sabato 31 marzo 2007

Motore di ricerca per la bioetica

È in linea Bio-etica.it, un motore di ricerca che è basato su Google, e che ne restringe il campo ai siti specializzati in bioetica (tra cui, naturalmente, Bioetica). Utile per scremare risultati troppo numerosi.

Bagnasco e i pedofili

Da Repubblica.itBagnasco: “Diciamo no ai Dico come a incesto e pedofilia”», 31 marzo 2007; il corsivo è mio):

«Nel momento in cui si perde la concezione corretta autotrascendente della persona umana – ha affermato Bagnasco –, non vi è più un criterio di giudizio per valutare il bene e il male e quando viene a cadere un criterio oggettivo per giudicare il bene e il male, il vero e il falso, ma l’unico criterio o il criterio dominante è il criterio dell’opinione generale, o dell’opinione pubblica, o delle maggioranze vestite di democrazia – ma che possono diventare ampiamente e gravemente antidemocratiche, o meglio violente – allora è difficile dire dei no, è difficile porre dei paletti in ordine al bene».
«Perché – ha proseguito l’arcivescovo di Genova – dire di no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia? Perché dire di no? Perché dire di no all’incesto come in Inghilterra dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene? Perché dire di no al partito dei pedofili in Olanda se ci sono due libertà che si incontrano? […]».
Sembra di capire, dunque, che per Bagnasco la pedofilia riguarda persone consenzienti. Se questa è l’opinione degli uomini di Chiesa, non ci dovremo più stupire che così tanti di loro siano pedofili...

Ipocrisia e insensatezza

E prosegue: «Perché quindi dire no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia?», si domanda il prelato riferendosi ai Dico. «Perché dire di no all’incesto, come in Inghilterra dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene?».

Mi domando: ci crede davvero a quello che dice? Si è mai domandato cosa significhino alcune parole? Certo non cambia ricordargli che i fratelli incestuosi sono tedeschi, ma se l’approssimazione è la stessa sugli altri argomenti e sulle inferenze, allora stiamo a posto.

I 6 punti di Javier Lozano Barragán sul testamento biologico

Sul convegno che si è svolto il 29 e 30 marzo promosso dalla Commissione Sanità del Senato (“Testamento Biologico: le dichiarazioni anticipate di volontà sui trattamenti sanitari”) ci sarebbe molto da dire.
Per ora mi limito a riportare integralmente l’intervento di Javier Lozano Barragán.
Molto interessante, e molto inutile (sia in assoluto che rispetto alla utilità di un testamento biologico redatto secondo i 6 punti del cardinale). Chi volesse ascoltare la sua voce: Radio Radicale. I corsivi sono miei.

Parlare adeguatamente del Testamento Biologico suppone il riferimento ad un’Antropologia olistica. Secondo la visione che si ha dell’uomo, cosi risulterà la posizione che si adotta su questo testamento. I punti fondamentali sono: la vita, la sofferenza e la morte. La vita umana è inviolabile, giacché essa possiede il suo valore che corrisponde alla dignità della persona umana. Non si deve confondere la vita con la qualità di vita, questa si aggiunge alla vita, ma non aumenta la sua dignità fondamentale. Per il cristiano la vita è un dono di Dio, del quale noi siamo amministratori, non padroni. La morte è la maturità della vita. È il compimento di una tappa molto importante, ma transitoria; è l’inizio della vera vita, è il giorno della nascita all’autentica vita. Da questa tappa della vita dipende la sorte finale di ciascuno, è aperta al merito o al demerito e solo Dio fissa il suo termine. Il dolore ha una sua utilità perché è sintomo di una patologia e serve per la diagnosi e la terapia; tuttavia lo si deve alleviare, sull’esempio del Buon Samaritano. Ma, in ogni caso, la sofferenza sussiste giacché appartiene al corteo della morte. La sofferenza, se unita a quella di Cristo, ci associa a Cristo che ci redime con la sua passione, morte e risurrezione. Associarci così a Cristo nel dolore non ci dà il benessere, ma la felicità. La sofferenza ed il dolore, la morte, chiusi in se stessi sono un assurdo, ma quando, per l’amore divino, trascendono il tempo e lo spazio, Cristo ci assume nella sua sofferenza ed essi acquistano un senso positivo e pieno. In virtù di questo amore, appartengono alla vera qualità della vita.

È in questo contesto che il Testamento Biologico deve essere l’espressione della volontà personale di disporre come si desidera essere assistiti negli ultimi momenti dell’esistenza.

Il Testamento Biologico è entrato nella cultura attuale nel contesto della cosiddetta “Autonomia del Paziente”. Si dice che ponga fine al “paternalismo medico”, giacché non sarebbe più il medico, ma il paziente a determinare la cura che dovrebbe ricevere alla fine della vita, beninteso con il consenso pienamente informato del testante, allontanando così qualsiasi tentativo di eutanasia sociale. Alcuni però pensano che il suddetto testamento sia piuttosto un modo di camuffare, una maniera di abbreviare la vita dei pazienti terminali, un modo di limitare il potere attuale della medicina, che è in grado di allungare quasi indefinitamente e inutilmente la vita dei morenti, con il costo sociale ed economico che questo comporterebbe per un soggetto non più produttivo.

Per riflettere con proprietà sul Testamento terapeutico, si deve tener conto di alcuni punti nodali che devono essere esposti chiaramente.

Il primo è l’eutanasia. L’eutanasia è ogni azione od omissione diretta a sopprimere la vita di un malato terminale con il proposito di eliminare il dolore.

Altro punto sarebbe l’Accanimento terapeutico. L’Accanimento terapeutico consiste nell’ostinazione dell’uso di terapie inutili o sproporzionate che non portano alcun beneficio al paziente, ma servono soltanto a prolungare una dolorosa agonia. L’idratazione e la nutrizione in se stesse non appartengono all’accanimento terapeutico.

Molto importanti ed in correlazione con il Testamento Biologico sono le Cure Palliative per i malati terminali. Esse consistono in terapie che non guariscono, ma leniscono il loro dolore. Mitigano il dolore. Le Cure Palliative sono di grande rilevanza, giacché restituiscono all’uomo quel minimo di serenità indispensabile per affrontare il momento più importante della vita, che è la morte. Facilitano una morte degna e cosciente, eliminando quell’eventuale dolore che non permette lo stato psicologico e spirituale adeguato per poter oltrepassare la soglia verso la pienezza della vita.

Sul quesito della liceità morale del Testamento Biologico, come prima risposta si potrebbe affermare che un Testamento Biologico che sollecitasse l’eutanasia non sarebbe lecito. Tuttavia un Testamento Biologico che, accettando le Cure Palliative, rinunciasse all’accanimento terapeutico, sarebbe lecito.

Per approfondire il senso di questa risposta mi permetto di aggiungere i seguenti commenti ed alcune precisazioni:

Un primo punto si riferisce all’idratazione e nutrizione del paziente terminale. Questi interventi non possono in se stessi costituire un accanimento terapeutico, perché non sono terapie, ma il modo ordinario di soddisfare i bisogni del paziente che non è in grado di aver cura di sé.

Un altro punto riguarda il fondamento del Testamento Biologico, cioè l’autonomia del paziente in opposizione al paternalismo medico. Alcuni affermano che il paziente, per poter procedere prudentemente alla stesura di questo testamento, dovrebbe tener conto dell’informazione fornita dal medico curante; dunque l’autonomia sembra una finzione. Altri pensano che il Testamento Biologico sia inutile e sostengono che sarebbe molto meglio fare opera di sensibilizzazione presso i medici affinché, con il consenso informato del paziente, evitino l’accanimento terapeutico, ricorrano di più alle Cure Palliative ed escludano qualsiasi prassi eutanasica.

Si parla anche della necessità di flessibilità in questo strumento giuridico. Nel caso in cui venisse accettato il suddetto testamento, questi dovrebbe essere molto flessibile. Cioè, non dovrebbe essere redatto una volta per sempre, tanto più che viene scritto in circostanze diverse dalla sua applicazione: lo stato d’animo del testante, quando gode di buona salute, non è lo stesso di quando si trova con una grave malattia.

Un punto importante è quello del fiduciario del Testamento. Il fiduciario deve interpretare fedelmente la volontà del testante. La domanda che si pone è: chi dovrebbe essere questo fiduciario? Come si può essere certi che, in un caso concreto, il fiduciario non metta in atto interessi avversi al testante, aprendo la porta all’eutanasia?

Ritornando ancora sull’Accanimento terapeutico ed il suddetto Testamento, bisogna ribadire che, in qualsiasi circostanza, si deve evitare l’accanimento terapeutico. Dobbiamo osservare che un elemento essenziale dell’accanimento è l’inutilità, o sproporzionalità delle terapie. Ma si deve tener presente che, dato il progresso continuo della medicina, alcune terapie che si pensavano inutili e sproporzionate quando è stato redatto il Testamento Biologico, alla sua applicazione forse non lo saranno più. Inoltre, è molto difficile stabilire la sproporzionalità delle terapie, giacché si devono prendere in considerazione molti elementi, come la proporzione rischio-beneficio, nel contesto economico, familiare, sociale e di politica sanitaria, nel quale si trova il paziente, ecc.

Per concludere, prendendo in considerazione quanto detto, possiamo sintetizzare i seguenti punti, affermando che si potrebbe sostenere la liceità del Testamento Biologico:

1. Se questo si unisse mediante un consenso informato alla decisione del medico curante di evitare sempre l’eutanasia e di rinunciare all’accanimento terapeutico. Così anche il paziente prenderebbe nelle proprie mani gli ultimi momenti dell’esistenza.

2. Se si tenesse conto dell’evoluzione e del progresso della medicina per l’efficacia delle cure e dell’eventuale cambiamento delle circostanze economiche, sociali, familiari e di politica sanitaria riguardo al mutamento della sproporzionalità delle terapie.

3. Se fosse flessibile, in maniera da poter essere modificato con il cambiare dello stato di salute fisica e psicologica del paziente gravemente malato.

4. Se includesse sempre l’utilizzo delle Cure Palliative disponibili.

5. Se si trovasse un vero fiduciario che intervenisse soltanto nel caso d’incoscienza del malato terminale, con la certezza morale che tale fiduciario interpretasse fedelmente la volontà del testante, evitasse l’accanimento terapeutico e non favorisse mai l’eutanasia.

6. Se, per giudicare il caso di un accanimento terapeutico, ci si rimettesse al giudizio del medico o dei medici curanti ed al paziente bene informato, o, in caso d’incoscienza di questi, al consenso della famiglia o dei legittimi rappresentanti del paziente e di un Comitato di Bioetica, se disponibile.

Ringrazio per l’onore che mi è stato concesso di presentarVi i miei punti di vista su questa assai delicata questione del finale della vita umana. Spero di aver sommessamente contribuito al chiarimento dei criteri che abbiamo per gestire gli ultimi momenti della nostra esistenza.
Tante grazie!
Città del Vaticano, 30 marzo 2007

+ Javier Cardinale Lozano Barragán

giovedì 29 marzo 2007

La Cei e la confusione del sesso

Nella Nota della Cei «a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto», vengono spese poche righe striminzite sulle unioni tra omosessuali:

Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.
La prima impressione, leggendo queste parole, è che l’estensore della Nota ci stia dicendo che la differenza sessuale è un requisito fondamentale per la costituzione di una coppia: una convivenza affettiva non sarebbe vitale, insomma, se non tra persone di sesso differente. E tuttavia, a un secondo sguardo, la scelta delle parole appare in qualche modo in contrasto con questa interpretazione. Non si dice, infatti, che la legalizzazione delle «unioni di persone dello stesso sesso» negherebbe l’importanza o il ruolo della differenza sessuale, ma invece che «negherebbe la differenza sessuale» tout court; e la differenza sessuale, a sua volta, non è per la Cei necessaria o ineludibile, ma «insuperabile». Sembrerebbe insomma che la Nota prospetti, in caso di legalizzazione delle unioni civili tra omosessuali, una perdita della distinzione tra maschile e femminile; che stia facendo, in altre parole, una monumentale confusione tra identità di genere (il genere in cui una persona si identifica) e orientamento sessuale (il genere verso cui una persona prova attrazione fisica). A quanto pare non sono il solo ad avere avuto questa impressione, se intendo bene un’osservazione di Malvino («Questo, ovviamente, a voler considerare “differenza sessuale” una caratteristica di “orientamento sessuale”, perché le differenze – nella cosiddetta “natura” – non le fa il genere, ma ciò che il soggetto cerca nell’oggetto, al di là d’ogni steccato posto dal genere»); e tuttavia ammetto di rimanere un po’ incredulo di fronte alla possibilità di uno svarione così grossolano, che porrebbe la Conferenza Episcopale Italiana al livello di quegli omofobi un po’ confusi e straparlanti che tutti prima o poi abbiamo sentito concionare («Signora mia, qui non ci sono più le distinzioni di una volta, i maschi vanno con i maschi, le femmine con le femmine, non si capisce più niente»); perché è del tutto evidente che un omosessuale può essere certissimo della propria identità di genere, e sentirsi insomma completamente maschio, senza che questo contraddica in nessun modo il proprio orientamento – anzi mi azzarderei a dire che sia questa la norma, piuttosto che il contrario. Persino tra i transessuali (ma il termine è comunque ‘trasversale’ rispetto all’orientamento sessuale) l’identità di genere è più spesso che no ben definita, anche se si trova in contrasto con il genere biologico.
Esistono, è vero, delle teorie (in genere proposte nell’ambito del femminismo post-modernistico: viene in mente tra gli altri il nome di Andrea Dworkin) che sostengono l’origine solo socio-culturale delle differenze di genere, e che possono – ma non necessariamente devono – propugnarne in qualche caso un superamento, assieme all’esaltazione dell’omosessualità; ma ovviamente si tratta delle posizioni (giuste o sbagliate qui non importa) di una minuscola porzione dell’élite intellettuale, che non impegnano affatto la stragrande maggioranza degli omosessuali.
Che esista una preoccupazione della Chiesa per la possibile perdita delle differenze sessuali è comunque dimostrato: basti guardare alla «Relazione del Cardinale Ruini all’Incontro delle coppie e delle famiglie di Roma e del Lazio», del 28 novembre 2005:
Sul versante filosofico non meno importante è la sottolineatura che l’essere umano sussiste sempre e solo come uomo o come donna, specificità entro cui si iscrive la vocazione all’amore: ciò costituisce una chiave fondamentale, di natura ontologica, per sviluppare una moderna e autentica antropologia. Così Giovanni Paolo II scriveva nella Lettera alle donne: “Femminilità e mascolinità sono tra loro complementari non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma ontologico. È soltanto grazie alla dualità del maschile e del femminile che l’umano si realizza appieno” (n. 7). Questo riproporre, in termini sostanzialmente nuovi e maggiormente elaborati, il valore irriducibile e i significati dell’essere uomo e donna è la risposta più pertinente ed efficace che la Chiesa possa dare a quella deriva culturale che tende sempre più a relativizzare e svalutare gli elementi costitutivi dell’amore umano.
È in discussione infatti, in primo luogo, il senso della “unidualità” uomo-donna: esso appare minato dal diffondersi di una visione che riduce la differenza sessuale a fattore culturale e di costume. C’è inoltre una diffusa tendenza a depotenziare il valore dell’istituto del matrimonio, assimilando ad esso altri tipi di unioni e convivenze, con il risultato che il matrimonio non viene più percepito come espressione e garanzia della natura stessa dell’amore umano, ma come frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili.
Si noti il significativo accostamento al tema delle unioni civili – anche se qui, più raffinatamente, non si pongono in relazione di causa ed effetto i due termini: siamo ridotti al punto di rimpiangere già il cardinal Ruini?

Aggiornamento: Anche Ritanna Armeni, stasera a Otto e Mezzo, si è accorta che la Cei sembra aver fatto in questo punto un bel po’ di confusione. Gian Maria Vian, rispondendo alla Armeni, crede di difendere la Nota sostenendo che la legalizzazione delle unioni tra omosessuali scatenerebbe comportamenti imitativi; ma anche ammettendo questa improbabilissima ipotesi, i comportamenti riguarderebbero l’orientamento sessuale, non l’identità di genere. Banale distinzione, che Vian sicuramente, e la Cei probabilmente, ignorano però del tutto.

Caro parroco ho deciso, mi sbattezzo

«Caro Parroco, esprimo la mia inequivocabile volontà di non essere più considerato aderente alla confessione religiosa denominata “Chiesa cattolica apostolica romana”».
Questa, in sintesi, la lettera da inviare come raccomandata A/R alla parrocchia nella quale siamo stati battezzati (allegando una fotocopia di un documento di identità) per chiedere di cancellare gli effetti civili del sacramento battesimale.
Non certo per cancellarne gli effetti di liberazione del peccato. Sarebbe decisamente bizzarro che chi non crede in un rituale ne volesse annullare gli effetti celebrando un antirituale. Le ragioni dello sbattezzo sono più “terrene”. Come la volontà di non sentirsi rappresentato dalla gerarchia cattolica o di non essere considerato appartenente a quel 97% dei cittadini italiani che la Chiesa rivendica come propri adepti. O ancora la volontà di affermare una netta separazione tra Stato e Chiesa, riappropriandosi dei sentimenti e dei vissuti religiosi come sentimenti privati e personali piuttosto che lasciarli gestire dall’autorità clericale.
A suscitare la questione in Italia è stata nel 1980 l’Associazione per lo Sbattezzo. Nel 1995 l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (www.uaar.it) ha dato l’avvio ad una vera e propria campagna di bonifica statistica dei battezzati. Intraprendendo, di fronte alla ritrosia dei parroci, una iniziativa giuridica. Nel 1999 il provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali ha stabilito il diritto di rivendicare la non appartenenza alla Chiesa cattolica. La campagna prosegue su alcuni aspetti specifici, ma la strada è ormai aperta.

(Oggi su E Polis)

mercoledì 28 marzo 2007

Dalle stelle alle stalle (ovvero, non è vero ma ci credo)

Il fallimento dell’oroscopo: non svela il partner giusto, Il Corriere della Sera, 28 marzo 2007:

Non è interrogando le stelle che si trova l’anima gemella, le affinità zodiacali non impediscono che una coppia scoppi. A questa conclusione, che potrebbe gettare nel panico milioni di affezionati dell’oroscopo in tutto il mondo, sono arrivati alcuni ricercatori dell’Università di Manchester, per i quali non esiste alcuna relazione tra la riuscita di un matrimonio e lo zodiaco.
Ma pensa un po’. Eppure, si legge poco più avanti, sono in molti a crederci: e dunque? Sono in molti ad essere creduloni. Se poi questi molti scoprissero che nella credenza fallace sono in compagnia di Emilio Fede (che dichiara cose tipo: Sono la prima cosa che leggo sui giornali al mattino. Mi diverte e un po’ ci credo. Credo soprattutto alla compatibilità astrologica), forse cambierebbero idea.

martedì 27 marzo 2007

Se lo dice lui...

Giacomo Samek Lodovici, Il cristianesimo come ossigeno per l’Europa (anche) laica, Avvenire, 27 marzo 2007:

La nostra civiltà scaturisce da diverse sorgenti, ma l’eredità più importante è quella cristiana, come si evince dal seguente inventario di otto lasciti.

1) La dignità umana: il cristianesimo per primo ha conferito una dignità inviolabile ad ogni uomo, donna (che perciò è uguale all’uomo), bambino, quale che sia la sua cultura, ceto, religione, etnia, ecc.
2) La libertà individuale di ogni essere umano: nessuno uomo può essere ridotto in schiavitù ed è libero addirittura di fronte a Dio, libero di amarLo o vilipenderLo.
3) La premura verso tutti i malati: non è un caso che l’ospedale (come luogo dove vengono curati tutti i malati, nessuno escluso) sia stato gestito dalla Chiesa fino al XVIII secolo.
4) La solidarietà verso tutti i poveri, e non solo verso quelli del proprio gruppo, religione, ecc..
5) La sollecitudine verso tutte le vittime (cioè verso tutti coloro che versano in condizioni di oppressione, di ignoranza, di ingiustizia) e quindi il senso di colpa per gli eventuali crimini verso altre culture.
6) La dignità di ogni lavoro (mentre presso i Greci e i Romani solo l’attività intellettuale era veramente stimata): non è un caso che la scienza e la tecnologia si siano inizialmente sviluppate al massimo grado proprio in Europa.
7) La sensibilità ecologica, quale contrappeso ad un uso spregiudicato della tecnologia, perché per il cristianesimo l’uomo è sì l’essere più nobile, ma deve amministrare il mondo e rispettarlo perché non appartiene a lui bensì a Dio.
8) La separazione tra religione e politica («date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»): per il cristianesimo le leggi religiose non devono coincidere (come invece avviene nelle teocrazie) con le leggi dello Stato (devono coincidere solo quelle – per esempio la legge “non uccidere” – che sono contenute anche nella legge morale naturale e solo se vietano lesioni dirette e gravi del bene comune), e lo Stato non è la fonte della verità, del bene e della salvezza (come affermano i totalitarismi).

lunedì 26 marzo 2007

Basta un po’ di autocontrollo

Uno studio recente ha rivelato come una forma modificata del metodo Billings per il controllo delle nascite, chiamata sympto-thermal method (STM), assicurerebbe un tasso di gravidanze indesiderate paragonabile a quello della pillola contraccettiva: 0,6% all’anno (Christopher Mims, «Modified Rhythm Method Shown to Be as Effective as the Pill—But Who Has That Kind of Self-Control?», Scientific American, 26 marzo 2007). Lo STM comporta il monitoraggio, da parte delle donne, di tre parametri: la temperatura corporea, i giorni fertili del ciclo secondo il calendario, le secrezioni di muco cervicale. In questo modo è possibile identificare i giorni fertili e astenersi dai rapporti sessuali durante il periodo corrispondente: due settimane ogni mese, tipicamente. E qui si scopre cosa si nasconde dietro i tassi apparentemente altissimi di riuscita: che si riferiscono alle coppie che si attengono rigorosamente al metodo, non a tutte le coppie che tentano di praticarlo, la stragrande maggioranza delle quali lo abbandona esasperata dopo pochi mesi.

South Carolina e aborto

Da blog.bioethics.net South Carolina to Require Women View Ultrasounds Prior to Abortion:

South Carolina appears poised on the brink of approving legislation that will require women to view ultrasound images prior to abortion. While all three (yes, that’s right, all three) abortion clinics in South Carolina perform ultrasounds to determine the age of the fetus, the law would require women to view the images, with the probable exemption of rape and incest victims.

Why? According to the bill’s sponsor, Republican Rep. Greg Delleney,

She can determine for herself whether she is carrying an unborn child deserving of protection or whether it’s just an inconvenient, unnecessary part of her body and an abortion fits her circumstances at that time.
South Carolina law already requires the ultrasound, as well as doctor counseling of the age and development of the fetus, as well as alternatives to abortion. This is nothing more than a bald-faced attempt at intimidation and emotional manipulation of someone who is already in a vulnerable position.

The thing that baffles me the most is, what? You’re going to suddenly see an ultrasound image and decide that no, all the reasons you have for an abortion have flown out the window, and really it’s a great time to be a mother, hooray? Are we suddenly going to see social services increase in funding? Are we going to have outstanding health care, job retraining, free and good state-sponsored child-sitting services? Is South Carolina going to suddenly take away every single obstacle that exists to bearing and caring for a child, so that the only barrier remaining is whether or not a woman thinks this is the right time for her, without consideration to financial/economic concerns?

Yeah, that’s what I thought.
Kelly Hills

Mastrogiacomo, James Brooke e i tagliagole

(Silvio Berlusconi: “Sul caso Mastrogiacomo hanno trattato con i tagliagole”.)

Rassicurazione infernale

“L’inferno esiste ma non se ne parla”, Qn, 26 marzo 2007:

Benedetto XVI lo ha ricordato nell’omelia della messa celebrata ieri mattina alla parrocchia di «Santa Felicita e figli martiri» alla Borgata Fidene di Roma.
«Il vero nostro nemico – ha spiegato il Papa commentando la parabola dell’adultera – è l’attaccamento al peccato che può condurci al fallimento della nostra esistenza». «Solo il perdono divino – ha aggiunto – ci dà la forza di resistere al male e non peccare più. Dio è giustizia ed è soprattutto amore, odia il peccato ma ama ogni persona umana, ognuno di noi e il suo amore è tanto grande da non lasciarsi scoraggiare da nessun rifiuto».
Secondo Papa Ratzinger, il modello da seguire è «l’atteggiamento di Gesù e a fare dell’amore e del perdono il cuore pulsante della vita seguendo il sentiero del Vangelo senza esitazione e senza compromessi».
Capito? Peccatori che non siamo altro, insudiciati di ignavia (pure questo è grave no?). Dio ama in modo schizofrenico: separa le nostre azioni da noi, ama la persona ma odia le sue debolezze umane (odia? Addirittura?).

domenica 25 marzo 2007

Un bel guaio

Sinistra divisa sui «fagiolini equi» della Coop, Il Corriere della Sera, 25 marzo 2007.

Consultori familiari: carenza e malfunzionamento

Una indagine sulla presenza e sul funzionamento dei consultori familiari in Puglia ha fatto emergere una realtà sconfortante.
Invece dei 225 previsti in base alla popolazione censita, funzionano solo 158 consultori: e gli altri 67? (Pillola e aborto, mancano 67 consultori, Corriere del Mezzogiorno, 24 marzo 2007.) Inoltre i consultori attivi non sono aperti durante il finesettimana e negli altri giorni sono quasi sempre chiusi nel pomeriggio. Niente male per una struttura che dovrebbe rispondere anche a situazioni di emergenza!
Dai dati forniti dal Ministero della Salute si evince inoltre che solo il 10% delle donne incinte in Puglia si rivolge ai consultori. Di queste, una su dieci è minorenne.

Tanto per rinfrescare la memoria.
I consultori vengono istituiti nel 1975 (legge 405, 22 luglio).
I consultori familiari si pongono come modello sanitario attento alla prevenzione piuttosto che esclusivamente alla cura e alla risoluzione di problemi già manifesti.
La prevenzione non può non tener conto della persona nel suo complesso, non più ridotta al numero di una cartella clinica o alla patologia di cui soffre. La prevenzione accoglie una visione multidisciplinare e impone una revisione dei concetti di malattia, sofferenza e salute (intesa, appunto, non solo come assenza di una patologia specifica, ma come stato generale della persona).
Le aree di intervento e di azione dei consultori familiari sono molto più vaste rispetto alla percezione diffusa di distributori di certificati per abortire, e comprendono la nascita (consulenza preconcezionale, fisiologica, genetica; informazioni e assistenza alla gravidanza; corsi preparatori; offerta di visite domiciliari nei primi 1-2 mesi dalla nascita; assistenza pediatrica domiciliare per la prima settimana e così via); l’età adolescenziale (informazione sessuale; incontri nelle scuole); prevenzione dei tumori femminili (offerta del Pap-Test o addestramento all’autopalpazione del seno); Interruzione Volontaria di Gravidanza e disagio familiare (valutazione dell’evasione vaccinale o di evasione scolastica).
Le ragioni della condizione attuale dei consultori familiari sono molteplici e complesse. Tra questi senza dubbio si possono elencare: la mancanza di un piano sanitario nazionale; la mancanza di obiettivi operativi misurabili e l’aleatorietà delle risorse assegnate; la sostanziale disomogeneità dei modelli operativi indicati dalle leggi regionali; la non idoneità delle sedi e la non completezza delle figure professionali previste.
C’è una speranza di miglioramento?

sabato 24 marzo 2007

I neri no, disse il papa

Simonetta Fiori, «Pio XII: no ai soldati neri», La Repubblica, 22 marzo 2007, p. 47:

È un breve messaggio, nascosto tra le carte del Foreign Office britannico. Una richiesta a dir poco imbarazzante, che porta la firma del capo della Cristianità. Sono i giorni concitati dello sbarco americano ad Anzio, nel gennaio del 1944. In molti s’illudono che la liberazione di Roma sia una questione di pochi giorni. Anche Pio XII ne è persuaso, tanto da rivolgere a sir Francis d’Arcy Godolphin Osborne, ambasciatore di Sua Maestà presso la Santa Sede, un appello che oggi può apparire stupefacente. «Il Papa spera che non ci siano truppe alleate di colore (Allied Coloured Troops) tra i gruppi che potrebbero essere posti di stanza a Roma dopo l’occupazione», riferisce il diplomatico inglese non senza una punta di ironia. «Si è affrettato ad aggiungere che la Santa Sede non ha fissato un limite alla gamma dei colori, ma che spera che questa sua richiesta possa essere accettata». Non c’è “un limite alla gamma dei colori”, ma insomma meglio la pelle bianca per difendere la culla intoccabile della civiltà occidentale. Ancora una follia della guerra, aggravata dal crisma della Chiesa.
«Sono possibili diverse ipotesi», dice l’autore del ritrovamento, lo storico Umberto Gentiloni Silveri, che ha raccolto nel volume ora edito dal Mulino Bombardare Roma. Gli alleati e la città aperta (pagg. 300, euro 25,00) alcune preziose carte del fascicolo Bombing of Rome scovato nei National Archives di Londra (con i materiali de ministero dell’Aeronautica inglese e della Royal Air Force). «L’imbarazzante richiesta del pontefice riflette l’impostazione tenuta dalla Santa Sede nel corso dell’intero conflitto: la difesa di Roma come simbolo della cultura occidentale, oltre che patria del Cattolicesimo. Un patrimonio da affidare alla tutela della razza bianca». E le cosiddette “marocchinate”? Si può ipotizzare che fossero arrivati alla Santa Sede lontani echi delle orribili violenze commesse in Ciociaria e nel Frusinate dai soldati di colore provenienti dalle colonie francesi? «Non lo possiamo escludere, anche se è difficile che la notizia di quegli stupri avesse già raggiunto il Vaticano».

Un grido di guerra civile

Gustavo Zagrebelsky, «Pericolosi Non Possumus», L’Unità, 23 marzo 2007, p. 1:

C’è stato recentemente un appello, che viene da una congregazione vaticana, che incita alla disobbedienza civile di cristiani non qualificati, uomini politici, amministratori, farmacisti (sono importanti i farmacisti perché esercitano una pubblica funzione) e perfino dei giudici. Un appello a ribellarsi alla legge che rientra nel circuito protetto dal «non possumus». Badate, si tratta di disobbedienza alla legge, non l’obiezione di coscienza che è una possibilità che in determinati casi la legge stessa riconosce come diritto, per esempio la legislazione sull’aborto o il servizio militare, per i quali, in taluni casi, per ragioni di coscienza, ci si poteva sottrarre a obblighi che valgono per tutti. In questo caso ci troviamo di fronte ad un incitamento a ribellarsi alla legge comune. Incitamento grave se è rivolto ai farmacisti, ma gravissimo se rivolto ai magistrati i quali sono lì, invece, per la loro funzione, che è quella di far applicare la legge comune.
È un grido di sovversione, insomma. L’appello al diritto naturale in un contesto pluralistico è un grido di guerra civile. Io non so, non voglio farla troppo grossa, non credo che l’Italia si avvicini alla guerra civile, ma certo è vicina, diciamo, alla perdita del senso dell’appartenenza comune, a una storia comune, in cui ciascuno deve avere un suo spazio, far vedere e far valere le proprie ragioni per creare sempre qualcosa di meglio, di più comprensivo, ma sempre nel senso della ricerca di quel verum bonum. Quando però si arriva ad incitare ad assumersi le proprie responsabilità nel non applicare la legge quando la si ritiene contraria ai dettami della natura – e lo dico da costituzionalista, ma prima ancora da cittadino, con moltissima preoccupazione – bisogna constatare che non c’è più il dialogo necessario alla convivenza costruttiva.
Per questo, io direi che dovremmo tutti quanti fare uno sforzo per dire non «non possumus» ma per dire «possumus», considerando che questa parola, «possumus», la diciamo in democrazia. Cioè, in quel regime, in quell’unico regime, che dà spazio e riconosce a tutti la possibilità di potere. Quello che a me preoccupa notevolmente nelle cose che stanno succedendo in questi tempi è che la Chiesa (purtroppo si parla della Chiesa con una semplificazione perché, la chiesa, come sappiamo, per fortuna è fatta di tante cose), le posizioni più radicali della Chiesa mettono in discussione proprio alcuni punti fondamentali della democrazia, che non chiede a nessuno di rinunciare alle proprie convinzioni. Ma partendo da queste, richiede che nel dibattito pubblico i dogmi non vengano fatti valere come tali perché altrimenti le regole della democrazia si inceppano.
Da leggere tutto.

Censura cinese

Si sa, comincia da particolari apparentemente poco significativi, e poi finisce che ti ritrovi un funzionario governativo in camera da letto. Per controllare la moralità del tuo comportamento, si intende, mica per fare niente di male.
Grazie a Pasquale Borriello ho scoperto che la censura ha tempo da perdere anche sui blog. Ho controllato, e ho scoperto che l’url di Bioetica è bloccato per gli utenti cinesi. Che avremo fatto mai?

venerdì 23 marzo 2007

Antidoping school

La proposta di effettuare controlli antidoping nelle scuole continua a far parlare di sé. Claudio Risé (che fa pure rima) in Scuola e test antidroga appoggia calorosamente le misure antidoping, rivendicando anche una sorta di paternità nei confronti del paternalismo scolastico.

Bene. Il ministro degli interni, Giuliano Amato, ha proposto che vengano eseguiti, a scuola, dei controlli antidoping. In questa rubrica l’avevamo chiesto più volte, stupendoci che i media non avessero notato l’evidente stato di alterazione sotto il quale si sono svolti innumerevoli episodi di disordini, e violenze scolastiche. Spiegabili soltanto con quel caratteristico fenomeno di “abbassamento del livello di coscienza”, indotto, appunto, dal consumo di droga. In particolare da quella più usata dagli studenti (e da tutti), vale a dire l’onnipresente cannabis, coi suoi derivati, hashish, marijuana, etc. Una droga che d’altra parte la maggior parte degli studenti, in tutti i rilevamenti statistici effettuati, dichiara di poter reperire tranquillamente proprio mentre va a scuola, davanti o nelle immediate vicinanze dell’edificio scolastico.
Vediamo se ho capito bene.
1. Lo stato di alterazione (neutrale) implica necessariamente disordine e violenza scolastica (solo scolastica?). Causa neutrale, effetto un po’ meno. Non c’è nemmeno una possibilità che l’alterazione provochi, che so io, sonno, allegria, amore incondizionato verso il prossimo? No, l’abbassamento di coscienza provocato dalle droghe scatena ciò che è sopito in noi, ovvero brutalità (proprio da liceale memoria: “fatti non foste per viver come bruti”, ma i tempi saranno cambiati).
2. La droga usata dagli studenti è l’onnipresente cannabis. “Tutti” gli studenti fumano. Ah. Non lo sapevo, ai miei tempi non era così, ma ripeto, i tempi saranno cambiati.
3. La droga si trova ovunque: mi viene in mente l’avvertimento (chi non se l’è mai sentito dire?) di stare attenti alle caramelle drogate o a quelli che ti regalano la droga (ovviamente con l’intento di avviare la dipendenza). Ci fosse stato qualcuno mai che m’abbia offerto droga o caramelle dopate! Tutte le mattine mentre andavo a scuola cercavo con attenzione: mai! Manco una volta, può darsi che frequentassi le scuole sbagliate.
La facilità del reperimento, l’abbiamo ricordato, è dovuta anche alla nuova normativa del ministro Turco, che ha raddoppiato la dose che si può detenere senza alcuna sanzione, “per uso personale”. Un medio piccolo spacciatore con quella dose può rifornire un’intera classe, e rimpiazzarla subito con la merce lasciata al bar dell’angolo, o nelle vicinanze.
4. La normativa Turco facilita la diffusione e il reperimento delle droghe suddette. Ahi ahi. E addirittura una intera classe (quanti saranno gli studenti in una classe? 20? 25?) può drogarsi impunemente con la dose prevista dalla nuova normativa. Bah. E tutta la classe, abbassato il livello di coscienza, si abbandona a violenze inaudite. Roba da Signore delle mosche.
Non solo la Turco, però, sembra non preoccuparsi della diffusione della droga. Mentre infatti il ministro degli interni proponeva test nelle scuole, Paolo Ferrero, ministro per la solidarietà sociale, ha chiesto alla Commissione per i narcotici delle Nazioni Unite, riunita a Vienna, di depenalizzare il consumo personale di stupefacenti. Quanto alla proposta di Amato, Ferrero si è detto naturalmente contrario, dicendo che «questi controlli vanno svolti dove si rischia di fare del male ad altre persone, ad esempio fuori dalle discoteche, o dai ristoranti».
Evidentemente il ministro (che aveva già proposto locali forniti dallo Stato per chi voglia iniettarsi droga), non conosce le violenze e abusi che si susseguono nelle cannabizzate scuole italiane fin dalla ripresa dell’anno scolastico. Ferrero è andato proprio alla Commissione narcotici dell’ONU a chiedere la depenalizzazione per gli stupefacenti. Probabilmente non sa che quella stessa Commissione narcotici dell’ONU ha appena congedato un gigantesco rapporto sulle droghe nel mondo in cui si dice tra l’altro, a proposito della cannabis, la droga più usata nelle scuole: «In alcuni paesi l’uso e il traffico di cannabis sono presi molto sul serio, mentre in altri sono virtualmente ignorati. Questa incongruenza mina la credibilità del sistema internazionale».
5. Le aule scolastiche rischiano di diventare le cosiddette stanze del buco. Ma la cannabis si inietta? Mi era sfuggito.
Un fatto che lo studio ritiene tanto più grave, quanto più sono ormai ampiamente noti gli studi, che il rapporto Onu cita, sulla diminuzione indotta dall’uso di cannabis sulle facoltà cognitive e psicomotorie, e il rapporto tra uso di cannabis nell’adolescenza, e insorgenza di psicosi e schizofrenia. Ma per Ferrero i test a scuola «non sono compatibili con la democrazia». Come se la democrazia non dovesse tutelare la salute mentale dei propri figli.
6. L’uso di cannabis è in rapporto con l’insorgenza delle psicosi e della schizofrenia: che tipo di rapporto? Il rapporto Onu del 2006 a pagina 180 afferma che la cannabis “can trigger latent psychosis and promote personality decompensation in diagnosed schizophrenics”, ove le parole chiave sono “latent” e “promote”.
Non si vuole certo dire che la cannabis non abbia effetti. Ma soltanto che le cose sono più complesse rispetto a quanto sostiene Risé.
Solo per citare qualche altro passaggio (pagina 181): “cannabis can cause some dysphoric effects when used in high doses, including panic and delusions and ‘cannabis psychosis’”.
“A recent review found that very high doses of cannabis can induce a brief psychosis, but this condition is extremely rare”.
“With regard to long-term effects, several impacts have been hypothesised. One of the early attempts to describe the negative impact of cannabis on the mental state of users is the so-called ‘amotivational syndrome’, a personality deterioration with loss of energy and drive to work. Again, the World Health Organization was unable to confirm the existence of such a sindrome”.
“More worrying is the conflicting evidence around the claim that cannabis can either cause psychosis in vulnerable individuals or precipitate latent psychosis”.
“Since some schizophrenics ‘self-medicate’ with cannabis, it can be difficult to determine the lines of causation”.
Nello stesso rapporto si dice anche (pagina 183) che “few people develop cannabis habits that force them into street crime or prostitution”. Chissà se vale anche per lo “school crime”.

Tuttavia la presenza di conseguenza dannose della cannabis non basterebbe a giustificare una politica proibizionista: sappiamo fin troppo bene che le sostanze dannose sono innumerevoli (una per tutte: l’alcol) e che il paternalismo non è necessariamente la strada migliore. Non solo in considerazione delle sue intime intenzioni (“ti vieto X perché ti fa male”) ma anche delle sue possibili conseguenze.

giovedì 22 marzo 2007

Staminali adulte: lo scandalo si allarga?

Il 15 febbraio avevamo tradotto su Bioetica un articolo di New Scientist, in cui si rivelava una sospetta alterazione nei dati di una ricerca sulle cellule staminali adulte. Nel 2002, un gruppo guidato da Catherine Verfaillie della University of Minnesota di Minneapolis aveva descritto «cellule progenitrici adulte multipotenti», isolate dal midollo osseo di roditori. Queste cellule sembravano capaci di dare origine alla maggior parte dei tessuti del corpo: in precedenza, solo le cellule staminali embrionali si erano dimostrate altrettanto versatili, e così gli oppositori della ricerca sulle staminali embrionali si sono impadroniti dei risultati della Verfaillie e dei suoi colleghi per proclamare che cellule altrettanto versatili potrebbero essere raccolte senza distruggere embrioni umani. I reporter di New Scientist hanno però scoperto che alcuni grafici presenti in un articolo della Verfaillie si ritrovavano identici in un secondo articolo della ricercatrice, anche se si riferivano a cellule differenti, prelevate da altri topi.
La Verfaillie ha imputato la cosa a un incidente; ma adesso New Scientist, in un articolo apparso ieri («Fresh questions on stem cell findings», n. 2596, 21 marzo 2007, pp. 12-13), rivela che in una domanda di brevetto avanzata dal gruppo della Verfaillie (essì, ci sono interessi economici anche intorno alle staminali adulte, anche se non ne sentirete mai parlare da Avvenire o dal Foglio) compaiono tre immagini riprese da un altro articolo, sempre del gruppo della Verfaillie. Le immagini dovrebbero documentare la presenza di certe proteine in una coltura di cellule staminali; peccato che le proteine siano differenti nei due casi. Addirittura, già nel solo articolo una delle immagini sembra apparire due volte, in due versioni speculari, a comprovare aspetti diversi dello studio. Si attende ora la replica della Verfaillie.

Roman Giertych: omofobia nei panni di un ministro

Pologne. S’il était adopté, le projet de loi sur l’école bafouerait les droits des étudiants et des professeurs et renforcerait l’homophobie, Amnesty International, 20 marzo 2007.

Une mesure anti-homosexualité décidée par le ministère de l’Éducation constituerait, si elle était adoptée, une restriction du droit des étudiants à l’information et une violation de leur droit à la liberté d’expression, a déclaré Amnesty International ce mardi 20 mars.
Le texte proposé, annoncé le 13 mars, interdit «la promotion de l’homosexualité» et autres pratiques «déviantes» dans les écoles polonaises. L’objectif de la mesure annoncée est de «punir quiconque fait la promotion de l’homosexualité ou de toute autre déviance de nature sexuelle au sein des établissements d’enseignement», a déclaré le vice-ministre de l’Éducation Miroslaw Orzechowski lors d’une conférence de presse. Enfreindre cette règle pourrait entraîner un licenciement, une amende ou une peine d’emprisonnement.
Cette mesure priverait les étudiants de leur droit à la liberté d’expression, à l’enseignement et à la liberté d’association. Elle institutionnaliserait la discrimination dans le système scolaire polonais. Toute personne défendant l’égalité, quelle que soit l’orientation sexuelle ou l’identité de genre des personnes, deviendrait passible de poursuites pénales. En résumé, si cette mesure était adoptée, la Pologne bafouerait ses obligations au regard des traités internationaux et régionaux relatifs aux droits humains auxquels le pays est État partie, ainsi que les engagements pris au moment de l’entrée du pays dans l’Union européenne.
Ainsi que l’a fait observer le 15 mars Janusz Kochanowski, commissaire polonais aux droits civils, le projet de loi bafouerait également l’article 30 de la Constitution polonaise qui reconnaît que «La dignité humaine naturelle et imprescriptible est la source de la liberté et des droits de l’être humain et du citoyen. Elle est inaliénable et son respect ainsi que sa protection sont une obligation des pouvoirs publics.»
La nouvelle proposition s’inscrit dans un climat d’intimidation et de discrimination contre les lesbiennes, les gays et les personnes bisexuelles et transgenres (LGBT) en Pologne. Le 11 mai 2006, le député Wojciech Wierzejski s’était prononcé en faveur d’un recours à la force si les militants LGBT maintenaient leur Marche annuelle pour l’égalité à Varsovie au mois de juin. Le 26 septembre 2006, le ministre de l’Éducation opposait un refus au financement d’un projet soumis par une organisation non gouvernementale LGBT, déclarant que «le ministère ne soutient pas les actions visant à propager des comportements homosexuels et des attitudes de ce genre chez les jeunes gens.» (voir index AI: EUR 01/019/2006)
Les propos ouvertement homophobes tenus par des hommes politiques à des postes de responsabilité entretiennent ces attitudes discriminatoires. Début mars 2007, Roman Giertych, vice-Premier ministre et ministre de l’Éducation, aurait déclaré lors d’une réunion des ministres de l’Éducation européens, «Nous ne pouvons qualifier de normales les relations entre partenaires du même sexe lorsque nous enseignons à des jeunes, ce type de relations constituant objectivement une déviance par rapport à la nature.» En février, le président Lech Kaczynski aurait déclaré lors de sa visite en Irlande que «les personnes LGBT ne devraient pas faire la promotion de leur orientation sexuelle.»
En dépit des déclarations affichées de soutien de la part des hommes politiques et d’une opinion publique généralement défavorable à l’homosexualité, la proposition du ministre de l’Éducation n’a pas le soutien de tous en Pologne. Plus de 10 000 enseignants ont défilé à Varsovie le 17 mars, en partie pour protester contre le projet de loi. Des groupes LGBT se sont joints aux enseignants pour manifester contre le projet de loi.
Amnesty International appelle les autorités polonaises à:
veiller à ce que toutes les personnes placées sous leur souveraineté, mineurs compris, puissent exercer pleinement leurs droits à la liberté d’expression, à vivre libres de toute discrimination, et à rechercher, recevoir et diffuser des informations;
interdire toute discrimination et garantir à tous une protection égale et effective contre toute forme de discrimination, en particulier la discrimination basée sur l’orientation sexuelle ou l’identité de genre des personnes;
gouverner en faisant en sorte de promouvoir de façon active les droits fondamentaux que sont le droit de vivre libre de toute discrimination, la liberté d’expression et d’association, et œuvrer à l’édification d’une société où tous pourront bénéficier de ces droits. En particulier, les responsables au plus haut niveau doivent condamner publiquement toute discrimination contre les lesbiennes, les gays et les personnes bisexuelles et transgenres (LGBT) et établir de façon claire qu’aucune violation de leurs droits ne sera tolérée, quelle que soit la victime. Ils doivent veiller à ne faire aucun commentaire et à ne donner aucun ordre qui puisse raisonnablement être interprété comme une autorisation à faire preuve de discrimination envers des personnes en raison de leur orientation sexuelle réelle ou supposée, ou de leur identité de genre ou de l’expression de celle-ci;
fournir des informations et un soutien approprié aux jeunes lesbiennes, gays, bisexuels et transgenres (LGBT).

Risarcimento per un aborto negato

In Polonia l’aborto è fuori legge. Con l’eccezione dei casi in cui vi sia pericolo per la vita della donna, gravi malformazioni del feto o quando la gravidanza sia l’esito di uno stupro o di un incesto. Nel 2001 gli aborti sono stati 124: un calo impressionante rispetto agli oltre centomila della fine degli anni novanta. Impressionante e falso, perché la stima degli aborti avvenuti in clandestinità parla di 80-100.000 donne che hanno vissuto sulla propria pelle una legge tanto restrittiva. Ancora più restrittiva che sulla carta: non è raro che i medici non firmino per certificare le condizioni di pericolo della donna o che gli ospedali tardino a dare una risposta. Una specie di muro di gomma.
È quanto è successo nel 2000 ad Alicia Tysiac. Madre di due figli, 36 anni, Alicia soffre di una brutta forma di miopia. Rimane incinta e chiede di poter interrompere la gravidanza dopo che tre medici l’avvertono che la gestazione avrebbe avuto gravi conseguenze per la retina. Alicia chiede di poter abortire per ragioni terapeutiche: la sua richiesta viene rifiutata. La gestazione e il parto rendono Alicia quasi cieca e invalida.
L’altroieri la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato la Polonia per avere rifiutato l’interruzione di gravidanza a scopo terapeutico. Dovrà risarcire Alicia: 39.000 euro per una invalidità permanente ed evitabile. Giusta ma ben misera consolazione. Soprattutto se si pensa alla foga antiaborista polacca che caldeggia la richiesta di bandire legalmente qualsiasi aborto in nome della sacralità del concepito. E della sacrificabilità delle donne.

(Oggi su E Polis Quelle donne sacrificate per un’idea)

L’effetto della cura Nicolosi

Daw, in collaborazione con Andreas Martini, ha sottotitolato in italiano il video che reca la testimonianza toccante di Daniel Gonzales, ex paziente di Joseph Nicolosi, il medico che pretende di «curare» l’omosessualità («Paziente di Nicolosi: la terapia per curare i gay non funziona», 21 marzo 2007).

Daniel, gay, è cresciuto in un ambiente religioso e ha sempre avuto una fede molto forte. Scoprirsi omosessuale non è stato facile, tanto da arrivare «innumerevoli volte» a pregare Dio per «farmi diventare eterosessuale». Poi arriva Nicolosi e la sua terapia. Daniel spende migliaia di dollari per guarire dall’omosessualità. Migliaia di dollari, a dimostrazione che dietro tutto questo c’è anche un business non indifferente. Spiega Daniel: «la terapia ex-gay è solo un tentativo elaborato di convincerti che le attrazioni omosessuali sono qualcos’altro rispetto a ciò che sono in realtà, che hanno altri significati». Questi gruppi «realmente vogliono avvicinare le persone a Dio e ovviamente farle diventare eterosessuali». Solo che poi accade l’esatto contrario. La terapia non funziona, e uno si allontana da Dio: «Ma la cosa più tragica è stata la perdita della fede». Questo è l’unico risultato di Nicolosi: un credente, molto religioso, omosessuale, che perde la fede. È Daniel a definirla una «tragedia». Noi ci crediamo.

Una strategia per i laici

Un sondaggio Demos-Eurisko pubblicato domenica su Repubblica mostra come gli sforzi vaticani di ri-cattolicizzazione della società italiana abbiano tristemente avuto un certo successo. Ida Dominijanni commenta sul ManifestoIl raccolto di Ratzinger», 20 marzo 2007, p. 11) e conclude con parole che non si possono non condividere:

Facciamo un’ipotesi. Immaginiamo che nella parte laica del nostro parlamento il riconoscimento giuridico delle convivenze venga presentato per una volta come una scelta di valore e non come un rimedio a una situazione di fatto, che l’omosessualità venga nominata come scelta di libertà e non come problema, che la procreazione assistita venga rubricata come possibilità e non come far west; immaginiamo insomma che la politica laica abbandoni la retorica della riduzione del danno e adotti il linguaggio delle libertà. Scommettiamo che in questo caso molti troverebbero da questa parte la bussola etica che oggi trovano nella Chiesa, e lo stesso sondaggio darebbe risultati diversi?

mercoledì 21 marzo 2007

Prosperini TV

Solo interpretazioni. Nessuna intenzione di offendere chicchessia per carità.

martedì 20 marzo 2007

Mi arrendo al disegno intelligente! Ovvero, come l’evoluzionismo scivola su una buccia di banana...

Knut

L’età dell’oro della famiglia (di Eugenia Roccella) e il prezzo della irresponsabilità

Eugenia Roccella (I laici cattolici chiedono di poter parlare, Avvenire, 20 marzo 2007) ci delizia con le sue riflessioni sulla famiglia e sul nostro incauto non accorgerci del disastro che incombe sulle nostre teste.

Ormai è certo: il 12 maggio tutti in piazza San Giovanni, a Roma, a difendere la famiglia. La manifestazione, che avrà come slogan «Più famiglia», sarà la prima, vera risposta a un attacco che si è intensificato negli ultimi mesi ma che è all’opera da tempo, grazie alla diffusione di una cultura che porta alla disgregazione del tessuto sociale e del senso comune, senza proporre concrete alternative.
Dove conduce, infatti, questa cultura? La risposta è che si tratta di conquiste di civiltà, e che l’Italia sarebbe l’unico Paese, in Europa, a non accogliere con entusiasmo norme che si limiterebbero a prendere atto di un mutamento già avvenuto. Ma a un’indagine appena attenta si scopre che nelle altre nazioni europee i danni sono tangibili e non facili da riparare: l’aumento delle unioni di fatto corrisponde regolarmente a un’alta percentuale di separazioni, a una crescita delle madri sole, all’eclissi o alla transitorietà della funzione paterna, all’impoverimento femminile, a un calo delle opportunità per i figli, e talvolta, come è stato messo in evidenza nel caso inglese, a un drammatico incremento della violenza e del disagio giovanile.
Quale sarebbe questa indagine appena attenta? Quali sono le fonti? Strano fenomeno, poi, “la crescita delle madri sole” (sarà che la solitudine facilita la crescita??!). Questa visione ingenua e paternalistica sarebbe comica se non fosse che molti la prendono terribilmente sul serio. E peggio, pretendono di spacciarla per la verità cui ognuno di noi dovrebbe piegarsi.

E ancora ci tocca leggere dell’assurda identificazione tra la scelta di una convivenza diversa dal matrimonio e il rifiuto dei doveri. Per favore, un po’ di pietà per le nostre orecchie. O forse soltanto un po’ di fantasia, inventatene una diversa, almeno per cambiare. Ho tanto l’impressione di ascoltare mia nonna, non ai tempi gloriosi però, ahimé, ma negli ultimi anni quando una malattia devastante quale l’Alzheimer l’aveva ridotta a ripetere frasi sconnesse ossessivamente e senza capirne il senso (perché di senso ce n’era ben poco).
Mentre il matrimonio è fortemente impostato sui doveri, per tutelare il più possibile i soggetti deboli, le nuove forme di convivenza sarebbero centrate sui diritti, e produrrebbero uno squilibrio oggettivo. Potendo scegliere tra una formula con poche responsabilità e una che ne comporta molte di più, quanti opterebbero per quella più impegnativa? E quali costi umani e sociali dovrebbe pagare, allora, l’intera società?

lunedì 19 marzo 2007

Non tutti gli analisti sono come Risé

Margherita Graglia, «L’omofobia istituzionalizzata: il caso della psicoterapia» (Psychomedia, 2000):

La terapia di conversione provoca disistima e disagio psichico. Alcuni terapeuti tuttavia difendono la loro terapia di conversione come una libera scelta da parte del cliente che è un gay infelice e scontento della propria condizione; invero in una società che discrimina e in cui mancano modelli identificativi, non sorprende che un gay, con omofobia internalizzata, voglia diventare come gli altri, per farsi accettare o semplicemente per avere una vita più facile. Haldeman (1994, p. 226) infatti auspica che «l’attenzione dei professionisti riguardi cosa cambia il pregiudizio e non cosa cambia l’orientamento omosessuale».
In realtà non c’è nessun dato empirico che mostri la validità della terapia di conversione, viziata spesso da errori metodologici. […] In aggiunta, i programmi di conversione si rilevano fallimentari sul lungo periodo.
L’etica impone due considerazioni: primo, è insensato curare una condizione che non è considerata essere una malattia; secondo, proporre una cura significa giustificare e rinforzare il pregiudizio. […]
La psicoterapia affermativa non si configura come sistema di terapia indipendente, ma «afferma» l’orientamento omosessuale come disposizione erotica e affettiva, sottolineando l’impatto dello stigma nel produrre il disagio emotivo dei gay e delle lesbiche.
Maylon (1982, p. 69) ben sintetizza il significato della psicoterapia affermativa:
«La terapia affermativa per i gay usa i metodi terapici tradizionali, ma procede da una prospettiva non tradizionale. Questo approccio riguarda l’omofobia, opposta all’omosessualità, come la maggiore variabile patologica nello sviluppo di certe condizioni sintomatiche nei gay».
L’omofobia viene a far parte dell’Io, influenzando l’autostima e le relazioni oggettuali, e del Super Io, contribuendo alla formazione del senso di colpa e del comportamento autopunitivo. Poiché questo processo precede la formazione dell’identità sessuale, il processo di autoconsapevolezza nell’adolescente gay/lesbica è particolarmente problematico. I pari, così importanti nell’adolescenza per consolidare l’autostima, in questa situazione si schierano dalla parte delle aspettative sociali, così al/lla ragazzo/a gay non resta che assumere un falso sé, fino a che l’accettazione dei propri desideri si esprimerà in seguito nel coming out.
L’approccio affermativo considera l’oppressione che influenza lo sviluppo e l’adattamento della personalità.
L’omofobia interiorizzata ha quindi principalmente due effetti negativi: l’arresto del processo evolutivo e la contaminazione del concetto di sé. La risoluzione dei conflitti omofobici può essere facilitata nel setting clinico con l’accompagnamento di un/una cliente nell’acquisizione di un’identità gay/lesbica positiva, nel fornire abilità di coping per fronteggiare l’indesiderabilità sociale e nell’assecondare l’esplorazione di sé.

Modifiche alla legge 40/2004

È stata presentata alcuni giorni fa al Senato una proposta di modifiche alla legge 40/2004, su iniziativa di Antonio Del Pennino, Alfredo Biondi e altri senatori del Centrodestra. Sul sito del Senato non è ancora presente il testo del ddl, ma Bioetica è in grado di offrirne una copia in anteprima ai suoi lettori.

Aggiornamento: dopo quasi un mese, il testo del ddl è finalmente arrivato anche sul sito del Senato.

Concorrenza per Angelo Bagnasco

Roberto Benigni («Diventerò capo della Cei», Libero News, 19 marzo 2007):

Dante piazza i sodomiti all’Inferno ma tra loro mette il suo maestro Brunetto Latini, come a dire che mentre cadiamo nel peccato abbiamo le ali per poter risalire. Ma di più non fatemi dire, perché voglio diventare arcivescovo di Genova e capo della Cei e non vorrei sembrare troppo laico. Al prossimo Conclave voglio andare a pieno diritto e con tutte le possibilità.

domenica 18 marzo 2007

Vita, coscienza, diritti

Ismael ha replicato qualche giorno fa («Life to lifeless», 14 marzo 2007) alla risposta che avevo dato a un suo post precedente. In genere, quando si giunge così avanti in una discussione, le cose si impantanano rapidamente in una serie di «io in realtà intendevo dire...» e di altre precisazioni noiose per tutti, tranne (forse) che per i protagonisti dello scambio; ma in questo caso mi sembra che l’ultimo post del mio avversario dialettico mi permetta di approfondire e chiarire i punti del mio post precedente, troppo affrettato forse per risultare del tutto perspicuo. Vale quindi la pena, direi, di indugiare ancora un po’ in questa partita.
Afferma Ismael:

la scienza medica non ha mai certezze assolute, ma “solo” un livello di confidenza – auspicabilmente il più elevato possibile – con l’avverarsi di una previsione. Io non me ne intendo, ma presumo che la letteratura specialistica pulluli di clamorosi affronti all’asserto medico. Oltre ai casi puntualmente riportati da Giuseppe, c’è per esempio la storia di un signore di 84 anni, risvegliatosi in sala mortuaria mentre era addirittura sprovvisto di qualsiasi sostentamento elettromeccanico. Oppure l’incredibile vicenda di Woody, il bambino “miracolato” di cui pochi giorni fa ha scritto anche Bioetiche.
Quanto illustrato, casomai, rende difficoltoso attribuire al sapere scientifico il crisma di pensiero “forte”, ma non può e non deve incoraggiare atteggiamenti improntati allo scetticismo o all’attendismo a priori. […] nella stragrande maggioranza dei casi (ciò che, sotto un profilo operativo inferenziale, vale a dire sempre), la morte cerebrale deve considerarsi il prodromo di un decesso sicuro benché artificialmente dilazionato. L’ampliamento dello scarto cronologico tra le cause e i pieni effetti della morte – comunque presente in natura: nei casi di morte per decapitazione, il muscolo cardiaco pulsa ancora per un po’ – è dovuto all’evoluzione delle tecniche di trapianto chirurgico, che richiedono il prelievo degli organi a cuore battente.
I casi clinici cui alludevo nel mio post non volevano affatto costituire un elenco di errori diagnostici, né tantomeno indurre allo scetticismo sul sapere scientifico: in nessuno di quei casi, infatti, la diagnosi di morte cerebrale si era rivelata errata. Perché parlarne, dunque? Com’è noto, la Chiesa cattolica e più in generale il mondo conservatore che ne segue le direttive morali hanno da tempo dato il loro placet etico alla pratica dei trapianti, e quindi all’identificazione della morte cerebrale come criterio valido per determinare il decesso di un individuo. Ma la ragione che la Chiesa adduce non consiste nel fatto che la morte del cervello coincide con quella della persona, perché in questo caso sarebbe costretta ad ammettere che quando il cervello ancora non esiste (e nelle prime fasi della vita dell’embrione il cervello non c’è), non esiste neppure ancora la persona. Invece, i teologi cattolici insistono sulla circostanza che la morte cerebrale sarebbe seguita quasi immediatamente e immancabilmente dalla morte dell’intero l’organismo, che cessa di funzionare come un tutto ordinato: morte del cervello e morte del resto dell’organismo verrebbero quindi in pratica a coincidere. Ma questa giustificazione – già di per sé non del tutto soddisfacente – viene confutata proprio dai casi di individui che rimangono in morte cerebrale per mesi ed anni: ci troviamo, per così dire, di fronte a una condizione cronica di morte cerebrale, in cui l’organismo continua a vivere talvolta a oltranza, riuscendo addirittura in certi casi a sostenere a lungo una gravidanza. E naturalmente non giova dire che comunque la morte è inevitabile e viene rimandata solo dall’applicazione di misure artificiali di sostegno: anche altre condizioni patologiche, come per esempio la sclerosi laterale amiotrofica (tristemente alla ribalta nei casi di Piergiorgio Welby ed altri malati), comportano una prognosi sicuramente infausta a breve/medio termine, e lasciano a un certo punto il malato a dipendere crucialmente dal ventilatore meccanico; ma nessuno definirebbe «morte» queste persone.
Naturalmente su quei casi peculiari di morte cerebrale (ma sono relativamente pochi solo perché la legge autorizza a staccare la spina, né ci sarebbe alcuno scopo ad insistere con le misure di sostegno vitale) c’è una quasi generale consegna al silenzio: la Chiesa non vorrebbe essere costretta a rimangiarsi le posizioni già assunte e ad imbarcarsi, come coerenza vorrebbe, in una crociata impopolare (nonostante le perplessità dei più intransigenti); la scienza laica, da parte sua, preferisce risparmiare ai malati le conseguenze terribili di un’eventuale imposizione clericale di un bando ai trapianti.
La sorte di un embrione, entro un certo periodo di tempo dal congelamento, può avere esiti differenti dalla morte – per esempio tramite l’adozione – pur restando nell’ambito delle evidenze biomediche ordinarie. Perciò distruggerlo non è sempre l’unica alternativa praticabile, né un’opzione conoscitivamente analoga alla dichiarazione di morte cerebrale. Sposando integralmente la tesi dell’indeterminazione del decesso, peraltro, si potrebbe indulgere all’idea – poco sensata – secondo cui è meglio lasciare gli embrioni sovrannumerari in freezer ad libitum, anziché prendere atto su base probabilistica del loro deperimento per raggiunti limiti di “età” e destinarli alla ricerca. Oppure, mutatis mutandis, si potrebbe concludere che occorre vietare del tutto l’espianto di organi.
[…]
La situazione dell’embrione crioconservato impiantabile è diversa: oltre a non essersi ovviamente potuto esprimere sul “dopo”, hic et nunc esso non è affatto “a fine vita”. Né in senso lato (lo stadio embrionale si situa a inizio vita), né in senso stretto (deve ancora sopraggiungere l’inutilizzabilità dell’embrione a fini riproduttivi). Per di più, i suoi “tutori” possono scegliere di metterlo al mondo o di permettere che altri tentino di farlo al posto loro, non solo di invocarne l’intangibilità. Per tutti questi motivi, la fase vitale in cui si trova l’embrione si distingue ontologicamente da quella in cui versa un morto cerebrale.
Qui il mio interlocutore cerca di confutare una tesi che non è tuttavia la mia. L’argomento cui Ismael obietta è noto: gli embrioni congelati perdono dopo un certo lasso di tempo la capacità di venire impiantati nell’utero; ma alcune delle cellule che li compongono rimangono vitali, e possono essere estratte e usate come fonti di cellule staminali, in un procedimento che – dal punto di vista etico – ricorda appunto l’espianto di organi, e che dunque dovrebbe risultare ammissibile anche al pensiero morale cattolico. Ma il mio paragone tra statuto dell’individuo cerebralmente morto e statuto dell’embrione non ha nulla a che fare con questo argomento.
Nella condizione di morte cerebrale noi non esistiamo più; ciò che continua a vivere è il nostro organismo, ma noi non siamo identici al nostro organismo: noi siamo persone, menti incarnate. All’altro estremo della vita, un embrione – non solo un embrione crioconservato, ma qualsiasi embrione, anche il più vitale e guizzante nel più caldo dei ventri materni – è allo stesso modo un organismo vivo, che non contiene però ancora alcuna persona (la mente cosciente essendo collegata, in modo sicuro anche se ancora poco chiaro, a una corteccia cerebrale funzionante), il cui statuto morale non si discosta significativamente da quello dell’ovocita o dello spermatozoo, e che quindi non è di per sé soggetto di diritti o interessi, così come non ne è soggetto l’individuo cerebralmente morto (se non per quelli che lo riguardavano da vivo, espressi tramite le sue disposizioni testamentarie), cui si può per esempio staccare il respiratore meccanico senza autorizzazioni particolari.
C’è un’amara ironia nello scandalo che i cattolici integralisti ostentano di fronte a questa concezione, e anzi nella incapacità di molti di loro a capire il senso di discorsi come questo: perché questa, in fondo, non è che la versione scientificamente aggiornata della antica concezione, cristiana e popolare, dell’anima che scende a un certo punto nel corpo, e che a un altro punto lo abbandona; anima che è inoltre dotata della proprietà dell’autocoscienza, a differenza del corpo. C’era una dignità in questa concezione, nonostante il dualismo ingenuo che l’animava, che non si trova più nell’osceno riduzionismo biologico che impera oggi sulle menti dei cristiani, per i quali la persona sembra identificarsi ormai con il codice genetico, in una negazione dei valori umanistici che non mancherà di esercitare un influsso nefasto sulla società (si pensi a chi, come per esempio Antonio Socci, già oggi mostruosamente paragona i genocidi del secolo scorso, con tutto il loro immane carico di sofferenze e di vite concrete spezzate, alla pratica dell’aborto, dove in gioco sono soltanto vite biologiche).
Il caso della morte cerebrale mette insomma in rilievo, se ce ne fosse bisogno, la mancanza di identità tra organismo e persona, a cui si può comunque arrivare anche in altri modi. Supponiamo che il nostro Ismael abbia un amico, che chiameremo Acab; e che uno scienziato folle – anzi, un tecnoscienziato, per usare la dicitura derogatoria oramai invalsa nell’uso di autorevoli cenacoli di cultura come Il Foglio – decida domani di trapiantare a forza il cervello del primo nel corpo del secondo, e viceversa (l’operazione è stata effettivamente eseguita su una scimmia, alcuni anni fa, anche se il povero animale non è sopravvissuto molto a lungo). Ad operazione compiuta, chi si affretterà a rispondere a questo mio post: la persona che si troverà ad animare il corpo di Acab o quella alloggiata nel corpo di Ismael? E chi sarà ritenuto responsabile dei debiti che Acab (un noto scialacquatore) aveva accumulato nei mesi scorsi? Poniamo poi che durante l’operazione il tecnoscienziato si sia lasciato sfuggire dalle mani il cervello di Acab, spiaccicatosi sul pavimento, e che di conseguenza anche il corpo di Ismael, rimasto privo di cervello, sia morto dopo un po’: chi piangerà la scomparsa del suo congiunto quando la cosa si risaprà, i parenti di Acab o quelli di Ismael? Credo che la risposta a queste domande sia univoca; come scriveva anche John Locke, sia pure nei termini e con i concetti del suo tempo (An Essay Concerning Human Understanding, II, 27,15):
se l’anima di un principe, recando con sé la coscienza della vita passata dello stesso, dovesse entrare a informare di sé il corpo di un calzolaio, non appena questo fosse abbandonato dalla sua anima, chiunque vede che questi diverrebbe la stessa persona del principe, responsabile solamente delle azioni del principe.
Nell’originale:
should the soul of a prince, carrying with it the consciousness of the prince’s past life, enter and inform the body of a cobbler, as soon as deserted by his own soul, every one sees he would be the same person with the prince, accountable only for the prince’s actions.
Quanto proprio a Locke, Ismael mi rimprovera che il suo concetto di persona non era inteso come un «requisito minimo per disporre del diritto alla vita». Ma il richiamo al filosofo inglese nel mio primo post voleva solo fornire un controesempio all’affermazione di Ismael, che riconduceva al pensiero socialista il concetto di persona impiegato da chi coltiva una visione liberale dell’etica; mentre invece nella riflessione filosofica più significativa di oggi si parte sempre proprio dalla persona come la definiva Locke (cfr. il grande classico di Derek Parfit, Reason and Persons, Oxford, Clarendon Press, 1984, pp. 205-8, o la riflessione recente e stimolante di Jeff McMahan, The Ethics of Killing: Problems at the Margins of Life, Oxford - New York, Oxford University Press, 2002, p. 6). Ismael obietta che gli esiti di questa riflessione sono tuttavia ascrivibili al pensiero collettivista:
Ma se non vi fosse un’interdipendenza costruttiva tra diritti oggettivi e soggettivi – magari con i primi subordinati alla presunzione eteronoma della “personalità dialettica” lockiana, a sua volta necessaria al riconoscimento dei secondi – si tornerebbe a privilegiare la concezione relazionale della persona cara ai collettivismi, larvati o meno che siano.
Non riconosco però la dicotomia operata da Ismael: i diritti soggettivi, per me, sono interessi del soggetto legittimati e garantiti dal diritto oggettivo, cioè dall’ordinamento giuridico; che cosa sarebbero, invece, i diritti oggettivi? E cosa c’è mai di eteronomo nel voler limitare i diritti soggettivi a soggetti dotati di coscienza (che non esistono se non in quanto esseri coscienti), e quindi portatori di interessi che sono autonomi e non attribuiti loro capricciosamente per le ubbie di qualche lobby religiosa?
Infine:
Bisognerebbe inoltre mettersi d’accordo sul concetto di “soluzione di continuità” che, a quanto mi risulta, delinea la cesura netta tra una fase di un processo e l’inizio della successiva (oppure il termine del processo medesimo). Soprattutto, esso deve permettere di affermare un nesso oggettivo tra il verificarsi di un “salto” in una serie discretizzata di eventi e lo scadere di un lasso temporale prefissato. Invece dobbiamo fare i conti con “il dubbio se ci troviamo di fronte a un’increspatura del muscolo o a una contrazione vera e propria”. Trovo che non sia un dubbio di poco conto, come tutti quelli analoghi a esso.
Per «soluzione di continuità» intendevo, vocabolario alla mano, semplicemente l’interruzione di un processo continuo; se nettissima o meno, non mi pare importante. Nello sviluppo fetale non abbiamo quasi mai a che fare con processi che si evolvano secondo una serie di ampiezze p del tipo:
0,1 0,2 0,3 0,4 0,5 0,6...
ma piuttosto secondo la serie:
0 0 0 0 0 0,3 1 1 1 1 1 1...
(l’esempio del battito cardiaco che facevo rientra a pieno titolo in questa seconda). Basterà pertanto specificare la condizione p>0 per ottenere le garanzie di sicurezza desiderate (le casistiche in nostro possesso consentiranno allo stesso modo di fissare una griglia temporale per i fenomeni che ci interessano, con tanto di earliest observed occurrence). Non credo che ci serva altro.

sabato 17 marzo 2007

Contro natura

Dalle Ultimissime dello Uaar L’insostenibile certezza di cosa sia contro natura una lettera di Mario Barenghi:

La Chiesa cattolica condanna le unioni civili sostenendo che l’omosessualità è contro natura. Naturalmente su questa affermazione potremmo discutere a lungo (ad esempio, chiedendoci cosa intendiamo qui con la parola ‘natura’, e se ciò che è conforme a natura sia sempre preferibile a ciò che non lo è). Ma atteniamoci, per ipotesi, a quella affermazione: l’omosessualità è contro natura.
In verità sono molti i casi in cui la Chiesa stessa ammette o prescrive comportamenti non naturali: si pensi all’astensione dall’attività sessuale ai propri ministri, al digiuno, alla penitenza, al martirio. Ma allora viene fatto valere un altro principio, cioè la superiorità dello spirituale sul corporeo.
Tra le unioni omosessuali lo spirituale invece non può esserci secondo la Chiesa: così il richiamo alla ‘natura’ serve ad eludere, insomma, la domanda (molto più cristiana) se fra persone dello stesso sesso ci possa avere amore vero.

Conversazione tra gentiluomini

Gianni Alemanno: «Chiediamo centri di permanenza temporanea anche per i nomadi che vengono sgomberati dai capi abusivi».

Carlo Giovanardi: «Se fossero cittadini extracomunitari e clandestini, allora avrebbe un senso, ma se hanno un permesso di soggiorno e non sono extracomunitari allora no».

(tratto da Alemanno: «I nomadi? Interniamoli nei Cpt», l’Unità, 16 marzo 2007).

Si legge poi in chiusura:

Ad Alemanno poco importa. E durante l’incontro con Achille Serra – giudicato dal leader di An «illuminante» – ha chiesto al governo un «decreto-legge urgente», considera la proposta del suo partito come la pensata per porre rimedio all’emergenza nomadi. Di più, Alemanno arriva a inoltrare al prefetto una proposta di decreto simile a un decreto legge, che era già stato – evidentemente – preparato nei giorni scorsi: il provvedimento su cui An fa pressione, sostiene Alemanno, dovrà prevedere una precisa definizione della figura giuridica del nomade, insieme a disposizioni di legge per dare certezza della pena. E ancora, creare uno strumento di monitoraggio nazionale per censire la presenza di nomadi, la definizione di patti per un corretto utilizzo delle risorse ma anche per il controllo, l’interdizione e gli interventi di bonifica di situazioni fuori controllo.
Dice, addirittura, Alemanno: «Se questo decreto non arriverà marceremo a Roma per la legalità, come farà giustamente il sindaco di Milano Letizia Moratti».

L’addio di Alessandro Zan ai DS

Caro Piero,

la lettura del manifesto per il Partito democratico genera sconforto. Il testo così volutamente generico nel tentativo di andar bene a tutti manca, io credo, di quell’afflato ideale che fa la differenza fra la sterile enunciazione di principi che vanno bene in qualunque momento storico, in qualsiasi democrazia evoluta e la Politica. E questa non è invece una enunciazione teorica. Questo Paese manca di Politica. Vi sono molti politicanti, molti mestieranti della Politica e tanti dirigenti che si autoconservano legislatura dopo legislatura il proprio posto di lavoro. A questo è ridotto buona parte del nostro Parlamento.
Il manifesto del Partito democratico risente di questo clima e dipinge un Paese auspicabile che non esiste, che non esisterà. Non sono un disfattista. Credo nella passione delle donne e degli uomini che si stanno impegnando quotidianamente nel tentativo di creare un’area politica più ampia di quella occupata oggi dai Ds e dalla Margherita. Sono convinto che senza un processo di aggregazione non si riesca a far maturare la sinistra italiana, ancora incerta nel traghettamento dal post comunismo al neo socialismo. Ma il manifesto del Partito democratico annulla o mortifica la sinistra, non la evolve. Le sue battaglie storiche, la difesa dei diritti dei lavoratori, dei diritti delle persone, della laicità dello Stato, dove sono? Il documento vive di economia e di relazioni internazionali ma non si occupa delle persone. Per me che ho costruito il percorso politico proprio su questo fronte, invece, esso rappresenta una delusione. Ho letto, anche fra le righe. Anche oltre le righe. Vi ho trovato solo due volte il riferimento ai diritti mentre il tema della laicità è blandamente accennato, quasi fosse una cosa fastidiosa che non si può evitare e che, pertanto, si sussurra e non si urla.
Non esiste una società matura, una democrazia compiuta, senza il riconoscimento dei diritti degli individui. La società italiana non è dissimile da molte altre in Europa e in Nord America. Ma qui sconta una povertà di motivazioni e una incapacità di pensiero rispetto alla tutela degli individui. Mi piacevano poco i Dico, ed erano comunque un passo avanti. Ora neppure questa flebile luce esiste più.
Nel Partito democratico delle nuove famiglie non si parla, non esistono. Le convivenze sembrano tollerate, degli omosessuali non v’è traccia.
È come se l’ombra di Mastella oscurasse quelle di Rutelli e di Fassino.
La sinistra non deve forse più combattere per il superamento delle discriminazioni? A chi altro toccherà? E non era anche per i cattolici di sinistra, cui si ispira la Margherita, un vanto quello di combattere per le fasce deboli? Oggi io assisto a uno scontro fra correnti, che si chiamano mozioni, che servono a conservarsi un posto anche nella prossima organizzazione partitica. Non vedo una competizione sui valori, sugli ideali.
Abbiamo dovuto ascoltare nei giorni scorsi pesanti offese nei confronti delle persone omosessuali, definite deviate dalla senatrice Binetti, esponente della Margherita e del futuro Partito democratico. Si è aggiunta a questo coro di insulti anche il ministro Rosy Bindi. Non ci sono state, invece, grandi indignazioni da parte dei dirigenti del mio partito. Noi gay e lesbiche dei Ds dopo una lettera molto preoccupata abbiamo atteso una risposta, un segnale, da parte di Prodi, Fassino e Rutelli.
Ma invano.
Il Partito democratico dissolve i Ds, annulla anche la mia esperienza dentro i Ds in difesa dei diritti.
Lascio i Ds ma rimane il mio impegno politico.

Alessandro Zan

(Dal sito di Alessandro Zan.)

venerdì 16 marzo 2007

Tre obiezioni per Giuliano Amato

Maurizio Coletti, Amato, reprimere è meglio che intervenire, Altrenotizie, 16 marzo 2007.
A proposito della campagna “antidroga” annunciata da Giuliano Amato, Maurizio Coletti individua tre aspetti difficilmente non condivisibili:

Il primo è che Amato, parlando di una “gigantesca campagna contro i consumatori”, parte poi, lancia in resta, contro gli studenti ed i giovani in particolare. Gli altri soggetti consumatori (parlamentari, vallette, veline, medici, manager, indossatrici, calciatori, sportivi in genere) li vuole lasciare in pace.

Il secondo è che Amato rinuncia, quasi apertamente, a considerare come prioritaria la lotta al narcotraffico. Affermata dal Ministro competente per l’ordine pubblico e la repressione del crimine, e abbastanza indigeribile. In tutto ciò, non una sola parola sulla battaglia contro i mercanti di morte, contro le narcomafie, contro le organizzazioni criminali. Solo la proposta di uno psicodramma collettivo (il “rendersi conto”...) e misure contro un anello debole.

Il terzo, più sconvolgente di tutti, è la risposta punitiva (una punizione... light...?). Se si parte dal concetto (traumaticamente errato) che i consumi (e gli abusi, ovviamente) sono da correggere, perché non ipotizzare che al posto di agenti di polizia e di carteggi tra prefetture e scuole, non vi siano operatori sociali e sanitari? Perché non proporre un intervento di supporto e di accoglienza? Magari, nei casi in cui sia necessario, un adeguato trattamento?

Lontani dall’ipotesi che le politiche sulle droghe debbano essere razionali, basate sulle evidenze, sulla comprensione dei fenomeni, sulla riduzione dei danni, questi politici (opposizione e maggioranza, non importa) insistono sull’unico tasto della repressione. Perché lo fanno? C’è in giro un gran parlare solo di valori, di famiglia; chi ascolta, anche di sfuggita, qualche trasmissione televisiva del tardo pomeriggio, può rendersene conto: la belloccia di turno, giovane e piacente, dichiara: “voglio essere me stessa (??!?), il mio desiderio è costruirmi una famiglia”. Ratzinger, Ruini, ora Bagnasco insistono, ripetono, minacciano sullo stesso tema caro alle veline di turno.

L’offensiva sui valori religiosi comprende infatti anche il tema della droga. Sullo sfondo, lontana e sfocata, la questione delle risorse da dedicare ad interventi efficaci sul campo. Attendiamo pazienti che la senatrice Binetti pensi anche a questo aspetto, tra un cambio di cilicio ormai sanguinante ed un attacco al pensiero laico.

giovedì 15 marzo 2007

Gesù! (come esclamazione)

Sam Harris, God’s dupes. Moderate believers give cover to religious fanatics — and are every bit as delusional, Los Angeles Times:

The truth is, there is not a person on Earth who has a good reason to believe that Jesus rose from the dead or that Muhammad spoke to the angel Gabriel in a cave. And yet billions of people claim to be certain about such things. As a result, Iron Age ideas about everything high and low — sex, cosmology, gender equality, immortal souls, the end of the world, the validity of prophecy, etc. — continue to divide our world and subvert our national discourse. Many of these ideas, by their very nature, hobble science, inflame human conflict and squander scarce resources.
(Da leggere assolutamente tutto!)

Intervista a Giovanni Nuvoli

Giorgio Pisano ha intervistato Giovanni Nuvoli (L’Unione Sarda, 15 marzo 2007), La preghiera alla vita di Giovanni Nuvoli: “Non staccate il respiratore”. Drammatica intervista dal lettino dell’ospedale.

Giovanni Nuvoli non vuole morire. No. Il Welby sardo, malato di sclerosi laterale amiotrofica, parla per la prima volta della sua malattia grazie a un sintetizzatore vocale e assicura di avere un solo desiderio: tornare nella sua casa di Alghero. Senza sentenze di morte affrettate.

Adesso la volontà è chiara. Giovanni Nuvoli ama la vita, anche se è costretto da anni a vedere il sole e la luna da un lettino. Il Welby sardo non intende uscire di scena grazie alla mano di un medico che stacchi il respiratore. È credente.

Le pupille di Giovanni Nuvoli corrono sul display del sintetizzatore e alla fine una voce da steward d’aeroporto annuncia: «Non staccate la macchina, per favore». È un attimo difficile, drammatico: Nuvoli è un fagottino che pesa meno di quaranta chili. La vita gli esplode solo negli occhi: accesi, folgoranti. Occhi di falco che a tratti sembrano addirittura feroci. Sono gli occhi di un uomo stremato che per la prima volta, da quando la Sclerosi laterale amiotrofica l’ha crocefisso a letto, concede un’intervista. Ammesso che si possa chiamare così un dialogo spezzato, pause lunghissime tra una parola e l’altra, il video che raccoglie i segnali dello sguardo e li traduce come uno spot metallico.

DAL LETTINO. In Rianimazione, quinto piano dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari, c’è il pienone. Tutti i letti occupati, malati di confine: immobili, muti, maschere di sofferenza. Prima di entrare, bisogna indossare calzari e camice. Da più di un anno Nuvoli sta in un angolino tutto per lui: pochi metri quadrati illuminati da una luce bianca, fredda. Questa volta, ed è ancora una novità assoluta, la moglie (Maddalena) non farà da intermediario. Si uscirà insomma dalle secche dell’incertezza, dal guado tra chi dice che Giovanni vuole morire e chi sostiene invece che sia disperatamente attaccato al respiratore.

LA TENSIONE. Da molti giorni la tensione è alta. Si coglie nelle parole del primario, Demetrio Vidili, che qualche ora prima, parlando con un cronista, si ferma di botto: «Cosa nasconde nella mano?» Soffre di sindrome da complotto, teme ci sia un registratore per rubargli un’opinione che tutti sanno: secondo lui, Nuvoli non vuole affatto uscire di scena. L’ordine di scuderia (silenzio assoluto sulla vicenda) fa il paio con le indicazioni dell’assessore e della commissione Sanità: basta con l’accanimento mediatico. A dirglielo, Giovanni sorride. Ha la Sla ma è capace di intendere e di volere. Anzi, approfitta del sintetizzatore per parlare e dire cosa pensa. Anche se la cosa diventa straziante.

LA CONFESSIONE. Inizia con una confessione: «Ho nostalgia di Alghero». Ha nostalgia della sua città, delle passeggiate con Maddalena (sposata nel ’90), vorrebbe tornare alla spiaggia della Speranza per un’abbuffata di aragosta. «Ora, però, ho voglia di un panino con mortadella». Basterebbe, per il momento. Inutile sognare in grande.

Credente?
«Sì. E anche stanco, molto stanco».
La sua è vita?
«No».
Vorrebbe morire adesso?
«No».
Crede ci sia un’altra vita oltre la morte?
«Sì, sì, sì».

Lo ripete tre volte e si sforza di sorridere per allontanare la fatica che gli segna il viso. Restano gli occhi: a dire, a continuare, a non fermarsi. Occhi traditori perché pian piano lasciano andare una lacrima che Maddalena asciuga in fretta.
Vuol interrompere l’intervista?
«No, non voglio».
Cosa desidera?
«Tornare a casa, ad Alghero. Lì spiegherò tutto quello che penso. E lì aspetterò, quando sarà l’ora».
Non vuole un medico che l’aiuti a morire?
«Voglio morire in pace».
In pace, come?
«Voglio decidere di morire come e quando voglio a casa mia».
Le piacerebbe che quel momento fosse adesso?
«No».
Lei ha accettato farmaci e dunque...
«...senza staccare la macchina, ho detto. Voglio morire col respiratore attaccato».

LA MOGLIE. Altre volte, affidandosi a una lavagnetta, ha detto il contrario. Maddalena, che lo chiama per cognome (Nuvo’) come quando erano fidanzati, racconta di un umore che inevitabilmente oscilla in un senso e nell’altro durante giornate drammaticamente uguali, immerse in un silenzio irreale rotto ogni tanto dal bip del respiratore.

LA FELICITÀ. Giovanni è contento che siano arrivate visite, soddisfatto di trovarsi davanti al taccuino dei giornalisti e vorrebbe mostrare subito che ha familiarizzato col sintetizzatore. Lo accende (con gli occhi), sceglie il programma (con gli occhi), seleziona il tipo di scrittura (con gli occhi) e s’arrabbia perché la macchina procede con eccessiva lentezza. Si rasserena quando sente la vocina d’aeroporto che conferma: sei collegato. Quindici minuti di domande lo svuotano. Il box è un forno, le coperte pesanti e nessuna, assolutamente nessuna, possibilità di muoversi.

IL SALUTO. Alla fine, quando crede di aver chiarito in via definitiva il suo pensiero, precisa che non gli hanno ancora parlato di dimissioni. «Io aspetto». Poi chiede di salutare: «Grazie e buon pomeriggio». Non è pomeriggio, è sera inoltrata ma questo Giovanni non può saperlo. La bocca si muove impercettibilmente per un sorriso che potrebbe essere una smorfia di dolore. Adesso ha cinquantatre anni. Ne aveva quasi dieci di meno quando sono arrivati i primi, indecifrabili, sintomi: spossatezza. Qualche settimana più tardi, un altro piccolo infortunio: inizia a capitargli spesso di inciampare.

LA MALATTIA. Sembrava una banalità: la diagnosi lo ha fulminato. Dal 2003 non riesce più a muoversi, paralisi in forma progressiva e inarrestabile. Quando stava ancora a casa, s’era fatto piazzare il letto in posizione strategica: voleva poter vedere Maddalena e i due figli a tavola. «Gli sembrava di pranzare con noi». Adesso è un cencio che la medicina non può in alcun modo aiutare. Tanto vale, dunque, lasciarsi andare ai ricordi e ripassare la vita, quella vera, sulla lavagnetta e sul sintetizzatore. «Nuvo’, ti ricordi quella volta?...». Dicono i medici che il problema del peso è irrilevante («potremmo farlo ingrassare rapidamente»). Il primario spiega che la strada è senza uscita «ma io sono contrario all’eutanasia passiva e a quella attiva». Scarabocchia su un foglietto: in tal data ha accettato la terapia con l’eparina, in tal data trasfusioni di sangue per arginare un’emorragia intestinale. «Vi sembra uno che vuole morire?»

INNO ALLA VITA. Se lo sentisse, Giovanni riuscirebbe a sorridere, a ironizzare su quello che sembra un inno alla vita e invece è soltanto attesa. Attesa serena in una casa di campagna, finestra sul giardino. Senza un anestesista buono e civile che tenti, in nome della pietà collettiva, di accelerare le sentenze di Dio.