancora il concetto di identità umana a essere violato.
Come già l’articolo che registrava le opinioni di Angelo Vescovi, anche questo si chiude su questa bizzarra evocazione, out of the blue, di una minaccia stravagante e ovviamente del tutto inventata: lì era il «buomo», l’ibrido vivente tra uomo e bue, qui l’androgino. Ti immagini il redattore del Foglio che sollecita l’intervistato: «ora, professore, per la chiusura, mi servirebbe qualcosa di impressionante. No, il minotauro l’abbiamo usato ieri...».
Si potrebbe rispondere a D’Agostino che siamo tutti ibridi, con un patrimonio genetico che è frutto dello scambio fra quello di un uomo e quello di una donna; ma immagino che il professore già lo sappia. Cosa avrà voluto dire? L’unica possibilità è che pensasse a esseri umani dotati di due cromosomi X e di un cromosoma Y... Ma questi esistono già: sono le persone affette dalla sindrome di Klinefelter, o sindrome XXY. Sono maschi (non androgini) con ridotta fertilità e, talvolta, altri sintomi. Nessun bisogno di riprodurre in laboratorio embrioni con questa sfortunata caratteristica, se non – forse – per studiare una cura. Ah, ma già, dimenticavo, questa sarebbe eugenetica, non si può fare...

venerdì 7 settembre 2007

E se fossi stato io?

Il drammatico errore dell’aborto al San Paolo di Milano ha spalancato le porte di un inferno tragicomico. Quello dei goffi e insensati paragoni con l’eugenetica: basta consultare un sussidiario per coglierne l’infondatezza. E quello di controfattuali esistenziali terrorizzanti: “e se avessero abortito me?”.
La prima e impietosa risposta consisterebbe nel rammentare che il malcapitato non starebbe qui a domandare. Più seriamente, bisognerebbe ricordare che le persone potenziali non godono ancora di quella caratteristica necessaria per interrogarsi ed interrogare: l’esistenza. La possibilità di interrompere una gravidanza riguarda proprio questo tipo di persone – ma le persone potenziali, appunto, non esistono ancora e la loro futura esistenza non basta a renderle persone attuali (qui ed ora). L’essenza delle persone potenziali è tanto fluttuante ed eterea da somigliare all’onirico.
“E se avessero abortito me?” non è una domanda sensata (nemmeno se al “me” segue una caratterizzazione emotivamente coinvolgente: “me disabile”, tanto per rimanere intorno al recente fatto di cronaca), dunque, e apre un percorso temporale a ritroso indefinito (perché le persone potenziali sono tali anche prima del concepimento). “E se il 3 settembre 1933 non avesse piovuto?” sarebbe una domanda equivalente – perché se non avesse piovuto una giovane donna (mia nonna) non si sarebbe riparata sotto a una tettoia ove un giovane uomo (mio nonno) aspettava il sereno, non avrebbero cominciato a parlare, non si sarebbero innamorati, non si sarebbero sposati, non sarebbe nata mia madre e così via.
Per concludere: abortire un feto affetto da una qualche patologia non implica non rispettare le persone disabili o attribuire loro meno valore. Essere per la libertà di scelta (compresa quella di abortire) non implica avere l’animo di Carl Clauberg o del suo più famoso compare, Joseph Mengele. Annientare queste differenze rende ogni discorso su quanto accaduto a Milano privo di senso.

Vescovi contro gli ibridi

Sul Foglio di ieri Angelo Vescovi spiega perché, secondo lui, gli embrioni ibridi la cui creazione è stata appena ritenuta ammissibile da un’autorità regolatrice britannica sarebbero completamente inutili («Che la chimera possa servire a curare malattie umane resta una chimera», 6 settembre 2007, p. 1):

“Dobbiamo considerare – premette Vescovi – che la ricerca sulla clonazione terapeutica ha bisogno di grandi quantità di cellule uovo […] si parla di migliaia di ovociti necessari. Impossibile immaginare di ottenerli se non ricorrendo a quelli animali, ed è già un’ammissione della paurosa inefficienza di questa tecnica”.
Ci troviamo, come si vede, di fronte al solito Comma 22 di tutti gli oppositori degli studi sulle staminali embrionali: senza ricerca i risultati sono scarsi; ma i risultati sono scarsi, quindi la ricerca non deve partire...
E ora, aggiunge Vescovi, “si dice che gli embrioni ibridi (ammesso che si riesca davvero a ottenerli) serviranno a studiare i meccanismi di alcune gravi malattie umane, ed è un immenso controsenso scientifico”. Perché? “Ma perché sappiamo che spesso è sufficiente una minima alterazione di un enzima di una cellula o del rapporto bioenergetico tra alcuni organuli intracellulari, per produrre uno stato patologico in un organismo, e stiamo parlando di una situazione fisiologica, ovvero di una cellula interamente umana”. Che cosa può avvenire, allora, in embrioni ottenuti mediante fusione di una cellula somatica umana con un ovocita animale privato del proprio nucleo, ovvero “quando si andrà ad accoppiare un nucleo di origine umana con il Dna mitocondiale di cellule bovine? Come minimo, il rapporto bioenergetico tra il nucleo e il Dna della cellula umana e quello bovino sarà decine di volte più alterato di quanto accada in una cellula che di per sé è patologica anche per una lieve e unica alterazione”.
Ecco il punto: “Come è possibile pensare che quello così ottenuto possa essere considerato un modello affidabile per lo studio di patologie umane, come il diabete o il Parkinson, nelle quali plausibilmente la morte delle cellule è data da piccoli squilibri? La cosa non è scientificamente sostenibile”.
Cerchiamo di tradurre in termini comprensibili. I mitocondri sono piccoli componenti isolati che si trovano nel citoplasma della cellula, al di fuori del nucleo. La loro funzione principale è di fornire energia al resto della cellula. Negli ibridi citoplasmatici, di cui stiamo parlando, il nucleo della cellula è umano, mentre gran parte del citoplasma – e con esso dei mitocondri – è di origine animale. Il dubbio espresso da Vescovi è legittimo: saranno in grado i mitocondri di vacca o di coniglio di fornire energia in modo adeguato a una cellula umana? Alcune malattie che si vorrebbero studiare con le cellule staminali derivate da questi embrioni (come i morbi di Parkinson e di Alzheimer) sembrano dipendere almeno in parte proprio da anomalie nel funzionamento dei mitocondri: che credibilità avrebbero, allora, degli studi effettuati con cellule con mitocondri non umani? E prima ancora di questo: la struttura di un mitocondrio è formata in gran parte da proteine costruite in base al Dna del nucleo. Non è affatto certo (ed esistono prove sperimentali che sembrerebbero escludere questa possibilità) che essa possa lavorare con il Dna mitocondriale, se questo appartiene a una specie animale molto distante da quella umana.
Esistono, come si vede, parecchie incertezze; ma è proprio per questo che servono gli esperimenti. Dai commenti di Vescovi e di altri emerge una strana idea della scienza empirica, in cui l’esperienza di laboratorio si avvia solo quando si ha già la verità scientifica in tasca, dopo averla conquistata in qualche modo non specificato.
La situazione, del resto, non è priva di speranze. Il nucleo umano che viene inserito nella cellula animale non arriva perfettamente pulito e isolato: è accompagnato da una frazione del citoplasma umano, con i suoi propri mitocondri. È perlomeno concepibile che questa percentuale di mitocondri umani possa essere aumentata, e che sfruttando proprio la temuta incapacità dei mitocondri animali di funzionare a dovere possa prendere il sopravvento sulla frazione animale (cfr. Inter-species embryos: A report by the Academy of Medical Sciences, 2007, pp. 25-26).
Quanto agli studi sul Parkinson e sull’Alzheimer, essi costituiscono solo una parte delle proposte di ricerca (che dovranno comunque ricevere individualmente l’approvazione delle autorità britanniche); in effetti, gli embrioni ibridi dovrebbero servire in primo luogo a studiare i meccanismi del trasferimento di nucleo, in modo da migliorarne l’efficienza. In particolare, si potrebbe chiarire il funzionamento della riprogrammazione che rende nuovamente indifferenziato il nucleo di una cellula specializzata; in questo modo, sarebbe forse possibile riprodurre il fenomeno anche senza passare attraverso il trasferimento nucleare. Per queste ricerche è perlomeno concepibile che un imperfetto funzionamento dei mitocondri si riveli irrilevante.
Perché, allora, tanta enfasi sull’importanza della creazione di ibridi? Secondo Angelo Vescovi, nella decisione inglese “vince una certa visione anglosassone della ricerca come opera magna che nulla può arrestare. Ma la percezione è che gli interessi più forti in gioco siano solo in piccola parte scientifici. Sappiamo che i riflettori dei media sono accesi in permanenza sul capitolo clonazione, che suscita speranze di brevetti e di grandi guadagni”.
La visione che della scienza anglosassone ha il professor Vescovi necessita forse di qualche correzione. Il baconiano «realizzare tutto ciò che è possibile» ha sempre avuto un seguito sottinteso: «e che serva a qualcosa». Le risorse sono limitate anche in Inghilterra, e a nessuno piace sprecare soldi e anni di carriera inseguendo – per usare la non originalissima battuta del Foglio – chimere. Questi esperimenti potranno concludersi benissimo in un nulla di fatto (come tutti gli esperimenti scientifici che vengono iniziati), ma la speranza che portino a risultati importanti c’è.
Quanto agli interessi economici in ballo, ecco un nuovo paradosso: se le cellule staminali sono un vicolo cieco, com’è possibile che qualcuno speri di ricavarne una montagna di soldi? I soldi si fanno essenzialmente vendendo cure efficaci, non certo elemosinando fondi per la ricerca; questo vuol dire, di nuovo, che esiste una speranza concreta di arrivare a risultati utili. Vale anche la pena di sottolineare che, a differenza di quanto uno potrebbe capire dagli articoli di Vescovi e di altri come lui, anche le staminali adulte sono state oggetto di brevetti: alcuni dei quali registrati – sorpresa! – dal professor Vescovi in persona. L’illustre scienziato si trova insomma nella stessa barca con i suoi colleghi delle staminali embrionali – anche se, in effetti, una differenza c’è: questi ultimi non hanno mai tentato di mettere fuorilegge le ricerche della ‘concorrenza’, mentre Angelo Vescovi ha dato un contributo non esiguo a far fallire il referendum sulla legge 40, che avrebbe potuto rendere di nuovo pienamente legali gli studi sulle staminali embrionali in Italia...
“Forse qualcuno sogna di costruire in laboratorio un ‘buomo’, metà bue e metà uomo. Allora, per favore, non chiamiamola scienza”.
E su questo, infine, siamo d’accordo: questa non è scienza, e anche chi evoca questi fantasmi non è – mentre lo fa – scienziato.

mercoledì 5 settembre 2007

Rule Britannia!

La Hfea, l’agenzia governativa del Regno Unito che regola il campo della fecondazione assistita, ha deciso oggi di garantire in linea di principio agli scienziati britannici il permesso di produrre i cosiddetti ibridi citoplasmatici, embrioni creati con l’inserimento del nucleo di una normale cellula umana nell’ovocita (privato dei propri cromosomi) di un animale, che diventeranno fonti di cellule staminali embrionali ovviando alla scarsità di ovociti umani. Le richieste dei gruppi di ricerca dovranno comunque venire approvate una per una. Una legge che regolerà ufficialmente il campo dovrebbe essere approvata in parlamento entro la fine dell’anno; essa non potrà che confermare l’orientamento liberale assunto dalla Hfea, dopo che l’anno scorso una proposta governativa di bandire questa e altre tecniche simili aveva causato una sollevazione nel mondo scientifico. Lunedì scorso un sondaggio aveva rivelato che una ampia maggioranza del pubblico, il 61%, è favorevole alla creazione di questo tipo di ibridi.

Una vittoria per i liberali di tutto il mondo e per la ricerca scientifica: il Regno Unito si conferma ancora una volta all’avanguardia. Una sconfitta per gli integralisti, strenui avversari – come scrivevamo tempo fa – di «tutto ciò che mette in pericolo l’ordine immutabile e ‘naturale’ del mondo, e con esso gerarchie e privilegi consolidati da tempo immemorabile». Britons never, never shall be slaves!

lunedì 3 settembre 2007

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Clicco per leggere un articolo di Daniel C. Dennett (The Agony of Misplaced Ecstasy) e in basso a destra una immagine attrae la mia attenzione, sembra una locandina di un film, penso a The Funeral Party, cose così. Ma leggendo quanto segue al punto interrogativo viene proprio voglia di compiere un gesto scaramantico retrivo e irrazionale... (Se vai nel loro sito ti fanno il preventivo senza spese aggiunte).

Un’intervista a...

... metà del team di Bioetica, su Radio Tre, condotta da Tommaso Giartosio per la trasmissione Fahrenheit del 31 agosto 2007: «Perché no: un approccio alla bioetica» (per ascoltarla occorre RealPlayer).

Aggiornamento: l’intervista è adesso disponibile anche in formato mp3 (grazie a Nova).

domenica 2 settembre 2007

Non chiamatela vita da cani...

Il pastore tedesco Gunther IV, appartenuto a una contessa tedesca, ha ereditato 133 milioni di euro. Ed è in buona compagnia. (Follia o presa in giro?).

Agorà dei giovani italiani

Ben strana esortazione per un Papa. Intanto i giovani sono diventati 500mila. Se non ci sono qui i miracoli, dove?

sabato 1 settembre 2007

Eran trecento(mila), erano giovani e forti, e sono diventati quattrocento(mila)

Un vero miracolo, e nel giro di poche ore! (I 300 mila ragazzi di Ratzinger. Preghiere, veglie e lo show in tv, Il Corriere della Sera, 1 settembre 2007 e Benedetto XVI davanti a 400mila persone: a meno che quei centomila non siano ottuagenari.)
Photogallery dei Papaboys.

Luca Volontè e le mamme inglesi

Il più recente articolo di Luca Volontè («La famiglia è in pericolo ma preferiamo parlare delle follie ambientaliste», Libero, 31 agosto 2007, p. 13) è ancora più rapsodico della media a cui l’Onorevole Capogruppo ci ha abituati: il pezzo si apre con alcune fini considerazioni sull’opportunità di non emettere flatulenze in pubblico, e si chiude con un’accorata critica al Presidente del Consiglio, reo di avere rinunciato, «a malincuore certo», a difendere «la verità e la Chiesa», come Erode (forse il paragone più corretto sarebbe stato con Pilato – ma non facciamo i pedanti, via). Nel mezzo, Volontè ci regala una fulminante intuizione sociologica, che è mio dovere – ne sono convinto – contribuire a divulgare il più ampiamente possibile. Eccola:

sedici teenagers accoppati tra loro [gli adolescenti inglesi] dall’inizio del 2007 ad oggi. Effetto del “breakdown England” come dicono i conservatori, della ridicolissima e dannosissima battaglia antifamiglia degli ultimi 20 anni. Ma anche della folle e semplice considerazione del via libera agli ibridi e ai perfetti da laboratorio. Se posso aver un figlio perfetto e che “rompe” meno, magari tra qualche anno, che m’importa di perdere tempo di [sic] educarlo oggi...
Ecco, ecco la spiegazione dell’angoscioso picco di violenza giovanile nel Regno Unito! Come abbiamo fatto a non pensarci prima? Eppure era così ovvio: dopo che il governo britannico ha dato il «via libera» alla produzione dei «perfetti da laboratorio», che come tutti sanno sono bambini transgenici tranquillissimi e molto molto educati (anche se sembrano tutti usciti dal Villaggio dei dannati) – la notizia mi era sfuggita, lo confesso, ma evidentemente non è sfuggita alle mamme degli slum di Liverpool, così come non è sfuggita all’informatissimo Volontè, parlamentare notoriamente molto colto – dunque, dicevo, dopo che il governo britannico ha dato luce verde ai suoi tecnoscienziati, le mamme inglesi sono state lestissime a fare due più due (complice anche la battaglia antifamiglia): se posso avere un perfetto damerino, magari fra qualche anno, chi me lo fa fare, si sarà detta la tipica snaturata mamma britannica, a farmi in quattro per educarlo oggi?
Cioè, naturalmente, non nel senso che è assurdo educare in anticipo un bambino non ancora nato – Volontè evidentemente si è permesso una piccola licenza stilistica; il senso è che è inutile educare un bambino adesso quando ne puoi avere uno già educato tra qualche anno, ecco.
Uhm. Vabbeh, a ben vedere, detto così uno potrebbe obiettare alla mamma inglese: sì, ma mentre aspetti il bambino perfetto, o madre snaturata, ti tocca sorbirti un delinquente minorile e baby-killer, che si vende l’argenteria di casa per mettere su un commercio di ecstasy e ti mena pure se dici «ah».
Eh, non so in effetti cosa potrebbe obiettare Volontè. Forse che per le mamme inglesi – quelle snaturate! – vale comunque la pena? Magari il figlioletto transgenico va ad Eton e poi a Cambridge: sono soddisfazioni, no? Però il baby-killer lo potrebbe accoppare prima, tipo Caino e Abele (l’Onorevole apprezzerà il paragone biblico, spero), e questo vanificherebbe tutto, temo... O forse il governo britannico ha dato il via libera anche all’eutanasia dei delinquenti minorili, consigliato dai suoi tecnoscienziati (i più cattivi del mondo, lo ha detto la Roccella da qualche parte)? Mi sa che chiederò spiegazioni a Luca Volontè. Sì. O magari a qualche mamma inglese...

Chi ha paura della Sindrome di Down?

Il Foglio prosegue la sua campagna ipocrita e buonista scomodando perfino un linguista (!) allo scopo di fare chiarezza sui termini – condizione necessaria prima di passare ai concetti. Ma torniamo ai termini.
In Mio figlio è Down, non “sbagliato” (31 agosto 2007 – ma chi ha mai detto che i disabili, e non solo chi è affetto da Sindrome di Down, siano “sbagliati”?) la parola viene lasciata a Michael Bérubé (sottotitolo: Il linguista Michael Bérubé ha rotto con i liberal perché giustificano la “microeugenetica”. “Abbiamo introdotto nella società missioni ‘cerca e distruggi’. Possono portare via la dignità umana di Jamie”).
La premessa: alla seconda gravidanza per Janet e Michael si prospetta la possibilità di fare l’amniocentesi. “Cosa facciamo se aspettiamo un bambino con la sindrome di Down?”, si legge nel pezzo. La risposta è affidata a una lunga perifrasi:

A quel bambino, che poi chiamarono Jamie, suo padre ha dedicato uno dei libri più commoventi degli ultimi vent’anni, “Life as we know it”. Bérubé, che insegna Letteratura alla Penn State University e collabora con molte riviste progressiste, non è stupito che anche in Italia sia caduto il tabù nell’uso della parola “eugenetica”, come dimostrano i siti Internet delle Asl (vedi il Foglio del 29 agosto).
E menomale che ci fa pure il linguista! E si prosegue:
Proprio sull’eugenetica Bérubé ha rotto con la cultura liberal di provenienza, facendosi paladino del diritto degli invalidi, fino a contemplarne la difesa a livello costituzionale.
“I liberal sono riluttanti a vedere i diritti dei disabili come parte di un programma di diritti civili” ci dice Bérubé. “Sanno benissimo che le persone con disabilità sono esseri umani come ogni altra persona. Eppure sostengono lo screening prenatale e l’eutanasia, sulla base dell’idea che l’autonomia individuale deve essere rispettata e che non c’è valore morale trascendente”.
Valore morale trascendente? Io non so quale fosse la cultura liberal di provenienza di Bérubé, ma di certo una cultura che nega i diritti ai disabili tanto liberal non è. Il problema casomai è l’effettiva realizzazione di quei diritti (ma questa è un’altra storia). Quando Bérubé arriva poi a sostenere che “non abbiamo idea neanche di cosa intendiamo quando pensiamo al ‘bene della specie in quanto tale’” dimostra di avere dimenticato del tutto di mettere a fuoco. Continua a guardare nell’obiettivo pensando che fuori ci sia molta nebbia.
Non manca il richiamo alla potenziale maggiore felicità delle persone “non normali”, resistente come un tormentone estivo ma affatto pertinente:
Oggi che Jamie è quello che è, sono arrivato alla conclusione che la nostra paura del ritardo mentale è del tutto sproporzionata e che milioni di persone ‘mentalmente ritardate’ possono vivere felicemente, forse più di coloro che vivono una esistenza ‘normale’.
Dimenticavo: cos’è la microeugenetica per Bérubé (non poteva mancare un neologismo...)?
la manipolazione embrionale è tale che “se iniziamo a pensare sulla base della scala biochimico-molecolare, ci avviamo sulla strada di un nuovo tipo di microeugenetica, in cui l’obiettivo dell’eugenetica non è più prevenire che certe persone si riproducano, ma di ‘migliorare’ certi tratti individuali negli embrioni”.
Bastava forse usare manipolazione genetica positiva/negativa o manipolazione terapeutica/migliorativa, ma a Bérubé piaceva questo termine e perché fargliene una colpa.
La conclusione dimostra – se ce ne fosse ancora bisogno – quanto sia sballato tutto il discorso di Bérubé (o quanto sia usato a sproposito):
A partire dal 1927, la disabilità è stata una giustificazione sufficiente alla Corte suprema per dichiarare legale la sterilizzazione involontaria.
(Nella foto: Michael, Nick e Jamie Bérubé).

Aggiornamento/approfondimento: consiglio vivamente di leggere il commento di Filter al riguardo.