È in linea Bio-etica.it, un motore di ricerca che è basato su Google, e che ne restringe il campo ai siti specializzati in bioetica (tra cui, naturalmente, Bioetica). Utile per scremare risultati troppo numerosi.
sabato 31 marzo 2007
Bagnasco e i pedofili
Da Repubblica.it («Bagnasco: “Diciamo no ai Dico come a incesto e pedofilia”», 31 marzo 2007; il corsivo è mio):
«Nel momento in cui si perde la concezione corretta autotrascendente della persona umana – ha affermato Bagnasco –, non vi è più un criterio di giudizio per valutare il bene e il male e quando viene a cadere un criterio oggettivo per giudicare il bene e il male, il vero e il falso, ma l’unico criterio o il criterio dominante è il criterio dell’opinione generale, o dell’opinione pubblica, o delle maggioranze vestite di democrazia – ma che possono diventare ampiamente e gravemente antidemocratiche, o meglio violente – allora è difficile dire dei no, è difficile porre dei paletti in ordine al bene».Sembra di capire, dunque, che per Bagnasco la pedofilia riguarda persone consenzienti. Se questa è l’opinione degli uomini di Chiesa, non ci dovremo più stupire che così tanti di loro siano pedofili...
«Perché – ha proseguito l’arcivescovo di Genova – dire di no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia? Perché dire di no? Perché dire di no all’incesto come in Inghilterra dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene? Perché dire di no al partito dei pedofili in Olanda se ci sono due libertà che si incontrano? […]».
Ipocrisia e insensatezza
E prosegue: «Perché quindi dire no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia?», si domanda il prelato riferendosi ai Dico. «Perché dire di no all’incesto, come in Inghilterra dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene?».
Mi domando: ci crede davvero a quello che dice? Si è mai domandato cosa significhino alcune parole? Certo non cambia ricordargli che i fratelli incestuosi sono tedeschi, ma se l’approssimazione è la stessa sugli altri argomenti e sulle inferenze, allora stiamo a posto.
I 6 punti di Javier Lozano Barragán sul testamento biologico
Sul convegno che si è svolto il 29 e 30 marzo promosso dalla Commissione Sanità del Senato (“Testamento Biologico: le dichiarazioni anticipate di volontà sui trattamenti sanitari”) ci sarebbe molto da dire.
Per ora mi limito a riportare integralmente l’intervento di Javier Lozano Barragán.
Molto interessante, e molto inutile (sia in assoluto che rispetto alla utilità di un testamento biologico redatto secondo i 6 punti del cardinale). Chi volesse ascoltare la sua voce: Radio Radicale. I corsivi sono miei.
Parlare adeguatamente del Testamento Biologico suppone il riferimento ad un’Antropologia olistica. Secondo la visione che si ha dell’uomo, cosi risulterà la posizione che si adotta su questo testamento. I punti fondamentali sono: la vita, la sofferenza e la morte. La vita umana è inviolabile, giacché essa possiede il suo valore che corrisponde alla dignità della persona umana. Non si deve confondere la vita con la qualità di vita, questa si aggiunge alla vita, ma non aumenta la sua dignità fondamentale. Per il cristiano la vita è un dono di Dio, del quale noi siamo amministratori, non padroni. La morte è la maturità della vita. È il compimento di una tappa molto importante, ma transitoria; è l’inizio della vera vita, è il giorno della nascita all’autentica vita. Da questa tappa della vita dipende la sorte finale di ciascuno, è aperta al merito o al demerito e solo Dio fissa il suo termine. Il dolore ha una sua utilità perché è sintomo di una patologia e serve per la diagnosi e la terapia; tuttavia lo si deve alleviare, sull’esempio del Buon Samaritano. Ma, in ogni caso, la sofferenza sussiste giacché appartiene al corteo della morte. La sofferenza, se unita a quella di Cristo, ci associa a Cristo che ci redime con la sua passione, morte e risurrezione. Associarci così a Cristo nel dolore non ci dà il benessere, ma la felicità. La sofferenza ed il dolore, la morte, chiusi in se stessi sono un assurdo, ma quando, per l’amore divino, trascendono il tempo e lo spazio, Cristo ci assume nella sua sofferenza ed essi acquistano un senso positivo e pieno. In virtù di questo amore, appartengono alla vera qualità della vita.
È in questo contesto che il Testamento Biologico deve essere l’espressione della volontà personale di disporre come si desidera essere assistiti negli ultimi momenti dell’esistenza.
Il Testamento Biologico è entrato nella cultura attuale nel contesto della cosiddetta “Autonomia del Paziente”. Si dice che ponga fine al “paternalismo medico”, giacché non sarebbe più il medico, ma il paziente a determinare la cura che dovrebbe ricevere alla fine della vita, beninteso con il consenso pienamente informato del testante, allontanando così qualsiasi tentativo di eutanasia sociale. Alcuni però pensano che il suddetto testamento sia piuttosto un modo di camuffare, una maniera di abbreviare la vita dei pazienti terminali, un modo di limitare il potere attuale della medicina, che è in grado di allungare quasi indefinitamente e inutilmente la vita dei morenti, con il costo sociale ed economico che questo comporterebbe per un soggetto non più produttivo.
Per riflettere con proprietà sul Testamento terapeutico, si deve tener conto di alcuni punti nodali che devono essere esposti chiaramente.
Il primo è l’eutanasia. L’eutanasia è ogni azione od omissione diretta a sopprimere la vita di un malato terminale con il proposito di eliminare il dolore.
Altro punto sarebbe l’Accanimento terapeutico. L’Accanimento terapeutico consiste nell’ostinazione dell’uso di terapie inutili o sproporzionate che non portano alcun beneficio al paziente, ma servono soltanto a prolungare una dolorosa agonia. L’idratazione e la nutrizione in se stesse non appartengono all’accanimento terapeutico.
Molto importanti ed in correlazione con il Testamento Biologico sono le Cure Palliative per i malati terminali. Esse consistono in terapie che non guariscono, ma leniscono il loro dolore. Mitigano il dolore. Le Cure Palliative sono di grande rilevanza, giacché restituiscono all’uomo quel minimo di serenità indispensabile per affrontare il momento più importante della vita, che è la morte. Facilitano una morte degna e cosciente, eliminando quell’eventuale dolore che non permette lo stato psicologico e spirituale adeguato per poter oltrepassare la soglia verso la pienezza della vita.
Sul quesito della liceità morale del Testamento Biologico, come prima risposta si potrebbe affermare che un Testamento Biologico che sollecitasse l’eutanasia non sarebbe lecito. Tuttavia un Testamento Biologico che, accettando le Cure Palliative, rinunciasse all’accanimento terapeutico, sarebbe lecito.
Per approfondire il senso di questa risposta mi permetto di aggiungere i seguenti commenti ed alcune precisazioni:
Un primo punto si riferisce all’idratazione e nutrizione del paziente terminale. Questi interventi non possono in se stessi costituire un accanimento terapeutico, perché non sono terapie, ma il modo ordinario di soddisfare i bisogni del paziente che non è in grado di aver cura di sé.
Un altro punto riguarda il fondamento del Testamento Biologico, cioè l’autonomia del paziente in opposizione al paternalismo medico. Alcuni affermano che il paziente, per poter procedere prudentemente alla stesura di questo testamento, dovrebbe tener conto dell’informazione fornita dal medico curante; dunque l’autonomia sembra una finzione. Altri pensano che il Testamento Biologico sia inutile e sostengono che sarebbe molto meglio fare opera di sensibilizzazione presso i medici affinché, con il consenso informato del paziente, evitino l’accanimento terapeutico, ricorrano di più alle Cure Palliative ed escludano qualsiasi prassi eutanasica.
Si parla anche della necessità di flessibilità in questo strumento giuridico. Nel caso in cui venisse accettato il suddetto testamento, questi dovrebbe essere molto flessibile. Cioè, non dovrebbe essere redatto una volta per sempre, tanto più che viene scritto in circostanze diverse dalla sua applicazione: lo stato d’animo del testante, quando gode di buona salute, non è lo stesso di quando si trova con una grave malattia.
Un punto importante è quello del fiduciario del Testamento. Il fiduciario deve interpretare fedelmente la volontà del testante. La domanda che si pone è: chi dovrebbe essere questo fiduciario? Come si può essere certi che, in un caso concreto, il fiduciario non metta in atto interessi avversi al testante, aprendo la porta all’eutanasia?
Ritornando ancora sull’Accanimento terapeutico ed il suddetto Testamento, bisogna ribadire che, in qualsiasi circostanza, si deve evitare l’accanimento terapeutico. Dobbiamo osservare che un elemento essenziale dell’accanimento è l’inutilità, o sproporzionalità delle terapie. Ma si deve tener presente che, dato il progresso continuo della medicina, alcune terapie che si pensavano inutili e sproporzionate quando è stato redatto il Testamento Biologico, alla sua applicazione forse non lo saranno più. Inoltre, è molto difficile stabilire la sproporzionalità delle terapie, giacché si devono prendere in considerazione molti elementi, come la proporzione rischio-beneficio, nel contesto economico, familiare, sociale e di politica sanitaria, nel quale si trova il paziente, ecc.
Per concludere, prendendo in considerazione quanto detto, possiamo sintetizzare i seguenti punti, affermando che si potrebbe sostenere la liceità del Testamento Biologico:
1. Se questo si unisse mediante un consenso informato alla decisione del medico curante di evitare sempre l’eutanasia e di rinunciare all’accanimento terapeutico. Così anche il paziente prenderebbe nelle proprie mani gli ultimi momenti dell’esistenza.
2. Se si tenesse conto dell’evoluzione e del progresso della medicina per l’efficacia delle cure e dell’eventuale cambiamento delle circostanze economiche, sociali, familiari e di politica sanitaria riguardo al mutamento della sproporzionalità delle terapie.
3. Se fosse flessibile, in maniera da poter essere modificato con il cambiare dello stato di salute fisica e psicologica del paziente gravemente malato.
4. Se includesse sempre l’utilizzo delle Cure Palliative disponibili.
5. Se si trovasse un vero fiduciario che intervenisse soltanto nel caso d’incoscienza del malato terminale, con la certezza morale che tale fiduciario interpretasse fedelmente la volontà del testante, evitasse l’accanimento terapeutico e non favorisse mai l’eutanasia.
6. Se, per giudicare il caso di un accanimento terapeutico, ci si rimettesse al giudizio del medico o dei medici curanti ed al paziente bene informato, o, in caso d’incoscienza di questi, al consenso della famiglia o dei legittimi rappresentanti del paziente e di un Comitato di Bioetica, se disponibile.
Ringrazio per l’onore che mi è stato concesso di presentarVi i miei punti di vista su questa assai delicata questione del finale della vita umana. Spero di aver sommessamente contribuito al chiarimento dei criteri che abbiamo per gestire gli ultimi momenti della nostra esistenza.
Tante grazie!
Città del Vaticano, 30 marzo 2007
+ Javier Cardinale Lozano Barragán
Postato da Chiara Lalli alle 12:40 0 commenti
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giovedì 29 marzo 2007
La Cei e la confusione del sesso
Nella Nota della Cei «a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto», vengono spese poche righe striminzite sulle unioni tra omosessuali:
Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.La prima impressione, leggendo queste parole, è che l’estensore della Nota ci stia dicendo che la differenza sessuale è un requisito fondamentale per la costituzione di una coppia: una convivenza affettiva non sarebbe vitale, insomma, se non tra persone di sesso differente. E tuttavia, a un secondo sguardo, la scelta delle parole appare in qualche modo in contrasto con questa interpretazione. Non si dice, infatti, che la legalizzazione delle «unioni di persone dello stesso sesso» negherebbe l’importanza o il ruolo della differenza sessuale, ma invece che «negherebbe la differenza sessuale» tout court; e la differenza sessuale, a sua volta, non è per la Cei necessaria o ineludibile, ma «insuperabile». Sembrerebbe insomma che la Nota prospetti, in caso di legalizzazione delle unioni civili tra omosessuali, una perdita della distinzione tra maschile e femminile; che stia facendo, in altre parole, una monumentale confusione tra identità di genere (il genere in cui una persona si identifica) e orientamento sessuale (il genere verso cui una persona prova attrazione fisica). A quanto pare non sono il solo ad avere avuto questa impressione, se intendo bene un’osservazione di Malvino («Questo, ovviamente, a voler considerare “differenza sessuale” una caratteristica di “orientamento sessuale”, perché le differenze – nella cosiddetta “natura” – non le fa il genere, ma ciò che il soggetto cerca nell’oggetto, al di là d’ogni steccato posto dal genere»); e tuttavia ammetto di rimanere un po’ incredulo di fronte alla possibilità di uno svarione così grossolano, che porrebbe la Conferenza Episcopale Italiana al livello di quegli omofobi un po’ confusi e straparlanti che tutti prima o poi abbiamo sentito concionare («Signora mia, qui non ci sono più le distinzioni di una volta, i maschi vanno con i maschi, le femmine con le femmine, non si capisce più niente»); perché è del tutto evidente che un omosessuale può essere certissimo della propria identità di genere, e sentirsi insomma completamente maschio, senza che questo contraddica in nessun modo il proprio orientamento – anzi mi azzarderei a dire che sia questa la norma, piuttosto che il contrario. Persino tra i transessuali (ma il termine è comunque ‘trasversale’ rispetto all’orientamento sessuale) l’identità di genere è più spesso che no ben definita, anche se si trova in contrasto con il genere biologico.
Esistono, è vero, delle teorie (in genere proposte nell’ambito del femminismo post-modernistico: viene in mente tra gli altri il nome di Andrea Dworkin) che sostengono l’origine solo socio-culturale delle differenze di genere, e che possono – ma non necessariamente devono – propugnarne in qualche caso un superamento, assieme all’esaltazione dell’omosessualità; ma ovviamente si tratta delle posizioni (giuste o sbagliate qui non importa) di una minuscola porzione dell’élite intellettuale, che non impegnano affatto la stragrande maggioranza degli omosessuali.
Che esista una preoccupazione della Chiesa per la possibile perdita delle differenze sessuali è comunque dimostrato: basti guardare alla «Relazione del Cardinale Ruini all’Incontro delle coppie e delle famiglie di Roma e del Lazio», del 28 novembre 2005:
Sul versante filosofico non meno importante è la sottolineatura che l’essere umano sussiste sempre e solo come uomo o come donna, specificità entro cui si iscrive la vocazione all’amore: ciò costituisce una chiave fondamentale, di natura ontologica, per sviluppare una moderna e autentica antropologia. Così Giovanni Paolo II scriveva nella Lettera alle donne: “Femminilità e mascolinità sono tra loro complementari non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma ontologico. È soltanto grazie alla dualità del maschile e del femminile che l’umano si realizza appieno” (n. 7). Questo riproporre, in termini sostanzialmente nuovi e maggiormente elaborati, il valore irriducibile e i significati dell’essere uomo e donna è la risposta più pertinente ed efficace che la Chiesa possa dare a quella deriva culturale che tende sempre più a relativizzare e svalutare gli elementi costitutivi dell’amore umano.Si noti il significativo accostamento al tema delle unioni civili – anche se qui, più raffinatamente, non si pongono in relazione di causa ed effetto i due termini: siamo ridotti al punto di rimpiangere già il cardinal Ruini?
È in discussione infatti, in primo luogo, il senso della “unidualità” uomo-donna: esso appare minato dal diffondersi di una visione che riduce la differenza sessuale a fattore culturale e di costume. C’è inoltre una diffusa tendenza a depotenziare il valore dell’istituto del matrimonio, assimilando ad esso altri tipi di unioni e convivenze, con il risultato che il matrimonio non viene più percepito come espressione e garanzia della natura stessa dell’amore umano, ma come frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili.
Aggiornamento: Anche Ritanna Armeni, stasera a Otto e Mezzo, si è accorta che la Cei sembra aver fatto in questo punto un bel po’ di confusione. Gian Maria Vian, rispondendo alla Armeni, crede di difendere la Nota sostenendo che la legalizzazione delle unioni tra omosessuali scatenerebbe comportamenti imitativi; ma anche ammettendo questa improbabilissima ipotesi, i comportamenti riguarderebbero l’orientamento sessuale, non l’identità di genere. Banale distinzione, che Vian sicuramente, e la Cei probabilmente, ignorano però del tutto.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 12:20 5 commenti
Etichette: Conferenza Episcopale Italiana, Diritti degli omosessuali, Identità di genere, Transgender
Caro parroco ho deciso, mi sbattezzo
«Caro Parroco, esprimo la mia inequivocabile volontà di non essere più considerato aderente alla confessione religiosa denominata “Chiesa cattolica apostolica romana”».
Questa, in sintesi, la lettera da inviare come raccomandata A/R alla parrocchia nella quale siamo stati battezzati (allegando una fotocopia di un documento di identità) per chiedere di cancellare gli effetti civili del sacramento battesimale.
Non certo per cancellarne gli effetti di liberazione del peccato. Sarebbe decisamente bizzarro che chi non crede in un rituale ne volesse annullare gli effetti celebrando un antirituale. Le ragioni dello sbattezzo sono più “terrene”. Come la volontà di non sentirsi rappresentato dalla gerarchia cattolica o di non essere considerato appartenente a quel 97% dei cittadini italiani che la Chiesa rivendica come propri adepti. O ancora la volontà di affermare una netta separazione tra Stato e Chiesa, riappropriandosi dei sentimenti e dei vissuti religiosi come sentimenti privati e personali piuttosto che lasciarli gestire dall’autorità clericale.
A suscitare la questione in Italia è stata nel 1980 l’Associazione per lo Sbattezzo. Nel 1995 l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (www.uaar.it) ha dato l’avvio ad una vera e propria campagna di bonifica statistica dei battezzati. Intraprendendo, di fronte alla ritrosia dei parroci, una iniziativa giuridica. Nel 1999 il provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali ha stabilito il diritto di rivendicare la non appartenenza alla Chiesa cattolica. La campagna prosegue su alcuni aspetti specifici, ma la strada è ormai aperta.
(Oggi su E Polis)
mercoledì 28 marzo 2007
Dalle stelle alle stalle (ovvero, non è vero ma ci credo)
Il fallimento dell’oroscopo: non svela il partner giusto, Il Corriere della Sera, 28 marzo 2007:
Non è interrogando le stelle che si trova l’anima gemella, le affinità zodiacali non impediscono che una coppia scoppi. A questa conclusione, che potrebbe gettare nel panico milioni di affezionati dell’oroscopo in tutto il mondo, sono arrivati alcuni ricercatori dell’Università di Manchester, per i quali non esiste alcuna relazione tra la riuscita di un matrimonio e lo zodiaco.Ma pensa un po’. Eppure, si legge poco più avanti, sono in molti a crederci: e dunque? Sono in molti ad essere creduloni. Se poi questi molti scoprissero che nella credenza fallace sono in compagnia di Emilio Fede (che dichiara cose tipo: Sono la prima cosa che leggo sui giornali al mattino. Mi diverte e un po’ ci credo. Credo soprattutto alla compatibilità astrologica), forse cambierebbero idea.
martedì 27 marzo 2007
Se lo dice lui...
Giacomo Samek Lodovici, Il cristianesimo come ossigeno per l’Europa (anche) laica, Avvenire, 27 marzo 2007:
La nostra civiltà scaturisce da diverse sorgenti, ma l’eredità più importante è quella cristiana, come si evince dal seguente inventario di otto lasciti.
1) La dignità umana: il cristianesimo per primo ha conferito una dignità inviolabile ad ogni uomo, donna (che perciò è uguale all’uomo), bambino, quale che sia la sua cultura, ceto, religione, etnia, ecc.
2) La libertà individuale di ogni essere umano: nessuno uomo può essere ridotto in schiavitù ed è libero addirittura di fronte a Dio, libero di amarLo o vilipenderLo.
3) La premura verso tutti i malati: non è un caso che l’ospedale (come luogo dove vengono curati tutti i malati, nessuno escluso) sia stato gestito dalla Chiesa fino al XVIII secolo.
4) La solidarietà verso tutti i poveri, e non solo verso quelli del proprio gruppo, religione, ecc..
5) La sollecitudine verso tutte le vittime (cioè verso tutti coloro che versano in condizioni di oppressione, di ignoranza, di ingiustizia) e quindi il senso di colpa per gli eventuali crimini verso altre culture.
6) La dignità di ogni lavoro (mentre presso i Greci e i Romani solo l’attività intellettuale era veramente stimata): non è un caso che la scienza e la tecnologia si siano inizialmente sviluppate al massimo grado proprio in Europa.
7) La sensibilità ecologica, quale contrappeso ad un uso spregiudicato della tecnologia, perché per il cristianesimo l’uomo è sì l’essere più nobile, ma deve amministrare il mondo e rispettarlo perché non appartiene a lui bensì a Dio.
8) La separazione tra religione e politica («date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»): per il cristianesimo le leggi religiose non devono coincidere (come invece avviene nelle teocrazie) con le leggi dello Stato (devono coincidere solo quelle – per esempio la legge “non uccidere” – che sono contenute anche nella legge morale naturale e solo se vietano lesioni dirette e gravi del bene comune), e lo Stato non è la fonte della verità, del bene e della salvezza (come affermano i totalitarismi).
lunedì 26 marzo 2007
Basta un po’ di autocontrollo
Uno studio recente ha rivelato come una forma modificata del metodo Billings per il controllo delle nascite, chiamata sympto-thermal method (STM), assicurerebbe un tasso di gravidanze indesiderate paragonabile a quello della pillola contraccettiva: 0,6% all’anno (Christopher Mims, «Modified Rhythm Method Shown to Be as Effective as the Pill—But Who Has That Kind of Self-Control?», Scientific American, 26 marzo 2007). Lo STM comporta il monitoraggio, da parte delle donne, di tre parametri: la temperatura corporea, i giorni fertili del ciclo secondo il calendario, le secrezioni di muco cervicale. In questo modo è possibile identificare i giorni fertili e astenersi dai rapporti sessuali durante il periodo corrispondente: due settimane ogni mese, tipicamente. E qui si scopre cosa si nasconde dietro i tassi apparentemente altissimi di riuscita: che si riferiscono alle coppie che si attengono rigorosamente al metodo, non a tutte le coppie che tentano di praticarlo, la stragrande maggioranza delle quali lo abbandona esasperata dopo pochi mesi.
South Carolina e aborto
Da blog.bioethics.net South Carolina to Require Women View Ultrasounds Prior to Abortion:
South Carolina appears poised on the brink of approving legislation that will require women to view ultrasound images prior to abortion. While all three (yes, that’s right, all three) abortion clinics in South Carolina perform ultrasounds to determine the age of the fetus, the law would require women to view the images, with the probable exemption of rape and incest victims.
Why? According to the bill’s sponsor, Republican Rep. Greg Delleney,
She can determine for herself whether she is carrying an unborn child deserving of protection or whether it’s just an inconvenient, unnecessary part of her body and an abortion fits her circumstances at that time.South Carolina law already requires the ultrasound, as well as doctor counseling of the age and development of the fetus, as well as alternatives to abortion. This is nothing more than a bald-faced attempt at intimidation and emotional manipulation of someone who is already in a vulnerable position.
The thing that baffles me the most is, what? You’re going to suddenly see an ultrasound image and decide that no, all the reasons you have for an abortion have flown out the window, and really it’s a great time to be a mother, hooray? Are we suddenly going to see social services increase in funding? Are we going to have outstanding health care, job retraining, free and good state-sponsored child-sitting services? Is South Carolina going to suddenly take away every single obstacle that exists to bearing and caring for a child, so that the only barrier remaining is whether or not a woman thinks this is the right time for her, without consideration to financial/economic concerns?
Yeah, that’s what I thought.
Kelly Hills
Rassicurazione infernale
“L’inferno esiste ma non se ne parla”, Qn, 26 marzo 2007:
Benedetto XVI lo ha ricordato nell’omelia della messa celebrata ieri mattina alla parrocchia di «Santa Felicita e figli martiri» alla Borgata Fidene di Roma.Capito? Peccatori che non siamo altro, insudiciati di ignavia (pure questo è grave no?). Dio ama in modo schizofrenico: separa le nostre azioni da noi, ama la persona ma odia le sue debolezze umane (odia? Addirittura?).
«Il vero nostro nemico – ha spiegato il Papa commentando la parabola dell’adultera – è l’attaccamento al peccato che può condurci al fallimento della nostra esistenza». «Solo il perdono divino – ha aggiunto – ci dà la forza di resistere al male e non peccare più. Dio è giustizia ed è soprattutto amore, odia il peccato ma ama ogni persona umana, ognuno di noi e il suo amore è tanto grande da non lasciarsi scoraggiare da nessun rifiuto».
Secondo Papa Ratzinger, il modello da seguire è «l’atteggiamento di Gesù e a fare dell’amore e del perdono il cuore pulsante della vita seguendo il sentiero del Vangelo senza esitazione e senza compromessi».
domenica 25 marzo 2007
Un bel guaio
Sinistra divisa sui «fagiolini equi» della Coop, Il Corriere della Sera, 25 marzo 2007.
Consultori familiari: carenza e malfunzionamento
Una indagine sulla presenza e sul funzionamento dei consultori familiari in Puglia ha fatto emergere una realtà sconfortante.
Invece dei 225 previsti in base alla popolazione censita, funzionano solo 158 consultori: e gli altri 67? (Pillola e aborto, mancano 67 consultori, Corriere del Mezzogiorno, 24 marzo 2007.) Inoltre i consultori attivi non sono aperti durante il finesettimana e negli altri giorni sono quasi sempre chiusi nel pomeriggio. Niente male per una struttura che dovrebbe rispondere anche a situazioni di emergenza!
Dai dati forniti dal Ministero della Salute si evince inoltre che solo il 10% delle donne incinte in Puglia si rivolge ai consultori. Di queste, una su dieci è minorenne.
Tanto per rinfrescare la memoria.
I consultori vengono istituiti nel 1975 (legge 405, 22 luglio).
I consultori familiari si pongono come modello sanitario attento alla prevenzione piuttosto che esclusivamente alla cura e alla risoluzione di problemi già manifesti.
La prevenzione non può non tener conto della persona nel suo complesso, non più ridotta al numero di una cartella clinica o alla patologia di cui soffre. La prevenzione accoglie una visione multidisciplinare e impone una revisione dei concetti di malattia, sofferenza e salute (intesa, appunto, non solo come assenza di una patologia specifica, ma come stato generale della persona).
Le aree di intervento e di azione dei consultori familiari sono molto più vaste rispetto alla percezione diffusa di distributori di certificati per abortire, e comprendono la nascita (consulenza preconcezionale, fisiologica, genetica; informazioni e assistenza alla gravidanza; corsi preparatori; offerta di visite domiciliari nei primi 1-2 mesi dalla nascita; assistenza pediatrica domiciliare per la prima settimana e così via); l’età adolescenziale (informazione sessuale; incontri nelle scuole); prevenzione dei tumori femminili (offerta del Pap-Test o addestramento all’autopalpazione del seno); Interruzione Volontaria di Gravidanza e disagio familiare (valutazione dell’evasione vaccinale o di evasione scolastica).
Le ragioni della condizione attuale dei consultori familiari sono molteplici e complesse. Tra questi senza dubbio si possono elencare: la mancanza di un piano sanitario nazionale; la mancanza di obiettivi operativi misurabili e l’aleatorietà delle risorse assegnate; la sostanziale disomogeneità dei modelli operativi indicati dalle leggi regionali; la non idoneità delle sedi e la non completezza delle figure professionali previste.
C’è una speranza di miglioramento?
sabato 24 marzo 2007
I neri no, disse il papa
Simonetta Fiori, «Pio XII: no ai soldati neri», La Repubblica, 22 marzo 2007, p. 47:
È un breve messaggio, nascosto tra le carte del Foreign Office britannico. Una richiesta a dir poco imbarazzante, che porta la firma del capo della Cristianità. Sono i giorni concitati dello sbarco americano ad Anzio, nel gennaio del 1944. In molti s’illudono che la liberazione di Roma sia una questione di pochi giorni. Anche Pio XII ne è persuaso, tanto da rivolgere a sir Francis d’Arcy Godolphin Osborne, ambasciatore di Sua Maestà presso la Santa Sede, un appello che oggi può apparire stupefacente. «Il Papa spera che non ci siano truppe alleate di colore (Allied Coloured Troops) tra i gruppi che potrebbero essere posti di stanza a Roma dopo l’occupazione», riferisce il diplomatico inglese non senza una punta di ironia. «Si è affrettato ad aggiungere che la Santa Sede non ha fissato un limite alla gamma dei colori, ma che spera che questa sua richiesta possa essere accettata». Non c’è “un limite alla gamma dei colori”, ma insomma meglio la pelle bianca per difendere la culla intoccabile della civiltà occidentale. Ancora una follia della guerra, aggravata dal crisma della Chiesa.
«Sono possibili diverse ipotesi», dice l’autore del ritrovamento, lo storico Umberto Gentiloni Silveri, che ha raccolto nel volume ora edito dal Mulino Bombardare Roma. Gli alleati e la città aperta (pagg. 300, euro 25,00) alcune preziose carte del fascicolo Bombing of Rome scovato nei National Archives di Londra (con i materiali de ministero dell’Aeronautica inglese e della Royal Air Force). «L’imbarazzante richiesta del pontefice riflette l’impostazione tenuta dalla Santa Sede nel corso dell’intero conflitto: la difesa di Roma come simbolo della cultura occidentale, oltre che patria del Cattolicesimo. Un patrimonio da affidare alla tutela della razza bianca». E le cosiddette “marocchinate”? Si può ipotizzare che fossero arrivati alla Santa Sede lontani echi delle orribili violenze commesse in Ciociaria e nel Frusinate dai soldati di colore provenienti dalle colonie francesi? «Non lo possiamo escludere, anche se è difficile che la notizia di quegli stupri avesse già raggiunto il Vaticano».
Un grido di guerra civile
Gustavo Zagrebelsky, «Pericolosi Non Possumus», L’Unità, 23 marzo 2007, p. 1:
C’è stato recentemente un appello, che viene da una congregazione vaticana, che incita alla disobbedienza civile di cristiani non qualificati, uomini politici, amministratori, farmacisti (sono importanti i farmacisti perché esercitano una pubblica funzione) e perfino dei giudici. Un appello a ribellarsi alla legge che rientra nel circuito protetto dal «non possumus». Badate, si tratta di disobbedienza alla legge, non l’obiezione di coscienza che è una possibilità che in determinati casi la legge stessa riconosce come diritto, per esempio la legislazione sull’aborto o il servizio militare, per i quali, in taluni casi, per ragioni di coscienza, ci si poteva sottrarre a obblighi che valgono per tutti. In questo caso ci troviamo di fronte ad un incitamento a ribellarsi alla legge comune. Incitamento grave se è rivolto ai farmacisti, ma gravissimo se rivolto ai magistrati i quali sono lì, invece, per la loro funzione, che è quella di far applicare la legge comune.Da leggere tutto.
È un grido di sovversione, insomma. L’appello al diritto naturale in un contesto pluralistico è un grido di guerra civile. Io non so, non voglio farla troppo grossa, non credo che l’Italia si avvicini alla guerra civile, ma certo è vicina, diciamo, alla perdita del senso dell’appartenenza comune, a una storia comune, in cui ciascuno deve avere un suo spazio, far vedere e far valere le proprie ragioni per creare sempre qualcosa di meglio, di più comprensivo, ma sempre nel senso della ricerca di quel verum bonum. Quando però si arriva ad incitare ad assumersi le proprie responsabilità nel non applicare la legge quando la si ritiene contraria ai dettami della natura – e lo dico da costituzionalista, ma prima ancora da cittadino, con moltissima preoccupazione – bisogna constatare che non c’è più il dialogo necessario alla convivenza costruttiva.
Per questo, io direi che dovremmo tutti quanti fare uno sforzo per dire non «non possumus» ma per dire «possumus», considerando che questa parola, «possumus», la diciamo in democrazia. Cioè, in quel regime, in quell’unico regime, che dà spazio e riconosce a tutti la possibilità di potere. Quello che a me preoccupa notevolmente nelle cose che stanno succedendo in questi tempi è che la Chiesa (purtroppo si parla della Chiesa con una semplificazione perché, la chiesa, come sappiamo, per fortuna è fatta di tante cose), le posizioni più radicali della Chiesa mettono in discussione proprio alcuni punti fondamentali della democrazia, che non chiede a nessuno di rinunciare alle proprie convinzioni. Ma partendo da queste, richiede che nel dibattito pubblico i dogmi non vengano fatti valere come tali perché altrimenti le regole della democrazia si inceppano.
Censura cinese
Si sa, comincia da particolari apparentemente poco significativi, e poi finisce che ti ritrovi un funzionario governativo in camera da letto. Per controllare la moralità del tuo comportamento, si intende, mica per fare niente di male.
Grazie a Pasquale Borriello ho scoperto che la censura ha tempo da perdere anche sui blog. Ho controllato, e ho scoperto che l’url di Bioetica è bloccato per gli utenti cinesi. Che avremo fatto mai?
venerdì 23 marzo 2007
Antidoping school
La proposta di effettuare controlli antidoping nelle scuole continua a far parlare di sé. Claudio Risé (che fa pure rima) in Scuola e test antidroga appoggia calorosamente le misure antidoping, rivendicando anche una sorta di paternità nei confronti del paternalismo scolastico.
Bene. Il ministro degli interni, Giuliano Amato, ha proposto che vengano eseguiti, a scuola, dei controlli antidoping. In questa rubrica l’avevamo chiesto più volte, stupendoci che i media non avessero notato l’evidente stato di alterazione sotto il quale si sono svolti innumerevoli episodi di disordini, e violenze scolastiche. Spiegabili soltanto con quel caratteristico fenomeno di “abbassamento del livello di coscienza”, indotto, appunto, dal consumo di droga. In particolare da quella più usata dagli studenti (e da tutti), vale a dire l’onnipresente cannabis, coi suoi derivati, hashish, marijuana, etc. Una droga che d’altra parte la maggior parte degli studenti, in tutti i rilevamenti statistici effettuati, dichiara di poter reperire tranquillamente proprio mentre va a scuola, davanti o nelle immediate vicinanze dell’edificio scolastico.Vediamo se ho capito bene.
1. Lo stato di alterazione (neutrale) implica necessariamente disordine e violenza scolastica (solo scolastica?). Causa neutrale, effetto un po’ meno. Non c’è nemmeno una possibilità che l’alterazione provochi, che so io, sonno, allegria, amore incondizionato verso il prossimo? No, l’abbassamento di coscienza provocato dalle droghe scatena ciò che è sopito in noi, ovvero brutalità (proprio da liceale memoria: “fatti non foste per viver come bruti”, ma i tempi saranno cambiati).
2. La droga usata dagli studenti è l’onnipresente cannabis. “Tutti” gli studenti fumano. Ah. Non lo sapevo, ai miei tempi non era così, ma ripeto, i tempi saranno cambiati.
3. La droga si trova ovunque: mi viene in mente l’avvertimento (chi non se l’è mai sentito dire?) di stare attenti alle caramelle drogate o a quelli che ti regalano la droga (ovviamente con l’intento di avviare la dipendenza). Ci fosse stato qualcuno mai che m’abbia offerto droga o caramelle dopate! Tutte le mattine mentre andavo a scuola cercavo con attenzione: mai! Manco una volta, può darsi che frequentassi le scuole sbagliate.
La facilità del reperimento, l’abbiamo ricordato, è dovuta anche alla nuova normativa del ministro Turco, che ha raddoppiato la dose che si può detenere senza alcuna sanzione, “per uso personale”. Un medio piccolo spacciatore con quella dose può rifornire un’intera classe, e rimpiazzarla subito con la merce lasciata al bar dell’angolo, o nelle vicinanze.4. La normativa Turco facilita la diffusione e il reperimento delle droghe suddette. Ahi ahi. E addirittura una intera classe (quanti saranno gli studenti in una classe? 20? 25?) può drogarsi impunemente con la dose prevista dalla nuova normativa. Bah. E tutta la classe, abbassato il livello di coscienza, si abbandona a violenze inaudite. Roba da Signore delle mosche.
Non solo la Turco, però, sembra non preoccuparsi della diffusione della droga. Mentre infatti il ministro degli interni proponeva test nelle scuole, Paolo Ferrero, ministro per la solidarietà sociale, ha chiesto alla Commissione per i narcotici delle Nazioni Unite, riunita a Vienna, di depenalizzare il consumo personale di stupefacenti. Quanto alla proposta di Amato, Ferrero si è detto naturalmente contrario, dicendo che «questi controlli vanno svolti dove si rischia di fare del male ad altre persone, ad esempio fuori dalle discoteche, o dai ristoranti».5. Le aule scolastiche rischiano di diventare le cosiddette stanze del buco. Ma la cannabis si inietta? Mi era sfuggito.
Evidentemente il ministro (che aveva già proposto locali forniti dallo Stato per chi voglia iniettarsi droga), non conosce le violenze e abusi che si susseguono nelle cannabizzate scuole italiane fin dalla ripresa dell’anno scolastico. Ferrero è andato proprio alla Commissione narcotici dell’ONU a chiedere la depenalizzazione per gli stupefacenti. Probabilmente non sa che quella stessa Commissione narcotici dell’ONU ha appena congedato un gigantesco rapporto sulle droghe nel mondo in cui si dice tra l’altro, a proposito della cannabis, la droga più usata nelle scuole: «In alcuni paesi l’uso e il traffico di cannabis sono presi molto sul serio, mentre in altri sono virtualmente ignorati. Questa incongruenza mina la credibilità del sistema internazionale».
Un fatto che lo studio ritiene tanto più grave, quanto più sono ormai ampiamente noti gli studi, che il rapporto Onu cita, sulla diminuzione indotta dall’uso di cannabis sulle facoltà cognitive e psicomotorie, e il rapporto tra uso di cannabis nell’adolescenza, e insorgenza di psicosi e schizofrenia. Ma per Ferrero i test a scuola «non sono compatibili con la democrazia». Come se la democrazia non dovesse tutelare la salute mentale dei propri figli.6. L’uso di cannabis è in rapporto con l’insorgenza delle psicosi e della schizofrenia: che tipo di rapporto? Il rapporto Onu del 2006 a pagina 180 afferma che la cannabis “can trigger latent psychosis and promote personality decompensation in diagnosed schizophrenics”, ove le parole chiave sono “latent” e “promote”.
Non si vuole certo dire che la cannabis non abbia effetti. Ma soltanto che le cose sono più complesse rispetto a quanto sostiene Risé.
Solo per citare qualche altro passaggio (pagina 181): “cannabis can cause some dysphoric effects when used in high doses, including panic and delusions and ‘cannabis psychosis’”.
“A recent review found that very high doses of cannabis can induce a brief psychosis, but this condition is extremely rare”.
“With regard to long-term effects, several impacts have been hypothesised. One of the early attempts to describe the negative impact of cannabis on the mental state of users is the so-called ‘amotivational syndrome’, a personality deterioration with loss of energy and drive to work. Again, the World Health Organization was unable to confirm the existence of such a sindrome”.
“More worrying is the conflicting evidence around the claim that cannabis can either cause psychosis in vulnerable individuals or precipitate latent psychosis”.
“Since some schizophrenics ‘self-medicate’ with cannabis, it can be difficult to determine the lines of causation”.
Nello stesso rapporto si dice anche (pagina 183) che “few people develop cannabis habits that force them into street crime or prostitution”. Chissà se vale anche per lo “school crime”.
Tuttavia la presenza di conseguenza dannose della cannabis non basterebbe a giustificare una politica proibizionista: sappiamo fin troppo bene che le sostanze dannose sono innumerevoli (una per tutte: l’alcol) e che il paternalismo non è necessariamente la strada migliore. Non solo in considerazione delle sue intime intenzioni (“ti vieto X perché ti fa male”) ma anche delle sue possibili conseguenze.
giovedì 22 marzo 2007
Staminali adulte: lo scandalo si allarga?
Il 15 febbraio avevamo tradotto su Bioetica un articolo di New Scientist, in cui si rivelava una sospetta alterazione nei dati di una ricerca sulle cellule staminali adulte. Nel 2002, un gruppo guidato da Catherine Verfaillie della University of Minnesota di Minneapolis aveva descritto «cellule progenitrici adulte multipotenti», isolate dal midollo osseo di roditori. Queste cellule sembravano capaci di dare origine alla maggior parte dei tessuti del corpo: in precedenza, solo le cellule staminali embrionali si erano dimostrate altrettanto versatili, e così gli oppositori della ricerca sulle staminali embrionali si sono impadroniti dei risultati della Verfaillie e dei suoi colleghi per proclamare che cellule altrettanto versatili potrebbero essere raccolte senza distruggere embrioni umani. I reporter di New Scientist hanno però scoperto che alcuni grafici presenti in un articolo della Verfaillie si ritrovavano identici in un secondo articolo della ricercatrice, anche se si riferivano a cellule differenti, prelevate da altri topi.
La Verfaillie ha imputato la cosa a un incidente; ma adesso New Scientist, in un articolo apparso ieri («Fresh questions on stem cell findings», n. 2596, 21 marzo 2007, pp. 12-13), rivela che in una domanda di brevetto avanzata dal gruppo della Verfaillie (essì, ci sono interessi economici anche intorno alle staminali adulte, anche se non ne sentirete mai parlare da Avvenire o dal Foglio) compaiono tre immagini riprese da un altro articolo, sempre del gruppo della Verfaillie. Le immagini dovrebbero documentare la presenza di certe proteine in una coltura di cellule staminali; peccato che le proteine siano differenti nei due casi. Addirittura, già nel solo articolo una delle immagini sembra apparire due volte, in due versioni speculari, a comprovare aspetti diversi dello studio. Si attende ora la replica della Verfaillie.
Roman Giertych: omofobia nei panni di un ministro
Pologne. S’il était adopté, le projet de loi sur l’école bafouerait les droits des étudiants et des professeurs et renforcerait l’homophobie, Amnesty International, 20 marzo 2007.
Une mesure anti-homosexualité décidée par le ministère de l’Éducation constituerait, si elle était adoptée, une restriction du droit des étudiants à l’information et une violation de leur droit à la liberté d’expression, a déclaré Amnesty International ce mardi 20 mars.
Le texte proposé, annoncé le 13 mars, interdit «la promotion de l’homosexualité» et autres pratiques «déviantes» dans les écoles polonaises. L’objectif de la mesure annoncée est de «punir quiconque fait la promotion de l’homosexualité ou de toute autre déviance de nature sexuelle au sein des établissements d’enseignement», a déclaré le vice-ministre de l’Éducation Miroslaw Orzechowski lors d’une conférence de presse. Enfreindre cette règle pourrait entraîner un licenciement, une amende ou une peine d’emprisonnement.
Cette mesure priverait les étudiants de leur droit à la liberté d’expression, à l’enseignement et à la liberté d’association. Elle institutionnaliserait la discrimination dans le système scolaire polonais. Toute personne défendant l’égalité, quelle que soit l’orientation sexuelle ou l’identité de genre des personnes, deviendrait passible de poursuites pénales. En résumé, si cette mesure était adoptée, la Pologne bafouerait ses obligations au regard des traités internationaux et régionaux relatifs aux droits humains auxquels le pays est État partie, ainsi que les engagements pris au moment de l’entrée du pays dans l’Union européenne.
Ainsi que l’a fait observer le 15 mars Janusz Kochanowski, commissaire polonais aux droits civils, le projet de loi bafouerait également l’article 30 de la Constitution polonaise qui reconnaît que «La dignité humaine naturelle et imprescriptible est la source de la liberté et des droits de l’être humain et du citoyen. Elle est inaliénable et son respect ainsi que sa protection sont une obligation des pouvoirs publics.»
La nouvelle proposition s’inscrit dans un climat d’intimidation et de discrimination contre les lesbiennes, les gays et les personnes bisexuelles et transgenres (LGBT) en Pologne. Le 11 mai 2006, le député Wojciech Wierzejski s’était prononcé en faveur d’un recours à la force si les militants LGBT maintenaient leur Marche annuelle pour l’égalité à Varsovie au mois de juin. Le 26 septembre 2006, le ministre de l’Éducation opposait un refus au financement d’un projet soumis par une organisation non gouvernementale LGBT, déclarant que «le ministère ne soutient pas les actions visant à propager des comportements homosexuels et des attitudes de ce genre chez les jeunes gens.» (voir index AI: EUR 01/019/2006)
Les propos ouvertement homophobes tenus par des hommes politiques à des postes de responsabilité entretiennent ces attitudes discriminatoires. Début mars 2007, Roman Giertych, vice-Premier ministre et ministre de l’Éducation, aurait déclaré lors d’une réunion des ministres de l’Éducation européens, «Nous ne pouvons qualifier de normales les relations entre partenaires du même sexe lorsque nous enseignons à des jeunes, ce type de relations constituant objectivement une déviance par rapport à la nature.» En février, le président Lech Kaczynski aurait déclaré lors de sa visite en Irlande que «les personnes LGBT ne devraient pas faire la promotion de leur orientation sexuelle.»
En dépit des déclarations affichées de soutien de la part des hommes politiques et d’une opinion publique généralement défavorable à l’homosexualité, la proposition du ministre de l’Éducation n’a pas le soutien de tous en Pologne. Plus de 10 000 enseignants ont défilé à Varsovie le 17 mars, en partie pour protester contre le projet de loi. Des groupes LGBT se sont joints aux enseignants pour manifester contre le projet de loi.
Amnesty International appelle les autorités polonaises à:
veiller à ce que toutes les personnes placées sous leur souveraineté, mineurs compris, puissent exercer pleinement leurs droits à la liberté d’expression, à vivre libres de toute discrimination, et à rechercher, recevoir et diffuser des informations;
interdire toute discrimination et garantir à tous une protection égale et effective contre toute forme de discrimination, en particulier la discrimination basée sur l’orientation sexuelle ou l’identité de genre des personnes;
gouverner en faisant en sorte de promouvoir de façon active les droits fondamentaux que sont le droit de vivre libre de toute discrimination, la liberté d’expression et d’association, et œuvrer à l’édification d’une société où tous pourront bénéficier de ces droits. En particulier, les responsables au plus haut niveau doivent condamner publiquement toute discrimination contre les lesbiennes, les gays et les personnes bisexuelles et transgenres (LGBT) et établir de façon claire qu’aucune violation de leurs droits ne sera tolérée, quelle que soit la victime. Ils doivent veiller à ne faire aucun commentaire et à ne donner aucun ordre qui puisse raisonnablement être interprété comme une autorisation à faire preuve de discrimination envers des personnes en raison de leur orientation sexuelle réelle ou supposée, ou de leur identité de genre ou de l’expression de celle-ci;
fournir des informations et un soutien approprié aux jeunes lesbiennes, gays, bisexuels et transgenres (LGBT).
Risarcimento per un aborto negato
In Polonia l’aborto è fuori legge. Con l’eccezione dei casi in cui vi sia pericolo per la vita della donna, gravi malformazioni del feto o quando la gravidanza sia l’esito di uno stupro o di un incesto. Nel 2001 gli aborti sono stati 124: un calo impressionante rispetto agli oltre centomila della fine degli anni novanta. Impressionante e falso, perché la stima degli aborti avvenuti in clandestinità parla di 80-100.000 donne che hanno vissuto sulla propria pelle una legge tanto restrittiva. Ancora più restrittiva che sulla carta: non è raro che i medici non firmino per certificare le condizioni di pericolo della donna o che gli ospedali tardino a dare una risposta. Una specie di muro di gomma.
È quanto è successo nel 2000 ad Alicia Tysiac. Madre di due figli, 36 anni, Alicia soffre di una brutta forma di miopia. Rimane incinta e chiede di poter interrompere la gravidanza dopo che tre medici l’avvertono che la gestazione avrebbe avuto gravi conseguenze per la retina. Alicia chiede di poter abortire per ragioni terapeutiche: la sua richiesta viene rifiutata. La gestazione e il parto rendono Alicia quasi cieca e invalida.
L’altroieri la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato la Polonia per avere rifiutato l’interruzione di gravidanza a scopo terapeutico. Dovrà risarcire Alicia: 39.000 euro per una invalidità permanente ed evitabile. Giusta ma ben misera consolazione. Soprattutto se si pensa alla foga antiaborista polacca che caldeggia la richiesta di bandire legalmente qualsiasi aborto in nome della sacralità del concepito. E della sacrificabilità delle donne.
(Oggi su E Polis Quelle donne sacrificate per un’idea)
L’effetto della cura Nicolosi
Daw, in collaborazione con Andreas Martini, ha sottotitolato in italiano il video che reca la testimonianza toccante di Daniel Gonzales, ex paziente di Joseph Nicolosi, il medico che pretende di «curare» l’omosessualità («Paziente di Nicolosi: la terapia per curare i gay non funziona», 21 marzo 2007).
Daniel, gay, è cresciuto in un ambiente religioso e ha sempre avuto una fede molto forte. Scoprirsi omosessuale non è stato facile, tanto da arrivare «innumerevoli volte» a pregare Dio per «farmi diventare eterosessuale». Poi arriva Nicolosi e la sua terapia. Daniel spende migliaia di dollari per guarire dall’omosessualità. Migliaia di dollari, a dimostrazione che dietro tutto questo c’è anche un business non indifferente. Spiega Daniel: «la terapia ex-gay è solo un tentativo elaborato di convincerti che le attrazioni omosessuali sono qualcos’altro rispetto a ciò che sono in realtà, che hanno altri significati». Questi gruppi «realmente vogliono avvicinare le persone a Dio e ovviamente farle diventare eterosessuali». Solo che poi accade l’esatto contrario. La terapia non funziona, e uno si allontana da Dio: «Ma la cosa più tragica è stata la perdita della fede». Questo è l’unico risultato di Nicolosi: un credente, molto religioso, omosessuale, che perde la fede. È Daniel a definirla una «tragedia». Noi ci crediamo.
Una strategia per i laici
Un sondaggio Demos-Eurisko pubblicato domenica su Repubblica mostra come gli sforzi vaticani di ri-cattolicizzazione della società italiana abbiano tristemente avuto un certo successo. Ida Dominijanni commenta sul Manifesto («Il raccolto di Ratzinger», 20 marzo 2007, p. 11) e conclude con parole che non si possono non condividere:
Facciamo un’ipotesi. Immaginiamo che nella parte laica del nostro parlamento il riconoscimento giuridico delle convivenze venga presentato per una volta come una scelta di valore e non come un rimedio a una situazione di fatto, che l’omosessualità venga nominata come scelta di libertà e non come problema, che la procreazione assistita venga rubricata come possibilità e non come far west; immaginiamo insomma che la politica laica abbandoni la retorica della riduzione del danno e adotti il linguaggio delle libertà. Scommettiamo che in questo caso molti troverebbero da questa parte la bussola etica che oggi trovano nella Chiesa, e lo stesso sondaggio darebbe risultati diversi?
mercoledì 21 marzo 2007
martedì 20 marzo 2007
L’età dell’oro della famiglia (di Eugenia Roccella) e il prezzo della irresponsabilità
Eugenia Roccella (I laici cattolici chiedono di poter parlare, Avvenire, 20 marzo 2007) ci delizia con le sue riflessioni sulla famiglia e sul nostro incauto non accorgerci del disastro che incombe sulle nostre teste.
Ormai è certo: il 12 maggio tutti in piazza San Giovanni, a Roma, a difendere la famiglia. La manifestazione, che avrà come slogan «Più famiglia», sarà la prima, vera risposta a un attacco che si è intensificato negli ultimi mesi ma che è all’opera da tempo, grazie alla diffusione di una cultura che porta alla disgregazione del tessuto sociale e del senso comune, senza proporre concrete alternative.Quale sarebbe questa indagine appena attenta? Quali sono le fonti? Strano fenomeno, poi, “la crescita delle madri sole” (sarà che la solitudine facilita la crescita??!). Questa visione ingenua e paternalistica sarebbe comica se non fosse che molti la prendono terribilmente sul serio. E peggio, pretendono di spacciarla per la verità cui ognuno di noi dovrebbe piegarsi.
Dove conduce, infatti, questa cultura? La risposta è che si tratta di conquiste di civiltà, e che l’Italia sarebbe l’unico Paese, in Europa, a non accogliere con entusiasmo norme che si limiterebbero a prendere atto di un mutamento già avvenuto. Ma a un’indagine appena attenta si scopre che nelle altre nazioni europee i danni sono tangibili e non facili da riparare: l’aumento delle unioni di fatto corrisponde regolarmente a un’alta percentuale di separazioni, a una crescita delle madri sole, all’eclissi o alla transitorietà della funzione paterna, all’impoverimento femminile, a un calo delle opportunità per i figli, e talvolta, come è stato messo in evidenza nel caso inglese, a un drammatico incremento della violenza e del disagio giovanile.
E ancora ci tocca leggere dell’assurda identificazione tra la scelta di una convivenza diversa dal matrimonio e il rifiuto dei doveri. Per favore, un po’ di pietà per le nostre orecchie. O forse soltanto un po’ di fantasia, inventatene una diversa, almeno per cambiare. Ho tanto l’impressione di ascoltare mia nonna, non ai tempi gloriosi però, ahimé, ma negli ultimi anni quando una malattia devastante quale l’Alzheimer l’aveva ridotta a ripetere frasi sconnesse ossessivamente e senza capirne il senso (perché di senso ce n’era ben poco).
Mentre il matrimonio è fortemente impostato sui doveri, per tutelare il più possibile i soggetti deboli, le nuove forme di convivenza sarebbero centrate sui diritti, e produrrebbero uno squilibrio oggettivo. Potendo scegliere tra una formula con poche responsabilità e una che ne comporta molte di più, quanti opterebbero per quella più impegnativa? E quali costi umani e sociali dovrebbe pagare, allora, l’intera società?
lunedì 19 marzo 2007
Non tutti gli analisti sono come Risé
Margherita Graglia, «L’omofobia istituzionalizzata: il caso della psicoterapia» (Psychomedia, 2000):
La terapia di conversione provoca disistima e disagio psichico. Alcuni terapeuti tuttavia difendono la loro terapia di conversione come una libera scelta da parte del cliente che è un gay infelice e scontento della propria condizione; invero in una società che discrimina e in cui mancano modelli identificativi, non sorprende che un gay, con omofobia internalizzata, voglia diventare come gli altri, per farsi accettare o semplicemente per avere una vita più facile. Haldeman (1994, p. 226) infatti auspica che «l’attenzione dei professionisti riguardi cosa cambia il pregiudizio e non cosa cambia l’orientamento omosessuale».
In realtà non c’è nessun dato empirico che mostri la validità della terapia di conversione, viziata spesso da errori metodologici. […] In aggiunta, i programmi di conversione si rilevano fallimentari sul lungo periodo.
L’etica impone due considerazioni: primo, è insensato curare una condizione che non è considerata essere una malattia; secondo, proporre una cura significa giustificare e rinforzare il pregiudizio. […]
La psicoterapia affermativa non si configura come sistema di terapia indipendente, ma «afferma» l’orientamento omosessuale come disposizione erotica e affettiva, sottolineando l’impatto dello stigma nel produrre il disagio emotivo dei gay e delle lesbiche.
Maylon (1982, p. 69) ben sintetizza il significato della psicoterapia affermativa:
«La terapia affermativa per i gay usa i metodi terapici tradizionali, ma procede da una prospettiva non tradizionale. Questo approccio riguarda l’omofobia, opposta all’omosessualità, come la maggiore variabile patologica nello sviluppo di certe condizioni sintomatiche nei gay».
L’omofobia viene a far parte dell’Io, influenzando l’autostima e le relazioni oggettuali, e del Super Io, contribuendo alla formazione del senso di colpa e del comportamento autopunitivo. Poiché questo processo precede la formazione dell’identità sessuale, il processo di autoconsapevolezza nell’adolescente gay/lesbica è particolarmente problematico. I pari, così importanti nell’adolescenza per consolidare l’autostima, in questa situazione si schierano dalla parte delle aspettative sociali, così al/lla ragazzo/a gay non resta che assumere un falso sé, fino a che l’accettazione dei propri desideri si esprimerà in seguito nel coming out.
L’approccio affermativo considera l’oppressione che influenza lo sviluppo e l’adattamento della personalità.
L’omofobia interiorizzata ha quindi principalmente due effetti negativi: l’arresto del processo evolutivo e la contaminazione del concetto di sé. La risoluzione dei conflitti omofobici può essere facilitata nel setting clinico con l’accompagnamento di un/una cliente nell’acquisizione di un’identità gay/lesbica positiva, nel fornire abilità di coping per fronteggiare l’indesiderabilità sociale e nell’assecondare l’esplorazione di sé.
Modifiche alla legge 40/2004
È stata presentata alcuni giorni fa al Senato una proposta di modifiche alla legge 40/2004, su iniziativa di Antonio Del Pennino, Alfredo Biondi e altri senatori del Centrodestra. Sul sito del Senato non è ancora presente il testo del ddl, ma Bioetica è in grado di offrirne una copia in anteprima ai suoi lettori.
Aggiornamento: dopo quasi un mese, il testo del ddl è finalmente arrivato anche sul sito del Senato.
Concorrenza per Angelo Bagnasco
Roberto Benigni («Diventerò capo della Cei», Libero News, 19 marzo 2007):
Dante piazza i sodomiti all’Inferno ma tra loro mette il suo maestro Brunetto Latini, come a dire che mentre cadiamo nel peccato abbiamo le ali per poter risalire. Ma di più non fatemi dire, perché voglio diventare arcivescovo di Genova e capo della Cei e non vorrei sembrare troppo laico. Al prossimo Conclave voglio andare a pieno diritto e con tutte le possibilità.
domenica 18 marzo 2007
Vita, coscienza, diritti
Ismael ha replicato qualche giorno fa («Life to lifeless», 14 marzo 2007) alla risposta che avevo dato a un suo post precedente. In genere, quando si giunge così avanti in una discussione, le cose si impantanano rapidamente in una serie di «io in realtà intendevo dire...» e di altre precisazioni noiose per tutti, tranne (forse) che per i protagonisti dello scambio; ma in questo caso mi sembra che l’ultimo post del mio avversario dialettico mi permetta di approfondire e chiarire i punti del mio post precedente, troppo affrettato forse per risultare del tutto perspicuo. Vale quindi la pena, direi, di indugiare ancora un po’ in questa partita.
Afferma Ismael:
la scienza medica non ha mai certezze assolute, ma “solo” un livello di confidenza – auspicabilmente il più elevato possibile – con l’avverarsi di una previsione. Io non me ne intendo, ma presumo che la letteratura specialistica pulluli di clamorosi affronti all’asserto medico. Oltre ai casi puntualmente riportati da Giuseppe, c’è per esempio la storia di un signore di 84 anni, risvegliatosi in sala mortuaria mentre era addirittura sprovvisto di qualsiasi sostentamento elettromeccanico. Oppure l’incredibile vicenda di Woody, il bambino “miracolato” di cui pochi giorni fa ha scritto anche Bioetiche.I casi clinici cui alludevo nel mio post non volevano affatto costituire un elenco di errori diagnostici, né tantomeno indurre allo scetticismo sul sapere scientifico: in nessuno di quei casi, infatti, la diagnosi di morte cerebrale si era rivelata errata. Perché parlarne, dunque? Com’è noto, la Chiesa cattolica e più in generale il mondo conservatore che ne segue le direttive morali hanno da tempo dato il loro placet etico alla pratica dei trapianti, e quindi all’identificazione della morte cerebrale come criterio valido per determinare il decesso di un individuo. Ma la ragione che la Chiesa adduce non consiste nel fatto che la morte del cervello coincide con quella della persona, perché in questo caso sarebbe costretta ad ammettere che quando il cervello ancora non esiste (e nelle prime fasi della vita dell’embrione il cervello non c’è), non esiste neppure ancora la persona. Invece, i teologi cattolici insistono sulla circostanza che la morte cerebrale sarebbe seguita quasi immediatamente e immancabilmente dalla morte dell’intero l’organismo, che cessa di funzionare come un tutto ordinato: morte del cervello e morte del resto dell’organismo verrebbero quindi in pratica a coincidere. Ma questa giustificazione – già di per sé non del tutto soddisfacente – viene confutata proprio dai casi di individui che rimangono in morte cerebrale per mesi ed anni: ci troviamo, per così dire, di fronte a una condizione cronica di morte cerebrale, in cui l’organismo continua a vivere talvolta a oltranza, riuscendo addirittura in certi casi a sostenere a lungo una gravidanza. E naturalmente non giova dire che comunque la morte è inevitabile e viene rimandata solo dall’applicazione di misure artificiali di sostegno: anche altre condizioni patologiche, come per esempio la sclerosi laterale amiotrofica (tristemente alla ribalta nei casi di Piergiorgio Welby ed altri malati), comportano una prognosi sicuramente infausta a breve/medio termine, e lasciano a un certo punto il malato a dipendere crucialmente dal ventilatore meccanico; ma nessuno definirebbe «morte» queste persone.
Quanto illustrato, casomai, rende difficoltoso attribuire al sapere scientifico il crisma di pensiero “forte”, ma non può e non deve incoraggiare atteggiamenti improntati allo scetticismo o all’attendismo a priori. […] nella stragrande maggioranza dei casi (ciò che, sotto un profilo operativo inferenziale, vale a dire sempre), la morte cerebrale deve considerarsi il prodromo di un decesso sicuro benché artificialmente dilazionato. L’ampliamento dello scarto cronologico tra le cause e i pieni effetti della morte – comunque presente in natura: nei casi di morte per decapitazione, il muscolo cardiaco pulsa ancora per un po’ – è dovuto all’evoluzione delle tecniche di trapianto chirurgico, che richiedono il prelievo degli organi a cuore battente.
Naturalmente su quei casi peculiari di morte cerebrale (ma sono relativamente pochi solo perché la legge autorizza a staccare la spina, né ci sarebbe alcuno scopo ad insistere con le misure di sostegno vitale) c’è una quasi generale consegna al silenzio: la Chiesa non vorrebbe essere costretta a rimangiarsi le posizioni già assunte e ad imbarcarsi, come coerenza vorrebbe, in una crociata impopolare (nonostante le perplessità dei più intransigenti); la scienza laica, da parte sua, preferisce risparmiare ai malati le conseguenze terribili di un’eventuale imposizione clericale di un bando ai trapianti.
La sorte di un embrione, entro un certo periodo di tempo dal congelamento, può avere esiti differenti dalla morte – per esempio tramite l’adozione – pur restando nell’ambito delle evidenze biomediche ordinarie. Perciò distruggerlo non è sempre l’unica alternativa praticabile, né un’opzione conoscitivamente analoga alla dichiarazione di morte cerebrale. Sposando integralmente la tesi dell’indeterminazione del decesso, peraltro, si potrebbe indulgere all’idea – poco sensata – secondo cui è meglio lasciare gli embrioni sovrannumerari in freezer ad libitum, anziché prendere atto su base probabilistica del loro deperimento per raggiunti limiti di “età” e destinarli alla ricerca. Oppure, mutatis mutandis, si potrebbe concludere che occorre vietare del tutto l’espianto di organi.Qui il mio interlocutore cerca di confutare una tesi che non è tuttavia la mia. L’argomento cui Ismael obietta è noto: gli embrioni congelati perdono dopo un certo lasso di tempo la capacità di venire impiantati nell’utero; ma alcune delle cellule che li compongono rimangono vitali, e possono essere estratte e usate come fonti di cellule staminali, in un procedimento che – dal punto di vista etico – ricorda appunto l’espianto di organi, e che dunque dovrebbe risultare ammissibile anche al pensiero morale cattolico. Ma il mio paragone tra statuto dell’individuo cerebralmente morto e statuto dell’embrione non ha nulla a che fare con questo argomento.
[…]
La situazione dell’embrione crioconservato impiantabile è diversa: oltre a non essersi ovviamente potuto esprimere sul “dopo”, hic et nunc esso non è affatto “a fine vita”. Né in senso lato (lo stadio embrionale si situa a inizio vita), né in senso stretto (deve ancora sopraggiungere l’inutilizzabilità dell’embrione a fini riproduttivi). Per di più, i suoi “tutori” possono scegliere di metterlo al mondo o di permettere che altri tentino di farlo al posto loro, non solo di invocarne l’intangibilità. Per tutti questi motivi, la fase vitale in cui si trova l’embrione si distingue ontologicamente da quella in cui versa un morto cerebrale.
Nella condizione di morte cerebrale noi non esistiamo più; ciò che continua a vivere è il nostro organismo, ma noi non siamo identici al nostro organismo: noi siamo persone, menti incarnate. All’altro estremo della vita, un embrione – non solo un embrione crioconservato, ma qualsiasi embrione, anche il più vitale e guizzante nel più caldo dei ventri materni – è allo stesso modo un organismo vivo, che non contiene però ancora alcuna persona (la mente cosciente essendo collegata, in modo sicuro anche se ancora poco chiaro, a una corteccia cerebrale funzionante), il cui statuto morale non si discosta significativamente da quello dell’ovocita o dello spermatozoo, e che quindi non è di per sé soggetto di diritti o interessi, così come non ne è soggetto l’individuo cerebralmente morto (se non per quelli che lo riguardavano da vivo, espressi tramite le sue disposizioni testamentarie), cui si può per esempio staccare il respiratore meccanico senza autorizzazioni particolari.
C’è un’amara ironia nello scandalo che i cattolici integralisti ostentano di fronte a questa concezione, e anzi nella incapacità di molti di loro a capire il senso di discorsi come questo: perché questa, in fondo, non è che la versione scientificamente aggiornata della antica concezione, cristiana e popolare, dell’anima che scende a un certo punto nel corpo, e che a un altro punto lo abbandona; anima che è inoltre dotata della proprietà dell’autocoscienza, a differenza del corpo. C’era una dignità in questa concezione, nonostante il dualismo ingenuo che l’animava, che non si trova più nell’osceno riduzionismo biologico che impera oggi sulle menti dei cristiani, per i quali la persona sembra identificarsi ormai con il codice genetico, in una negazione dei valori umanistici che non mancherà di esercitare un influsso nefasto sulla società (si pensi a chi, come per esempio Antonio Socci, già oggi mostruosamente paragona i genocidi del secolo scorso, con tutto il loro immane carico di sofferenze e di vite concrete spezzate, alla pratica dell’aborto, dove in gioco sono soltanto vite biologiche).
Il caso della morte cerebrale mette insomma in rilievo, se ce ne fosse bisogno, la mancanza di identità tra organismo e persona, a cui si può comunque arrivare anche in altri modi. Supponiamo che il nostro Ismael abbia un amico, che chiameremo Acab; e che uno scienziato folle – anzi, un tecnoscienziato, per usare la dicitura derogatoria oramai invalsa nell’uso di autorevoli cenacoli di cultura come Il Foglio – decida domani di trapiantare a forza il cervello del primo nel corpo del secondo, e viceversa (l’operazione è stata effettivamente eseguita su una scimmia, alcuni anni fa, anche se il povero animale non è sopravvissuto molto a lungo). Ad operazione compiuta, chi si affretterà a rispondere a questo mio post: la persona che si troverà ad animare il corpo di Acab o quella alloggiata nel corpo di Ismael? E chi sarà ritenuto responsabile dei debiti che Acab (un noto scialacquatore) aveva accumulato nei mesi scorsi? Poniamo poi che durante l’operazione il tecnoscienziato si sia lasciato sfuggire dalle mani il cervello di Acab, spiaccicatosi sul pavimento, e che di conseguenza anche il corpo di Ismael, rimasto privo di cervello, sia morto dopo un po’: chi piangerà la scomparsa del suo congiunto quando la cosa si risaprà, i parenti di Acab o quelli di Ismael? Credo che la risposta a queste domande sia univoca; come scriveva anche John Locke, sia pure nei termini e con i concetti del suo tempo (An Essay Concerning Human Understanding, II, 27,15):
se l’anima di un principe, recando con sé la coscienza della vita passata dello stesso, dovesse entrare a informare di sé il corpo di un calzolaio, non appena questo fosse abbandonato dalla sua anima, chiunque vede che questi diverrebbe la stessa persona del principe, responsabile solamente delle azioni del principe.Nell’originale:
should the soul of a prince, carrying with it the consciousness of the prince’s past life, enter and inform the body of a cobbler, as soon as deserted by his own soul, every one sees he would be the same person with the prince, accountable only for the prince’s actions.Quanto proprio a Locke, Ismael mi rimprovera che il suo concetto di persona non era inteso come un «requisito minimo per disporre del diritto alla vita». Ma il richiamo al filosofo inglese nel mio primo post voleva solo fornire un controesempio all’affermazione di Ismael, che riconduceva al pensiero socialista il concetto di persona impiegato da chi coltiva una visione liberale dell’etica; mentre invece nella riflessione filosofica più significativa di oggi si parte sempre proprio dalla persona come la definiva Locke (cfr. il grande classico di Derek Parfit, Reason and Persons, Oxford, Clarendon Press, 1984, pp. 205-8, o la riflessione recente e stimolante di Jeff McMahan, The Ethics of Killing: Problems at the Margins of Life, Oxford - New York, Oxford University Press, 2002, p. 6). Ismael obietta che gli esiti di questa riflessione sono tuttavia ascrivibili al pensiero collettivista:
Ma se non vi fosse un’interdipendenza costruttiva tra diritti oggettivi e soggettivi – magari con i primi subordinati alla presunzione eteronoma della “personalità dialettica” lockiana, a sua volta necessaria al riconoscimento dei secondi – si tornerebbe a privilegiare la concezione relazionale della persona cara ai collettivismi, larvati o meno che siano.Non riconosco però la dicotomia operata da Ismael: i diritti soggettivi, per me, sono interessi del soggetto legittimati e garantiti dal diritto oggettivo, cioè dall’ordinamento giuridico; che cosa sarebbero, invece, i diritti oggettivi? E cosa c’è mai di eteronomo nel voler limitare i diritti soggettivi a soggetti dotati di coscienza (che non esistono se non in quanto esseri coscienti), e quindi portatori di interessi che sono autonomi e non attribuiti loro capricciosamente per le ubbie di qualche lobby religiosa?
Infine:
Bisognerebbe inoltre mettersi d’accordo sul concetto di “soluzione di continuità” che, a quanto mi risulta, delinea la cesura netta tra una fase di un processo e l’inizio della successiva (oppure il termine del processo medesimo). Soprattutto, esso deve permettere di affermare un nesso oggettivo tra il verificarsi di un “salto” in una serie discretizzata di eventi e lo scadere di un lasso temporale prefissato. Invece dobbiamo fare i conti con “il dubbio se ci troviamo di fronte a un’increspatura del muscolo o a una contrazione vera e propria”. Trovo che non sia un dubbio di poco conto, come tutti quelli analoghi a esso.Per «soluzione di continuità» intendevo, vocabolario alla mano, semplicemente l’interruzione di un processo continuo; se nettissima o meno, non mi pare importante. Nello sviluppo fetale non abbiamo quasi mai a che fare con processi che si evolvano secondo una serie di ampiezze p del tipo:
0,1 0,2 0,3 0,4 0,5 0,6...ma piuttosto secondo la serie:
0 0 0 0 0 0,3 1 1 1 1 1 1...(l’esempio del battito cardiaco che facevo rientra a pieno titolo in questa seconda). Basterà pertanto specificare la condizione p>0 per ottenere le garanzie di sicurezza desiderate (le casistiche in nostro possesso consentiranno allo stesso modo di fissare una griglia temporale per i fenomeni che ci interessano, con tanto di earliest observed occurrence). Non credo che ci serva altro.
sabato 17 marzo 2007
Contro natura
Dalle Ultimissime dello Uaar L’insostenibile certezza di cosa sia contro natura una lettera di Mario Barenghi:
La Chiesa cattolica condanna le unioni civili sostenendo che l’omosessualità è contro natura. Naturalmente su questa affermazione potremmo discutere a lungo (ad esempio, chiedendoci cosa intendiamo qui con la parola ‘natura’, e se ciò che è conforme a natura sia sempre preferibile a ciò che non lo è). Ma atteniamoci, per ipotesi, a quella affermazione: l’omosessualità è contro natura.
In verità sono molti i casi in cui la Chiesa stessa ammette o prescrive comportamenti non naturali: si pensi all’astensione dall’attività sessuale ai propri ministri, al digiuno, alla penitenza, al martirio. Ma allora viene fatto valere un altro principio, cioè la superiorità dello spirituale sul corporeo.
Tra le unioni omosessuali lo spirituale invece non può esserci secondo la Chiesa: così il richiamo alla ‘natura’ serve ad eludere, insomma, la domanda (molto più cristiana) se fra persone dello stesso sesso ci possa avere amore vero.
Conversazione tra gentiluomini
Gianni Alemanno: «Chiediamo centri di permanenza temporanea anche per i nomadi che vengono sgomberati dai capi abusivi».
Carlo Giovanardi: «Se fossero cittadini extracomunitari e clandestini, allora avrebbe un senso, ma se hanno un permesso di soggiorno e non sono extracomunitari allora no».
(tratto da Alemanno: «I nomadi? Interniamoli nei Cpt», l’Unità, 16 marzo 2007).
Si legge poi in chiusura:
Ad Alemanno poco importa. E durante l’incontro con Achille Serra – giudicato dal leader di An «illuminante» – ha chiesto al governo un «decreto-legge urgente», considera la proposta del suo partito come la pensata per porre rimedio all’emergenza nomadi. Di più, Alemanno arriva a inoltrare al prefetto una proposta di decreto simile a un decreto legge, che era già stato – evidentemente – preparato nei giorni scorsi: il provvedimento su cui An fa pressione, sostiene Alemanno, dovrà prevedere una precisa definizione della figura giuridica del nomade, insieme a disposizioni di legge per dare certezza della pena. E ancora, creare uno strumento di monitoraggio nazionale per censire la presenza di nomadi, la definizione di patti per un corretto utilizzo delle risorse ma anche per il controllo, l’interdizione e gli interventi di bonifica di situazioni fuori controllo.
Dice, addirittura, Alemanno: «Se questo decreto non arriverà marceremo a Roma per la legalità, come farà giustamente il sindaco di Milano Letizia Moratti».
L’addio di Alessandro Zan ai DS
Caro Piero,
la lettura del manifesto per il Partito democratico genera sconforto. Il testo così volutamente generico nel tentativo di andar bene a tutti manca, io credo, di quell’afflato ideale che fa la differenza fra la sterile enunciazione di principi che vanno bene in qualunque momento storico, in qualsiasi democrazia evoluta e la Politica. E questa non è invece una enunciazione teorica. Questo Paese manca di Politica. Vi sono molti politicanti, molti mestieranti della Politica e tanti dirigenti che si autoconservano legislatura dopo legislatura il proprio posto di lavoro. A questo è ridotto buona parte del nostro Parlamento.
Il manifesto del Partito democratico risente di questo clima e dipinge un Paese auspicabile che non esiste, che non esisterà. Non sono un disfattista. Credo nella passione delle donne e degli uomini che si stanno impegnando quotidianamente nel tentativo di creare un’area politica più ampia di quella occupata oggi dai Ds e dalla Margherita. Sono convinto che senza un processo di aggregazione non si riesca a far maturare la sinistra italiana, ancora incerta nel traghettamento dal post comunismo al neo socialismo. Ma il manifesto del Partito democratico annulla o mortifica la sinistra, non la evolve. Le sue battaglie storiche, la difesa dei diritti dei lavoratori, dei diritti delle persone, della laicità dello Stato, dove sono? Il documento vive di economia e di relazioni internazionali ma non si occupa delle persone. Per me che ho costruito il percorso politico proprio su questo fronte, invece, esso rappresenta una delusione. Ho letto, anche fra le righe. Anche oltre le righe. Vi ho trovato solo due volte il riferimento ai diritti mentre il tema della laicità è blandamente accennato, quasi fosse una cosa fastidiosa che non si può evitare e che, pertanto, si sussurra e non si urla.
Non esiste una società matura, una democrazia compiuta, senza il riconoscimento dei diritti degli individui. La società italiana non è dissimile da molte altre in Europa e in Nord America. Ma qui sconta una povertà di motivazioni e una incapacità di pensiero rispetto alla tutela degli individui. Mi piacevano poco i Dico, ed erano comunque un passo avanti. Ora neppure questa flebile luce esiste più.
Nel Partito democratico delle nuove famiglie non si parla, non esistono. Le convivenze sembrano tollerate, degli omosessuali non v’è traccia.
È come se l’ombra di Mastella oscurasse quelle di Rutelli e di Fassino.
La sinistra non deve forse più combattere per il superamento delle discriminazioni? A chi altro toccherà? E non era anche per i cattolici di sinistra, cui si ispira la Margherita, un vanto quello di combattere per le fasce deboli? Oggi io assisto a uno scontro fra correnti, che si chiamano mozioni, che servono a conservarsi un posto anche nella prossima organizzazione partitica. Non vedo una competizione sui valori, sugli ideali.
Abbiamo dovuto ascoltare nei giorni scorsi pesanti offese nei confronti delle persone omosessuali, definite deviate dalla senatrice Binetti, esponente della Margherita e del futuro Partito democratico. Si è aggiunta a questo coro di insulti anche il ministro Rosy Bindi. Non ci sono state, invece, grandi indignazioni da parte dei dirigenti del mio partito. Noi gay e lesbiche dei Ds dopo una lettera molto preoccupata abbiamo atteso una risposta, un segnale, da parte di Prodi, Fassino e Rutelli.
Ma invano.
Il Partito democratico dissolve i Ds, annulla anche la mia esperienza dentro i Ds in difesa dei diritti.
Lascio i Ds ma rimane il mio impegno politico.
Alessandro Zan
(Dal sito di Alessandro Zan.)
Postato da Chiara Lalli alle 13:00 1 commenti
Etichette: Alessandro Zan, Diritti individuali, Laicità dello Stato
venerdì 16 marzo 2007
Tre obiezioni per Giuliano Amato
Maurizio Coletti, Amato, reprimere è meglio che intervenire, Altrenotizie, 16 marzo 2007.
A proposito della campagna “antidroga” annunciata da Giuliano Amato, Maurizio Coletti individua tre aspetti difficilmente non condivisibili:
Il primo è che Amato, parlando di una “gigantesca campagna contro i consumatori”, parte poi, lancia in resta, contro gli studenti ed i giovani in particolare. Gli altri soggetti consumatori (parlamentari, vallette, veline, medici, manager, indossatrici, calciatori, sportivi in genere) li vuole lasciare in pace.
Il secondo è che Amato rinuncia, quasi apertamente, a considerare come prioritaria la lotta al narcotraffico. Affermata dal Ministro competente per l’ordine pubblico e la repressione del crimine, e abbastanza indigeribile. In tutto ciò, non una sola parola sulla battaglia contro i mercanti di morte, contro le narcomafie, contro le organizzazioni criminali. Solo la proposta di uno psicodramma collettivo (il “rendersi conto”...) e misure contro un anello debole.
Il terzo, più sconvolgente di tutti, è la risposta punitiva (una punizione... light...?). Se si parte dal concetto (traumaticamente errato) che i consumi (e gli abusi, ovviamente) sono da correggere, perché non ipotizzare che al posto di agenti di polizia e di carteggi tra prefetture e scuole, non vi siano operatori sociali e sanitari? Perché non proporre un intervento di supporto e di accoglienza? Magari, nei casi in cui sia necessario, un adeguato trattamento?
Lontani dall’ipotesi che le politiche sulle droghe debbano essere razionali, basate sulle evidenze, sulla comprensione dei fenomeni, sulla riduzione dei danni, questi politici (opposizione e maggioranza, non importa) insistono sull’unico tasto della repressione. Perché lo fanno? C’è in giro un gran parlare solo di valori, di famiglia; chi ascolta, anche di sfuggita, qualche trasmissione televisiva del tardo pomeriggio, può rendersene conto: la belloccia di turno, giovane e piacente, dichiara: “voglio essere me stessa (??!?), il mio desiderio è costruirmi una famiglia”. Ratzinger, Ruini, ora Bagnasco insistono, ripetono, minacciano sullo stesso tema caro alle veline di turno.
L’offensiva sui valori religiosi comprende infatti anche il tema della droga. Sullo sfondo, lontana e sfocata, la questione delle risorse da dedicare ad interventi efficaci sul campo. Attendiamo pazienti che la senatrice Binetti pensi anche a questo aspetto, tra un cambio di cilicio ormai sanguinante ed un attacco al pensiero laico.
giovedì 15 marzo 2007
Gesù! (come esclamazione)
Sam Harris, God’s dupes. Moderate believers give cover to religious fanatics — and are every bit as delusional, Los Angeles Times:
The truth is, there is not a person on Earth who has a good reason to believe that Jesus rose from the dead or that Muhammad spoke to the angel Gabriel in a cave. And yet billions of people claim to be certain about such things. As a result, Iron Age ideas about everything high and low — sex, cosmology, gender equality, immortal souls, the end of the world, the validity of prophecy, etc. — continue to divide our world and subvert our national discourse. Many of these ideas, by their very nature, hobble science, inflame human conflict and squander scarce resources.(Da leggere assolutamente tutto!)
Intervista a Giovanni Nuvoli
Giorgio Pisano ha intervistato Giovanni Nuvoli (L’Unione Sarda, 15 marzo 2007), La preghiera alla vita di Giovanni Nuvoli: “Non staccate il respiratore”. Drammatica intervista dal lettino dell’ospedale.
Giovanni Nuvoli non vuole morire. No. Il Welby sardo, malato di sclerosi laterale amiotrofica, parla per la prima volta della sua malattia grazie a un sintetizzatore vocale e assicura di avere un solo desiderio: tornare nella sua casa di Alghero. Senza sentenze di morte affrettate.
Adesso la volontà è chiara. Giovanni Nuvoli ama la vita, anche se è costretto da anni a vedere il sole e la luna da un lettino. Il Welby sardo non intende uscire di scena grazie alla mano di un medico che stacchi il respiratore. È credente.
Le pupille di Giovanni Nuvoli corrono sul display del sintetizzatore e alla fine una voce da steward d’aeroporto annuncia: «Non staccate la macchina, per favore». È un attimo difficile, drammatico: Nuvoli è un fagottino che pesa meno di quaranta chili. La vita gli esplode solo negli occhi: accesi, folgoranti. Occhi di falco che a tratti sembrano addirittura feroci. Sono gli occhi di un uomo stremato che per la prima volta, da quando la Sclerosi laterale amiotrofica l’ha crocefisso a letto, concede un’intervista. Ammesso che si possa chiamare così un dialogo spezzato, pause lunghissime tra una parola e l’altra, il video che raccoglie i segnali dello sguardo e li traduce come uno spot metallico.
DAL LETTINO. In Rianimazione, quinto piano dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari, c’è il pienone. Tutti i letti occupati, malati di confine: immobili, muti, maschere di sofferenza. Prima di entrare, bisogna indossare calzari e camice. Da più di un anno Nuvoli sta in un angolino tutto per lui: pochi metri quadrati illuminati da una luce bianca, fredda. Questa volta, ed è ancora una novità assoluta, la moglie (Maddalena) non farà da intermediario. Si uscirà insomma dalle secche dell’incertezza, dal guado tra chi dice che Giovanni vuole morire e chi sostiene invece che sia disperatamente attaccato al respiratore.
LA TENSIONE. Da molti giorni la tensione è alta. Si coglie nelle parole del primario, Demetrio Vidili, che qualche ora prima, parlando con un cronista, si ferma di botto: «Cosa nasconde nella mano?» Soffre di sindrome da complotto, teme ci sia un registratore per rubargli un’opinione che tutti sanno: secondo lui, Nuvoli non vuole affatto uscire di scena. L’ordine di scuderia (silenzio assoluto sulla vicenda) fa il paio con le indicazioni dell’assessore e della commissione Sanità: basta con l’accanimento mediatico. A dirglielo, Giovanni sorride. Ha la Sla ma è capace di intendere e di volere. Anzi, approfitta del sintetizzatore per parlare e dire cosa pensa. Anche se la cosa diventa straziante.
LA CONFESSIONE. Inizia con una confessione: «Ho nostalgia di Alghero». Ha nostalgia della sua città, delle passeggiate con Maddalena (sposata nel ’90), vorrebbe tornare alla spiaggia della Speranza per un’abbuffata di aragosta. «Ora, però, ho voglia di un panino con mortadella». Basterebbe, per il momento. Inutile sognare in grande.
Credente?
«Sì. E anche stanco, molto stanco».
La sua è vita?
«No».
Vorrebbe morire adesso?
«No».
Crede ci sia un’altra vita oltre la morte?
«Sì, sì, sì».
Lo ripete tre volte e si sforza di sorridere per allontanare la fatica che gli segna il viso. Restano gli occhi: a dire, a continuare, a non fermarsi. Occhi traditori perché pian piano lasciano andare una lacrima che Maddalena asciuga in fretta.
Vuol interrompere l’intervista?
«No, non voglio».
Cosa desidera?
«Tornare a casa, ad Alghero. Lì spiegherò tutto quello che penso. E lì aspetterò, quando sarà l’ora».
Non vuole un medico che l’aiuti a morire?
«Voglio morire in pace».
In pace, come?
«Voglio decidere di morire come e quando voglio a casa mia».
Le piacerebbe che quel momento fosse adesso?
«No».
Lei ha accettato farmaci e dunque...
«...senza staccare la macchina, ho detto. Voglio morire col respiratore attaccato».
LA MOGLIE. Altre volte, affidandosi a una lavagnetta, ha detto il contrario. Maddalena, che lo chiama per cognome (Nuvo’) come quando erano fidanzati, racconta di un umore che inevitabilmente oscilla in un senso e nell’altro durante giornate drammaticamente uguali, immerse in un silenzio irreale rotto ogni tanto dal bip del respiratore.
LA FELICITÀ. Giovanni è contento che siano arrivate visite, soddisfatto di trovarsi davanti al taccuino dei giornalisti e vorrebbe mostrare subito che ha familiarizzato col sintetizzatore. Lo accende (con gli occhi), sceglie il programma (con gli occhi), seleziona il tipo di scrittura (con gli occhi) e s’arrabbia perché la macchina procede con eccessiva lentezza. Si rasserena quando sente la vocina d’aeroporto che conferma: sei collegato. Quindici minuti di domande lo svuotano. Il box è un forno, le coperte pesanti e nessuna, assolutamente nessuna, possibilità di muoversi.
IL SALUTO. Alla fine, quando crede di aver chiarito in via definitiva il suo pensiero, precisa che non gli hanno ancora parlato di dimissioni. «Io aspetto». Poi chiede di salutare: «Grazie e buon pomeriggio». Non è pomeriggio, è sera inoltrata ma questo Giovanni non può saperlo. La bocca si muove impercettibilmente per un sorriso che potrebbe essere una smorfia di dolore. Adesso ha cinquantatre anni. Ne aveva quasi dieci di meno quando sono arrivati i primi, indecifrabili, sintomi: spossatezza. Qualche settimana più tardi, un altro piccolo infortunio: inizia a capitargli spesso di inciampare.
LA MALATTIA. Sembrava una banalità: la diagnosi lo ha fulminato. Dal 2003 non riesce più a muoversi, paralisi in forma progressiva e inarrestabile. Quando stava ancora a casa, s’era fatto piazzare il letto in posizione strategica: voleva poter vedere Maddalena e i due figli a tavola. «Gli sembrava di pranzare con noi». Adesso è un cencio che la medicina non può in alcun modo aiutare. Tanto vale, dunque, lasciarsi andare ai ricordi e ripassare la vita, quella vera, sulla lavagnetta e sul sintetizzatore. «Nuvo’, ti ricordi quella volta?...». Dicono i medici che il problema del peso è irrilevante («potremmo farlo ingrassare rapidamente»). Il primario spiega che la strada è senza uscita «ma io sono contrario all’eutanasia passiva e a quella attiva». Scarabocchia su un foglietto: in tal data ha accettato la terapia con l’eparina, in tal data trasfusioni di sangue per arginare un’emorragia intestinale. «Vi sembra uno che vuole morire?»
INNO ALLA VITA. Se lo sentisse, Giovanni riuscirebbe a sorridere, a ironizzare su quello che sembra un inno alla vita e invece è soltanto attesa. Attesa serena in una casa di campagna, finestra sul giardino. Senza un anestesista buono e civile che tenti, in nome della pietà collettiva, di accelerare le sentenze di Dio.
La decima Musa
Nell’Esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis Benedetto XVI ha elencato diversi “consigli”: il rispetto del riposo domenicale e il recupero del senso del peccato, la non somministrazione di sacramenti ai divorziati risposati (“una vera piaga”), la reintroduzione nella messa del latino.
Se si fosse limitato a questi richiami, da cattolico a cattolico, non ci sarebbe nulla da obiettare.
Però così non è stato. Benedetto XVI ha infatti esortato i politici e i legislatori cattolici a non votare leggi “contro natura” e a sostenere “valori fondamentali come il rispetto e la difesa della vita umana e della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio” (tra un uomo e una donna, beninteso).
Oltre alla possibile noncuranza verso la laicità dello Stato, altre questioni complicano la richiesta di Joseph Ratzinger. Il richiamo alla natura è estremamente difficile da seguire, pur volendolo: che cos’è naturale, e che cosa non lo è? La risposta non può che dipendere dalla nostra definizione di natura umana, e quindi sarà una risposta non coincidente con la Verità, ma con una convenzione storicamente determinata, e mutevole: proprio come il concetto di famiglia. A meno che non si assuma la visione di Ratzinger come la Verità. Ma perché, per rimanere in tema, non quella di una religione diversa dal cattolicesimo?
E poi: quante sono le inclinazioni naturali che siamo chiamati a contrastare? Lo stesso catechismo impone il celibato e la castità ai preti: è forse naturale? È naturale sottoporsi a regole rigide?
La natura è una guida incerta ed erronea della morale; figuriamoci delle leggi di Stato.
(Oggi su E Polis con il titolo Ma la natura non è la Musa di chi legifera.)
Postato da Chiara Lalli alle 12:38 2 commenti
Etichette: Benedetto XVI, Laicità dello Stato, Natura umana
mercoledì 14 marzo 2007
Contraddizioni divine
Francesco D’Agostino, Dopo Voltaire, anche Pascal sicuro di aver scritto bene, Avvenire, 13 marzo 2007:
Il cattolico è infatti chiamato a tenere insieme dimensioni (formalmente) contraddittorie, così come è (ma solo formalmente) contraddittoria l’idea che Dio possa farsi uomo: per il cattolico è indispensabile, per capire il mondo, coniugare libertà e ubbidienza, peccato e grazia, tempo ed eternità, Stato e Chiesa, impegno per il mondo e fuga da esso, ragione e fede, matrimonio e celibato e (perché non dirlo? Mai tema è stato così di moda come è oggi questo) uomo e donna.Stiamo più tranquilli venendo rassicurati del fatto che le contraddizioni siano solo formali. Non fa una piega, infatti, che Dio si faccia uomo, e poi anche Spirito Santo e poi risorga (con tutto il corpo). Per non parlare della immacolata concezione o dei rapporti tra i Tre (non l’ho mai capiti io).
Ebbene, da ora possiamo dormire sonni tranquilli: le contraddizioni sono solo formali e chi invoca la laicità rifiuta la complessità (o l’assurdità?) e impoverisce la molteplicità del reale.
martedì 13 marzo 2007
Se ti droghi non vale
Scuola, provocazione shock di Amato. “Antidoping dopo le interrogazioni”, la Repubblica, 12 marzo 2007:
Noi oggi facciamo l’antidoping solo agli atleti. Perché non prevedere un uso più ampio di questo controllo e renderlo più sistematico, ad esempio all’uscita delle discoteche e a scuola?(1) Lo ha detto lui (nessuno si permetterebbe).
[…]
Bisogna pensare anche a cose del genere, anche se può apparire una cosa un po’ idiota (1).
[…]
Cose del genere, però, meritano di essere prese in considerazione. E poi, magari sostituite da altre (2).
[…]
Per gli studenti, immagina il ministro, potrebbero diventare obbligatori test anti-doping tra i banchi. I ragazzi potrebbero dover sottoporsi alle analisi “ad, esempio, dopo le interrogazioni” (3). Forse in caso di prestazioni “sospette” (4). E se lo studente dovesse risultare positivo, spiega Amato, dovrebbe scontarne le conseguenze. “Perderebbe punti. E chiaramente l’interrogazione non sarebbe valida” (5).
(2) Provare subito le altre senza passare dal via?
(3) A una condizione: che la misura valga anche per le interrogazioni parlamentari.
(4) Sospette? I secchioni saranno sospettati di essere dei fattoni?
(5) Ci si sarebbe aspettati una ramanzina, non soltanto l’invalidazione della prestazione intellettuale...
Ah, la natura umana!
«Cattolici, non votate leggi contro natura», Il Corriere della Sera, 13 marzo 2007:
«Politici e legislatori cattolici consapevoli della loro grave responsabilità sociale» non devono votare leggi che vanno contro «la natura umana». Il Papa nell’Esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis richiama i cattolici alla coerenza anche in Parlamento, chiedendo di sostenere «valori fondamentali come il rispetto e la difesa della vita umana», della «famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna». «Valori non negoziabili».Più corretto sarebbe dire “per opporsi a una regolamentazione giuridica” piuttosto che “per non impegnarsi a fondo in questo ambito pastorale”. Che si impegnino pure nell’ambito pastorale (?), nessuno vuole osare impedire loro di impegnarsi nell’ambito pastorale (che poi è il loro).
«Matrimonio e famiglia sono istituzioni che devono essere promosse e difese da ogni possibile equivoco sulla loro verità, perchè ogni danno arrecato ad esse è una ferita alla convivenza umana come tale» scrive il Papa. E sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto dice: «Troppo grande è il bene che la Chiesa e l’intera società s’attendono dal matrimonio e dalla famiglia per non impegnarsi a fondo in questo ambito pastorale».
E poi c’è sempre quella vecchia storia che il bene imposto ha qualcosa che non convince (“lo faccio per il tuo bene!” “sì, ma che ne sai tu qual è il mio bene” oppure “sì, ma chi te l’ha chiesto?”).
Anche capire cosa sia una legge contro natura non è così agevole (e in sottofondo c’è anche la questione di come una legge sulle unioni di fatto possa essere irrispettosa dei valori fondamentali, ma forse questo è un mistero della fede e come tale insondabile e blasfemo mettere in dubbio): che diavolo sarebbe ’sta natura umana? E non è più innaturale la castità di una convivenza senza il sacro vincolo del matrimonio?
Ho deciso di non commentare, per prudenza e buon cuore, l’affermazione della
necessità, da parte dei cattolici che ricoprono ruoli pubblici, di dare «pubblica testimonianza della propria fede»ma credo che abbia qualcosa a che vedere con la laicità dello Stato e con il fatto che le proprie credenze religiose dovrebbero essere una questione personale.
Postato da Chiara Lalli alle 18:34 4 commenti
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Tradotti in italiano i Principes de Politique di Benjamin Constant
Un libro non pubblicato somiglia ad una dichiarazione d’amore non pronunciata. Una passione taciuta ma possente, che una volta conosciuta cambia le storie raccontate nella sua ignoranza.
I Principes de Politique di Benjamin Constant sono stati pubblicati per la prima volta nel 1980, a quasi 2 secoli dalla loro composizione, e hanno provocato la reinterpretazione del pensiero di Constant, nonché di tutto il pensiero liberale e di quello politico in generale: l’anello mancante tra Lo Spirito delle Leggi e la Democrazia in America, come Stefano De Luca intitola una paragrafo dell’introduzione alla traduzione italiana (Benjamin Constant, Principi di politica applicabili a tutte le forme di governo, a cura di Stefano De Luca, 2007, Rubbettino).
Compiuti nel 1806 i Principes hanno avuto una gestazione decennale. Anni che seguono la Rivoluzione francese e il Terrore e che si dipanano tra il Direttorio, il colpo di Stato di brumaio e la definitiva ascesa di Napoleone, ovvero la frustrazione di qualsiasi anelito liberale. Frustrazione anche personale, dal momento che nel 1802 Constant è estromesso dal Tribunato.
In questo clima politico e personale asfittico nasce in Constant l’idea di un grande trattato come strumento di rinnovamento per la teoria politica settecentesca travolta dagli eventi storici. Ed è in questo clima che Constant da strenuo difensore della repubblica come unica forma di governo matura una indifferenza per i “mezzi” per insistere sui “principi”. La natura di uno Stato dipende dai principi adottati, e non dalla forma di governo.
Troppo complessa l’opera di Constant per offrirne un resoconto. Tuttavia è possibile individuare il cuore della sua filosofia politica nella trattazione della sovranità popolare e nella difesa appassionata delle libertà individuali. In opposizione netta con Jean Jacques Rousseau, secondo Constant non è sufficiente indicare la fonte del potere per essere al riparo da eventuali abusi. Anche in presenza di una sovranità fondata sul consenso (condizione necessaria ma non sufficiente) ci si può trovare di fronte ad uno Stato dispotico, avverte Constant. E se è innegabile che “nessun gruppo o nessuna associazione parziale può arrogarsi la sovranità a meno che non gli sia stata delegata” è necessario affermare che “da ciò non segue che la totalità dei cittadini, o coloro che da questa sono investiti dell’esercizio della sovranità, possa disporre in maniera sovrana dell’esistenza degli individui”.
Il potere illimitato è tirannico chiunque ne sia il detentore: un monarca, un capo di Stato, il popolo intero. Bisogna tracciare un confine che il potere non può varcare: i diritti individuali inviolabili. È questo a trasformare un sentimento per la libertà in una vera e propria teoria liberale.
La tirannia della maggioranza non è meno orribile della tirannia di uno o di pochi: gli esempi del ventesimo secolo e la riflessione tocquevilliana ci hanno abituato a stare in guardia. Una strada che Constant ha precocemente intrapreso.
(Pubblicato oggi su E Polis con il titolo L’anello mancante dei diritti. Il pdf qui)
Postato da Chiara Lalli alle 12:29 1 commenti
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lunedì 12 marzo 2007
?
Luca Volonté, «Il governo potrebbe cadere», Il Tempo, 11 marzo 2007:
Sono in piazza per interesse personale. Una norma improbabile contraria al principio di uguaglianza e alla libertà personale, opposta alla Costituzione. Fassino non ci va ma è molto presente a parole. Prometti privilegi irrinunciabili e non è una grande novità per l’attuale sinistra, ormai soltanto libertaria e radicale. Squatter antiamericani giacobini anticattolici, scientisti antinaturali tutti uniti dall’ideologia di costruire una nuova umanità, androgina oppure omosex che sia.(Che ha detto?)
Riscaldamento globale: risposte agli scettici
Su Gristmill Coby Beck ha raccolto una serie di risposte agli argomenti più comuni avanzati da chi nega la realtà del riscaldamento globale o della sua origine antropica («How to Talk to a Climate Skeptic»). Utile, anche se può rivelarsi necessario ricorrere di tanto in tanto al più solido (ma anche più impegnativo) RealClimate.
I frutti della legge 40
Ieri su Repubblica (Maria Cristina Carratù e Maria Novella De Luca, «Bimbi in provetta, crollano le gravidanze tornano le scorte di embrioni congelati», 11 marzo 2007, p. 14):
il panorama della situazione arriva dalle statistiche fornite dai maggiori centri italiani, che coprono il 20% del totale di tutti i trattamenti effettuati nel nostro paese. I dati sono stati presentati ieri a Milano da Enrico Ferrazzi, direttore della Fondazione Cure, nel corso del convegno su “Riproduzione assisita: obiettivo per la vita”.Sarebbe interessante sapere se l’incremento dei nati grazie alla procreazione assistita, vantato dagli integralisti fino a poco tempo fa come conseguenza della legge 40/2004, sia stato dovuto in realtà all’aumento dei parti plurimi. Per avere un quadro chiaro bisognerà comunque aspettare la relazione al Parlamento del ministro della sanità, prevista entro giugno di quest’anno.
Ecco il bilancio: nelle coppie con infertilità maschile, il numero di gravidanze portate a termine con successo si è ridotto dal 35,7 al 23,5% (circa il 10% in meno sul totale). Nelle gravidanze in generale, il divieto di impiantare più di tre ovociti ha causato, per le donne con più di 35 anni, una riduzione del numero di gravidanze del 5-10%. Nelle donne sotto i 28 anni, il divieto di congelare gli embrioni ha costretto gli operatori, per avere più garanzie di successo, a impiantare insieme i tre consentiti dalla legge. Questo ha incrementato i parti gemellari dal 14 al 22% e i parti trigemellari dal 2 all’11%. Globalmente poi il rischio di aborto è aumentato del 5-6%.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 14:37 2 commenti
Etichette: Legge 40/2004, Procreazione artificiale
domenica 11 marzo 2007
La deriva eugenetica
Francis Fukuyama, l’autore de La fine della Storia, ha proposto la creazione di un’agenzia governativa che dovrebbe regolare tutte le materie connesse con la procreazione medicalmente assistita, dalla fecondazione in vitro alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, e dalla clonazione all’ingegneria genetica; il tutto, secondo le note propensioni di Fukuyama, in chiave prevalentemente proibizionistica.
Ampiamente condivisibile il commento di Ronald Bailey («Medievalizing Biotech Regulation», Reason, 9 marzo 2007):
Alla fine, l’agenzia sarebbe in larga parte solo il mezzo con cui Fukuyama imporrebbe le proprie scelte morali alle altre persone. Ciò che Fukuyama sta proponendo è un passo indietro, verso i brutti tempi in cui degli estranei decidevano che tipo di bambini sarebbe stato concesso ai loro concittadini di mettere al mondo. Una burocrazia governativa, e non i genitori, prenderebbe decisioni eugenetiche. Come ci mostra la triste storia dei tentativi di regolare la riproduzione umana, la cosa veramente morale da fare è resistere con tutte le forze a questa proposta.
sabato 10 marzo 2007
10 ragioni per dire no al matrimonio tra omosessuali
L’estinto le riprende da Sir Percy Blakeney, che le ha tratte da Queerblog, che le ha tradotte e adattate da Craigslist:
- Essere gay non è naturale. I veri italiani rifiutano ciò che è innaturale, come gli occhiali, le scarpe, il poliestere e l’aria condizionata.
- Il matrimonio gay spingerà le persone a essere gay, allo stesso modo in cui far andare in giro persone alte vi fa diventare alti.
- Legalizzare il matrimonio gay aprirà la strada a ogni tipo di stile di vita folle. Le persone vorranno sposare i propri animali domestici, perché ovviamente un cane ha una personalità giuridica e i diritti civili per sposarsi.
- Il matrimonio eterosessuale esiste da moltissimo tempo e non è mai cambiato minimamente; le donne sono ancora una proprietà del marito, le nozze sono decise dai genitori, il padre ha diritto di vita e di morte sui figli, i neri non posso sposare i bianchi e il divorzio non esiste.
- Il matrimonio eterosessuale perderà valore se sarà permesso anche ai gay di sposarsi. La santità dei sette matrimoni di Liz Taylor verrebbe distrutta.
- I matrimoni eterosessuali sono validi perché sono fertili e producono figli. Le coppie gay, quelle sterili e le persone anziane non devono potersi sposare, perché i nostri orfanotrofi sono vuoti e il mondo ha bisogno di più bambini.
- Ovviamente i genitori gay tirerebbero su figli gay, proprio come da genitori eterosessuali nascono soltanto figli eterosessuali.
- Il matrimonio gay è vietato dalla religione. Dunque in una teocrazia come la nostra i valori di una religione devono essere imposti all’intera nazione. Ecco perché in Italia c’è una sola religione e tutti i bambini devono essere battezzati alla nascita.
- I bambini non saranno mai sereni ed equilibrati senza un modello maschile uno femminile a casa. Per questo nella nostra società quando un genitore è da solo, o perché è vedovo o perché è stato lasciato, gli vengono tolti anche i figli.
- Il matrimonio gay cambierà i fondamenti della nostra società e noi non potremmo mai adattarci alle nuove norme sociali. Proprio come non ci siamo mai adattati alle automobili, al lavoro in fabbrica e all’allungamento della vita media.
venerdì 9 marzo 2007
«Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno»
La prossima approvazione della legge portoghese sull’aborto, che fa seguito al referendum in cui il quorum è stato mancato ma in cui i Sì hanno prevalso, sta provocando strane reazioni nelle file cattoliche. In un commento a un nostro post, Eraldo Ciangherotti (del Centro Aiuto alla Vita Ingauno) così scrive:
Ma la cosa incredibile e contradditoria in tutta questa pagina politica del Portogallo è che, nonostante l’esito referendario sia nullo per la prevalente astensione del popolo portoghese, il fronte del “si”, tutto concentrato praticamente nella Maggioranza al Governo, legge, nel 25% complessivo a favore della modifica della legge, il chiaro segnale politico per cambiare una legge sull’aborto tra le più severe, in merito alla difesa della vita prenatale, e come un trattore passa sopra a tutto e a tutti, anche sopra alla volontà della maggioranza della gente (ben il 75%) che ha detto chiaramente di no o probabilmente ha deciso di non andare a votare non solo per questioni semplicemente meteorologiche, per proporre nonostante tutto una modifica della legge in materia di aborto per liberalizzare la pratica di interruzione volontaria di gravidanza.Un blogger
Il Portogallo depenalizza l’aborto. Da notare tre cose: prima e ovvia, la legge è stata votata dai soliti noti sociocomunisti e verdi; seconda, l’aborto era legale anche prima, sotto condizioni più restrittive; terza e sconcia, il referendum sulla legalizzazione era stato bocciato non avendo raggiunto il quorum (il 25% dei portoghesi aveva votato sì, circa il 20% no, il resto non aveva votato). Alla faccia della volontà popolare e della sua interpretazione politica.Ora, in Portogallo alla vigilia del referendum, il governo (che aveva organizzato la consultazione) aveva dichiarato espressamente che avrebbe considerato il voto come un’indicazione a cui attenersi in sede legislativa. A questo punto, visto che si andava alla conta dei Sì contro i No, cosa avrebbe dovuto fare un antiabortista dotato di una pur minima dose di razionalità? Ovviamente, avrebbe dovuto votare No; e infatti la Chiesa locale, dopo aver inizialmente considerato la possibilità di indicare l’astensione, aveva dato proprio questa indicazione di voto («Iglesia en Portugal se moviliza por el “No” a despenalización del aborto», Aciprensa, 10 gennaio 2007).
Ma Ciangherotti e VFiore non l’intendono, e continuano contro la più banale evidenza ad attribuire agli astenuti un’intenzione contraria. Sono vittime della loro stessa propaganda – cioè della propaganda cattolica che al tempo dei referendum sulla legge 40/2004 aveva usato lo stesso argomento. Sostenere che il 75% degli Italiani fosse a favore della legge 40 era naturalmente falso, ma almeno allora qualcuno aveva invitato all’astensione e pretendeva che tutti gli astenuti avessero seguito il suo consiglio; sostenere che il 75% dei Portoghesi sia contrario all’aborto è invece, oltre che falso, anche ridicolo: chi era contro l’aborto ha invitato a votare No, non ad astenersi. E per una delle regole democratiche più elementari, chi si astiene lascia che a decidere siano gli altri.
L’interruttore della vita 2
Il mio precedente post L’interruttore della vita ha ricevuto un commento di Eraldo Ciangherotti:
Chiamo il feto “bimbo non ancora nato” perché tale è; apprendo da Lei con vivo interesse che anche in America ci sia una simile sensibilità, come vede non si smette mai di imparare, ma ciò non toglie che la mia scelta lessicale sia appropriata e dimostrata da un dato scientifico: quel feto non è ancora nato ma potrebbe nascere prematuro rispetto ai nove mesi (si veda la nascita di Amillia Sonya Taylor a 21 settimane di gestazione) e quindi quel feto è degno di essere chiamato al di là degli aspetti emotivi, un bimbo non ancora nato, nel senso, ben si intende, che nascerà.Se con “bimbo non nato” vuole intendere che (a certe condizioni) il feto diventerà un bambino siamo d’accordo. Ma, temo, che il nostro accordo si sciolga come neve al sole chiarendo il diverso significato che usiamo.
Io intendo “bimbo non nato” allo stesso modo di “girino non (ancora) rana”. Da questo non ritengo si possa inferire che oggi quel girino sia già una rana (l’essere dentro o fuori dall’utero materno non è un dato moralmente rilevante). In ogni modo è utile ricordare che le definizioni concepito, embrione, feto o bambino sono convenzioni linguistiche. Che certo si basano sull’embriologia e che rispondono a una concezione filosofica (così come adolescente, ragazzo, maggiorenne, adulto, vecchio). Riguardo alle decisioni di inizio e di fine vita la distinzione fondamentale è tra “persone” e “esseri umani” (qui intendo: “non persone”). Le possibilità sono due:
1. che gli esseri umani siano sempre anche persone;
2. che gli esseri umani non siano sempre anche persone (e qui entrano in ballo i criteri per individuare l’emergenza o il dissolvimento dell’essere persona).
Su Amillia Sonya Taylor (nonché sul recente caso di aborto che lei stesso nomina in chiusura di questo commento e che D. mi ha invitato a trattare) tornerò presto con una riflessione specifica. Abbia la pazienza di rimandare la mia risposta ad allora.
Quanto alla differenza tra la vita biologica e quella personale la sua tesi quanto la mia possono essere attaccate e controbattute, noi preferiamo lasciare l’ultima parola alla coscienza della Ragione per arrivare alla verità, senza falsi pregiudizi ideologici.Il significato di “lasciare l’ultima parola alla coscienza della Ragione per arrivare alla verità, senza falsi pregiudizi ideologici” non mi è chiaro. Se quello che intende dire è che in ultima analisi dovrebbero essere le singole coscienze a decidere siamo perfettamente d’accordo. Le ricordo però che sostenere che la vita personale abbia inizio all’incontro tra i gameti non lascia spazio alcuno alle singole coscienze! Perché se all’organismo che si forma con l’incontro di un ovocita e di uno spermatozoo si attribuiscono i diritti di cui godiamo io e lei (e tutti quelli che sono indubitabilmente persone) allora le conseguenze sono nitide. E spesso molto drammatiche (solo per farle un esempio riferendomi ancora alla Unborn Victims Violence Act: una donna che durante la gravidanza fumava crack ha partorito un neonato morto. Nonostante nessun medico abbia potuto dimostrare la connessione tra l’assunzione di crack e la morte (lei sa meglio di me quanto sia spesso difficile accertare la causa della morte di un feto agli ultimi stadi di una gravidanza) la donna è stata condannata a 12 anni di reclusione per omicidio. Omicidio. E molte donne, nonostante i loro bimbi siano nati e godano di perfetta salute, hanno subito processi per abuso e maltrattamento infantile, nonché per spaccio di sostanze stupefacenti. La strada per la criminalizzazione di molti comportamenti delle donne durante la gravidanza è pericolosa. Soprattutto se lo strumento usato è una legge. Questo non significa che durante la gravidanza non sia consigliabile e preferibile un comportamento prudente: ma criminalizzare la gravidanza è qualcosa di molto diverso).
La legge n°194/78 è il trionfo della donna, non certo dell’uomo o della coppia, e di questo me ne dispiaccio perché ho sempre apprezzato nell’altro sesso tante qualità tra le quali il dono assoluto, e non relativo, della maternità come una prerogativa squisitamente femminile! Ogni volta che viene attaccata l’applicazione di questa legge, la prima voce che “esce dal silenzio” è quella certa “femminista” che dopo il ‘68 ha cominciato la sua battaglia per la “libertà” attraverso l’aborto legalizzato. Vada a rileggersi tutti i fascicoli inerenti la presentazione del disegno legge del 1978 e troverà che questa goliardica visione dell’“utero è mio e lo gestisco io” ha trovato ampia applicazione nella legalizzazione dell’aborto. Quanto ai numeri di aborti praticati in clandestinità, al nostro Convegno nella 29a Giornata per la Vita, è stato ampiamente dimostrato quanto i dati all’epoca inerenti le statistiche fossero falsificati e falsati in maniera inaccettabile oggi, quasi da farci convincere che gli Italiani si siano lasciati motivare nella scelta referendaria dai tanti zeri incolonnati, come fossero il temibile spauracchio della finanziaria di governo; se non crede a me, si metta in contatto con il Giudice Pino Morandini, che ha tenuto il suo discorso su questo argomento in maniera schietta e senza controbattute da nessuno in sala.Non sarò io a parlare in nome di chi ha fatto battaglie al grido “l’utero è mio”. Posso soltanto ribadire che la possibilità legale di fare ricorso all’interruzione di gravidanza è legittima e moralmente ineccepibile. Foss’anche la 194, poi, stata sostenuta per proteggere 1 sola donna finita a provocarsi un aborto. Quanto alla eventuale manipolazione di dati: lei dice che le relazioni annuali dell’Istituto Superiore di Sanità riportano dati sballati?
Leggerò senz’altro le sue indicazioni ed eventualmente le risponderò.
Ci tengo a segnalarle un dato: “la Fondazione “International Planned Parenthood” ha resto pubblico il proprio studio che stima in 19 milioni le donne e ragazze al mondo che rischieranno quest’anno un aborto non sicuro e in più di 70.000 il numero di coloro che moriranno di tali aborti” (Fonte: Reuters, 6 febbraio 2006). Ma forse hanno falsato anche loro questi numeri. Chissà.
Tuttavia ci tengo ad anticipare e a chiarire una possibile obiezione: non è il fatto che esistono aborti clandestini (e tutte le terribili conseguenze) che rende la possibilità di interrompere una gravidanza moralmente ammissibile. Questo elemento è un dato aggiuntivo (altrimenti potremmo spostare il ragionamento ai furti e dire: dal momento che i furti esistono (e magari hanno pure conseguenze sgradevoli per il ladri) allora legalizziamo i furti!).
Quanto al “Coscione” voglio ben augurarmi sempre per l’autorità che il sito Le accredita, che Lei sappia andare oltre un errore di scrittura tra una “e” ed una “i” e Le auguro che davvero il termine coscione, che Lei mi accredita e sicuramente ad onore della mia performance atletica, non sia anche un po’ “suo” per ragioni plastiche; a tal proposito Le basti questo per comprendere che la mia stima per l’Associazione Coscioni si esaurisce nel rispetto per la morte di Luca come essere umano e non certo per le irragionevoli posizioni su cui dice di battersi tutto lo staff ad esso legato. Peraltro, a tal ragione, Le invio il mio articolo pubblicato su un autorevole giornale a titolo “Le nuove pompe funebri del terzo millennio”, per completarLe il quadro del mio giudizio.“Ragioni plastiche”? Il “Coscione” era un po’ una burla (e le mie di cosce non c’entrano davvero nulla). Io credo che le battaglie che sono state di Luca Coscioni hanno poco di irragionevole. Quanto al suo intervento Quel marketing con obiettivo la morte (leggibile nel commento), se dovessi rispondere a tutti gli spunti non mi basterebbe l’intero finesettimana, e domani vado alla manifestazione a piazza Farnese. Perciò mi limito a qualche riflessione (lungi dall’essere una arringa difensiva di Maria Antonietta Coscioni che non credo ne abbia bisogno).
Il “protocollo d’uscita” non è una imposizione. La volontà della persona e del paziente è inviolabile. E come tale anche quando chiede qualcosa di tanto drammatico come di morire. O lei è d’accordo nell’imporre a qualcuno di vivere nonostante non voglia più?
Luca Coscioni ha rifiutato la trachetomia: rifiuto legittimo e protetto dalla Costituzione. Ognuno di noi ha la possibilità di rifiutare qualsiasi trattamento medico anche se questo rifiuto comporta la morte.
Mario Riccio ha rispettato la volontà di Welby, al contrario di quanti si sono barricati sulla sacralità della vita.
Le ricordo che l’Associazione Coscioni si batte da tempo per garantire ai malati la migliore assistenza possibile, il diritto di voto ai disabili, le tecnologie per migliorare la loro esistenza devastata da malattie terribili, l’assistenza domiciliare, le cure palliative. E si batte anche per il totale rispetto delle loro volontà.
Soffocando la libertà non si offende la vita che tanto difende? In uno scambio acceso tra il protagonista di Mare Dentro e il prete che sostiene “La libertà che elimina la vita non è libertà”, Ramòn risponde “E la vita che elimina la libertà non è vita”.
La conclusione naturale sarebbe già arrivata per i tanti malati in assenza delle tecnologie che li tengono in vita: perciò non ha molto senso invocare la “morte naturale”. Nel rispetto della vita è incluso il rispetto per la volontà oppure no?
Postato da Chiara Lalli alle 18:27 1 commenti
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Dall’embrione alla morte cerebrale
Sul tema dello statuto dell’embrione – e più in particolare dello «statuto giuridico dell’embrione umano artificialmente formato all’esterno dell’utero materno» – è intervenuto ieri Ismael («Di embrioni ed espiantati», 8 marzo 2007):
Una tesi molto in voga presso i socialisti è quella secondo cui il diritto alla vita riguarderebbe la persona, non il semplice “individuo di specie umana”. Di solito tale linea assertiva prosegue rammentando che, una volta accertata la morte cerebrale di un paziente, è possibile espiantarne gli organi senza che ad alcuno passi per la mente di gridare all’omicidio.Lasciamo perdere l’accenno incongruo ai «socialisti» (vedremo comunque più avanti quanto sia fondato in questo caso), e passiamo a esaminare le tre obiezioni.
Regge? Mica tanto. Il paragone è incongruo, giacché mette in predicato due termini disomogenei su almeno tre possibili piani di confronto. Quello gnoseologico: prendere atto di un avvenuto decesso – la medicina, a tal proposito, insegna che la morte cerebrale decreta la fine della vita – non equivale certo a procurare deliberatamente il trapasso di qualcuno, come l’etica conservativa ritiene avvenga con la distruzione di embrioni a scopo di ricerca.
In che senso «la morte cerebrale decreta la fine della vita»? La stranezza del predicato («decreta») è una chiara spia di forzatura e di commistione dei piani: casomai è la legge a decretare la fine della vita facendo ricorso alla morte cerebrale (in Italia la legge 578/1994, art. 1: «La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo»). Compiendo comunque uno sforzo interpretativo, se prendiamo «decreta la fine della vita» nel senso di «annuncia la fine vicina e ineluttabile della vita», ci troviamo di fronte al paradosso di dichiarare morto uno che ancora non lo è, ma che lo sarà solo tra «poco»; un «poco» che il progresso tecnico tende oltretutto a dilatare sempre di più: siamo arrivati di recente a una donna in stato di gravidanza dichiarata in morte cerebrale e tenuta in vita artificialmente per ben 25 giorni (João P. Souza et al., «The prolongation of somatic support in a pregnant woman with brain-death: a case report», Reproductive Health 3, 2006; un caso del tutto analogo si è verificato in Italia l’anno scorso), e si trovano in letteratura casi di sopravvivenza protratta per molti mesi (Alan D. Shewmon, «Chronic “brain death”: meta-analysis and conceptual consequences», Neurology 51, 1998, pp. 1538-45); addirittura, sarebbe stato osservato un paziente clinicamente in morte cerebrale sopravvissuto per anni col solo ausilio di un respiratore (ibidem)!
Se invece interpretiamo più liberamente la frase «decreta la fine della vita» nel senso di «segna la fine della vita», dovremmo chiedere a Ismael perché proprio nella morte del cervello si debba identificare la morte dell’individuo, e non nella morte di un qualsiasi altro organo; e la risposta, credo, non potrebbe che essere «perché il cervello è la sede della personalità», è cioè il supporto materiale diretto della mente: che è appunto la posizione di chi – come gli autori di Bioetica – si rifiuta di ridurre la vita personale al bruto fatto biologico.
Ismael prosegue poi con l’analisi di un altro «piano di confronto»:
Quello ontologico: per congruità di confronto, un embrione vitale andrebbe casomai paragonato a un soggetto sano, mentre è l’embrione sicuramente “defunto” per raggiunti limiti temporali di crioconservazione a corrispondere al morto cerebrale – e, quindi, a mettere a disposizione le sue masse cellulari interne similmente a organi da espiantare.La congruità di confronto non è certo un assoluto, ma dipende in realtà da cosa si vuole dimostrare. Qual è l’argomento di chi invoca il parallelo tra morte cerebrale e vita embrionale? Un individuo morto cerebralmente è indubbiamente un essere umano, nel senso di appartenente alla specie Homo sapiens; quali che siano le convenzioni giuridiche, è altrettanto chiaramente biologicamente vivo: la stragrande maggioranza delle sue cellule è viva, il suo cuore pulsa (per quanto aiutato da una macchina), il sangue scorre, i prodotti del metabolismo si accumulano, etc. Allo stesso tempo, non è più una persona: il cervello è distrutto, e non può più sostenere la coscienza. Questo individuo si trova insomma nella medesima condizione di un embrione: un essere umano biologicamente vivo, ma privo della dimensione personale; che nel primo caso si tratti di una condizione patologica e nel secondo no è del tutto irrilevante ai nostri fini.
Si dimostra in questo modo che è del tutto concepibile una separazione tra il concetto di persona e quello di essere umano (separazione che comporta anche un diverso trattamento giuridico), e che chi sostiene il contrario ma continua ad ammettere l’espianto di organi da un essere umano clinicamente morto incorre in una gravissima contraddizione. Sostenere invece che il paragone corretto è con l’embrione defunto significa presupporre che l’embrione sano è una persona: ma questo è ciò che dobbiamo dimostrare, e non possiamo usarlo come premessa, se non vogliamo incorrere in una petizione di principio.
Quello immanente: l’individualità non arreca coercizione a una persona sana, tutt’altro, mentre per un embrione isolato in laboratorio terzietà significa automaticamente cattività.Qui purtroppo, indubbiamente per miei limiti personali, non riesco a capire assolutamente cosa voglia dire Ismael; non posso quindi rispondere – anche se tenderei ad escludere di aver mai pensato che «l’individualità arrechi coercizione a una persona sana» (qualunque cosa significhino queste parole).
L’equivoco retorico appena descritto si gioca tutto sulla distinzione tra l’individuo e un animale mitico: la persona, vale a dire il soggetto di una rete relazionale più o meno complessa (se solo sapeste chi sto citando!). E i sistemi ideologici basati sulla persona – meglio: che subordinano l’attribuzione dei diritti essenziali alla sussistenza di relazioni a vario titolo comunitarie –, più che “liberalismi taroccati”, sono autentici socialismi.Qui purtroppo il nostro autore sembra credere che esista una sola definizione di «persona»; ma non è così, e non è certo quella citata da Ismael la definizione prevalente tra chi ritiene che i diritti vadano assegnati alle persone e non agli esseri viventi dotati di DNA umano. Si consideri questa definizione:
Per determinare in che cosa consista l’identità personale, dobbiamo considerare cosa significhi «persona»; che è, a mio parere, un essere intelligente e pensante, dotato di ragione e riflessione, e capace di considerare se stesso come sé, la stessa cosa che pensa, in tempi e luoghi differenti.Nell’originale:
to find wherein personal identity consists, we must consider what person stands for; – which, I think, is a thinking intelligent being, that has reason and reflection, and can consider itself as itself, the same thinking thing, in different times and places [An Essay Concerning Human Understanding II,27,9].Se solo sapesse Ismael chi sto citando! Di certo – come si vede – non uno che sottoscriveva la concezione relazionale della persona, e neppure un socialista (anche se di questi tempi ci sono alcuni – non sto alludendo al nostro amico blogger, sia chiaro – che sembrano convinti che chiunque sia vissuto prima di Murray Rothbard o di Ayn Rand sia per ciò stesso un pericoloso comunista, e che forse, al nome dell’autore della citazione che ho riportato, reagirebbero con uno sguardo perplesso, esclamando: «ma chi, il personaggio di Lost?»).
Posto che la demarcazione tra individuo e persona rimane scientificamente indeterminata, è proprio l’assenza di una frattura netta nella sequenza continua di trasformazioni che prende il via dall’unione dei gameti in avanti a suggerire un riconoscimento conservativo del diritto alla vita. La certezza dell’oggetto – l’essere umano – genera un nucleo di diritto minimo che il progressivo sviluppo del soggetto – la “persona” nelle sue molteplici accezioni di significato – accresce mediante l’attribuzione di ulteriori dispositivi giuridici.Sulla consistenza logica dell’argomento dell’assenza di fratture nette ha già detto quello che c’era da dire Chiara Lalli ieri; per parte mia vorrei considerare la questione dal punto di vista empirico, e cioè: siamo proprio sicuri che lo sviluppo embrionale e fetale di un essere umano sia un processo privo di soluzione di continuità? Eppure sono tante le fasi ben distinte di questo processo, tanti gli eventi unici e ben delimitati: non è forse vero che il cuore comincia a battere in un dato istante? Ci può essere il dubbio se ci troviamo di fronte a un’increspatura del muscolo o a una contrazione vera e propria, ma certo non ci troviamo di fronte a un processo continuo... Con la coscienza la situazione non è differente: la formazione di sinapsi e l’inizio dell’attività neuronale (segnalata dall’elettroencefalogramma) iniziano verso la 24ª settimana di gestazione; che l’emersione della coscienza sia collegata a questi eventi è un’interpretazione estremamente prudenziale dell’evidenza scientifica. La visione dello sviluppo embrionale come un processo privo di sbalzi e omogeneo sembra debitrice più all’antica visione dell’homunculus, il bambino completo ma minuscolo contenuto nello sperma paterno che nell’utero materno non faceva altro che crescere di dimensioni, che ai risultati della moderna indagine scientifica.
In etica, ma anche nella tecnica, l’approccio conservativo permette di maneggiare l’indeterminazione nel modo più ragionevole: dopotutto, se non si conosce con esattezza la resistenza limite di un materiale da costruzione, il calcolo di una struttura che ne preveda l’utilizzo viene condotto adottando valori ammissibili cautelativi, no?
Quella misera promessa
Raffaele Carcano, Ultimissime di oggi, Perché è necessario essere presenti in piazza Farnese, domani:
La manifestazione che si svolgerà domani pomeriggio a Roma, in piazza Farnese, cade in un momento per nulla favorevole al riconoscimento delle unioni civili. Vi sono, infatti, almeno tre motivi di forte preoccupazione.
Innanzitutto, il governo sembra aver deciso di buttare a mare il suo stesso disegno di legge. Non dimentichiamo che Prodi si dimise proprio il giorno in cui doveva cominciare a discutere del progetto al Senato: e non dimentichiamo che i dodici punti del successivo accordo non contemplano alcun impegno in proposito da parte del governo. La stessa misera promessa contenuta nel programma elettorale dell’Unione sembra ora giudicata troppo impegnativa da una maggioranza palesemente in balia del voto determinante dei teodem.
Inoltre, il Vaticano ha già allarmato le sue truppe per organizzare un “Family Day” che, nelle intenzioni delle gerarchie ecclesiastiche, dovrebbe affossare definitivamente il provvedimento sotto la spinta di una fortissima partecipazione di piazza.
Infine, l’assenza di una forte associazione laica che abbia nei pacs il proprio unico obiettivo finisce per far gravare tutto il peso della campagna sulle spalle dell’associazionismo omosessuale, creando il rischio che l’opinione pubblica non la percepisca come una battaglia di laicità, ma come la mera rivendicazione di interessi di parte. E se questo avvenisse, anche il consenso che un provvedimento sulle unioni civili sembra raccogliere nel paese scemerebbe molto in fretta.
Per questo motivo è indispensabile che tutti i cittadini e le cittadine italiane che hanno a cuore le sorti della laicità siano presenti domani a Roma. Solo una massiccia partecipazione riuscirà a convincere una classe politica troppo poco europea a superare le proprie timidezze, chiarendo nel contempo alla Conferenza Episcopale Italiana che il sostegno ai pacs è diffuso nel paese. E solo una partecipazione ampia e articolata farà capire all’opinione pubblica che il riconoscimento dei diritti delle unioni civili è un provvedimento dovuto, che riguarda tutti. Un provvedimento all’insegna della laicità dello Stato, supremo principio costituzionale. Anche se molti (troppi) fanno finta di dimenticarsene.
Postato da Chiara Lalli alle 16:58 1 commenti
Etichette: Laicità dello Stato, Pacs, Raffaele Carcano
Il Portogallo verso la legalizzazione dell’aborto
Portogallo verso il sì all’aborto dopo voto in Parlamento, Reuters Italia, 9 marzo 2007:
Il Parlamento portoghese ha approvato ieri sera a maggioranza una legge che legalizza l’aborto.
La via parlamentare per consentire l’aborto durante le prime 10 settimane di gravidanza è stata intrapresa dopo il fallimento di un referendum per mancanza di quorum, sebbene la maggioranza di coloro che andarono a votare si era espressa a favore dell’abrogazione del divieto.
La legge deve ora essere promulgata dal presidente Portogallo Anibal Cavaco Silva.
Una volta che la legge sarà entrata in vigore, il Portogallo, paese dalla radicata tradizione cattolica, entrerà a far parte della maggior parte dei paesi dell’Ue che consente l’aborto, ad eccezione di Malta, Irlanda e Polonia.
Tantum potuit religio...
«Stakes are raised in the battle to beat polio», New Scientist, n. 2594, 8 marzo 2007, p. 6:
Violence and misinformation are threatening the World Health Organization’s efforts to eradicate polio. Last month Abdul Ghani Khan, a senior Pakistani doctor, was killed by a remote-controlled bomb shortly after urging villagers to vaccinate their children. In Pakistan, Afghanistan and among Muslim communities in India, some local clerics have denounced vaccination as a pro-western plot to sterilise Muslims. The same rumours stopped vaccination in northern Nigeria in 2003, causing an international surge in polio cases.
In Pakistan, some clerics who command a loyal local following have even declared that preventing epidemics is contrary to Islamic law, and have described people infected with polio as “martyrs”. In response, senior Muslims in Pakistan have issued pro-vaccination fatwa decrees. Some mothers are reportedly getting children vaccinated secretly for fear of local reprisals.
Meeting in Geneva last week, the WHO and the four countries where polio is still circulating – India, Pakistan, Afghanistan and Nigeria – renewed their pledge to eradicate the disease. This will cost a projected $575 million, on top of the $5.3 billion already spent worldwide on eradicating polio (New Scientist, 27 January, p. 3).
“We are facing our best and perhaps our last chance to eradicate polio,” new WHO director-general Margaret Chan told the meeting. The meeting set no target for eradication, however – two previous deadlines, in 2000 and 2005, have been missed.
giovedì 8 marzo 2007
Ma il girino non è già una rana!
Massimo Zambelli risponde al mio post L’interruttore della vita con Eppur c’è notte.
A mia volta rispondo, almeno su alcuni punti fondamentali.
Una prima risposta mi fa dire che se non è possibile stabilire con l’ausilio di metodiche scientifiche l’inizio della vita umana, allora occorrerà affidarci alla convenzionalità di una decisione, presa, si spera, democraticamente. E quindi, se nel nostro Stato si è deciso che la vita umana comincia con la fecondazione, cioè con l’ingresso del gamete maschile nell’ovulo, tale è la verità da accettare. Punto, non si discute. La decisione è stata presa. La legge 40 ha definito il concepito un soggetto. Il referendum che voleva dimostrare che il popolo non era d’accordo ha fallito. Era un bluff. Il popolo non era lì frebbicitante a voler far cadere l’Orribile e Oscura Legge. Le pretese masse che avrebbero stabilito una nuova e legittima convenzionalità non si sono trovate. Erano latitanti. I sondaggi che strombazzavano i dati del 60% di adesione di favorevoli a eliminare la legge 40 si sono rivelati falsini. Secondo le regole democratiche (si sarà in grado di accettarle sempre?) la scelta è compiuta. Il resto sono chiacchiere da perdigiorno.La prima mia obiezione riguarda il modo di prendere una decisione. Non concordo sul fatto che il modo giusto sia quello democratico. Mi spiego: se ci fosse un plebiscito a sostegno del creazionismo (o della schiavitù o di quello che vi pare) saremmo disposti a sostenere che il creazionismo è una ipotesi più convincente dell’evoluzionismo? Io dico di no. Questo non significa che le persone non possano legittimamente credere nel creazionismo (ma la legittimità di una credenza non attribuisce necessariamente forza alla credenza in questione).
La forza di una argomentazione sta altrove. In estrema sintesi: nella sua coerenza interna, nel fare riferimento a informazioni corrette e nel non fare salti logici illegittimi.
Rispetto alla validità del referendum sulla Legge 40 ci siamo già espressi (quel famoso 75%).
Però qui si inizia a contestare e ad autocontraddirsi: la scelta è sbagliata, si dice, e il concepito non è un essere umano. Ma come lo si dice e in base a quale ragionamento? Affermando che non si può stabilire quando inizia una vita umana. C’è una gradualità che rende indefinibile il confine di un prima e un dopo. Ma, ripeto, se non esistesse accertabilità scientifica allora tutto è convenzionale, e se tutto è convenzionale si deve accettare quello che è stato deciso. Si può obiettare solo a partire da una pretesa veritativa. Si può dire che il concepito non è ancora (ma allora quando? Si saprà dirlo senza gradualismi?) un essere umano solo sapendo quando lo è e quando lo diventa. Quindi i contestatori, se continuano a polemizzare nonostante la decisione presa, pretendono di sapere quando inizia la vita umana. Peccato che solo loro vogliono saperlo e che impongono agli altri di non poterlo sapere.Io non ho mai detto che il concepito non sia un essere umano. Bensì, che non è una persona. E ho aggiunto che persona è un concetto filosofico. Convenzionale, certo, ma sostenuto da alcuni argomenti che mi sembra superfluo ribadire (il blog ne è pieno zeppo). La “pretesa”, pertanto, riguarderebbe i criteri per l’esistenza di una persona (ripeto, non di un essere umano).
Il sistema biologico di un nuovo individuo ha nella fecondazione e nella graduale fusione dei gameti il suo inizio accertabile biologicamente. Pensa la Lalli che se si spostasse alle prime trentadue ore di vita dell’Ootide (neologismo per dire l’inizio dell’embrione) cambierebbe qualcosa per la possibilità di manipolarlo? Proprio la gradualità, che si può intendere anche come continuità, dimostra che non vi sono salti tra stadi di sviluppo. La diagnosi preimpianto, che oggi è solo selezione eugenetica e che a testare la “conformità” dell’embrione alle primissime fasi del suo sviluppo, testimonia che siamo in presenza di un soggetto umano. Se non ci fosse infatti continuità tra il soggetto adulto e il soggetto nei primi momenti del suo crescere, non avrebbe senso testarne la salute. Scarto oggi l’embrione con alcune caratteristiche non gradite perché quello che è oggi si svilupperà immancabilmente nel tempo. È lo stesso individuo. Gradualmente e quindi con continuità manifesterà quello che oggi è presente in modo latente. La gradualità tra l’embrione e il bambino o il ragazzo o l’adulto, indica la presenza dello stesso soggetto. Ad usare l’argomento della gradualità per relativizzare la possibilità di decidere e per imporre arbitrariamente la propria decisione, pone anche dei lievi disguidi ontologici, quali ad esempio l’impossibilità di definire l’essere umano rispetto a uno scimpanzé o a un altro animale: in fondo la vita è talmente graduale che non si possono distinguere. Con queste idee il razzismo era acqua di colonia rispetto a quello che se ne può dedurre.La gradualità non ci permette di attribuire oggi diritti a X in nome di quello che sarà domani (pur nella continuità dello sviluppo). Altrimenti saremmo autorizzati ad anticipare il diritto di voto ad un bambino di 4 anni perché tra 14 sarà maggiorenne (è una analogia, questa, che mira a evidenziare che il fatto che vi sia gradualità non basta a cancellare le distinzioni esistenti). Quanto al confine tra specie siamo d’accordo. Ma questa realtà mina lo specismo e il razzismo, non li fonda. L’inesistenza di “salti” tra specie e tra fasi (non-persona/persona) non esclude le distinzioni, ma le rende difficoltose e ci pone di fronte a vaste aree chiaroscurali (il girino che diventa una rana; la crisalide che diventa farfalla: tuttavia non possiamo sostenere che il girino sia già rana, e la crisalide sia già farfalla. O che la rana sia già principe prima del bacio! Ma quella era una magia...). Quanto all’ootide ho detto altrove quello che penso (una breve sintesi qui; la versione lunga qui).
Verissimo che il concetto di persona è filosofico e non biologico. Ma la capacità di scoprire la verità mediante ragionamento filosofico è ben superiore alla lettura dei dati offerti da tutte le scienze empiriche. C’è sempre un ragionamento dietro a una teoria. I puri dati senza la filosofia e il ragionamento sono lettera morta. Ciò detto, è proprio il ragionamento a stabilire l’unitarietà di uomo e persona. Separare Dire uomo riferito alla dimensione corporea dell’individuo, e persona per indicare certe condizioni psichiche significa tranciare l’unità psico-pneumo-corporea e discriminare inevitabilmente tra chi è uomo ma non persona da chi lo è. Per persona si intendono chi è dotato di qualità come l’autodeterminazione e l’autocoscienza. Ci si rende conto che così facendo si escludono bambini, pazzi, distratti e dormienti? Se si è persona quando l’autocoscienza-determinazione è in atto ci si accorgerà che si sarà persona per particelle di tempo all’interno di un intera esistenza. Chi dorme o è distratto non è persona. Ma lo diventa appena si sveglia o appena si rende conto di sé, si obietta. Anche l’embrione lo diventa, basta aspettare il suo tempo di sviluppo. L’essere umano è persona in quanto essere umano. È la peculiarità della sua natura ad avere la qualità personale. Perciò, appena siamo in presenza di un individuo della specie uomo lì c’è persona. Dove c’è uomo c’è persona, non viceversa. «La persona è una sostanza individuale di natura razionale», dice Boezio. Di natura razionale. Per natura siamo persone. Dove appare un individuo della specie umana c’è una persona. Altrimenti regna l’arbitrio delle attribuzioni e delle negazioni di questo attributo naturale.Non vorrei rispondere elencando (per contrastare Boezio) i tanti che sostengono la distinzione tra essere umano e persona (gli argomenti per autorità non mi convincono molto). La presenza dell’autocoscienza come requisito personale funziona anche per i dormienti i pazzi etc. (ci tornerò).
La condizione necessaria ma non sufficiente per rilevare la presenza di una pur primitiva coscienza e autocoscienza è costituita dalla presenza e dal funzionamento del sistema nervoso centrale: inesistente nelle prime fasi dello sviluppo embrionale e negli individui morti cerebralmente (perché distrutto). Se si vuole chiamare arbitrio la gradualità della formazione del sistema nervoso (e quindi l’emergenza della persona) si chiami pure arbitrio. Basta intendersi su quello che si vuole denotare.
Ciò che vale per l’inizio vale anche per la fine. Non è la fine di certe caratteristiche a far finire la persona. Ma la sua morte. Finché c’è vita umana c’è persona. Con la morte cerebrale c’è la fine dell’unità sistemica della vita di un individuo umano e perciò della sua persona. Affermare che «l’omicidio riguarda le persone e non gli esseri umani» è totalmente irrazionale e arbitrario. Oltre che terribilmente pericoloso. Se chi dorme non è persona in atto (lo sarà , certo, al risveglio, ma intanto non lo è!) allora uccidere un dormiente non è reato, perché si sarebbe ucciso “solo un uomo” e non una persona... È l’uso degli stessi termini a tradire l’illogicità: “omicidio” è letteralmente uccisione dell’uomo, non della persona; in questo caso si dovrebbe dire persocidio.A questo ho già risposto. Con la morte cerebrale c’è la morte dell’organo (cervello) ritenuto caratteristica fondamentale: quando si espiantano gli organi non lo si fa da un morto, ma da un essere umano (da un corpo) che ha perduto quanto lo rendeva anche persona. (Personicidio andrebbe meglio di persocidio, ma i motivi per i quali si usa omicidio sono lunghi e al momento per me inelencabili.)
Quanto all’espianto di organi, spero che i medici amici dell’ideologia di Bioetiche aspettino la morte del paziente prima di procedere all’espianto. Perchè anche mentre si è sotto anestesia non si è persona in atto, non si ha auto-coscienza-determinazione. Non essendoci più persona potrebbero pensare che di far cosa gradita alla lista dei malati “svegli” razzolare quel che serve. Quando sopravviene la morte cerebrale si pone fine allo sviluppo dell’individuo (uomo, persona), punto che chiamiamo morte, perciò l’espianto è legittimo. O forse, anche la morte ha una gradualità tale da risultare impossibile definirne l’arrivo, con qualche problema in più per l’anagrafe e per il sistema previdenziale che terrà in sospeso l’erogazione delle pensioni fino a data da destinarsi.I medici aspettano la morte cerebrale. Non mi soffermo a commentare scenari terrifici che non mi appartengono e che non sono una inferenza corretta delle mie affermazioni. Credo che sarebbe più corretto dire che Bioetiche (che poi sono io e Giuseppe Regalzi e non un impersonale blog) propone idee non condivisibili, esagerate etc. etc.; ma non ideologia. Ideologia proprio no.
Quando la gradualità non è sinonimo di continuità dell’unità psico-pneumo-somatica diventa l’alibi per il comodo crepuscolo permanente. Cioè potere non decidere per avere mani libere. Con una consistente contraddizione logica. Se la gradualità posta all’inizio sposta sempre in avanti l’inizio della persona, allora la stessa gradualità posta alla fine impedisce di stabilire quando finisce una persona (lasciando perdere quando la persona sia poi, finalmente, iniziata). Non si dovrebbe mai fare espianti o eutanasia di persone in coma, perché come la vita anche la morte non ha un confine precisabile. Un eterno crepuscolo. Eppure, a ben guardare, ci sono dei vivi e dei morti. C’è il giorno e c’è la notte.L’analogia tra inizio e fine vita è corretta finché siamo in presenza di un processo di distruzione del cervello. Quando però la distruzione è compiuta, la persona non c’è più. Il fatto che il giorno muti gradualmente nella notte non annulla di certo la differenza tra il giorno e la notte. Ho mai sostenuto questo? Il crepuscolo è la zona di incertezza. Non si può però nemmeno sostenere (come fa Zambelli) che la notte sia già il giorno e viceversa (lo sostiene per essere umano e persona, ma vale per gli altri esempi).
In chiusura ci tengo a rivelare come la penso sul rapporto mente-cervello, che Zambelli rende triadico come psico-pneumo-soma. Esistono 2 sostanze o realtà (e non 3 come suggerisce Zambelli): una è quella materiale del cervello; l’altra è quella della mente (pur sempre materiale; ma qui ci addentriamo in problemi di filosofia della mente che andrebbero fuori tema...).
Aggiornamento: Ivo Silvestro interviene in questo scambio analizzando alcuni passaggi rilevanti di Zambelli. Di questo lo ringrazio, io avevo tralasciato qua e là...
Scienza e filosofia: siamo uomini o persone?
Guerra santa nel Mar della Plata
Silvina Darmandrail ha 14 anni. È stata violentata dal patrigno ed è rimasta incinta. A rendere ancora più drammatica la vicenda è il fatto che la ragazzina vive in Argentina, ove l’aborto è permesso soltanto quando la salute della madre è in grave pericolo o quando il concepimento è una conseguenza di uno stupro di una disabile. Pur rientrando nella prima eccezione, gli antiabortisti si sono infuocati e lo stesso procuratore distrettuale Raúl Fernández Girello ha invocato i diritti del nascituro e si è dichiarato rappresentante del “niño por nacer”. Voltandosi dall’altra parte di fronte ai diritti di una bambina, di una persona esistente, in nome di una idea difficile da sostenere e foriera di drammatiche conseguenze: che il concepito sia una persona.
Il caso di Silvina ha riacceso una vera e propria “guerra santa nel Mar della Plata”, come qualche giorno fa ha titolato Página/12 raccontando delle intimidazioni ricevute da quanti erano dalla parte di Silvina e della sua volontà di abortire.
Una guerra miope rispetto alle morti provocate dagli aborti clandestini (la seconda causa di morte per le donne in età fertile), per la discriminazione economica (le donne che non possono abortire all’estero ma ricorrono a ferri da calza o rimedi simili), alla necessità di una informazione sessuale e contraccettiva. Miope rispetto a tutto tranne che all’attribuzione dei diritti fondamentali all’embrione e alla difesa dello statuto di persona a partire dal concepimento: uno spermatozoo più un ovocita. Intanto Silvina ha abortito spontaneamente; ma non si può certo dire che il problema sia risolto.
(Approfondimenti da Página/12:
Una ley para reglamentar los abortos no punibles, 6 marzo 2007;
“Toda mujer violada tiene derecho al aborto”, 5 marzo 2007;
“No podemos condicionarle su vida”, 27 febbraio 2007.)
L’homus novus
Luca Volontè («I pavidi vanno incontro a una lenta agonia», Libero, 7 marzo 2007, p. 4):
Senza vergogna, l’opera di decustruzione [sic] dei principi antroplogici [sic] del nostro mondo e di sostituirli [?] con la costruzione artificiale di un homus [!] libertario e schiavo dei consumi, ci sta portando all’eliminazione pubblica del sentimento di vergogna, alla palese irresponsabilità.Homus? Non credo che sia un errore per humus (che cosa diavolo sarebbe un humus schiavo dei consumi?), quindi temo proprio che questo sia il modo in cui Volontè pensa si debba scrivere homo...
La strada che ci sta davanti
Peter Pesti ha da poco pubblicato «Detailed Roadmap of the 21st Century», una raccolta degli sviluppi e degli avvenimenti previsti da varie fonti per il XXI secolo. Con il passare degli anni le predizioni che si riveleranno corrette saranno segnate in verde, e quelle fallite in rosso (si parte subito male, con lo HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio).
Le previsioni sono di varia natura; per esempio, le due registrate per il 2041 sono:
- Britney Spears compie 60 anni.
- Il Prodotto Interno Lordo della Cina supera quello degli Usa.
- There is a strong trend toward a merger of human thinking with the world of machine intelligence that the human species initially created.
- There is no longer any clear distinction between humans and computers.
- Most conscious entities do not have a permanent physical presence.
- Machine-based intelligences derived from extended models of human intelligence claim to be human, although their brains are not based on carbon-based cellular processes, but rather electronic and photonic equivalents. Most of these intelligences are not tied to a specific computational processing unit. The number of software-based humans vastly exceeds those still using native neuron-cell-based computation.
- Even among those human intelligences still using carbon-based neurons, there is ubiquitous use of neural-implant technology, which provides enormous augmentation of human perceptual and cognitive abilities. Humans who do not utilize such implants are unable to meaningfully participate in dialogues with those who do.
- Because most information is published using standard assimilated knowledge protocols, information can be instantly understood. The goal of education, and of intelligent beings, is discovering new knowledge to learn.
- Femtoengineering (engineering at the scale of femtometers or one thousandth of a trillionth of a meter) proposals are controversial.
- Life expectancy is no longer a viable term in relation to intelligent beings.
mercoledì 7 marzo 2007
Non basterà, ma fa piacere leggere
Anna Meldolesi, Gay portatori di fecondità, Il Riformista, 7 marzo 2007:
Non basterà per convincere Paola Binetti e gli altri paladini della famiglia tradizionale. Ma secondo la biologia evoluzionistica i gay potrebbero avere una marcia in più e sarebbe ora di rendergliene pubblicamente merito. Se non avessero delle doti nascoste, infatti, i geni che predispongono all’amore omosex sarebbero stati spazzati via dalla selezione naturale da un bel pezzo. Si tratta di un paradosso assai noto, che recita più o meno così: com’è possibile che l’omosessualità continui a esistere generazione dopo generazione, se gli omosessuali sono per definizione meno interessati a procreare?
Ci scuseranno le lesbiche, ma la letteratura scientifica maschile è più ricca e lo spazio a disposizione è troppo breve per inquadrare in prospettiva saffica le possibili risposte al paradosso. La prima nasce da una ricerca italiana. Camperio Ciani ha scoperto che le donne imparentate con uomini gay spesso hanno abbondante prole e questo compenserebbe il basso numero di figli di questi ultimi. Gli stessi geni, insomma, potrebbero essere implicati nell’omosessualità maschile e nell’iperfecondità femminile. La benedizione delle famiglie numerose e il peccato omosex, dunque, sarebbero geneticamente inestricabili. Ma è stato ipotizzato anche un altro meccanismo. I geni gay si sarebbero conservati nel corso dell’evoluzione perché quando sono in singola copia conferiscono un vantaggio riproduttivo. In breve un maschio con due copie sarebbe omosessuale, mentre chi ne ha una sola sarebbe uno sciupafemmine, magari capace di produrre spermatozoi super rispetto a chi non ha neppure una copia. Recentemente Mara Carfagna ha detto che i gay sono «costituzionalmente sterili», chissà che effetto le farà l’idea dei geni iperfecondi. Resta l’ultima ipotesi, quella secondo cui un gay può aiutare la diffusione dei propri geni sostenendo e accudendo i propri familiari etero, che condividono con lui almeno parte del genoma. I gay, insomma, presterebbero una sorta di assistenza sociale a vantaggio della famiglia tradizionale. E in questo senso potrebbero persino rientrare nel dodecalogo di Prodi. Lo scorso dicembre una coppia di biologi evoluzionisti e matematici americani ha provato a modellizzare le tre ipotesi arrivando alla conclusione che, in teoria, le varianti omosex potrebbero addirittura invadere il pool genico di una popolazione. Visti i tempi che corrono, però, è meglio che non si sappia troppo in giro.
Postato da Chiara Lalli alle 22:32 2 commenti
Etichette: Anna Meldolesi, Diritti degli omosessuali, Omofobia
Continuiamo così, facciamoci del male...
L’Antipatico, 7 marzo 2007.
TEMA: Omosessuali sono malati oppure no?
Gay si nasce, per alterazione cromosomica, oppure si diventa (per vizio, ho la tentazione di aggiungere)?
La voce di Maurizio Belpietro come sottofondo: … Percorso di preghiera e psicoanalisi: molti si sono iscritti e anche guariti! (Complice il servizio che sta per partire sul caso di un ragazzo, oggi 42enne, convertito alla “normalità”).
Un ragazzo che per 10 anni è stato omosessuale e poi “si è fatto curare”.
“Andavo nelle discoteche e incontravo tanti uomini” (io mi chiedo tra me e me: è caratteristica propria dell’essere omosessuale? Tutti gli omosessuali vivono così? Suvvia!).
“Mi sono riavvicinato alla preghiera. Ho frequentato gruppi”.
“Ho il desiderio di avere una famiglia” (ancora io mi domando: è escluso dall’essere omosessuale il desiderio di avere un compagno e dei figli?).
Alessandro Cecchi Paone: “Non esistendo una malattia non esiste una cura”.
Dr. Giancarlo Ricci, rappresentante della cura antigay.
A domanda di Belpietro “Quanti hanno deciso di diventare eterosessuali?”, risponde: “È difficile fare una statistica” (vabbeh, almeno qualche numero, dacci i numeri. Almeno un caso, raccontaci un caso!).
Cecchi Paone: “L’orientamento può cambiare, non c’entra con la malattia e con la presunta terapia”.
(testimonianza)
a domanda “Come definiresti l’omosessualità?”, risponde: “Un disagio, una ferita che uno ha ricevuto, e con la sua sensibilità e personalità ha tradotto in omosessualità”. (Sarà il suo caso, ma perché scivolare nella definizione universale?).
E di fronte alle proteste degli omosessuali di fronte a questo scenario aggiunge: “Come si permettono di discriminare chi ne vuole uscire?” (Nessuno, il punto non è discriminare o impedire a chi vuole di “uscirne”, ma sostenere che si esce da una patologia, da una malattia. Ecco quel è il punto).
E ancora: “La famiglia è importante come modello di uomo e di donna” (e io ancora: secondo te, è il tuo modello. Va bene, ma deve essere per tutti così?).
A domanda “Com’è il percorso riparativo, un misto di preghiere e terapia?”, Ricci risponde: “La pratica psicanalitica è diversa dalla preghiera” (io: menomale, almeno questo).
“Lavoro soggettivo …” (io: che significa “lavoro soggettivo”?).
(La voce di Cecchi Paone: “A forza di preghiera non succede niente!”, io: grazie!).
Intanto Ricci prosegue: “Una lacerazione implicata dall’omosessualità, ecco cosa curo” (io: lacerazione che non è implicata dall’omosessualità, uno può essere lacerato pure se è eterosessuale, asessuato o confuso).
Intanto Ricci (su richiesta di Cecchi Paone) dice di appartenere alla scuola freudiana.
Cecchi Paone ricorda che in tutto il mondo le scuole di psichiatria e di psicoterapia escludono che l’omosessualità sia una patologia e che, quindi, si possa curare (sarebbe abuso di terapia medica!).
Ricci: “Ricordo un elemento storico, come è stata derubricata dal DSM IV nel 1973, ovvero con votazione in un particolare modo dove esponenti dell’APA hanno detto che motivi legati alla situazione sociale avevano votato per la cancellazione. (E un’eco: “Dunque sono state le lobby gay che hanno fatto derubricate l’omosessualità??)
E in chiusura Cecchi Paone: “Attenti, pazienti, a questo medico perché vi rovina!” (io: com’è che si dice, non gliel’ha mandata a di’!).
E aggiunge: “Allora i 50.000 di sabato (Diritti ora!) sono pazzi e malati!”.
Ricci: “Mi meraviglio del riferimento politico. L’omosessualità è un disagio. (io: non era una malattia??) Per coloro che ritengono sia una condizione dolorosa soggettiva si può curare...”.
(Perdonate lo stentato italiano, devo imparare a stenografare...).
Postato da Chiara Lalli alle 20:27 0 commenti
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All’ultimo pedipalp
Ieri sul New Scientist è stata riportata una ipotesi esplicativa di un comportamento aracnoide molto interessante.
‘Chastity belts’ block rival sperm in female spiders.
Some male spiders up-and-leave right after sex for good reason – they risk being eaten by their female partners if they linger too long. In the process of making a swift exit, many leave part of their genitalia inside their mates.Ripensando a recenti dichiarazioni, non ho potuto fare a meno di chiedermi se il binettiano cilicio possa avere questa funzione, e soprattutto chi ha perso il proprio pedipalp...
Now a new study reveals that detaching part of the genital organ is not a means to help the male escape a murderous attack. Instead, the abandoned genitals act as “chastity belts” and block the entry of sperm from competitors into the female.
Gabriele Uhl at the University of Bonn, Germany, and colleagues watched wasp spiders (Argiope bruennichi) mate. During the act, a male must insert one of its two sperm-carrying organs, known as pedipalps, into the female’s genital openings. After delivering the sperm, the tip of the pedipalp becomes stuck inside the female, forming a plug in her reproductive tract.
To find out if leaving behind part of the pedipalp helped the males escape death, researchers compared the damage to this organ during first-time sexual encounters with damage sustained in subsequent encounters.
(Fotocomposizione di Alessandro Capriccioli.)
«I gay? Sono malati, noi possiamo guarirli»
Così titola un pezzo su Il Giornale di oggi (quello che penso è nella foto; del pezzo e del protagonista, questo meschino mascherato da esperto).
Da Lotta continua e Radio Maria, da Berlinguer a Ruini, dal «vietato obbedire» alla difesa dell’embrione e ai seminari per convertire i gay alla «retta vita» della coppia tradizionale, eterosessuale. La parabola di Paolo Sorbi, sociologo, ex sessantottino, formatosi nella celebre facoltà di Trento, insieme a Renato Curcio e Mara Cagol, è un’ellissi che porta dal rosso del Pci al porpora della Cei. Ma per lui invece è una linea retta, perchè «i papa-boys sono i nuovi sessantottini», dice. Sorbi da anni dirige la sezione lombarda del Movimento per la vita, l’associazione che promuove il «family day» contro i Dico. E sostiene i volontari dell’associazione che si occupano di «guarire» gli omosessuali (delle conversioni dei gay si occuperà stasera L’Antipatico di Maurizio Belpietro su Rete 4, con la testimonianza di un ex omosessuale).
«Alcuni nostri militanti curano un corso per reimpostare la vita di gay, credenti o no, che vogliono uscire dalla omosessualità, perché la vivono come un problema. È importante far sapere che dall’omosessualità si può uscire». Sorbi ne parla come di una malattia psichica, di una devianza come l’alcolismo o la tossicodipendenza, sfidando un’ovvia accusa di discriminazione verso i gay («razzismo» direbbe Franco Grillini). «Queste iniziative sono positive perché vanno a colpire l’egemonia della cultura radicale oggi maggioritaria in Italia. L’omosessualità è presentata come un valore. Noi puntiamo invece a distruggere questa egemonia, questo fronte anticristiano e antirazionale ormai dominante». La retta vita, nella dottrina di Living Waters, il movimento cristiano internazionale fondato dal discusso psicoanalista americano Joseph Nicolosi, non si presenta infatti come un’emanazione della fede, ma come disciplina sorretta da solide basi scientifiche. In Europa sono centinaia gli omosessuali che si rivolgono ai discepoli di Nicolosi per tornare (o diventare) etero.
In Italia, dove non c’è una sezione di Living Waters, questi corsi (di solito collettivi) sono organizzati da associazioni cattoliche come Movimento per la vita. «La scienza è dalla nostra parte», dice Sorbi. Ed eccoci alla questione: gli omosessuali sono degli anormali? «Nella loro sessualità c’è un intreccio tra una scelta filosofica del vizio e i problemi di trauma infantile. Ci sono molti omosessuali felici. Ma c’è un’omosessualità vissuta in modo drammatico. Pasolini ne è l’esempio emblematico». Sorbi ricorda le discussioni con lo scrittore, quando – militare a Napoli – lo fece entrare di nascosto al Distretto. «Ho passato la notte nel cesso della caserma a discutere di omosessualità con lui. Era travagliatissimo e distrutto moralmente per la propria condizione. Cercava disperatamente la fede. E quanti ce sono come lui. Certamente meno famosi e non in grado di chiedere aiuto apertamente».
Per questo il presidente del Movimento ambrosiano per la vita nega che l’opera per la conversione dei gay sia una battaglia di retroguardia. «La nostra è invece una battaglia progressista. La società è minata da questa quinta colonna del relativismo nichilista di cui gli omosessuali sono un potere da rovesciare. Bisogna reagire al narcisismo gay». Le basi scientifiche? «Sono di carattere genetico relazionale. Nell’uomo c’è un mix di genetica ed esperienza. Nei primi anni della vita il bambino può subire dei traumi, determinati dalla condizione familiare o ambientale, traumi di cui nessuno ha colpa. È lì che si forma una potenziale devianza omosessuale. Ma i traumi possono essere assolutamente superati attraverso una pratica di autocomprensione».
L’Arcigay evocherebbe il Terzo reich. «È il contrario invece. È l’Arcigay che cade in una trappola autorazzista. Se ci fosse un nuovo fascismo loro sarebbero le prime vittime perché si pensano come una terza razza, un terzo sesso. Anche i nazisti consideravano i gay un terzo sesso. Invece la verità è che un terzo sesso non esiste».
Fratel coniglietto
Dal Calendario di Ernesto Galli Della Loggia di oggi, Il Corriere della Sera:
Che paura di morire devono avere i Verdi! Lo dico perché solo così si spiega come mai, pur dopo giorni e giorni da che si è saputo che l’Inghilterra si appresta ad autorizzare l’inserimento di Dna umano entro ovuli animali (naturalmente per la nostra salute, come no! ci mancherebbe altro) nessuno di loro, ma proprio nessuno mi pare, ha trovato modo di levare la minima protesta, la minima rampogna. Ma come? Per l’uso in agricoltura degli organismi geneticamente modificati parole di fuoco, appassionate invocazioni al principio di precauzione, pressioni (coronate da successo) perché l’Europa li mettesse al bando; e invece per le modifiche riguardanti materiale genetico umano, niente? Per un seme di pisello manipolato una canizza d’inferno e apocalissi alle porte, e invece per la prospettiva di un bell’embrione umano con dentro un pizzico di coniglietto silenzio di tomba? Come si spiega? Qualcuno ce lo vuol dire?Forse Galli Della Loggia ha sbattuto la fronte sulla assurdità della protesta senza rendersene conto.
Certo, per lui che è convinto che tra 9 mesi nasceranno uomini-conigli e donne-lupo non c’è nulla di strano nemmeno nell’alzare una canizza sugli ogm. Scandalo: per il cibo di Frankestein il bando, per gli ibridi il passaporto!
Anche sforzandosi di restare nel suo panorama di significato (ogm e embrioni-conigli altrettanto pericolosi; sui primi si scatena il putiferio, sui secondi il silenzio) non v’è alcuna contraddittorietà: essendo spesso le proteste verso le biotecnologie irrazionali, irrazionalità vuole che si protesti senza troppa attenzione (che significa anche che dopo avere gridato “al lupo! al lupo!” si apre la porta a quello vero).
Dimenticavo: la paura di morire divorati dal coniglietto ogm?
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martedì 6 marzo 2007
L’interruttore della vita
Lo so benissimo e per dirla con le parole di mia nonna: “Te le cerchi!”.
Vero, è quasi irresistibile. Oggi trovo questa lettera di Eraldo Ciangherotti, Presidente Centro Aiuto Vita ingauno, Vicepresidente Movimento per la Vita Liguria, Il Centro Aiuto Vita ingauno risponde alle dichiarazioni del comitato “Usciamo dal silenzio”, Il Vostro Giornale, 5 marzo 2007.
Lascio a lui l’onere di raccontarcene il pretesto.
Leggiamo con stupore le “scontate” considerazioni che il neo comitato “Usciamo dal silenzio” di Albenga ha proposto in un articolo del periodico locale “Ponente”, in merito alla Tavola rotonda del 04/02/2007 organizzata dal Centro Aiuto Vita Ingauno dal titolo: “La legge n°194/78 sulla tutela della maternità e sull’aborto: storia, applicazioni e limiti” con ospite relatore il Senatore Rocco Bottiglione. Stupore non tanto per la sostanza delle dichiarazioni, peraltro già da quaranta anni trite e ritrite di un esasperato femminismo codificato nel DNA di un simile Comitato, quanto invece per i tempi ritardati con cui arriva la sua controrisposta.Per scivolare nel cuore del problema. È abbastanza evidente che la scelta lessicale di bambino non ancora nato rispecchi una posizione concettuale che identifica l’essere umano con la persona e che riecheggia una scelta analoga statunitense: unborn child, sostenuta (loro sono più avanzati di noi) da una legge federale che si chiama Unborn Victims of Violence Act (ove le unborn victims sono gli embrioni, non soltanto quelli aggrediti dalle interruzioni di gravidanza volontarie).
Noi del Centro di Aiuto alla Vita ingauno siamo decisamente “per la vita del bambino non ancora nato insieme alla madre” e non contro la madre e contestiamo la Legge 194/78, che ci auguriamo subisca presto una reale modifica, semplicemente perché, con l’apparente intenzione di eliminare la clandestinità onerosa degli aborti, ha istituito la legalità dell’interruzione volontaria della gravidanza con una troppo facile procedura che spesso si limita ad un certificato medico rilasciato alla madre dopo una settimana di possibile “ripensamento”, e tutto questo per garantire alla donna la libera scelta di essere madre a discapito però di un bimbo non ancora nato e soprattutto indifeso. A questo Comitato appena nato, che esce dal silenzio a scoppio ritardato, desideriamo ricordare che la biologia dimostra senza dubbi come la vita di un nuovo essere umano abbia inizio con la fusione dei gameti maschile e femminile, rispettivamente prodotti dal padre e dalla madre, e che dal momento del concepimento l’embrione umano si sviluppa mediante un processo di crescita coordinato, continuo e graduale. Il Comitato “Usciamo dal silenzio”, insieme ai Radicali italiani, all’Associazione Luca Coscione e a quanti sostengono l’aborto come un vero trionfo della donna, chiama “conquista civile” la triste soglia di aborti che annualmente procede al ritmo di 130.000 aborti procurati e che solo in Albenga ha raggiunto i circa 200 aborti solo nell’anno 2005.Noi desideriamo ricordare in risposta che il fatto che manipolare concetti quali la vita biologica richieda una qualche cautela, spesso coincidente con una elementare informazione. Parlare di inizio della vita è abbastanza insensato (non esiste, nella vita biologica, un inizio così evidente come invece nel caso della creazione). La fusione dei gameti, come ogni processo biologico, è graduale. Sfido io chiunque a indicarmi dove (l’esatto momento in cui) il giorno sfuma nella notte. Stesso problema per la fusione dei gameti: un processo, nessun interruttore (off: non vita, on: vita). Anche se si riuscisse ad aggirare questo ostacolo, ce ne troviamo davanti un altro: la differenza tra vita biologica e vita personale e l’impossibilità di affidarsi alla biologia per dirimere la questione (filosofica, ahimè).
Non mi piace parlare a nome di qualcun altro, ma suggerirei al Ciangherotti di non liquidare in blocco il giudizio sulla legge 194 come il trionfo della donna (che si diverte a abortire con tanto di coccarde e festicciole più o meno improvvisate). La conquista civile assumerebbe altri connotati se il Ciangherotti fosse informato sui numeri delle morti e delle complicazioni implicate dalla clandestinità (forse gli verrebbero i brividi nel sapere cosa succede nei Paesi in cui non esiste una 194). Coscione, poi, sarà lei, caro Ciangherotti. Perché Luca e l’omonimo Associazione volgono al plurale: Coscioni, con la “i” finale.
È possibile per noi anche arrivare a comprendere, come dichiara il Movimento “Usciamo dal silenzio”, che le donne negli anni settanta avessero l’onesta pretesa di mettere al centro della vita sociale la maternità e che non chiedessero morte del feto ma diritti per la donna. Altrettanto però ci sembra indiscutibile che questa loro battaglia, anziché aver procurato servizi sociali alla maternità realmente utili per la donna, abbia semplicemente mantenuto e segnato il traguardo di tanti aborti praticati. Per noi invece, e ci auguriamo anche per le quattromila famiglie che riceveranno in Albenga in questi giorni il nostro giornalino trimestrale “Il Chicco di Grano”, l’immagine di Amillia Sonya Taylor, la bimba nata prematura a 21 settimane di vita intrauterina e oggi, dopo 4 mesi di incubatrice, già in condizioni di vivere a casa con la famiglia, è la testimonianza più significativa e autentica che lo sviluppo del feto è lo sviluppo di un essere umano, di una persona che resta, unica e sola, indifesa di fronte alla scelta di una donna di interrompere la gravidanza per qualunque ragione, materiale o psicologica. E nella cultura della gente fortunatamente comincia a diffondersi questa verità, che l’embrione è già un essere umano fin dal concepimento, che l’aborto di conseguenza è l’omicidio volontario di un essere umano, innocente e indifeso e che all’aborto possono essere trovate valide alternative sul piano sociale. Ecco perché applaudiamo all’iniziativa della Regione Lombardia, che nella persona del Presidente Roberto Formigoni, ha compiuto il primo passo verso il riconoscimento dell’essere persona all’embrione, istituendo e regolamentando per il feto abortito la sepoltura obbligatoria nel cimitero e non lo smaltimento assieme con i rifiuti speciali degli ospedali.Tralascio l’avvio di questa terza parte della lettera del Ciangherotti limitandomi a ribadire che la “verità” che l’embrione è un essere umano nessuna persona ragionevole metterebbe in discussione. Ma l’omicidio riguarda le persone e non gli esseri umani. Basta ricordare al proposito che la definizione di morte celebrale permette di espiantare organi da esseri umani che non sono più persone, perché il loro sistema nervoso centrale è totalmente e irrimediabilmente distrutto. O sarebbe disposto il Ciangherotti a definire gli espianti come omicidi?
Gran bella conquista, poi, quella di attribuire personalità (giuridica e morale) all’embrione tramite la celebrazione del suo funerale! Conquista sia logica che umana.
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De ignorantia
«Il governo si scordi il nostro appoggio», Il Giornale, 6 marzo 2007:
Le parole del ministro Amato sono «utilitarismo allo stato puro», polemizza Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera.Volontè, poveretto, non si rende conto che utilitarismo non è un insulto? Consiglierei qualche lettura, basterebbe anche la voce su Wikipedia...
lunedì 5 marzo 2007
In California via libera alle staminali
La Corte d’Appello del Primo Distretto della California ha rigettato il 26 febbraio scorso l’istanza di incostituzionalità sollevata da due associazioni anti-tasse e da un gruppo di integralisti contro la Proposition 71, la legge che istituisce il California Institute for Regenerative Medicine, dedicato allo studio delle cellule staminali, in particolare embrionali. Verranno così sbloccati i tre miliardi di dollari in dotazione dell’istituto, il finanziamento più cospicuo di tutto il mondo dedicato a questo tipo di ricerca (MacKenna Roberts, «Californian court backs state stem cell research initiative», BioNews, 5 marzo 2007).
La posta del cuore (di Paola Binetti)
Scrivi a Paola Binetti: paolabinetti@paolabinetti.it.
Cara Paola Binetti,
anzi
Egregia professoressa Binetti,
ma che dico (prima persona dell’indicativo presente del verbo “dire”, niente a che vedere con quella caricatura di famiglia da strapazzo),
Onorevole senatrice Binetti,
Le scrivo per fugare qualche atroce dubbio a proposito di alcuni interrogativi. Siccome Lei è una autorevole referente (ho letto con attenzione il Suo sito e sono rimasta colpita dal Suo percorso di donna e di medico e di specialista nonché di psichiatra, ed oggi di senatrice) mi sono permessa di invocare qualche minuto della Sua attenzione perché c’è una questione che mi preme e che ho l’urgenza di chiarire. Perché, vede, io non ci dormo la notte.
Ho letto che dal “1975 al 1990 [Lei] ha diretto a Milano un centro di Orientamento per adolescenti (Associazione FAES – Famiglia e Società), con un ampio servizio di consulenza per i genitori” e dal momento che sempre Lei è stata “Direttore del Dipartimento per la Ricerca Educativa e Didattica presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma. Past President del Comitato Scienza & Vita per la legge 40. Presidente della Società italiana di pedagogia medica. Vicepresidente della Società italiana di informatica medica. Membro di diverse istituzioni, tra le quali il Comitato Nazionale di Bioetica. Specialista in psicologia clinica e in neuropsichiatria infantile, è psicoterapeuta. Ha diretto dal 1973 al 1990 un Centro di orientamento per adolescenti con servizio di consulenza ai genitori. Presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma insegna Storia della medicina, Psicologia clinica e Scienze umane. Ha partecipato a numerosi progetti di ricerca in Italia e all’estero. Ha al suo attivo oltre 200 articoli su riviste, oltre che numerosi volumi nel campo della Medical Education”, solo per citare qualcosa del Suo sterminato passato (dalla Sua Biografia), ecco, considerato tutto questo ho ritenuto che fosse la persona giusta cui domandare, cui affidare la soluzione del mio affanno.
La questione è questa: ho una gatta piuttosto irrequieta e che manifesta strane passioni per le altre gatte. Io sono molto preoccupata. Vede, per il buon nome di una famiglia (e io ci tengo molto al buon nome della mia famiglia) è bene che non vi siano elementi che possano mettere in dubbio questo buon nome (ripeto, ci tengo molto). Ho provato a negare (quante bugie!, quante difficoltà!, quale peso per un cuore puro come il mio!), ho provato a pensare che fosse un problema legato alla crescita (anche i felini incontrano qualche incertezza durante l’adolescenza), ho sperato che il tempo risolvesse la penosa inclinazione omosessuale. Ma poi i fatti hanno avuto il sopravvento sulle mie speranze. Allora ho cercato sulle Pagine Bianche l’indirizzo di un veterinario, e ho trovato una dottoressa vicino alla mia abitazione (più facile da raggiungere, considerando anche il traffico cittadino): dr.ssa Paola Bonocore. Il suo nome mi ha rincuorato (non solo per l’omonimia con il Suo, ma anche e soprattutto il significato del cognome della dottoressa in questione); ho telefonato e ho preso un appuntamento.
Ebbene: spiegate le circostanze alla veterinaria, mi sono trovata in un baratro ancora più profondo. Perché mi è stato risposto che non ci sarebbe nulla di male in una inclinazione omosessuale. A nulla sono servite le mie proteste. A nulla il mio appellarmi alle Sue dichiarazioni (“L’omosessualità è una devianza della personalità”). La risposta non è cambiata. Il buon nome della mia famiglia infangato per sempre. E non solo. La mia insistenza ha sortito soltanto l’effetto di un invito a cena per “approfondire la questione”. Come se fossi scema!
Così il buon nome della mia famiglia sarebbe stato doppiamente infangato: la gatta e la padrona con devianze della personalità!
(Certo, però, la dottoressa era molto carina, e non sembrava poi tanto diversa dalle cosiddette persone normali. Era un po’ diversa da Lei, professoressa, psichiatra, onorevole, a pensarci bene. Ma forse era per via del suo sorriso. Lei, onorevole, ride di rado. Lo so, c’è poco da ridere.)
(Nella foto è ben visibile lo sguardo lascivo e peccaminoso. Il fare deviante...)
Quello che Claudio Risé non ha capito
Il tentativo di introdurre i DiCo nel nostro ordinamento giuridico sembra aver generato una reazione che va ormai ben al di là della pur dura opposizione al progetto di legge. I peggiori umori anti-omosessuali stanno risalendo dai pozzi neri dove li credevamo confinati, e avvelenano il dibattito. Così, Paola Binetti può proclamare su La7 che «L’omosessualità è una devianza della personalità» (aggiungiamo anche questo sul conto che chi l’ha candidata sarà prima o poi chiamato a saldare...), mentre Luca Volontè ci spiega con la consueta ineffabilità che «i fondatori della psicologia moderna descrivono l’omosessualità come patologia clinica».
Personalità devianti, patologie mentali: l’attacco è scelto con accuratezza. Non si accusa l’omosessuale di una pura e semplice scelta «sbagliata», imputazione che costringerebbe a una contrapposizione brutale e suonerebbe per giunta improbabile; né si riconduce l’omosessualità a una «disfunzione» genetica o congenita, per la quale non ci sarebbero cure proponibili e di fronte alla quale sarebbe possibile solo una rispettosa tolleranza. Invece, la patologia mentale – opportunamente ricondotta nella sua eziologia a una famiglia disfunzionale – permette di dipingere impunemente la personalità gay come dimidiata, facendo mostra di un’untuosa compassione per il malato, e di far balenare allo stesso tempo la possibilità di una cura: se la disfunzione è psichica si potrà ben curare con cure psichiatriche, no?
Non diversamente, anche se più articolatamente dei due mostri preistorici citati sopra, Claudio Risé, psicoanalista iper-reazionario di qualche fama, si cimenta nell’attacco al gay camuffato da soccorso terapeutico sulle colonne del Domenicale di Marcello Dell’Utri («Sessi, tertium non datur»; per le prime reazioni si può partire da questo post di Inyqua). E sceglie di confrontarsi – vedremo subito con quali risultati – con l’ipotesi dell’origine genetica dell’omosessualità: non come occasionale mutazione negativa, che i numeri escludono, ma come tratto stabile del panorama genetico umano (e di molte altre specie animali).
Il potere che si afferma invece a partire da dopo la Seconda guerra mondiale tende, per sintetizzare all’estremo, a rovesciare la vecchia maledizione degli omosessuali in una sorta di benedizione. […] Una delle più recenti dimostrazioni di questo rovesciamento è l’articolo del professor Giuseppe Remuzzi, comparso sul Corriere della Sera del 17 gennaio scorso e intitolato Il gene dell’omosessualità migliorerà l’uomo?. Si comincia con l’affermazione, caposaldo di questa ideologia, che l’omosessualità sia di origine genetica. Anche se le ricerche, costate miliardi di dollari, per dimostrarlo sono finora approdate a nulla. Per sostenere quest’affermazione, il dottor Roberto Marchesini, in una sua comunicazione al NARTH Italia, sezione della National Association for Research & Therapy of Homosexuality fondato dal professor Joseph Nicolosi, afferma che «l’autore fa riferimento – senza citarlo – ad un celebre studio sull’omosessualità nei gemelli (Bailey e Pillard, A Genetic Study of Male Sexual Orientation, in Archives of General Psychiatry, 48, del 1991), uno studio che, invece, permette di escludere l’ipotesi genetica, lasciando emergere al contrario l’importanza del contesto familiare e culturale nello sviluppo del comportamento omosessuale». Dopo avere cercato di appoggiarsi a uno studio che dimostra tutt’altro, anche Remuzzi, tuttavia, non può sottrarsi alla domanda: «Ma com’è che il gene legato all’omosessualità si è diffuso nella popolazione se la loro non è un’attività sessuale che porta a riprodursi?». La risposta è semplice, osserva ancora Marchesini: «non esiste nessun “gene gay”, e questa domanda sottolinea l’assurdità dell’ipotesi genetica». Per Remuzzi, invece, «C’è una spiegazione sola: che il gene “gay” sia utile all’evoluzione della specie». Ecco quindi l’ideologia dell’origine genetica dell’omosessualità sorretta dall’ideologia evoluzionista. E in conclusione la spiegazione benedicente: «chi ha un gene “gay” potrebbe essere più attraente fisicamente o più capace di fecondare. Questo darebbe un vantaggio riproduttivo e consentirebbe al gene di diffondersi». Ecco quindi che gli omosessuali diventano i “più belli e più forti. E più fertili”. Tutto questo senza ombra di dimostrazione, e anche se Remuzzi è costretto ad ammettere che «il gene (o i geni) dell’omosessualità non sono stati identificati». Questo esempio dimostra lo stile (tutto ideologico, dietro un linguaggio apparentemente scientifico) utilizzato per dimostrare : a) che chi è gay lo è, e basta, b) che costui non deve lamentarsene o cercare di cambiare perché così va benissimo. Anzi, secondo Remuzzi, la persona in questione è anche un benefattore, giacché, oltre a essere bello, migliora la specie. Si capirà allora la difficoltà di chi, esercitando la professione terapeutica, sempre più spesso si trova davanti una persona che dice di avere un comportamento omosessuale e che chiede di essere aiutato ad abbandonarlo poiché non lo sente corrispondente al proprio sé, ricavandone, invece, grande infelicità.Per dare un’idea del rigore argomentativo di Risé e di Marchesini, consideriamo l’accusa che rivolgono a Giuseppe Remuzzi di avere cercato di appoggiarsi, senza citarlo, «a uno studio che dimostra tutt’altro». Accusa già abbastanza discutibile, visto che a leggere l’abstract dello studio (l’articolo integrale mi è al momento inaccessibile) pare proprio che Bailey e Pillard sostengano l’ereditabilità dell’orientamento omosessuale, sia pure con modalità complesse; ma che diventa poi surreale e un po’ demente, quando ci si accorge che Remuzzi dichiara in realtà di rifarsi a uno studio scientifico originale (Sergey Gavrilets e William R. Rice, «Genetic models of homosexuality: generating testable predictions», Proceedings of the Royal Society B 273, 2006, pp. 3031-38), che ha avuto ampia risonanza alla sua uscita, e la cui lettura conferma in pieno che Remuzzi si è basato su di esso, e soltanto su di esso.
Risé parla anche di «ideologia evoluzionista», il che ci conferma che non ha letto (o fa finta di non aver letto) lo studio originale di Gavrilets e Rice: otto pagine fitte di equazioni su una rivista peer reviewed non corrispondono esattamente all’idea che uno si fa di una tirata propagandistica...
Ma cosa dicono questi autori? Si parte dalla constatazione che l’omosessualità è probabilmente ereditaria, e che dipende da geni molteplici, estremamente variabili all’interno di una popolazione e in parte regolati da fattori ambientali (per uno strano fenomeno sembra per esempio che le probabilità di avere un figlio omosessuale aumentino col numero di parti: forse è coinvolta una reazione immunitaria materna durante la gestazione). Dato che, come abbiamo detto, questi geni costituiscono un tratto stabile del panorama genetico umano, e che gli omosessuali hanno in media meno figli degli eterosessuali, la teoria dell’evoluzione si trova di fronte al problema di conciliare questi dati contraddittori: per la spinta della selezione naturale un gene che porta a fare a meno figli sparisce infatti ineluttabilmente in poche generazioni. Ma non occorre affatto concludere che «non esiste nessun “gene gay”»...
Le spiegazioni proposte finora sono in effetti ben tre; l’articolo di Gavrilets e Rice si limita ad avanzare previsioni empiriche che dovrebbero permettere di scegliere in futuro fra queste ipotesi:
- Geni eterozigoti. Com’è noto, possediamo due copie di ciascuno dei nostri 23 cromosomi: una è ereditata dal padre, l’altra per via materna. Quindi anche di ogni gene abbiamo due copie: se le copie sono differenti diciamo che l’organismo è eterozigote per quel gene, se sono identiche diciamo invece che è omozigote. È possibile allora che un gene sia favorevole se eterozigote (cioè consenta all’organismo che lo possiede di avere una progenie più vasta di chi non lo possiede), ma sfavorevole se eterozigote: è quel che succede con la talassemia, la cui forma eterozigotica – detta microcitemia – conferisce ai portatori, che sono quasi del tutto sani, una certa protezione contro la malaria (ecco perché la malattia è particolarmente diffusa in Sardegna e in altre ex zone malariche), mentre la forma omozigotica causa una gravissima malattia. Lo stesso meccanismo – ma fortunatamente senza conseguenze per la salute dell’individuo – potrebbe spiegare l’omosessualità: una copia singola di un gene «gay» potrebbe permettere (è un esempio fittizio) una migliore collaborazione tra maschi nella caccia e tra femmine nella raccolta, con un conseguente aumento del successo riproduttivo, mentre una copia doppia causerebbe un cambiamento dell’orientamento sessuale.
- Altruismo parentale. Supponiamo che i geni deputati all’omosessualità siano silenti in alcuni individui, e attivi nei loro più stretti parenti, e che i secondi tendano a occuparsi della prole dei primi, in assenza di figli propri: è allora possibile che il risultato netto sia un aumento del successo riproduttivo della famiglia, e della diffusione dei suoi geni comuni, compresi quelli che causano l’omosessualità.
- Selezione sessuale antagonista. Un gene può esplicare un’azione differente se si trova nelle femmine o nei maschi. Può per esempio far aumentare la fertilità nelle prime, e determinare l’omosessualità nei secondi, o viceversa. Anche in questo caso i geni dell’omosessualità si manterrebbero stabili in una popolazione umana o animale.
Supponiamo che l’ipotesi genetica sia confermata dai fatti: dovremmo forse trarne delle conseguenze morali? I nostri giudizi di valore dovrebbero adeguarsi ai risultati scientifici? Si potrebbe per esempio sostenere che questi risultati mostrano come l’omosessualità sia ingranata profondamente nella natura umana; o, al contrario, si potrebbe mettere in rilievo che le ipotesi 1 e 3 la svelano essere null’altro che un effetto secondario e non voluto di meccanismi imperfetti. Ma il passaggio dal fatto al valore è sempre un passaggio che di logico ha assai poco. La teoria dell’evoluzione si limita, nella sua essenza, ad elaborare le conseguenze del fatto molto banale che gli omosessuali si riproducono in media meno degli eterosessuali – e per giunta solo nell’ambiente umano delle origini, privo di fecondazione artificiale e di madri surrogate. Il resto è solo una superfetazione ideologica e arbitraria.
In effetti, quale che sia l’origine dell’orientamento omosessuale – genetica, ormonale, ambientale, familiare, e ogni possibile combinazione di queste – il giudizio morale dipenderà sempre solo da due fatti: che gli omosessuali liberamente non rinnegano la loro natura, e che non fanno male a nessuno (anzi, da essi le società umane hanno tratto sempre varietà e benefici culturali – ma anche questa è in fondo una considerazione irrilevante).
Non ci si deve nascondere che alcuni, in certi ambienti, vivono male il loro orientamento, è vero; ma la cura consiste nell’eradicazione dell’omofobia e delle dottrine e ideologie che la alimentano, non certo nel ricorso alle male arti di qualche praticone.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 18:30 3 commenti
Etichette: Claudio Risé, Omofobia, Orientamento sessuale
Dio li fa e poi li accoppia
Politicamente s’intende. Francesco Rutelli è sposato (e se la famiglia è sacra...) e Paola Binetti, beh, è sposata a Cristo (si dice così?).
Dalle Ultimissime dello UAAR Diamo il Nobel alla Binetti (da leggere tutto!):
“Paola Binetti è una donna di grande intelligenza e di grande candore e partecipa a trasmissioni televisive che un politico avvezzo avrebbe evitato”. Così Francesco Rutelli ha commentato le parole della senatrice teodem della Margherita, Paola Binetti, pronunciate nel corso della trasmissione di La 7 “Tetris”.Se le dichiarazioni di Paola Binetti esprimono grande intelligenza e grande candore, dio ci salvi dalla stupidità e dalla malignità.
La maschera di Francesco D’Agostino e la manifestazione del 10 marzo (Diritti ora!)
Francesco D’Agostino, L’Arcigay, col patrocinio del Comune.
Manifestazione a Roma scelta discutibile.
Riflettiamo sulla famiglia e ne riconosceremo la necessità storica, sociale e antropologica, Avvenire, 4 marzo 2007.
Il prossimo 10 marzo Roma ospiterà una manifestazione promossa dall’Arcigay, cui è già stato concesso il patrocinio del Comune. È ancora poco chiaro se la manifestazione sarà polemica con Prodi («Siamo stati mollati dal presidente del Consiglio», sembra che abbia dichiarato Aurelio Mancuso, segretario nazionale di Arcigay, aggiungendo di essere «molto amareggiato» per le parole pronunciate dal capo del Governo durante la replica al Senato) o se si limiterà a una pressione di piazza perché il Parlamento proceda rapidamente all’approvazione dei Di.co. Quello che è certo è che la manifestazione avrà sicuramente una valenza che andrà al di là del dibattito politico contingente. Se lo slogan dominante, come è stato annunciato, sarà: diritti ora, la manifestazione si concretizzerà nella rivendicazione del riconoscimento pubblico e legale di un modo altro non solo di vivere la sessualità, ma di pensare la famiglia, le relazioni interpersonali, l’identità individuale e di conseguenza né più né meno che la stessa vita collettiva. Si moltiplicheranno certamente gli inviti a liberare la legislazione da ogni subordinazione alla natura, nella pretesa illusoria che l’uomo possa liberamente plasmarsi a suo completo piacimento e a suo insindacabile arbitrio.Il modo altro di vivere la sessualità, di pensare la famiglia, le relazioni interpersonali, l’identità individuale e di conseguenza né più né meno che la stessa vita collettiva (addirittura!): altro rispetto alle preferenze di Francesco D’Agostino? Perché è davvero difficile accettare che esista Una Verità in materia di sessualità, rapporti familiari, relazioni interpersonali, identità individuale e vita collettiva in opposizione alla quale i facinorosi manifestanti vogliono proporre una Verità Sbagliata. Intestardendosi a suggerire che non di Una Verità si deve parlare, ma di una preferenza (legittima) che non deve offendere e escludere le altre preferenze (legittime) in nome di un falso dio. Quali assurdità! Essere tracotanti, opporsi alla Natura (se qualche volenteroso volesse spiegarmi di cosa si tratta, gliene sarò eternamente grata, non per qualche giorno, ma per l’eternità), pensare di godere di uno spazio di libertà, opporsi all’idea di essere eterodeterminati e creati da dio.
Non esiste una famiglia naturale da imporre a tutti; esiste (dovrebbe esistere) la possibilità di scegliere in che modo vivere (tenendo fermo il limite del danno a terzi: ma chi sarebbe danneggiato dalle garanzie alle unioni civili? Chi sarebbe danneggiato da un modello familiare diverso dall’ingenuo modello d’agostiniano di madre + padre + figli?).
E in chiusura D’Agostino sembra abbracciare una idea bizzarra quanto diffusa: che la libertà significhi arbitrio e assenza di regole. Anarchia e disordine. La libertà non può essere ridotta a questa caricatura. La libertà individuale è un bene prezioso e che accetta limiti e argini. Ma questi limiti devono essere ragionevolmente sostenuti, non costruiti su pregiudizi e idee personali (legittime, ma non universalizzabili. E soprattutto, da non imporre con una legge o con una mancata legge).
Questa linea, del resto, non è futuribile: è già stata tracciata dalla Spagna di Zapatero, che, approvando la normativa sul cambiamento anagrafico di sesso su mera richiesta del soggetto, ha aggiunto un’ulteriore e decisiva pennellata alla rimozione di ogni rilievo giuridico dell’identità sessuale naturale. Ebbene, ad una manifestazione che abbia come fine ultimo quello di negare quella stabilità, che all’uomo è dato esperire radicandosi nella natura, bisogna dire di no. Questo no si badi bene non è rivolto agli omosessuali in quanto tali, che abbiamo tutti il dovere di considerare amici, fratelli, concittadini, persone, ma ad una visione del mondo (che peraltro non tutti i gay condividono) assieme errata e ingenua, quella per la quale la differenza sessuale debba essere ritenuta irrilevante, perché la nostra identità non dipenderebbe dal nostro volto, ma dalla maschera che decidiamo, occasionalmente, di indossare per nasconderlo.Irresistibile il richiamo a Zapatero, metà diavolo metà sciroccato, che avrebbe compiuto un passo ulteriore nella disgregazione dei Valori e della Verità. L’identità sessuale naturale è molto più incerta di quanto D’Agostino vorrebbe. E non è certamente riducibile a un calcolo di geni e DNA, ma emerge da scelte, da preferenze, dalla vita che ognuno di noi vive e costruisce. Inquietante che D’Agostino senta la necessità di mettere le mani avanti: “il no non è rivolto agli omosessuali in quanto tali” (c’è bisogno di dirlo? Forse sì, purtroppo). E avrei la tentazione di rispedire al mittente l’amicizia e la fratellanza, perché condizionate da una visione del mondo ristretta e offensiva. La questione non è quella di considerare la differenza sessuale irrilevante, ma di non ridurla a qualcosa di prestabilito e di fisso, a un gioco di volti e maschere.
E allora come valutare la giornata del 10 marzo? Se ne può fare un buon uso? Il Comune di Roma evidentemente pensa di sì, dato che alla giornata ha discutibilmente concesso il suo patrocinio. Una scelta che non peggiorerà solo a condizione che ricordi al movimento gay che è giusto essere fieri solamente di ciò che si fa, non di ciò che si è. Costruire insieme (senza discriminarsi mai a vicenda) una società più giusta: se questo fosse l’appello che provenisse dalla manifestazione del 10 marzo, come rifiutarsi di ascoltarlo? Ma per operare a favore di una società più giusta bisogna togliersi le maschere (o rifiutarsi di indossarle, se non a carnevale) e aprire una riflessione seria, argomentata, non ideologica sull’identità umana e sui suoi bisogni. Riflettiamo sulla famiglia e ne riconosceremo la necessarietà storica, sociale e antropologica; riflettiamo sui diritti e capiremo che non ci è lecito confonderli con le pretese soggettive e arbitrarie dei singoli; riflettiamo sulla sessualità e arriveremo a concludere che esiste una sola grande dicotomia, quella maschio/femmina, che è semplicemente illusorio negare. Alcuni vogliono manifestare? Lo facciano; è un loro diritto, che tutti riconosciamo. Ma che tutti e non solo alcuni siano chiamati a ragionare su valori umani fondamentali è qualcosa di più di un diritto: è un dovere e una necessità.Perché non si potrebbe essere anche fieri di ciò che si è? Perché se la si pensa come D’Agostino, che “quello che si è” è determinato da qualcun altro è chiaro che noi non c’entriamo nulla. Ma in quello che siamo entra anche la nostra volontà, e di questo possiamo essere fieri o vergognosi. Prima di invitare gli altri a togliersi le maschere, D’Agostino dovrebbe deporre la sua da censore e da inguaribile semplificatore. Tra i diritti fondamentali, caro D’Agostino, c’è quello di essere rispettati. E chiedere che unioni diverse da quella tradizionale del matrimonio siano protette è chiedere rispetto. È chiedere che si possa essere considerati compagni di vita di qualcuno senza scambiarsi vane parole in un abside di una chiesa; è chiedere di essere considerati validi interpreti della volontà di un altro anche senza fedi benedette (dobbiamo forse ricordare gli innumerevoli casi di persone escluse da ospedali o da funerali perché non consorti consacrati del proprio compagno malato o morto?); è chiedere di non essere estromessi dalla casa in cui si è vissuti o di avere una qualche voce sui figli cresciuti insieme.
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A proposito di mortificazione corporale (o del cilicio di Paola Binetti)
Una lettura interessante. Cito:
È ugualmente una verità che, per ottenere una certa soddisfazione fisica, molte altre persone si imbarcano in una direzione, come quella delle tante droghe, dalla quale finiscono con il ricevere non piacere ma patimenti, vere e spesso terribili “mortificazioni” per se stesse e soprattutto per coloro che stanno loro intorno e che vogliono loro bene. Mentre questo avviene, molti non si sforzano neppure di capire il senso profondo di una “mortificazione corporale” che non fa danno alla salute e che esprime il desiderio di unirsi, almeno per quel poco che un pover’uomo può fare, al sacrificio di Cristo.Non c’è dubbio: meglio il cilicio.
domenica 4 marzo 2007
English, please!
Angiolo Bandinelli, Partita Radicale/2, Il Foglio del 2 marzo 2007:
La requisitoria con cui Teodori salta (non è la prima volta) sul bandwagon di quanti esercitano il meglio (o il peggio) di se stessi nel tentativo di sfregiare una icona alla cui costruzione essi stessi hanno dato mano è colma di incongruenze.Ho dovuto leggere 5 volte per capire quell’“è colma di incongruenza” a cosa si riferisse. Magari un paio di virgole avrebbero aiutato il disorientato lettore. “La requisitoria” virgola “con cui … mano” virgola.
Non mi addentro nell’analisi politica. Perché prima avrei bisogno di un interprete. E di domenica è difficile trovarli.
sabato 3 marzo 2007
Qualche volontario?
Mi era sfuggita. Grazie ad articolo 2 stanotte dormirò senza dubbio meglio.
Uccidere un concepito è molto più grave che uccidere me che ho ottant’anni.Firmato: Giulio Andreotti, che compirà la fatidica età il 14 gennaio 2009. Abbiamo qualche mese.
Errore di stampa
Da Avvenire, inserto sulla famiglia. Gli articoli sono anche peggio. Difficile da credere, ma beato chi crede senza bisogno di prove.
È vita umana? Ai posteri l’ardua sentenza
Dalla lettera di alcuni studenti di Comunione e Liberazione a Elena Cattaneo.
C’è qualcosa che sta più in profondità di qualsiasi brevettabilità futura, che è più originale di qualunque possibile applicazione, pur importante che sia: è l’oggetto del nostro studio, che detta sempre il metodo al nostro lavoro. Per questo siamo usciti molto preoccupati, forse anche un po’ sconcertati, dal convegno pubblico che lei ha organizzato nella nostra Facoltà. È possibile fare ricerca, senza porsi la domanda principale: che cosa ho di fronte? Nella fattispecie: che cosa è l’embrione? È vita umana?Inutile che i sostenitori di questa iniziativa (nonché gli stessi firmatari) si ostinino a dire che domandare è lecito, che questa missiva è un buon esempio di espressione democratica, che i fanciulli sono alla ricerca di un dialogo.
Certo che domandare è lecito e certo che è possibile: sarebbe tuttavia augurabile non inciampare in goffe dichiarazioni (seppure seguite dal punto di domanda). Se si vuole essere presi sul serio bisogna formulare correttamente le domande.
Passi la frase iniziale, in cui serve un fine esegeta per capire che secondo loro esiste qualcosa di profondo e originale che si pone come ostacolo e brevetti e a applicazioni (il sacro come muro contro la tecnologia e la sua arroganza). Ma la domanda centrale è del tutto fuori bersaglio. Avranno mai letto qualche cosa di diverso dalle dichiarazioni di Scienza & Vita? Perché saprebbero che la questione non è questa. Perché la risposta alla suddetta domanda non è affatto controversa: l’embrione umano (andrebbe messo qui l’aggettivo umano) è umano, banale no? Appartiene alla specie umana, sfido io qualcuno che abbia un po’ di sale in zucca e dire il contrario. Che cosa avrebbero dovuto domandare allora i nostri ciellini? Se questo embrione umano che è vita umana è anche qualche altra cosa: ovvero una persona. Suggeriamo pertanto di riformulare la domanda. (La mia risposta dovrebbe essere immaginabile, ma sono disponibile a ripeterla e a offrire argomenti a sostegno.)
Il limite di Ernesto Galli Della Loggia
Ernesto Galli Della Loggia nel suo Calendario (Corriere della Sera, 1 marzo 2007) lancia una invettiva contro la scienza anarchica e arrogante.
Per lui valgono le stesse considerazioni fatte sul Lupo Mannaro. A pensarci bene ci sarebbe anche qualche aggravante. Ma si sa, le cosiddette scienze umane spesso non vanno a braccetto con le scienze scientifiche. In presenza di buon gusto, ci si potrebbe limitare a parlare delle prime. Non è detto che i risultati sarebbero migliori.
A questioni estreme è giocoforza opporre reazioni estreme. E dunque alla possibilità consentita da una decisione del governo inglese, annunciata l’altro ieri dalla stampa, di procedere alla creazione di embrioni chimera (ottenuti cioè dall’innesto di Dna umano su ovuli animali: nel caso particolare di conigli) non resta che dare una sola risposta: no. Mille volte e per sempre no. No anche se fossimo sicuri – e tra l’altro non lo siamo affatto – che in tal modo avremo la guarigione assicurata da tutte le malattie di questo mondo. È giunto il momento di convincercene: non possiamo sottostare al ricatto della salute, di cui la scienza spregiudicatamente si fa forte ormai ad ogni istante, per consentire che nei laboratori si sperimenti qualsiasi cosa, fino all’inosabile. C’è, ci deve essere un limite: se non è questo, se non è la inviolabilità genetica della specie umana, qual è? quale sarà mai?
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venerdì 2 marzo 2007
Io non ho proprio capito
Card. Ruini: su scienza e ragione Ratzinger più aperto di Habermas, 2 marzo 2007, ASCA:
Benedetto XVI riconosce alla ragione naturale più di quanto Habermas non riconosca alla razionalità religiosa. È quanto sostiene il cardinale Camillo Ruini che questa mattina ha aperto con una prolusione l’ottavo forum del progetto culturale dedicato a una riflessione su “la ragione, le scienze e il futuro delle civiltà”. Il Presidente della Cei ha offerto una riflessione dedicata al pensiero di Benedetto XVI a Ratisbona e Verona sul rapporto ineludibile tra fede e ragione del nostro tempo. Un incontro che lo stesso Habermas auspica di recente pur criticando la via seguita da Benedetto XVI. Habermas propone un’alleanza tra religioni e ragione naturale. Ma – secondo Ruini – l’alleanza proposta dal filosofo è un’alleanza tra diseguali perché Habermas non annette uguale valore alla fede cristiana, ai fondamenti della sua ricerca e alla razionalità contemporanea, ritenuta certamente superiore. E ciò avviene perché Habermas continua a riflettere nell’ambito di precomprensioni. In base alle quali la fede cristiana e la teologia siano ferme a un pensiero geocentrico e cosmocentrico, mentre in realtà da un bel pezzo la prospettiva cristiana è antropocentrica e teocentrica. Benedetto XVI ha chiarito più volte che il Dio della fede cristiana è sì il Dio della metafisica ma anche il Dio della storia. Ratzinger supera la ragione puramente empirica e calcolatrice ma senza annullare l’ipotesi diverse da quella cristiana. Essa resta la migliore, ma non intende escludere altre ipotesi. “Proprio nel considerare la prospettiva credente come un’ipotesi, sia pure quella migliore, che come ipotesi implica una libera opzione e non esclude la possibilità razionale di ipotesi diverse – afferma Ruini – Joseph Ratzinger-Benedetto XVI si mostra sostanzialmente più aperto di J. Habermas e della ragione secolare di cui Habermas si pone come interprete: essa infatti accetta come ragionevole soltanto ciò che si mostra traducibile nei suoi discorsi”. È in questa assolutizzazione della ragione secolare che ha radice la dittatura o assolutizzazione del relativismo. Lo stesso Ruini ha rilevato che, proprio in forza di questo atteggiamento, oggi il fenomeno dell’agnosticismo è più diffuso dell’ateismo. Agnostici sono coloro che sospendono il giudizio riguardo a Dio in quanto razionalmente non conoscibile. Con le conseguenze pratiche.
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I cugini del Lupo Mannaro
Lo ha annunciato trionfalmente il Times, quotidiano inglese che nei giorni scorsi ha dato voce a 45 scienziati pronti a modificare l’embrione umano innestando parti di Dna animale. In Inghilterra gli ibridi tra uomo e animale si faranno. È l’ultima frontiera per i seguaci della scienza “libera” ad ogni costo (tra i firmatari dell’appello troviamo politici, scienziati, bioeticisti e addirittura tre premi Nobel) che si adoperano affinché l’Inghilterra mantenga il suo ruolo di paese all’avanguardia nella ricerca selvaggia. E il Governo sembra essere concorde.Così inizia un pezzo di Nero sul Piacenza Day (Trionfale il Times. Gli uomini-chimera si devono poter fare, 28 febbraio 2007) quotidiano di informazione gratuito aggiornato 24 ore su 24. Suggerirei l’uso di un dizionario della lingua italiana, lemma “informazione”.
Istruttivo anche consultare i contrari, soprattutto la seconda proposta. (Non vorremmo spingerci a suggerire di cambiare il nome alla testata.)
Quanto alla manipolazione di concetti quali “embrione”, “chimera”, “Dna” nonché “scienza”, suggerirei un approfondimento (o forse una prima lettura?) in qualsivoglia manualetto di biologia (andrebbe bene anche il sussidiario alla voce: “Scienza”).
Non pago del catastrofico annuncio, Nero aggiunge:
Dunque nei laboratori della Corona Unita sarà possibile nell’immediato futuro creare embrioni misti, a partire dall’ovulo di un cane o di uno scimpanzè, in cui potrà essere inserito il patrimonio genetico umano. Il famoso “Lupo Mannaro americano a Londra” avrà presto tanti cugini.Se e quando ne incontriamo uno chi avvertiamo?
(L’uomo lupo è di Lele Corvi)
Difendere la famiglia?
Un bell’articolo – come sempre – di Guido Ceronetti sul destino della famiglia («Famiglia: è il caso di difenderla?», La Stampa, 1 marzo 2007, p. 1):
Girava, ne ho un bel ricordo, nel Sessantuno, un film inglese con Rita Tushingam, Sapore di miele, paradossale e veridico: una giovane incinta, dopo qualche rapporto facile con un marinaio nero piantata subito, conviveva fino al termine della gravidanza con un ragazzo omosessuale: relazione puramente affettiva ma forte, il ragazzo le prodiga un’assistenza senza limiti, anche nel parto, nasce un meticcino senza padre, spero la strana coppia abbia seguitato a convivere... Come la definisci? C’è o non c’è famiglia? Senza nonni e cognati e registrazioni, però di famiglia si tratta, con componenti essenziali e una carica umana in più, famiglia di indifesi che si tutelano da soli nella disumanità di una metropoli... Una favola emblematica. Quell’oggi del 1961 prefigura un futuro XXI in cui della Famiglia Antropos tradizionale non resteranno che brandelli sparsi, e non saranno esemplari, a giudicare da quel che vediamo. […]Da leggere tutto.
L’esemplarità è delle famiglie mafiose meridionali: focolare integro, nozze tutte benedette, le mogli non tradiscono, i divorzi non esistono. Perché mai il modello non viene mai, nelle prediche, proposto? Ma non in quelle soltanto l’omertà è la costituzione di fondamento del modo d’essere famiglia tradizionale. Tradotta in linguaggio popolare l’omertà risuona nel detto «i panni sporchi si lavano in famiglia», legge applicatissima che consente il trasparire dalle finestre illuminate di una tranquillità inesistente, che non turba la pace sociale. Ma il prezzo di quel bucato casalingo sono silenzi obbrobriosi, macellazioni lente, talvolta sadiche, di anime umiliate.
Embrioni britannici
Dopo gli scenari terrorizzanti, gli embrioni chimera, i Frankenstein nati dalla ricerca, Anna Meldolesi rimette in ordine il caos. Dalle News di Darwin (pubblicato su Il Riformista ieri con il titolo L’Inghilterra non è terra di Frankenstein redivivi).
Ora è la volta delle chimere, gli embrioni ibridi uomo-animale, a cui il governo Blair si appresterebbe a dire di sì. La settimana scorsa è stata la volta degli embrioni umani geneticamente modificati. La settimana prima è stato il presunto via libera agli ovuli a pagamento da parte dell’authority britannica competente. Visto dall’Italia, il Regno Unito appare in preda a un’ossessione post-umana alla Fukuyama, che porta a travolgere una dopo l’altra tutte le barriere etiche poste sulla strada della ricerca scientifica. Ma cosa sta accadendo davvero?
Le istituzioni britanniche, evidentemente, hanno una solida fiducia nella scienza e un approccio normativo più sbilanciato dalla parte della libertà che da quello dei tabù. Ma rischiamo di farci un’idea sbagliata se nella foga del dibattito dimentichiamo un elemento cruciale: la serietà che caratterizza il processo di istruzione delle policies scientifiche in Gran Bretagna, soprattutto in confronto ai bizantinismi italiani. Si comincia con un’analisi rigorosa dei dati scientifici, che non prevede l’uso del Cencelli per la selezione degli esperti da interpellare e non viene effettuata allo scopo di giustificare soluzioni politiche preconfezionate. Si svolgono consultazioni pubbliche per cogliere gli umori della popolazione. L’intero processo decisionale, inoltre, è ispirato alla trasparenza e guidato dalla consapevolezza che l’arrivo di nuovi dati potrebbe richiedere un ripensamento anche a breve.
Altro che bieco utilitarismo e abdicazione dell’etica, questo è un approccio evidence-based assai attento all’eticità delle conseguenze. Tanto per essere chiari, la legge del 1990 sulla fecondazione assistita e l’embriologia, attualmente in corso di revisione, è assai meno intrisa di morale della nostra legge 40. Ma questo dice assai poco sull’eticità dei rispettivi effetti. Nel mondo anglosassone, per esempio, sarebbe eticamente inconcepibile negare l’aiuto della provetta a chi vuole servirsene per non trasmettere ai figli gravi malattie genetiche o infettive, come accade da noi. Aggiungiamo che Londra brilla per la tempestività con cui vengono individuati e affrontati i problemi regolatori destinati a porsi nel medio termine. Non è un caso che le norme sulla fecondazione assistita risalgano al 1990, mentre noi abbiamo dovuto aspettare il 2004, perciò le mamme-nonne di Antinori sono state messe fuorilegge assai prima oltremanica.
E qui veniamo all’equivoco di fondo: il Regno Unito non è affatto il paradiso dell’azzardo, semmai è vero il contrario. Non si impongono divieti ideologici, ma ci si dà un gran da fare per varare regole efficaci, monitorare, vagliare scrupolosamente le autorizzazioni caso per caso. Chi non vuole paletti, farebbe bene ad andare negli Stati Uniti di Bush, dove vige un clamoroso doppio standard etico tra pubblico e privato: qui è possibile comprarsi una maternità surrogata, acquistare ovuli, clonare embrioni a scopo di ricerca, trasferire Dna umano all’interno di ovociti animali producendo embrioni ibridi, sempre che si trovino i fondi per farlo. E in Gran Bretagna?
Tutti sanno che la clonazione per fini non riproduttivi è ammessa, ma le autorizzazioni sono rilasciate con il contagocce. Mentre Carlo Flamigni ha spiegato sull’Unità che la maternità surrogata in salsa inglese non assomiglia all’affitto di un utero quanto a un “dono del grembo”, perché l’unica transazione economica è un compenso per il mancato guadagno e a ospitare gli embrioni sono sorelle o amiche delle aspiranti madri. E la compravendita degli ovuli che ha creato tanto scandalo recentemente? Per chiarirsi le idee basta visitare il sito dell’authority per la fertilità e l’embriologia umana (Hfea), della cui indipendenza è difficile dubitare: è composta da scienziati, eticisti, giuristi, teologi, persone comuni, e la presidenza non può essere affidata a medici o ricercatori direttamente impegnati nella fecondazione assistita. Si scopre così che l’Hfea non ha autorizzato alcun commercio di ovociti, ma ha ritenuto di non poter vietare alle donne di donare queste cellule per la ricerca, visto che era già possibile donarle per i trattamenti di fecondazione. Le donatrici non saranno pagate, ma riceveranno soltanto un rimborso spese, e per evitare pressioni indebite sono state messe a punto una serie di tutele. Le donne dovranno essere informate dei rischi che corrono, senza esagerare i benefici che il loro gesto avrà per l’avanzamento delle conoscenze. Il loro consenso sarà raccolto da persone estranee ai gruppi di ricerca interessati, il prelievo dovrà avvenire dopo un intervallo di tempo tale da consentire eventuali ripensamenti e così via. Lo stesso spirito, quello della regolamentazione attenta caso per caso, sta dietro alle possibili aperture in fatto di ricerca sugli embrioni entro il quattordicesimo giorno. I fantasmi di Frankenstein e dei designer baby, c’entrano davvero poco. Il governo, infatti, appare favorevole a consentire la modificazione di singoli geni, per esempio per verificare se è possibile correggere gravi difetti genetici allo stadio embrionale. E dopo qualche tentennamento sembra pronto a consentire anche la creazione di embrioni ibridi grazie al trasferimento di nuclei umani in ovociti animali, perché questi ultimi potrebbero risolvere il problema della scarsità di ovuli umani disponibili per la ricerca. L’Hfea si esprimerà su questo punto soltanto in autunno, perché ritiene necessario un approfondimento. Anche in questo caso, comunque, la lunga storia delle policies britanniche vale come una garanzia.
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giovedì 1 marzo 2007
Nell’attesa che Il Foglio si chiarisca le idee
Il Governo britannico sembrerebbe orientato, secondo il Times (Mark Henderson, «Scientists triumph in battle over ban on hybrid embryos», 27 febbraio 2007), a non opporsi più alla creazione in laboratorio di embrioni umani a partire da ovociti di conigli o di mucche, con lo scopo di studiare la tecnica della clonazione terapeutica e di produrre cellule staminali senza dover ricorrere a donatrici umane.
I commenti indignati di integralisti e atei clericali non si sono naturalmente fatti attendere. Come si ricorderà, Il Foglio si era reso ridicolo qualche tempo fa, quando la questione era stata per la prima volta sollevata, equivocando grossolanamente la natura della tecnica: che per l’editorialista consisteva nella fecondazione con sperma umano di un ovocita animale, quando una conoscenza elementare (nel senso di «appresa alle scuole elementari») della biologia gli avrebbe impedito di uscirsene con un simile, grottesco sproposito. In realtà, la tecnica consiste nel privare l’ovocita animale del nucleo (con tutti i cromosomi), e di sostituirlo con il nucleo di una cellula normale umana (con 46 cromosomi): una variante della clonazione, insomma (ma l’embrione ottenuto non verrà fatto sviluppare oltre un certo termine). L’embrione erediterebbe dall’animale solo i mitocondri, organelli che si trovano al di fuori del nucleo, che regolano il metabolismo e che sono dotati di un loro patrimonio genetico, minuscolo se confrontato con quello contenuto nel nucleo.
Da un articolo pubblicato ieri («Al 99,9 per cento umani», 28 febbraio 2007, p. 3), sembrerebbe che al Foglio abbiano finalmente capito come stanno le cose (no, non hanno mai rettificato l’errore: come direbbero loro, per fortuna questa non è mica la Gran Bretagna!); ma solo per ricadere in altri buffi equivoci, come vedremo subito.
Se cadrà la restrizione sulla creazione di chimere, e sembra ormai cosa fatta, l’Inghilterra si confermerà come avanguardia orwelliana mondiale, oltre che europea. Quegli esseri a percentuale variabile di umanità, che per ora (ma è solo questione di tempo) nessuno pensa di far sviluppare fino alla nascita, avranno il Dna mitocondriale dell’animale da cui provengono. Gli scienziati che pretendono di trarne in futuro staminali da usare sui malati, sostengono che quell’aspetto è insignificante. Altri scienziati, però, fino a oggi ci hanno spiegato qualcosa di molto diverso. Ci hanno detto, cioè, che il Dna mitocondriale è un potente strumento per ricostruire le caratteristiche di una specie, perché passa indenne attraverso le generazioni. Do you remember Lucy, ovvero la cosiddetta “Eva mitocondriale”, quella che (sempre autorevoli scienziati) considerano la comune progenitrice dell’umanità? Nell’attesa che la scienza si chiarisca le idee, la tecnoscienza, comunque, non si ferma.Tralasciamo pure l’uso dell’aggettivo «orwelliano» (al Foglio, immagino, pensano che George Orwell sia l’autore di Brave New World...), e concentriamoci sulla scienza. Il DNA mitocondriale non è «un potente strumento per ricostruire le caratteristiche di una specie», visto che di tutte le caratteristiche di una specie regola solo il metabolismo cellulare; è invece un utile strumento per ricostruire le origini e le migrazioni di una specie o di una popolazione. E lo è non perché «passa indenne attraverso le generazioni», ma per il motivo opposto: perché da una generazione all’altra varia in modo relativamente regolare (altrimenti non ci sarebbero più problemi: conigli bovini e umani lo avrebbero identico, visto che discendono da un antenato comune – ops, pardon, dimenticavo che al Foglio non credono alla common descent...).
Do you remember Lucy?, ci chiede l’editorialista. Noi sì, ce la ricordiamo; lui invece un po’ meno, visto che confonde Lucy, una femmina di Australopiteco vissuta circa tre milioni e duecentomila anni fa, verosimilmente imparentata in qualche modo con l’umanità attuale e del cui DNA non sappiamo nulla, non essendo mai stato analizzato, con la Eva mitocondriale, cioè con la femmina, probabilmente di Homo sapiens, vissuta circa 150.000 anni fa, che costituisce il più recente antenato comune per via materna dell’intera umanità (non la progenitrice comune, che sarebbe tale anche per via paterna).
Nessuno è tenuto a conoscere questi fatti, beninteso, anche se sono tutti facilmente accessibili; ma chi si vuole impancare a giudice della moralità altrui, farebbe bene a chiarirsi prima le idee. Foss’anche solo per non fare la figura del pagliaccio.
Woody, il bambino miracolato
Leeds, dicembre 2005: Woody ha solo 2 settimane quando ha un attacco cardiaco causato da una occlusione dell’aorta. Il sangue non arriva più al suo piccolo cuore e il bimbo diventa pallido, terreo e freddo.
I genitori chiamano un’ambulanza ma quando arrivano in ospedale le condizioni di Woody sono disperate. I medici cercano di salvarlo, ma dopo mezz’ora sono costretti a rassegnarsi. I genitori ascoltano impietriti dai medici quello che nessuno vorrebbe mai: “Abbiamo fatto tutto il possibile…”.
Il bimbo viene estubato per permettere ai genitori di abbracciarlo e baciarlo per l’ultima volta. Accade l’inimmaginabile: il bambino tossisce e i medici si precipitano a fargli un massaggio cardiaco. L’ostruzione viene rimossa chirurgicamente e il bimbo torna a casa dopo 3 settimane. Oggi ha 14 mesi e sta bene. Il suo sistema nervoso centrale non ha subito danni. I genitori parlano di un miracolo. E non si può dar loro torto. Hanno vissuto uno dei peggiori incubi, che inspiegabilmente è svanito proprio come un brutto sogno al mattino. I medici non sono riusciti a spiegarsi i 30 minuti di morte apparente. La tentazione di gran parte della stampa di abbracciare la “spiegazione” miracolosa è irresistibile e ingiustificabile (tranne che per i genitori): il ritorno dal regno dei morti.
L’abitudine di spiegare l’inspiegabile ricorrendo a un mistero ancora più insondabile (il miracolo) ha avuto la meglio sulla più ragionevole ammissione del dubbio, o della inconoscibilità. Il ricorso al miracolo ha poi l’effetto di insinuare la rinuncia alla comprensione: il miracolo non si spiega; ci si crede.








