lunedì 8 gennaio 2007

Pensare ad Ashley, 2

La vicenda di Ashley, la bambina cerebrolesa la cui crescita corporea è stata interrotta artificialmente, avrebbe dovuto idealmente dare vita a un dibattito razionale, in cui si fossero valutati i pro e i contro, per la qualità della vita della piccola paziente, di un intervento senza dubbio assai ‘pesante’. Ma sarebbe stato ingenuo aspettarsi che questo accadesse; e infatti le cose non sono andate così. Basta uno sguardo alla lunghissima serie di commenti dedicati al caso: una buona parte esprimono una condanna viscerale e non argomentata: ciò che è stato fatto è aberrante, e ogni altra considerazione non conta né deve contare.
Spesso questo atteggiamento è dovuto a semplice ignoranza delle reali condizioni della bambina: c’è chi si augura che Ashley, una volta diventata grande, citi in giudizio i «malvagi» genitori, o chi è convinto che l’asportazione dell’utero sia stata effettuata solo perché l’organo «non serviva a niente». Ma non sempre si tratta di ignoranza: già nel novembre dell’anno scorso Assuntina Morresi commentava il rapporto scientifico sul caso («Il Mondo Nuovo», Il Foglio, 16 novembre 2006, p. II), mostrando una sovrana indifferenza per le sofferenze che ci si era sforzati di evitare ad Ashley, e bollando anzi come «sprazzi di comicità involontaria» tutte le considerazioni che a questo riguardo avevano fatto i medici.

Personalmente non ho molta simpatia per l’usuale distinzione tra etica della sacralità della vita ed etica della qualità della vita (che si presta a fraintendimenti senza fine); ma certo questo è un caso in cui la contrapposizione tra le due concezioni è chiaramente all’opera. Da un lato le sofferenze concrete di una bambina; dall’altro, la sua «dignità» offesa.
Ma cosa si intende qui, esattamente, con «dignità»? Nel dibattito è intervenuto George Dvorsky, del consiglio direttivo dello Institute for Ethics and Emerging Technologies, che ha affermato:

Se la preoccupazione riguarda la violazione della dignità della bambina, allora devo dire che questa non ha le capacità cognitive necessarie a sperimentare un senso di indegnità. Né credo che ci sia qualcosa di degradante o di umiliante per l’umanità in generale; i trattamenti forniranno ad Ashley un corpo più adatto al suo stato cognitivo, sia in termini di dimensioni che di funzioni. Non è la terapia a base di estrogeni ad essere grottesca, qui, ma piuttosto la prospettiva di ritrovarsi con una donna adulta e fertile con la mente di una bambina.
Nell’originale:
If the concern has something to do with the girl’s dignity being violated, then I have to protest by arguing that the girl lacks the cognitive capacity to experience any sense of indignity. Nor do I believe this is somehow demeaning or undignified to humanity in general; the treatments will endow her with a body that more closely matches her cognitive state – both in terms of her physical size and bodily functioning. The estrogen treatment is not what is grotesque here. Rather, it is the prospect of having a full-grown and fertile woman endowed with the mind of a baby.
Le considerazioni di Dvorsky sono in larga parte condivisibili, naturalmente; ma, in un certo senso, mancano il punto. La dignità che trova così vociferanti avvocati non è un sentimento soggettivo del paziente, né riguarda le sue condizioni visibili e più immediatamente apprezzabili dalla comunità che lo circonda. Si tratta piuttosto dell’aderenza a un modello ideale di umanità, a un’essenza non ben specificata ma che fa un riferimento intuitivo alle idee di completezza, purezza (nel senso di esente da commistioni), immutabilità e finalità intrinseca. Questo ideale è all’opera anche in altri punti del dibattito bioetico odierno: per esempio nel rifiuto netto delle modificazioni genetiche e delle cosiddette chimere uomo-animale, nonché nell’assurdo revival del creazionismo, in cui molto gioca la paura della perdita di distinzioni nette e una concezione essenzialista della natura (che, non a caso, è alla base anche di certe concezioni predarwiniane dell’ambientalismo estremo).
Si tratta, insomma, di un vero e proprio sentimento del sacro, che inopinatamente sopravvive in un evo che si credeva laico. Esisterà probabilmente qualche spiegazione in termini di psicologia evolutiva di questi impulsi, che non sono certo esclusivi di qualche integralista: la reazione di gran lunga più comune, di fronte al caso di Ashley, è stata quella di inorridire alla notizia, per poi cambiare idea dopo aver letto il resoconto dettagliato del caso. Ma allora perché alcuni non hanno cambiato opinione, e si attaccano invece all’interdetto sacrale?
Si deve scartare la spiegazione più ovvia, quella religiosa: in fondo, una delle eredità più profonde del cristianesimo è stata proprio quella di limitare il ruolo dell’horror sacri, delle proibizioni di commistioni impure e di altre superstizioni: tutto è puro, per i puri. Da questo punto di vista, gli integralisti contemporanei si rivelano essere nient’altro che dei malbattezzati.
La spiegazione vera, sospetto, è un’altra. L’essenzialismo garantisce l’immutabilità del mondo: ciò che esiste è anche ciò che deve esistere, nel mondo naturale come in quello sociale. I privilegi di una Chiesa, di una casta, di un modo di vivere, non dipendono più da una storia revocabile di soprusi o di errori, ma sono scolpiti nel marmo delle essenze. E l’inconfondibile ferocia del privilegio in pericolo colpisce chiunque osi mettere in dubbio questa ‘verità’, per esempio modificando i corpi «donati da Dio» per garantire (anche eventualmente sbagliando) un poco di felicità a sé o ai propri cari. Meglio, molto meglio, per l’essenzialista gonfio della propria virtù, che una bambina rimanga chiusa in un corpo di adulta, chiuso a sua volta in una corsia d’ospizio.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Non capisco come possiate parlare di "modello ideale di umanità" come se fosse un insulto.
Gli ideali sono sciocchi secondo voi?

Marco

Anonimo ha detto...

Caro Giuseppe, eccomi qui! Felice della coincidenza di opinioni e di aver scoperto questo blog! Nel post hai centrato proprio il nucleo della questione, che anche io ho cercato di affrontare preliminarmente nei due post scritti finora in tema su blog margo: quelli della sacralità e della dignità della vita umana sono due concetti che, se intesi in senso essenzialista e assoluto, astraendo dalla situazione particolare, rischiano di (e il più delle volte portano a) oscurare proprio quella vita che si pretende di voler difendere e di amare e rispettare più degli altri. Quello che mi fa più rabbia, soprattutto, perché vera rabbia provo, è la sicurezza mai sfiorata dal dubbio, l'arroganza, la superficialità con cui si dichiarano i Veri, Puri, Giusti difensori e amanti dell'uomo, un uomo che in realtà finiscono per non vedere più. Oscurano il bene (i beni) col Bene. E mozzano così ogni confronto e approfondimento, ché non nego debbano esserci, perché io non ho già la soluzione per ogni singolo caso, proprio lì dove dovrebbero iniziare. E nella chiusura cogli esattamente il punto: il terrore che sempre accompagna chi si fa forte di Verità assolute di scendere nel mondo, di guardarlo faccia a faccia per vederlo cambiare e cambiare con esso, non senza a volte sofferenza e fatica... Molto più facile cullarsi nel proprio "feroce privilegio". A presto... Enrica.

Anonimo ha detto...

Dipende da quali ideali, Marco... Personalmente un "modello ideale di umanità" mi fa paura! Enrica

Anonimo ha detto...

Cara Enrica, a me spaventa invece la mancanza di modelli ideali, che diventa relativismo e che abbandona la protezione degli esseri umani all'arbitrio.
Se non ci sono punti fermi come si stabilisce il bene (ho scritto con la minuscola come dici tu, anche se io avrei scritto diversamente)?

Marco

Anonimo ha detto...

Ho letto un commento su Ashley che mi ha colpito molto e che spero vi faccia riflettere:
"Che terribile decisione per i genitori.Io per la mia mentalita' non farei mai squartare un mio figlio, per nessuna ragione. La medicina e' una specie di nuovo dio pagano a cui si fanno sacrifici, come alle divinita' cui credevamo in passato, e a cui molti credono ancora."
Io credo che nessuna ragione può autorizzare qualcuno a far subire tanti interventi chirurgici a qualcun altro.

Marco

Selkis ha detto...

il commento postato da Marco è... comico.
Squartare un figlio? Sacrificare una bambina al dio pagano della medicina? Sono genitori che soffrono, prima di tutto. Non credo che abbiano sottoposto la loro bambina a tante operazioni per piacere. Nè credo che sia stata una scelta fatta con superficialità (nell'altro articolo è scritto che la decisione è stata presa con l'approvazione dei 40 membri del comitato etico del Seattle Children’s Hospital) e mi sembra che al primo posto sia stato considerato il benessere della bambina. E' agghiacciante il fatto che due genitori debbano preoccuparsi tra le altre cose del fatto che la loro bambina possa essere stuprata in ospedale, da chi dovrebbe curarla e proteggerla. Scandalizziamoci per questo, piuttosto.