venerdì 30 novembre 2007

Elena Cattaneo si dimette dal CNB

Ora vediamo cosa succede...

Presentazione di Dilemmi della bioetica


Piero Welby. Un anno dopo
Dibattito sui Dilemmi di Bioetica
di Chiara Lalli

Lunedì 10 dicembre ore 18.00
Bibli, via dei Fienaroli 28 (Trastevere)

con

Raffaele Carcano
(segretario UAAR)

Gilberto Corbellini
(Professore Ordinario di Bioetica e Storia della Medicina, università “Sapienza”, Roma)

Adele Parrillo

Mina Welby



Per informazioni:
chiara.lalli@gmail.com
Bibli: 06 5814534

Come arrivare:

Spe Salvi

Il Papa: «Marxismo e illuminismo. Ecco le speranze terrene fallite», titola Il Corriere della Sera (ma non è certo colpa sua, riporta solo le parole del papa, appunto; magari troppo acriticamente, ma è il papa che parla e sembra che in troppi cavalchino gli agomenti di autorità. Che tipo di autorità abbia il papa, forse, è un’altra storia) ispirandosi alla enciclica Spe Salvi, che pare essere di 77 pagine e mi perdonerete se non me la leggo per intero.
Basti scorrere qualche estratto del pezzo suddetto:

L’uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza perché un mondo che si fa giustizia da solo è un mondo senza speranza (il corsivo è quanto dichiarato da Benedetto).
E ancora:

La redenzione, la salvezza, secondo la fede cristiana [...] non è un semplice dato di fatto. La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. [...] l’elemento distintivo dei cristiani [è] il fatto che essi hanno un futuro. La loro vita [...] non finisce nel vuoto. Senza Dio, il mondo è buio, davanti a un futuro oscuro. [...] giungere a conoscere Dio, il vero Dio, questo significa ricevere speranza.
Può essere considerata una giusta speranza quella di ragionare? Non è in questione la legittimità di sperare e di credere; quanto la presunzione di definire questa speranza come ragionevole.
Immancabile il discorso del rapporto tra fede e ragione:
la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa. Ragione e fede [...] hanno bisogno l’uno dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione. [...] il progresso è il superamento di tutte le dipendenze, è progresso verso la libertà perfetta. In ambedue i concetti libertà e ragione [...] è presente un aspetto politico. Il regno della ragione, infatti, è atteso come la nuova condizione dell’umanità diventata totalmente libera. [...] Se la libertà, a causa delle condizioni e delle strutture, fosse tolta agli uomini il mondo, in fin dei conti, non sarebbe buono, perchè un mondo senza libertà non è per nulla buono.
Solo il pervertimento del significato di ragione può rendere comprensibile il discorso suddetto. La ragione ratzingeriana appare essere esclusivamente la ragione divina (o religiosa). Così come è necessario intendere in un certo modo la libertà, per poter affermare con disinvoltura che la vera libertà è offerta dalla religione (cattolica, ovviamente).
bisogna ricordare che la libertà umana richiede sempre un concorso di varie libertà. Questo concorso, tuttavia, non può riuscire, se non è determinato da un comune intrinseco criterio di misura, che è fondamento e meta della nostra libertà. Diciamolo ora in modo molto semplice: l’uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza (Enciclica Spe Salvi, paragrafo 23).
Eccoci qua: la libertà è la libertà di credere e di aspirare a Dio.

P.S.: Ma che diavolo sarebbero i
?

Cordone ombelicale: banche private e conservazione autologa


Un piccolo passo avanti verso la conservazione autologa del cordone ombelicale, per poterne ricavare in caso di necessità staminali ad uso terapeutico si è compiuto il 27 novembre scorso alla Camera. La XII Commissione ha approvato un emendamento all’articolo 75 della Finanziaria che “autorizza la raccolta autologa del cordone ombelicale da parte di strutture pubbliche o private, accreditate e convenzionate con il Centro Nazionale Trapianti, d’intesa con il Centro Nazionale Sangue”. Senza oneri per il Servizio Sanitario Nazionale. Si è aperto così uno spiraglio nel muro che in Italia sbarra la strada, non solo alla possibilità di conservare il proprio materiale biologico e di utilizzarlo in caso di bisogno, e anche all'istituzione di banche private. Nel nostro Paese infatti il cordone ombelicale può solo essere donato. Per la conservazione a uso autologo, previa autorizzazione ministeriale concessa per particolari patologie genetiche conclamate, bisogna rivolgersi all’estero, e avere i denari.

“È un risultato importante: con la sola donazione e con le strutture attualmente disponibili sono tantissimi i cordoni che vanno sprecati», osserva Donatella Poretti, deputata della Rosa nel Pugno e tra i promotori dell’emendamento approvato. “Basti pensare”, continua la parlamentare, “che solo il 10 per cento dei punti nascita è in grado di raccoglierlo e che il sabato e la domenica è impossibile trovare una banca aperta”. In Italia ci sono solo 16 banche pubbliche, di cui però soltanto cinque, nel Nord Italia, funzionanti. L’emendamento conforma l’Italia a una direttiva europea (2004/23/CE), finora contraddetta da una ordinanza del Ministero della Salute del maggio 2007 che vieta l’istituzione di strutture private per la conservazione dei tessuti e delle cellule. Ma non c’è solo un problema logistico: è il divieto di conservare le cellule per se stessi (o, meglio, per la propria prole) che lascia a dir poco perplessi.

L’emendamento dovrà ora superare il vaglio della V Commissione (Bilancio e Tesoro). Donatella Poretti è abbastanza ottimista: “Avendo il consenso del governo e del ministro Livia Turco, mi aspetto un parere favorevole. L’emendamento è stato votato all’unanimità: perché la commissione Bilancio dovrebbe cassarlo? Questa è l’unica possibilità per evitare di trovarci a maggio senza una legge e con una nuova ordinanza”.

(Un passo che ci avvicina all’Europa, Galileo, 29 novembre 2007).

La vignetta: Cordone ombelicale, Tomaso Marcolla, 1993, acquerello, cm 30x42 (non è la prima volta che uso sui disegni e desidero ringraziarlo per la disponibilità con la quale sopporta questo saccheggio!).

giovedì 29 novembre 2007

Perché fa male vedere la televisione (e perché non bisogna pagare il canone RAI)

Tg2, verso la fine. Parte un servizio sull’evoluzionismo (rivisto da chissà chi).

Il cardinale Martino (mi sembra si chiamasse) impreca contro il darwinismo perché è il figlio del marxismo, che è poi relativismo nichilismo materialismo e altro ancora.
Rivolto all’intervistatrice domanda con veemenza: “Ma lei si sente figlia di uno scimpanzè?”.
Si scopre solo ora che l’occasione è la presentazione del libro di Rosa Scimpanzè Alberoni. Accanto a lei si scorge Buttiglione e altri babbei.
Ma diamo la parola all’autrice.
Le sue parole: “Io sono per la redenzione e per la creazione, che ci dice da dove veniamo.
La redenzione ci dice dove andiamo”. (Le vorrei dire io dove andare).
E poi passiamo la parola a Sermonti sul darwinismo, che contiene “l’orrendo gene del razzismo. È la sopraffazione del debole da parte del forte”.
Sic.

Si tradisce anche per ripicca e per noia

E chi lo avrebbe mai immaginato?
A me sembra una ipotesi davvero azzardata, credo che ci vorranno decenni affinché la società civile accetti un tale smottamento, una tale rivoluzione esplicativa delle care e vecchie corna.
Chi dovesse sentirsi tanto futurista da tollerare un panorama così sconvolto (niente a che vedere con la casalinga rivoluzione copernica) può approfondire leggendo il libro di Willy Pasini, Amori infedeli. Psicologia del tradimento (magari la portata innovativa è stata esasperata dal giornalista, ma non ci scommetterei nulla in mio possesso che abbia un pur mediocre valore, affettivo e economico che sia).

Omeopatia: fanatismo e inutilità

L’omeopatia non produce risultati migliori dell’effetto placebo. Sulla base di 5 studi clinici Ben Goldacre, medico e divulgatore per The Guardian e The British Medical Journal, spara a zero sull’omeopatia. In un commento su The Lancet, autorevole rivista medica, Goldacre demolisce le false credenze riguardo ai presunti benefici dell’omeopatia, enorme contenitore in cui confluiscono interessi commerciali, cattiva informazione e vera e propria ignoranza scientifica.
Ciò non significa che l’omeopatia non possa presentare una qualche utilità clinica, ma che è necessario chiarire la natura e la modalità di tale beneficio – che potrebbe essere definito “naturale” o casuale. Sono inoltre in agguato effetti collaterali e rischi nei rimedi omeopatici. Che vanno dall’eccesso di medicalizzazione al fornire una risposta sbagliata a condizioni che non possono essere risolte con la medicina, tradizionale o omeopatica che sia: malumori, stress o malesseri determinati da problematiche relazionali. Il motto “c’è una pillola (omeopatica) per ogni guaio” è falso. In assenza di una corretta informazione costituisce addirittura una violazione del consenso informato e dell’autodeterminazione dei pazienti, nonché un ritorno al logoro paternalismo medico.
Ma i rischi del fanatismo omeopatico non si fermano qui: i sostenitori, mettendo in discussione la medicina basata sull’evidenza, spesso non adottano misure profilattiche importanti (molti fautori dell’omeopatia si oppongono al vaccino contro la rosolia per i propri figli, ad esempio, o alla profilassi medica in generale) con effetti devastanti. Ne deriva anche un problema di salute pubblica, conseguenza della messa in discussione delle diagnosi e delle terapie proposte su base scientifica.
Un altro aspetto rilevante riguarda i finanziamenti pubblici alla ricerca e la possibilità di rimborso per terapie che non funzionano. In un contesto di allocazione di risorse limitate – onnipresente guaio dei sistemi sanitari pubblici – distinguere cosa funziona da cosa non funziona diventa un problema cruciale.
Novelli untori al contrario, cioè di quelli che “andauano ungendo le muraglie” accusati di diffondere la pestilenza, i maniaci dell’omeopatia si sottraggono alla dimostrazione della sua inutilità invocando ragioni mistiche e misteriose.
Non è in discussione la libertà individuale – anche quella di curarsi nei modi “sbagliati”. Ma per garantire che una simile libertà sia davvero tale, è necessario assicurare una corretta informazione e una approfondita comprensione dei meccanismi che soggiacciono alla omeopatia. Nella percezione comune, invece, l’omeopatia è spesso percepita come una valida alternativa alla medicina basata sulle evidenze scientifiche.

(I nuovi alchimisti omeopati dell’era globale, E Polis).

mercoledì 28 novembre 2007

La tela di Fiorenza Bassoli

Secondo il parere di Emanuela Baio, capogruppo in Commissione Sanità a Palazzo Madama (Testamento biologico/Baio: prezioso il lavoro [di] Fiorenza Bassoli, ApCom, 28 novembre 2007):

Stiamo svolgendo un lavoro serio e produttivo che continuerà nei prossimi mesi e preziosa e valida è stata in questo senso l’azione della relatrice Fiorenza Bassoli.
[...]
Sulle dichiarazioni anticipate di trattamento [...] restano punti irrisolti all’interno della maggioranza. Ma non ci siamo arenati, anzi siamo impegnati a trovare soluzioni e riteniamo che questo sia il modo corretto di lavorare su un tema eticamente sensibile come quello del Testamento biologico.
In sintesi, il modo corretto di lavorare è rimandare, magari con la speranza di scivolare in un pesante oblio. Si discute da oltre un anno e mezzo, si fanno audizioni, si ascoltano esperti, si rilasciano interviste, si organizzano convegni. Tema sensibile? Al di là della pessima espressione, se anche il testamento biologico (nella sua semplice derivazione normativa dal consenso informato + l’autodeterminazione + la possibilità di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario) richiede anni di discussioni, compromessi, cautele, dio ci salvi dal resto.
«Sono ottimista, la legge sul testamento biologico si farà», aveva dichiarato nel luglio passato Fiorenza Bassoli, dimenticando di specificare in quale millennio.
Sull’alimentazione e sulla respirazione artificiale restano posizioni diverse. C’è chi ritiene che non debbano essere considerate terapeutiche e chi invece ritiene di poterle sospendere proprio perché identificabili come una cura. È anche bene ricordare che nei paesi in cui è possibile da anni redigere un testamento biologico, come per esempio negli Stati Uniti, chi ha fatto questa scelta è una minoranza.
(Il corsivo è mio). Poi dicono che uno si incazza.
1. Chi ritiene e secondo quali argomenti? No, perché che succede se io ritengo che il sole gira intorno alla Terra? Mi ridono in faccia (di questi tempi c’è poco da scherzarci, comunque).
2. Qualcuno ha letto i documenti delle associazioni mediche? Se non ci si vuole complicare la vita con i documenti in inglese o in altre astruse lingue, basta andare sul sito della SINPE: è scritto in modo semplice, anche un idiota lo capisce.
3. Se anche fossero trattamenti assistenziali, sarebbe forse legittimo imporli a qualcuno che non li vuole? Come la chiamerebbe, Baio o altri, una assistenza imposta? Io la chiamerei imposizione.
4. Che cosa signifca che solo una minoranza ne farebbe uso? Che facciamo le leggi seguendo l’auditel? Sarebbe una grande idea, geniale oserei dire.

Insolito pied-à-terre

E abuso di incapace.
Una mistura di sfruttamento, violenza, pessimo gusto e caroaffitto (forse).

Olimpiche discussioni

Dibattito sul testamento biologico e altre amenità. Ieri a Roma, con Olimpia Tarzia, Mina Welby e Adriana Pannitteri (presso la libreria Rinascita).
Qui il video.
Qui invece alcune foto. Grazie a Letizia Palmisano (organizzatrice e moderatrice) e alla Associazione Sapere Aude.

martedì 27 novembre 2007

Rai1, 23.15

Si parla stasera di OGM.
Tra gli ospiti ci sarà Roberto Defez. Poi ci saranno anche altri, ovvio.

A very large ostacle called God


Are Scientists Playing God? It Depends on Your Religion, New York Times, 11/20/2007:

American and European researchers have made most of the progress so far in biotechnology. Yet they still face one very large obstacle — God, as defined by some Western religions.
[...]
Asia offers researchers new labs, fewer restrictions and a different view of divinity and the afterlife. In South Korea, when Hwang Woo Suk reported creating human embryonic stem cells through cloning, he did not apologize for offending religious taboos. He justified cloning by citing his Buddhist belief in recycling life through reincarnation.

When Dr. Hwang’s claim was exposed as a fraud, his research was supported by the head of South Korea’s largest Buddhist order, the Rev. Ji Kwan. The monk said research with embryos was in accord with Buddha’s precepts and urged Korean scientists not to be guided by Western ethics.
[...]
Most of southern and eastern Asia displays relatively little opposition to either cloned embryonic stem-cell research or genetically modified crops. China, India, Singapore and other countries have enacted laws supporting embryo cloning for medical research (sometimes called therapeutic cloning, as opposed to reproductive cloning intended to recreate an entire human being). Genetically modified crops are grown in China, India and elsewhere.

In Europe, though, genetically modified crops are taboo. Cloning human embryos for research has been legally supported in England and several other countries, but it is banned in more than a dozen others, including France and Germany.

In North and South America, genetically altered crops are widely used. But embryo cloning for research has been banned in most countries, including Brazil, Canada and Mexico. It has not been banned nationally in the United States, but the research is ineligible for federal financing, and some states have outlawed it.
I corsivi sono miei. Chissà se la strada giusta potrebbe essere quella di convertire gli italiani al buddismo...
La mappa (Laws on Cloning) è stata realizzta da Lee M. Silver, professore di biologia molecolare a Princeton.

lunedì 26 novembre 2007

Brilliance CT (3D)


Immagini tridimesionali del nostro corpo.
Qui il product tour e altre informazioni.

domenica 25 novembre 2007

Convegno di neurofilosofia

L’11 dicembre 2007, all’Università degli Studi di Milano, si svolgerà il convegno «L’illusione della libertà. Etica e processi decisionali», organizzato dal Gruppo interdisciplinare di studi «Immagini della mente». A discutere di libertà dal punto di vista etico, sociologico, neroscientifico e religioso, saranno Stefano Cappa, Alberto Panerai, Marco Poli, Gabriella Pravettoni, Patricia Churchland Smith, Edoardo Boncinelli, Michele Di Francesco, Laura Boella e Vito Mancuso.

Fatica sprecata

Forming Consciences for Faithful Citizenship: A Call to Political Responsibility

A Baltimora i vescovi attaccano i candidati che difendono orrori come l’aborto o la clonazione, ma anche il matrimonio tra persone dello stesso sesso e la sperimentazione embrionale (Bishops issue guidelines for Catholic voters, Los Angeles Times, 11/15/2007; per fortuna aggiungono anche, tra i mali da combattere, razzismo, genocidio e tortura, threats to the sanctity and dignity of human life). Non solo: attaccano chi li vota, colpevoli di complicità nei mali terribili sopraelencati.
Niente di nuovo per noi, abituati come siamo ai sermoni e alle minacce delle gerarchi ecclesiastiche indigene.
Ma è interessante quanto ha dichiarato sulla vicenda Nicholas DiMarzio di Brooklyn, N.Y. (il corsivo è mio):

It is not a voter guide [...] It calls us as bishops to help form consciences for political life, not tell people how to vote or whom to vote for or against.
E aggiunge Samuel J. Aquila di Fargo, N.D.:
One of the responsibilities that I believe we have as bishops is to let our people know that the choices and the decisions that they make in their lives here on Earth do impact their salvation [...] And we as bishops are really called to be about the salvation of souls, eternal life, and for Catholics who choose to support intrinsic evils . . . they may be putting their salvation at risk.
Qui il testo completo del Forming Consciences for Faithful Citizenship.

Monkey Festival

A Lopburi, Thailandia. Qui altre foto.

sabato 24 novembre 2007

Letture consigliate ai politici (e non solo)

Oregon residents can take great comfort in knowing that they have provided terminal patients a choice to avoid a painful, undignified death.
[...]
Doctors, of all people, should know that for a small percentage – roughly 5 percent – of terminally ill patients, morphine and other drugs cannot control their pain, making the final weeks and months of their lives unbearable.

For these people, the knowledge that they can choose to end their life on their own terms is a great comfort.
[...]
It is clear that Oregon’s extensive safeguards are working. Fewer than 25 people each year have taken advantage of their right to die with dignity, which equates to one-seventh of 1 percent of all deaths in the state. The median age is 70, and the vast majority have had cancer, which can lead to excruciatingly painful deaths in some cases.
Da Editorial: We Should Follow Oregons Lead on Death with Dignity. Terminally Ill Should be Able to Make a Choice, Mercury News, 11/05/2007.

Eternità legale

Giuseppe Betori (Mons. Betori: Nessuna legge è eterna e la legge 194 sull’aborto non è né un totem né un tabù, Cani Sciolti, 23 novembre 2007):

[la legge 194] non è né un totem né un tabù e chi la considera tale ha una propria religione che noi non riconosciamo.
Nemmeno viene presa in considerazione l’ipotesi che qualcuno potrebbe non avere alcuna religione (non possiamo cavarcela con la religione dell’assenza della religione). Sarebbe stato interessante il paragone al totem se non fosse una scopiazzatura di un titolo celeberrimo. Betori ha voluto giocare la carta della conoscenza al di là delle sacre scritture.
Nessuna legge [...] è eterna, e sarebbe strano che tra tutte le leggi che ci sono in Italia solo questa fosse irriformabile. Dire dunque che la 194 può essere riformata può essere un’ovvietà. Se questo principio [...] vale per tutte le leggi, deve valere anche per questa.
Anche per il concordato? Oppure per quella no, perché non nuoce a nessuno? No, perché fa loro molto comodo (nuoce a molti, in effetti, ma non ai diretti interessati, e questo basta).
Non è blasfemo usare quell’aggettivo per una legge, per un misero prodotto dell’uomo medio? Anche Betori, forse, si è piegato all’uso comune di parole sacre (che poi sarebbe più comprensibile che ad essere eterna fosse una legge piuttosto che l’anima nostra).

venerdì 23 novembre 2007

Vedere la differenza

Domenico Delle Foglie, «Laici, la vita va difesa fino in fondo», Avvenire, 22 novembre 2007, p. 27:

non riusciamo a vedere la differenza fra il cittadino adulto e in buona salute che incappa suo malgrado nella spirale perversa della violenza, e il concepito
Su una frase così, si potrebbe scrivere un post lungo e indignato. Ma la lascio così, senza commento, pietra di paragone per quelli – sempre più pochi, si direbbe – che la differenza riescono ancora a vederla: l’enorme, decisiva, incolmabile differenza.

Disillusioni

Certo è ben scoraggiante: uno cresce con le favole sul principe azzurro e i matrimoni sfarzosi (e non solo riparatori): disavventure, cattivi e scherzi del destino ma infine vissero felici e contenti.
Poi, dopo avere incassato le disillusioni su Babbo Natale e tante altre storie, arriva anche la bruciante verità sul principino.
Non per soldi, ma per la morale? Io dico: siamo pure tonti a volte, distratti e superficiali; ma non siamo ancora del tutto rincoglioniti.

giovedì 22 novembre 2007

Caso Bianzino, quel silenzio insopportabile

Aldo Bianzino non era un tifoso e non era romeno. Non era nemmeno una giovane studentessa, né era al centro di qualche scandalo sessuale o politico. Era “solo” una brava persona, un uomo di 44 anni che viveva insieme alla sua donna, Roberta, e al loro figlio adolescente nelle colline umbre. Forse per questo non ha meritato molta attenzione da parte dei media. Più di un mese fa è entrato nel carcere di Capanne, a Perugia. Nemmeno due giorni dopo ne è uscito: morto. Avrebbe dovuto incontrare un magistrato per sapere se il suo fermo sarebbe stato convalidato. Aldo era in carcere per avere coltivato alcune piante di marijuana. Nonostante una sentenza della Corte di Cassazione avesse stabilito che la coltivazione per uso personale non sia reato e non ci fossero evidenze a dimostrare lo spaccio, Aldo è stato chiuso in una cella. Sembra che il medico legale abbia riscontrato lesioni al fegato, alla milza e al cervello. Sono state aperte due inchieste, per omissione di soccorso e per omicidio. Nonostante i numerosi appelli, una interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia – troppo impegnato forse a litigare con Beppe Grillo – una manifestazione di cittadini che chiedono di sapere che cosa e successo e perché, nonostante tutto questo ancora non ci sono risposte. E le ipotesi sono tutte terribili: dal pestaggio all’indifferenza. Quando un uomo varca la soglia di un penitenziario, la sua stessa vita è affidata alle istituzioni. La morte di Aldo, e le circostanze oscure riguardo alla sua morte, fanno apparire l’istituto carcerario come un luogo di sopruso e di atroci ingiustizie.

(E Polis).

Ingenuità

L’Aids è spesso frutto di un concetto sbagliato di matrimonio, parola di papa.
E io che pensavo fosse qualcosa che avesse a che fare con le malattie la medicina la prevenzione. No: con un concetto sbagliato di matrimonio!

Diciamocela tutta!

Vogliamo dircela tutta (un punto interogativo avrebbe reso più incalzante e incisiva la domanda, ndr): questa è una vergognosa guerra per bande.
Sic.

mercoledì 21 novembre 2007

Assuntina Morresi, novella Antigone


Assuntina Morresi oggi su Avvenire (Sull’obiezione dei farmacisti nessun diktat brutale):

L’obiezione di coscienza ha motivo di esistere perché la legalità e la giustizia non sono la stessa cosa: norme legali possono essere al tempo stesso profondamente ingiuste – pensiamo alla pena di morte, o alla legalizzazione di aborto ed eutanasia. E se in democrazia è la maggioranza a stabilire le regole da seguire, la stessa democrazia non può obbligare nessuno ad andare contro la propria coscienza su temi delicatissimi come quelli che riguardano la vita e la morte.
Assuntina ha le idee confuse dalla sua ideologia. L’obiezione di coscienza ha ragione di esistere (sia concettualmente che terminologicamente, a patto di volere essere onesti) quando una legge ti obbliga a compiere X (e X non è dunque la conseguenza della libera scelta di un mestiere). Se scegli di fare il boia, non puoi fare obiezione di coscienza. Se la legge ti obbligasse a fare il boia, allora potresti fare obiezione di coscienza. È chiaro? Se non lo fosse mi dilungo (scusandomi in anticipo per la lunghezza).
Assuntina adotta la stessa manipolazione che abbraccia la Chiesa in materia di obiezione, compiendo un vero e proprio abuso nel brandirla come uno strumento per vietare questo e quest’altro.
La manipolazione del significato di obiezione di coscienza ne distorce il cuore stesso e ha lo scopo di trasformarla in un’arma contro la laicità e l’esercizio delle singole volontà. È sorprendente (ma forse è sciocco sorprendersi) che la Chiesa e molti conservatori beghini usino e abusino di uno strumento della tradizione liberale e libertaria (più affine all’individualismo e alla disobbedienza civile, comunque entrambi estranei al patrimonio clericale e all’autoritarismo delle gerarchie ecclesiastiche). Da esercizio pacifico di una specie di diritto di resistenza, l’obiezione di coscienza diviene, nelle mani dei rappresentanti di dio, un’arma contro le libertà individuali. Contro quella libertà di coscienza che viene invocata per obiettare (secondo una coscienza cattolica imposta dall’alto).

Ma che origine ha l’obiezione di coscienza?
Una origine nobile: il diritto di resistenza, che entra in conflitto con l’obbligo di rispettare l’ordinamento giuridico. Non è un diritto positivo, ma un modo per “sottrarsi” – in via eccezionale – a una qualche norma; è l’anteporre un dovere morale considerato più forte di una legge dello Stato.
L’obiezione di coscienza è azione pacifica e non eversiva del complessivo sistema politico nel quale viene esercitata. La decisione è individuale e non implica conseguenze dannose e dirette a terzi. L’obiezione di coscienza polemizza con una imposizione per legge di qualcosa che contraddice le nostre credenze morali. Lo scontro è sostanzialmente tra individuo e potere (o Stato), non si delineano conflitti tra diritti individuali dei singoli.
Se l’obiezione fosse oggetto di una legge, smetterebbe di essere obiezione di coscienza e diventerebbe una espressione della libertà invidiale (faccio obiezione di coscienza se la legge prevede soltanto X e io compio Y o non compio X; se la legge prevede sia X che Y (o Z e così via) non farò che esercitare la mia libera scelta prevista e garantita dalla legge).
E sempre più molteplici e variegate dovrebbero essere le scelte individuali, a condizione di non danneggiare terzi.
Antigone ha fatto obiezione di coscienza: se le fosse stato permesso di dare degna sepoltura a Polinice o se Creonte avesse acconsentito alla sua richiesta di contravvenire alle leggi, avrebbe invece soltanto esaudito il proprio desiderio.

L’esempio più classico (e semplice) riguarda l’obbligo di leva. Prima del 1972 si esercitava obiezione di coscienza verso il servizio di leva (e il rischio era quello di essere accusati di renitenza o diserzione: cioè, il carcere); quando la legge ha ammesso e regolamentato l’eccezione di svolgere il servizio civile, è diventata una scelta garantita dalla legge e ha smesso di essere obiezione di coscienza.
L’obiezione di coscienza (impropriamente) compare nelle leggi sulla sperimentazione animale (1993, legge 413) e sulla interruzione volontaria di gravidanza (1978, legge 194). Non entro nel merito degli argomenti specifici.

Fatte queste premesse poniamo di nuovo la domanda: è accettabile l’obiezione di coscienza da parte dei farmacisti sulla cosiddetta pillola del giorno dopo? Può chiamarsi tale?
Ma le domande potrebbero anche essere le seguenti.
Se sono un ginecologo “pubblico” posso rifiutarmi di eseguire X previsto dalla legge?
Se sono un pompiere “pubblico” posso rifiutarmi di spegnere un incendio (mettiamo in un luogo che ritengo diabolico e meritevole di essere bruciato?).
Se sono un pubblico ministero posso rifiutarmi di indagare su Don Gelmini? (A proposito: che fine ha fatto?).
(Ad accomunare le domande di cui sopra vi è il non obbligo di fare il ginecologo, il pompiere, il pubblico ministero. Dalla libera scelta di una professione di pubblica utilità derivano però anche alcuni doveri, non solo una riga in più sul citofono).
Se scelgo la carriera militare come professione, posso rifiutarmi di usare le armi?
Se un testimone di Geova diventa medico, come dovremmo metterla? Lui, secondo la propria coscienza, non effettuerebbe trasfusioni. E se lo inviassero in un pronto soccorso?

Sul Norlevo la polemica clericale è viva fin dal 2000 (dall’anno della sua commercializzazione).
L’attacco ecclesiastico colpisce 2 bersagli: (1) la sensatezza di definire Norlevo anticoncezionale, sebbene d’emergenza, e (2) la legittimità della stessa legge.

(1) gameti --- incontro --- fecondazione --- risalita delle tube --- (tentativo di) annidamento --- avvio della gravidanza. La Pontificia Accademia nel 2000 in una nota affermava che la gravidanza “comincia dalla fecondazione e non già dall’impianto della blastocisti nella parete uterina” (avranno anche preti ginecologi, o tali dichiarazioni vengono dettate direttamente da dio?).

(2) Non è obiezione di coscienza ma sabotaggio: diritti e doveri dei funzionari pubblici (o della professione che si sceglie).

Per gli smemorati, il regolamento (D.R. del 30 settembre 1938 n. 1706 ) per il servizio farmaceutico non lascia margini interpretativi.
I farmacisti non possono rifiutarsi di vendere le specialità medicinali di cui siano provvisti e di spedire ricette firmate da un medico per medicinali esistenti nella farmacia. I farmacisti richiesti di specialità medicinali nazionali, di cui non siano provvisti, sono tenuti a procurarle nel più breve tempo possibile, purché il richiedente anticipi l’ammontare delle spese di porto.
Considerando che prima del Norlevo si assumevano dosi massicce di anticoncezionali, come si sarebbe fatto a obiettare? Certo: anche su anticoncezionali, in fondo sono contrari all’etica cattolica. Perché qui non fare obiezione? Evitano la gravidanza allo stesso modo e, cosa ancora più grave, sostituisco il piacere alla riproduzione. Per non parlare dei preservativi. O del fatto che la pillola viene anche usata per problemi ormonali etc. Per ragioni terapeutiche e non “immorali”. Che fare? Una conversazione per ogni prescrizione di Ginoden per capire a che diavolo serve?

Ecco come Assuntina conclude la sua epocale bordata alla contraccezione d’emergenza: una arguta identificazione tra concepimento e persona. God bless u.
Quando una donna assume la pillola del giorno dopo non sa esattamente cosa le accadrà: potrebbe essere impedita la fecondazione, ma potrebbe anche verificarsi che l’embrione da poco formato non riesca a impiantarsi nell’utero. Se si potesse con certezza escludere questa seconda possibilità, non ci sarebbero i problemi di cui ci troviamo a discutere. Ma per chi riconosce il pieno valore di ogni vita umana fin dal concepimento la questione del diritto al rispetto della propria coscienza che si pone è troppo grave. E non si può risolvere appellandosi burocraticamente ad alcune norme, spesso superate dalle nuove circostanze, e ignorando il problema. Che lo si affronti, serenamente, nelle sedi competenti, tenendo conto che non c’è giustizia alcuna se si pensa di impedire l’obiezione di libere coscienze su questioni che riguardano il rispetto della vita.

Danni morali

Carlo Malinconico, segretario generale della presidenza del Consiglio, ha risposto alle deliranti richieste degli squallidi ex reali che il governo non solo non ritiene di dover pagare nulla, ma che pensa di chiedere a sua volta i danni all’ex famiglia reale per le responsabilità legate alle note vicende storiche...
Chissà se è perché ci sono di mezzo 260 milioni di euro, ma questa è una delle rarissime reazioni di un governo spaventato anche dalla sua stessa paura.
(Senza spingersi in complesse e fini analisi storiche, sociali e culturali, se la vorace e codarda famiglia avesse ricordato un motto che anche i bambini ormai sanno a memoria, sebbene non sia detto che lo rispettino, forse avrebbero tenuto la bocca cucita: da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Troppo lunga sarebbe la lista di responsabilità alle quali si sono sottratti. Nemmeno il silenzio sarebbe bastato a porvi rimedio. Ma pretendere!? Danni morali? Ma va va).

martedì 20 novembre 2007

Top down, peer review e top ten

Verrebbe la tentazione di sfidare: trova l’intruso nell’ennesimo scandalo all’italiana.
L’Istituto Superiore di Sanità sta nel mezzo dello scempio dei finanziamenti, elargiti con il celeberrimo metodo del top down (che cazzo è?, un ketchup?) anche se appare eccessivo parlare di scandalo dal momento che i vertici (da Livia Turco al rinnovato amico Enrico Garaci, per la terza volta a capo dell’ISS) non sembrano interessati a ripondere di milioni di euro di finanziamenti concessi secondo criteri borbonici. E clientelari.
Fondi, criteri di valutazione, qualità delle ricerche: tutto inghiottito da politiche di interessi (personali) e favori (personali, al più di qualche amico).
Paolo Bianco, Elena Cattaneo e Ranieri Cancedda hanno scritto una lettera a Livia Turco denunciando la cancrena clientelare. Ma se chiedi al carceriere di aprirti la cella, quante speranze hai di tornare a casa?
Niente di ufficiale, ma ufficiosamente (o sfacciatamente), solo per fare un esempio, Angelo Vescovi ha annunciato di stare per ricevere (ecco a che diavolo serviva la perifrastica attiva) 300.000 euro. Chi ricorda che Vescovi ha combattuto a spada tratta contro le staminali embrionali? E che lavora a stretto contatto con Garaci? Che (continuando a volersi dire scienziato) va a braccetto con Scienza & Vita?

lunedì 19 novembre 2007

Avvenire senza speranza

Ian Wilmut, il padre del primo mammifero ad essere clonato, annuncia che abbandonerà le ricerche sulla clonazione terapeutica a favore di quelle sulla riprogrammazione delle cellule adulte indotta attraverso l’esposizione a determinate proteine, di cui sono stati pionieri i giapponesi Takahashi e Yamanaka. Lo scopo rimane lo stesso, quello di ottenere cellule staminali potenzialmente in grado di riparare organi e tessuti danneggiati, senza causare rigetto, ma senza le difficoltà tecniche della clonazione (anche se l’annuncio di Wilmut è forse leggermente intempestivo, visto il recentissimo successo ottenuto nella clonazione di una scimmia).
Compiaciuta la reazione di Avvenire, organo della Conferenza Episcopale Italiana, che affida il commento a Marina Corradi («Vero choc del pensiero unico libertario», 18 novembre 2007, p. 1):

Così la locomotiva internazionale della ‘clonazione terapeutica’ viene abbandonata in corsa dal padre stesso della clonazione. La cosa sorprenderà il pubblico che da anni – e quanto, in Italia, ai tempi del referendum sulla procreazione assistita – si è sentito ripetere che l’unica speranza per curare Alzheimer e Parkinson passava attraverso le staminali embrionali, ovvero per la distruzione di embrioni. Era un leit motiv mille volte ripetuto, dai tg ai giornali femminili, era un pensiero unico e obbligatorio. Chi scriveva allora di questi argomenti registrava con stupore come ricercatori di statura internazionale, quanto all’utilizzo terapeutico delle staminali embrionali, avessero invece seri dubbi: quelle cellule primitive erano, dicevano, difficilissime da istruire e dirigere nell’organismo, e anche potenzialmente portatrici di rischi proliferativi. Dubbi che però non emergevano o quasi, nel dibattito pubblico.
Due anni dopo, il padre di Dolly, il pioniere della ‘clonazione terapeutica’ che prometteva di usare gli embrioni per curarci un giorno dal Parkinson, annuncia che la strada migliore non è, in effetti, quella. Che pare che si arrivi prima, e con meno fatica, passando attraverso cellule staminali adulte – facendole regredire allo stadio voluto e riprogrammandole. Che è quello che in sostanza dicevano nel 2005 i migliori ricercatori italiani, a quei pochi che li volevano ascoltare. Di modo che, pare che la ragion pratica della efficienza e della concretezza dia oggi ragione ai dubbi di allora.
Peccato per Marina Corradi e per i suoi datori di lavoro che le cellule utilizzate dai ricercatori giapponesi non siano staminali adulte. Basta un’occhiata all’abstract o anche solo al titolo dello studio (Kazutoshi Takahashi e Shinya Yamanaka, «Induction of Pluripotent Stem Cells from Mouse Embryonic and Adult Fibroblast Cultures by Defined Factors», Cell 126, 2006, pp. 652-55), per capire che sono stati utilzzati fibroblasti, semplici cellule del tessuto connettivo, che hanno poco a che vedere con le staminali adulte (gli autori tendono inoltre a escludere che le cellule trasformate fossero staminali nascoste nella massa di cellule somatiche). Eppure a p. 4 dello stesso numero di Avvenire il sottotitolo di un altro articolo spara «Più promettenti le ricerche su staminali adulte», mentre nella colonna a fianco il genetista Dallapiccola (che dovrebbe saperne qualcosina di più), intervistato, commenta «Sono notizie che non fanno altro che confermare quello che andavo dicendo già all’epoca del referendum: prima che le staminali embrionali diano qualche risultato, si troveranno modi per utilizzare le staminali dell’adulto».
Ma il meglio deve ancora venire. L’importanza dello studio giapponese è infatti nell’aver ottenuto cellule quasi indistinguibili dalle staminali embrionali: una delle prove del successo è consistita nell’iniettare le cellule trasformate dentro un embrione di topo, dove hanno assunto appunto lo stesso ruolo delle locali staminali; le cellule, di fatto, sono state trasformate in cellule embrionali. L’utilità delle staminali embrionali, del resto, non è un’invenzione di scienziati pazzi (come sembrerebbe stando alle cronache di Avvenire o del Foglio), ma risiede in gran parte nella loro plasticità: possono trasformarsi in uno qualsiasi dei tessuti del corpo umano, a differenza delle staminali adulte, che hanno un repertorio enormemente più limitato. Il compiacimento odierno di Dallapiccola e Corradi dà ragione a chi ha sempre sostenuto che i benefici maggiori si avranno dalle staminali embrionali (e che oggi, di fronte ai risultati pur eccezionali degli scienziati giapponesi, considera prudente non mettere tutte le uova in un solo paniere: gli studi sulle embrionali devono continuare, non foss’altro che per raccogliere dati utili).
Ma vaglielo a spiegare, a Marina Corradi...

Aggiornamento: ottimi post sull’argomento di Inyqua, JimMomo e Jinzo.

E se smettessimo di leggerlo?

Vittorio Sermonti commenta la lettura di Dante da parte di Roberto Benigni (Vittorio Sermonti bacchetta Benigni. «Per leggere Dante ci vuole durezza», E Polis, 19 novembre 2007):

Ho 78 anni e mi dispiace lasciare il campo a questo tipo di divulgazione allegra.
Infatti è risaputo che per fare buona divulgazione è necessario annoiarsi a morte e soffrire. Solo tramite la sofferenza si arriva alla vera conoscenza. Una risatà vi seppellirà. Non scordatelo mai.
E prosegue:
Dante è duro e severo e ci vuole durezza e severità per capirlo.
Durezza di cuore o di comprendonio? Ma non è che è solo geloso?
E perché non cambiamo libro? Magari una lettura a quattro mani, cioè a due voci (rimanendo in famiglia) di quel tizio, quello inglese le cui idee sono in crisi, quello lì, come si chiama?

domenica 18 novembre 2007

Assistenza sanitaria gratis per chi dona un rene

Questa è la proposta che il Consiglio della Salute olandese sta valutando (Assistenza sanitaria gratis per chi decide di donare un rene, Il Corriere della Sera, 18 novembre 2007).
Il problema cui si vuole rimediare è sempre lo stesso: la carenza di organi disponibili. In Olanda muoiono circa 200 persone ogni anno in attesa di un rene disponibile.
Si può aspettare anche fino a 4 anni, e per molti è troppo tardi quando un organo si rende disponibile.
Inoltre, il mercato degli organi sembra esisstere già, ma in nero.
Le polemiche e i problemi morali sottostanti sono quelli della compravendita di organi: non basta usare il verbo donare, infatti, per cambiare concettualmente una vera e propria commercializzazione degli organi. Questo non implica necessariamente che sia una pratica immorale. Le reazioni più comuni le conosciamo, e sono generalmente di accesa condanna.

La finestra di fronte

È domenica. La giornata delle visite fugaci di nipoti e parenti acquisiti che non hanno niente da fare ma che non hanno voglia di parlare con la vecchina sempre affacciata alla finestra. Lo stesso panorama per giorni, settimane.
La visita di dovere. Quella che devi fare altrimenti tua moglie ti impedisce di vedere la partita la sera. Un baratto di concessioni, cariche di risentimento.
“Sei pronto?”
“Pronto per cosa?”
“Ma per andare dalla zia”
“Ci siamo andati la scorsa domenica”
“Anche tu hai visto la partita mercoledì scorso, ma stasera hai già prenotato con i tuoi amici”
Un baratto di obblighi. Un patto con la vita eterna, passata questa faremo davvero quello che desideriamo.
Se da giovane pensi che non vorrai mai questa forma di beneficenza, quando non hai che da guardare la strada per giorni, settimane, anche un ospite di malumore è accolto con infantile soddisfazione. È il tuo legame con la vita che non c’è già più, l’ostinazione della sopravvivenza.
“Vuoi un caffè?”
“Non bevo caffè”
Gli sguardi sono imbarazzati per una dimenticanza che l’Alzheimer giustifica, ma la noia no.
Il colore della luce è azzurrina soltanto dall’esterno, quando entri non noti nulla di strano. Luce giallastra come il colorito della badante, mezza cinese mezza non si sa cosa. La badante che si è affezionata a quella signora silenziosa e stramba – dalle sue parti non le aveva mai viste. Forse morivano prima di impazzire. Due esistenze unite dalla cattiva sorte. E la nipote che si guarda le unghie appena laccate.
“Vuoi un caffè?”
“Dio, non ho mai bevuto caffè”, sbotta acida. Ma si pente, come una buona cristiana, e sorride forzatamente.
“Magari beviamo una tazza di tè”
La vecchina sorride senza accorgersene.
La badante mette su l’acqua e si affanna a trovare 4 tazze uguali. Lei non beve quando ci sono le visite, rimane in disparte mortificata. Di dovere lo stipendio alla malattia, alla morte imminente. Che se ci pensa le viene pure l’angoscia di doversi trovare un altro lavoro.
“Andiamo nel salotto?”
Ma la vecchina non ne vuole sapere di perdere il suo panorama, l’unico che conosce, ma non riconosce.
È sola nella sua cucina, dove un tempo preparava le torte per i nipoti. Ora ha scordato gli ingredienti. Non sa più che cosa sia un pacco di farina.
“È tardi”, anche se sono trascorsi solo pochi minuti.
“Ora andiamo”
“E il tè?”, domanda la badante.
“Sarà per la prossima volta”
Il rumore della porta non significa nulla per la vecchina che guarda incantata le luci delle macchine che corrono lungo la strada, rese più intense dal buio che arriva.
“Hai fame, signora?”
“Ho appena pranzato”
Sono le sei.

Amore del Potere

Sfogliando la Repubblica mi imbatto in una spaziosa pubblicità della nuova fatica letteraria di Bruno Vespa, L’amore e il potere. Un libro che riempie un vuoto assolutamente necessario (il vuoto, sia chiaro).
E già basterebbe per bruciare il quotidiano. Ma non finisce qua. Sotto al titolo e alla ammiccante faccia piena di nei si legge: 260.000 copie vendute, quarta edizione.
Ma chi è che compra un libro di Vespa? Chi? (Non lo voglio sapere).

sabato 17 novembre 2007

A Napoli fumo vietato nei parchi

Se ci sono bimbi e gestanti nelle vicinanze niente sigarette anche nei luoghi aperti (Il Corriere della Sera, 17 novembre 2007).
I bambini, fino ai 12 anni, sono facilmente riconoscibili (pur con un margine di errore). Ma le donne incinte nei primi mesi di gravidanza? Si appendono un cartello al collo?

Divorzio express alla Mantovano

Alfredo Mantovano (AN) è un uomo tutto d’un pezzo. E non sopporta che la Famiglia non sia rispettata. Ordine e disciplina sono il sintomo di una buona economia domestica. Per non parlare degli attacchi al Valore della vita (perpetrati dal tentativo di fare una legge sul testamento biologico; che farne degli omosessuali non è chiaro – ma procediamo per ordine e riportando le sue parole).
Commentando il divorcio exprés Mantovano attacca così (Mantovano (An): è merito del centro-destra se non c’è testamento biologico, Vivere & Morire, 16 novembre):

I dati spagnoli sul ‘divorzio express’ sono l’emblema dello zapaterismo.
Quando, con riferimento ai temi che interessano la famiglia e i diritti dei figli, si parla di ‘zapaterismo’, per identificare una deriva di dissoluzione e di spappolamento, c’è chi fa il sorrisetto, quasi a sottolineare una esagerazione. Poi vengono fuori dati come quelli del ‘divorzio express’ (dal 2005 al 2006 in Spagna + 330% rotture dei matrimoni, grazie a una legge introdotta da Zapatero) e si constata che le critiche sono squilibrate per difetto, non per eccesso.
Se ciò non si è ancora verificato in Italia, nonostante gli sforzi della Sinistra di introdurre i dico, il testamento biologico e le norme sull’omofobia non è stato frutto del caso: è perché larga parte del Centrodestra si è opposta dentro e fuori le sedi parlamentari. Se a qualcuno venissero dubbi sull’opportunità di questa resistenza, il film di ciò che accade a Madrid è lì, pronto a dissolverli.
330%? Accidenti, Zapatero è proprio un rovinafamiglie. Se è già molto discutibile la connessione causale (e di colpa) tra introdurre una legge liberale (o meglio, una legge che facilita la procedura per il divorzio senza obbligare i coniugi ad attendere un periodo di separazione) e scassare le famiglie (che non erano aggiustate prima, erano soltanto unite ancora da una legge paternalistica e ipocrita), quando ci si sofferma sulle percentuali del presunto incremento si scoprono molti aspetti interessanti di Mantovano.

Vai a cercare qualche conferma e ti imbatti in una prima apparente conferma: Explosivo incremento del divorcio en España por ley anti-familia, Aciprensa, 16 novembre 2007.
Esplosivo!, ha ragione Mantovano allora! Ma basta leggere per inciampare in una percentuale molto diversa:
Según el Instituto Nacional de Estadísticas (INE), en el 2006 los divorcios constituyeron el 87 por ciento de las rupturas matrimoniales en el país. En 2004, un año antes de la reforma legislativa, los divorcios constituían sólo el 38.

El informe revela que el número de divorcios en 2006 fue de 126 mil 952, es decir 74,3 por ciento más que el año anterior.
Magari sono stati approssimativi. Cerchiamo ancora. El Paìs sbatte la percentuale del 74% anche nel titolo: Los divorcios aumentan un 74% con la nueva ley, 16 novembre.
Niente da fare. Ma non ci rassegniamo. Da el Mundo (15/11/2007) uno spiraglio di speranza: Los divorcios representan ya el 87% de las rupturas matrimoniales en España.
Ma andando a leggere il testo (consigliabile anzichenò) si fanno interessanti scoperte:
El número de divorcios en 2006 fue de 126.952, lo que supone en importante incremento del 74,3% respecto a la cifra registrada el año anterior, cuando los divorcios fueron 64.028 y sólo representaron el 46,7% de todas las rupturas matrimoniales de 2005.
Ma poi si scopre la lanterna che Mantovano ha preso per una lucciola:
La duración media de los 145.919 matrimonios disueltos en 2006 fue de 15,1 años, aunque la mayor parte de las separaciones se produjeron tras 20 años de vida matrimonial. El INE destaca el excepcional aumento de los matrimonios disueltos antes de un año (del 330,6% respecto a 2005), resultado de la modificación legislativa antes citada.
Eccola lì la percentuale del 330%! Matrimoni durati meno di un anno. Certo che sono aumentati. Misterioso eh?
Chissà quali gravi e importanti impegni aveva Mantovano per non avere letto nemmeno un articoletto (facile e discorsivo, chiaro e preciso): ha guardato il titolo, gli è piaciuta la percentuale del 330% (è allarmista ed ha un vago sapore trinitario) e si è preparato per la sua dichiarazione.
Ringraziamo di cuore Mantovano e la destra (il centrodestra, e aggiungerei pure la sinistra) per averci salvato da una simile diavoleria (qui si chiamerebbe divorzio breve per non creare conflitti di interesse con la TAV). Nonché da una legge sul testamento biologico (quale scandalo) e dalle norme sulla omofobia (non chiedetemi di cosa si tratti: forse Mantovano vorrebbe ripristinare il reato di omosessualità; che in effetti sarebbe doveroso rimettere in sesto la moralità di questo Paese!).

Quanto alle metafore cinematografiche, forse Mantovano farebbe bene ad andare a vedere qualche film divulgativo sulla matematica e sulla buona fede (invece che riguardare migliaia di volte i cinegiornali di allora). Magari, se avesse un pomeriggio libero (tanto i giornali non li legge) potrebbe guardarsi XXY. Imparerebbe qualcosa (forse, questa mattina sono ottimista).

Il comunicato stampa originale è qui.

Nessun popolo è illegale

Da Carmilla nasce l’appello Il triangolo nero. Inizia così:

La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.

Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.

Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.

Qui per aderire.

venerdì 16 novembre 2007

Nessuna chiarezza sulla morte di Aldo Bianzino

Ancora nessuna risposta sulla tragica e insensata morte di Aldo Bianzino (colpevole di coltivare piante di canapa indiana), nonostante siano state aperte due inchieste, una per omissione di soccorso e una per omicidio.
Ad oltre un mese dall’accaduto, in barba agli appelli, alle interrogazioni parlamentari, alla manifestazione nazionale di un migliaio di cittadini e all’audizione in Consiglio comunale del Direttore del carcere di Capanne, non emerge alcun elemento in grado di fare chiarezza su ciò che avvenne quella tragica notte.
Oggi una conferenza stampa a Perugia.

Il caso Garaci (leggi Italia) arriva fino a Nature

Prescription for change. Health research in Italy is in desperate need of a fresh start, NATURE|Vol 450|15 November 2007:

These are painful times for Livia Turco, the Italian health minister. A member of the centre-left Democratic Party, Turco has been caught in a web of power politics that has led her to nominate Enrico Garaci to serve a third term as president of the ISS, an important, publicly funded health-research institute in Rome. The nomination is seen by many as problematic because Garaci has not fully embraced the open and competitive peer review that Italian research policy must adopt if it is to compete more effectively with other scientific powers of comparable size.
On 6 November, the Italian Senate’s health committee took the unusual move of rejecting the nomination. Legally, Turco is obliged to take note of the Senate’s view — and also that of the chamber of deputies, a committee of which approved the nomination on 24 October — but she does not have to follow it. By withdrawing the nomination, she may lose political face, but by insisting on it, she will undermine her government’s main objective, which is to cajole Italian governance into a new era of meritocracy and openness.
The ISS is in some ways Italy’s equivalent of the Pasteur Institute in Paris. It employs around 1,500 scientists who work in areas such as vaccines, stem cells and genomics, and its €100 million (US$145 million) annual budget is mostly absorbed by salaries — although the institute also coordinates some extramural projects.
The way in which Garaci has administered these projects has often upset other senior scientists. Their discontent is currently focused on €3 million allocated to stem-cell research this year. Stem-cell researchers have complained to Turco in a letter to which she has not replied. Newspapers have pointed out that Garaci was a member of the health-ministry committee that helped decide that the ISS would distribute the stem-cell funds. Moreover critics fear that Garaci’s own doctrinaire brand of Catholicism— he is a member of the conservative Science and Life group — may prevent the small programme from supporting work that would be permitted under the law, but of which he may personally disapprove.
On balance, Garaci lacks the confidence among his peers that a director of the ISS needs. Turco should withdraw his nomination and follow the procedure adopted successfully by her colleague, research minister Fabio Mussi, in filling top positions. She should set up an independent search committee to draw up a shortlist of candidates from which she can select a nominee, who would then have the full confidence of Italy’s biomedical research community.

Nessun rispetto

Compare oggi su Il Riformista una lettera molto divertente inviata dall’ufficio comunicazione di Liberi da OGM:

Nessun rispetto
In riferimento all’articolo apparso ieri su Il Riformista, Mario Capanna e la voglia matta di essere Vandana Shiva, precisiamo che le opinioni, pur se radicalmente opposte alle nostre, sono sempre da noi rispettate. Le affermazioni false, invece, sono sempre e soltanto false, e non possono ricevere alcun rispetto.

(firmato)
Ufficio comunicazione della Coalizione “ItaliaEuropa – liberi da Ogm”
L’articolo in questione è di Anna Meldolesi ed è un articolo divertente e ironico, ma soprattutto puntuale e argomentato. Rappresenta senza dubbio una opinione diversa da quella del gruppo di Mario Capanna, e perciò meriterebbe rispetto (come essi stessi dichiarano).
Non è chiaro quali sarebbero le dichiarazioni false: per come l’hanno messa sarebbe legittimo pensare che non sono quelle di Anna Meldolesi, bensì quelle di qualcun altro non menzionato. E se fossero di Meldolesi, quali sono? E perché? Affermare che non si ha rispetto per le affermazioni senza offrire altri dettagli false somiglia a dire (guardando una tavola imbandita) che non si vuole mangiare i cibi andati a male (senza indicare se sono presenti sulla tavola e senza dimostrare che siano andati a male).
Viene il sospetto che questo tipo di argomentazione sia la stessa usata per dimostrare la pericolosità degli OGM.

giovedì 15 novembre 2007

Sorpresa: Avvenire straparla

Su Avvenire di oggi Viviana Daloiso esordisce così («Sorpresa: “La diagnosi preimpianto non funziona”», 15 novembre 2007, inserto «È vita», p. 1):

Per gli antagonisti della legge 40 è il preferito tra i cavalli di battaglia, soprattutto dopo la discussa sentenza emessa dal Tribunale di Cagliari alla fine di settembre sul caso della donna affetta da beta-talassemia: parliamo della diagnosi preimpianto, la tecnica di analisi e selezione degli embrioni che – nei proclami di chi la sostiene – dovrebbe permettere alle donne che accedono alla fecondazione assistita di moltiplicare le possibilità di successo della futura gravidanza, individuando e impiantando gli “esemplari” potenzialmente più sani.
Ma, come ci informa con malcelata soddisfazione l’articolista,
tra lo stupore di una parte dei partecipanti al meeting annuale delle società per la riproduzione assistita statunitensi, riunite a Washington a metà ottobre, i medici della Asrm (l’American Society for Reproductive Medicine, tra le più autorevoli e rappresentative Oltreoceano) si sono espressi nettamente contro la tecnica di diagnosi preimpianto dello screening […] eppure le varie tecniche della diagnosi preimpianto, anche nel nostro Paese, continuano a essere proposte come metodo sicuro per aumentare i successi nelle gravidanze da procreazione assistita...
Qualcosa di stonato sarà stato percepito già da un po’ dai più avvertiti: ma la diagnosi preimpianto non serviva a far nascere bambini sani da coppie portatrici di difetti genetici? Cosa c’entra l’aumento dei successi nelle gravidanze da procreazione assistita? E cosa diavolo sarebbe la «diagnosi preimpianto dello screening»?
Il mistero si chiarisce andando a vedere uno dei più recenti numeri di Nature, dove secondo la stessa Daloiso sarebbe «ampiamente riportato» quanto emerso al convegno. Il pezzo (Brendan Maher, «Embryo screening “doesn’t improve” pregnancy success», Nature News, 17 ottobre 2007; lo citavamo recentemente su Bioetica) parla in realtà principalmente non della diagnosi preimpianto, ma dello screening preimpianto. Le due tecniche si somigliano, ma – come spiega chiaramente Nature – la prima ha lo scopo di far nascere bambini sani, individuando gli embrioni portatori di singoli geni difettosi; la seconda (che individua una classe specifica di difetti genetici, le aneuploidie, cioè anomalie nel numero di cromosomi, che sono connesse alla difficoltà di ottenere una gravidanza) ha lo scopo principale di aumentare il successo delle tecniche di fecondazione in vitro. I dati presentati dall’Asrm, mentre da un lato mettono in dubbio l’efficacia dello screening, dall’altro «supportano la diagnosi genetica di preimpianto»: così, esplicitamente, l’articolo di Nature. La Daloiso, se l’ha letto, doveva essere molto distratta. Eppure avrebbe dovuto accorgersi della topica: riportando le dichiarazioni di Glenn Schattman, «noto specialista nel campo dell’infertilità e docente di Endocrinologia riproduttiva al Weill Medical College della Cornell University», lo presenta affermando che
non soltanto è un convinto sostenitore della pratica ma esegue diagnosi preimpianto sulle donne che ogni anno ricorrono alla fecondazione assistita per avere figli nel suo studio. Proprio per questo la sua testimonianza è ancor più sbalorditiva
Non c’è dubbio, in effetti, che un convinto sostenitore della pratica (si noti l’uso del tempo presente: Schattman «è», non «era»; «esegue», non «eseguiva») che testimonia contro la pratica stessa sia un fenomeno «sbalorditivo». Ovviamente, Schattman è contrario allo screening, non alla diagnosi preimpianto.
Ma siamo ancora lontani dal vertice di comicità involontaria che la Daloiso tocca più avanti, quando ci informa che l’evidenza dei fatti costringerebbe
Schattmann [sic], quando una donna si presenta nel suo studio, a dirle con onestà: «Se il suo obiettivo è quello di avere un bambino sano ricorrendo alla fecondazione assistita, la sua migliore chance di ottenere questo scopo sarà di non ricorrere allo screening preimpianto». E quando la donna gli obietta che lui è un convinto sostenitore della diagnosi preimpianto, Schattmann [sic] replica: «Lo sono, è vero. Ciò non toglie che io debba agire rispettando la deontologia del mio mestiere di medico: che, al di là di ogni interesse commerciale, mi impone di dire la verità sull’inutilità e i rischi di questa tecnica».
Sarei curioso di sapere quali sono state veramente le dichiarazioni del dottor Schattman (che non trovo nel pezzo di Nature né da nessun altra parte); sospetto fortemente che un «convinto sostenitore della diagnosi preimpianto» non vada in giro a denunciare l’«inutilità e i rischi di questa tecnica»...

Darwin secondo Sgreccia

Elio Sgreccia (Scienza e fede: mons. Sgreccia, creazionismo ed evoluzionismo non si contraddicono, SIR, 15 novembre 2007):

Una fede rettamente compresa nella creazione e un’evoluzione rettamente intesa non sono in contraddizione: l’evoluzione suppone la creazione, anzi la creazione alla luce dell’evoluzione produce un arricchimento che si estende nel tempo come creazione continua.
E poi l’agenzia prosegue:
Il dibattito sul rapporto tra creazionismo ed evoluzionismo è stato rilanciato, ha ricordato Sgreccia, dalla teoria dell’”Intelligent design” elaborata negli Usa, ma implica la necessità della presa di coscienza di “un disegno superiore, per arrivare ad una pacificazione tra le istanze della scienza e quelle della religione”. “Nemmeno Darwin – ha affermato il relatore – intendeva escludere la creazione”, perché “anche chi accetta l’evoluzione ha l’obbligo di darne spiegazioni in termine di ragion sufficiente”. In questa prospettiva, dunque, “non c’è contraddizione tra creazione ed evoluzione, purché si mantengano alcuni punti fermi”, prima fra tutte “la differenza ontologica dell’uomo”, la cui negazione “rende incompatibili alcune teorie evoluzionistiche con la visione cattolica”.

Tra pornografia e strategia della tensione?

Apro la pagina del corriere.it e scorro i titoli.

Il primo: Meredith, tracce del suo DNA sul coltello di Solletico
Il secondo: Morte di Sandri, l’accusa è omicidio volontario. Tifosi, stop alle trasferte
Il terzo: Precari, il Senato dice sì ai diniani. Poi governo ko su un emendamento
Il quarto: Matera, crolla casale: bambino di 7 anni muore
Il quinto: Muore colpito da pistola elettrica. Scena ripresa al cellulare: il video (e link)
Il sesto: Asti, nonna e nipotina travolte da un’auto: erano sul marciapiede
Il settimo: Medico ucciso a Milano, ritrovati i quadri in un parco pubblico
L’ottavo: Pena di morte, verso la moratoria. Battaglia fino all’ultimo minuto
Il nono: La Francia paralizzata dagli scioperi
Il decimo: Notte di passione a lune di candela a Padova. E lei finisce ustionata

God Party

Ieri Giacomo Samek Lodovici si è superato (Lo conosciamo e ci conosce. Questa è la vera festa, 14 novembre 2007), ha raggiunto vette di tale commozione da rendere necessaria molta cautela per quanti si apprestano a leggerne le parole tracciate sulla carta. Non mettetevi a singhiozzare dalla emozione.
Si inizia con la corretta definizione del cristianesimo, che non si limita ad essere “solo un insieme di divieti, che impediscono all’uomo di cogliere le più intense soddisfazioni della vita”. Anzi, il cristianesimo è gioia e felicità, e lo ha ricordato anche quello vestito di bianco nella sua prima messa (Lodovici, in segno di rispetto, scrive “Messa”):

Benedetto XVI ha insistito: «Chi fa entrare Cristo [nella propria vita] non perde nulla, nulla, assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande». Il Papa lo aveva poi ribadito ai giovani della Gmg di Colonia: «La felicità che cercate, la felicità che avete il diritto di gustare, ha un nome, un volto: quello di Gesù di Nazareth […]. Solo lui dà pienezza di vita!».
Uno dei problemi di questa definizione di cristianesimo è che per chi ha già abboccato è superflua; per chi andrebbe convinto è assolutamente risibile. A meno che non la si prenda dal lato accidioso, e la si intenda come una descrizione della vita di chi prende i voti: mantenuto, rispettato nonostante tutto, con bambini a disposizione (volendo, si intende), con colf gratuite – che quando protestano vengono mandate via e così via. Ma qualcosa mi dice che Lodovici non stesse pensando a questo risvolto.
Benedetto XVI ha insistito varie volte su questo concetto. Per esempio in un discorso (che, pur essendo un gioiello, passato quasi inosservato) tenuto ai vescovi svizzeri il 9 novembre di un anno fa, in cui spiega che le norme morali vanno osservate e non le si può ignorare, ma il cristianesimo non è un moralismo bensì opera di grandezza. In questo discorso il Papa unifica i due temi complementari sviluppati nell’enciclica, che verte su Dio come Amore, e nella lectio di Ratisbona, che verte su Dio come Logos, cioè Ragione. Sulla scorta di Agostino, Benedetto XVI dice: «Dio è Logos e Dio è Amore – fino al punto di farsi totalmente piccolo, di assumere un corpo umano e alla fine di darsi come pane nelle nostre mani». Anche alla Gmg il Papa aveva parlato dell’«inconcepibile grandezza di un Dio che si è abbassato fino al punto di mostrarsi nella mangiatoia e darsi come cibo sull’altare». Ora – prosegue il Papa nel discorso ai vescovi che stiamo citando – «questi due aspetti del concetto cristiano di Dio dovremmo sempre tenere presenti e far presenti. Dio è Spiritus creator, è Logos, è Ragione. E per questo la nostra fede è una cosa che ha a che fare con la ragione, può essere trasmessa mediante la ragione e non deve nascondersi davanti alla ragione».
Chissà cosa intende Lodovici con moralismo. Chissà cosa intende dicendo che le norme morali non possono essere ignorate. Letteralmente non è affatto vero, ovviamente. E allora in che senso? Perché non dire che è preferibile rispettare le norme morali? Forse è solo questione di scelta stilistica del nostro, ma vorrei ricordargli che la mera esecuzione di norme è molto lontana dalle opere di grandezza.
Chissà come riesce a citare il discorso di Ratisbona senza vergognarsi. Poi ripete le insensatezze note del cattolicesimo: farsi uomo, essere divorato per secoli e secoli, le mai comprese parentele trinitarie e così via. E il tentativo di accaparrarsi la ragione che ultimamente è di gran moda; e Lodovici non si tira indietro. E introduce la stoccata finale.
Se si trascura questo aspetto di Dio, si cade negli errori del fideismo, che ignora il fecondo sostegno che la ragione può fornire alla fede, o nella guerra santa, che pretende di imporre la fede con la violenza. Ma – aggiunge il Papa – questa Ragione eterna ed incommensurabile, non soltanto una matematica dell’universo e ancora meno qualche prima causa che, dopo aver provocato il Big Bang, si è ritirata. Questa Ragione, invece, ha un cuore, tanto da poter rinunciare alla propria immensità e farsi carne e in ciò sta […] l’ultima e vera grandezza della nostra concezione di Dio. Infatti, noi Lo conosciamo ed Egli conosce noi. E possiamo conoscerLo sempre meglio, se rimaniamo in colloquio con Lui.
Capito? Avrà mai tenuto tra le mani un manualetto di scienze? Si sarà mai domandato qual è il senso delle affermazioni che fa con tanta disinvoltura? Che la ragione abbia un cuore è davvero notevole. Non so come materializzare la Ragione per darle un cuore, ma forse Lodovici non voleva dire “cuore” letteralmente. Se uno vi dice che colloquia con dio cosa fate, chiamate la neuro o vi inginocchiate ammirati?
Ratzinger-Benedetto XVI lo ha ribadito anche nel suo Gesù Nazareth (p. 67), dove spiega che Gesù non ha portato la pace nel mondo, né il benessere per tutti. Dunque, che cosa ha portato? La risposta è molto semplice: Dio. Ha portato Dio. […] Solo la nostra durezza di cuore ci fa ritenere che ciò sia poco. Il Papa aggiungeva ancora ai vescovi: Nietzsche addirittura ha detto: Solo se Dio non esiste possiamo far festa. Ma ciò un’assurdità: solo se Dio c’è ed Egli ci tocca, può esserci una vera festa.
Lodovici sente la necessità di ricordarci che Ratzinger e Benedetto XVI siano la stessa persona, come se qualcuno potesse dimenticarlo dal momento che è la star della tv, onnipresente sui telegiornali e sui giornali. Io rinuncio al tentativo di capire, perché quando uno mi dice che Dio ha creato tutto, etc. etc., e poi mi dice che Gesù ha creato Dio mi si confondono le idee. Buona festa, dunque, per quanti sono toccati da Dio (ma se ne accorgono? Come fa a toccarli Dio se è immateriale?).

mercoledì 14 novembre 2007

Servitù parrocchiale

La notizia ha dell’incredibile (Da spose di Cristo a serve del parroco. Il vescovo di Albano caccia le suore che non vogliono fare le colf, Adista). E il vescovo le licenzia: ci sono 3 suore missionarie di Santa Gemma della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Aprilia, un vescovo, Marcello Semeraro, un parroco e un viceparroco. Per il rinnovo della convenzione di collaborazione, il vescovo pone una condizione: che le suore prestino servizio “materiale” al parroco e al viceparroco.
La superiora della casa generalizia di Lucca giudica inaccettabile la richiesta; le 3 suore sono rispedite da dove venivano.
I parrocchiani si indignano e scrivono una lettera al vescovo (sottoscritta da 1.500 fedeli):

Non le nascondiamo la nostra amarezza e incredulità, poiché siamo consapevoli che le suore costituiscono una presenza evangelizzatrice importante, di cui la nostra realtà ha potuto beneficiare largamente nel cammino di fede intrapreso negli ultimi anni.
Noi fedeli speriamo vivamente che Sua Eccellenza non sia realmente convinto che l’assunzione di un siffatto impegno costituisca una condizione perché le suore possano permanere nella nostra Comunità e continuare così a collaborare con i sacerdoti ed i laici nella missione di evangelizzazione del territorio. Tanto più se si considera che gli attuali sacerdoti della parrocchia, interpellati da noi, hanno affermato di non aver richiesto tale servizio, preferendo la loro condizione attuale e la loro indipendenza.
Niente da fare, le suore sono liquidate.
E i fedeli dichiarano in un comunicato:
Le suore sono state cacciate. È un’affermazione dura e scomoda, che infastidisce il vescovo Semeraro, ma noi sappiamo che è l’unica che descrive esattamente quanto è accaduto ed è inutile affannarsi a dire o ripetere meccanicamente, come fa il vicario foraneo, don Giuseppe Billi, che le suore hanno scelto di andarsene.
Nessuno in Curia sembra aver considerato che le suore rappresentano un punto di riferimento spirituale per la vita delle persone. La loro presenza è un completamento della testimonianza del Vangelo, che viene portata avanti in comunione da sacerdoti, religiose, laici nel pieno rispetto di quanto disposto nel Concilio Vaticano II. Abbiamo avuto di fronte una gerarchia ecclesiastica che riconosce un ruolo all’interno della comunità alle donne consacrate se queste prima passano per la casa del parroco e fanno le casalinghe; poi possono finalmente permettersi di scendere e prestare il loro servizio a favore del popolo di Cristo.
Io non sono molto preparata in materia divina, però mi vengono in mente parole e concetti di provenienza cattolica, come: accidia, carità cristiana, guida spirituale, conforto, rispetto.
(Nella foto il vescovo Marcello Semeraro e Padre Carlo Fioravanti con le autorità militari: scopri qual è).

Chi si fosse distratto...

... può stare tranquillo: Liberi da OGM ha prorogato (proprio come uno spettacolo che si rispetti) la scadenza per votare e aggiungere il proprio nome.
Ecco il comunicato stampa:

Gli italiani hanno ancora tempo per esprimere il proprio Sì a favore di un modello agroalimentare libero da Ogm, visto che la Consultazione nazionale promossa dalla
Coalizione “ItaliaEuropa-Liberi da Ogm” viene prolungata fino al 9 dicembre. In un primo tempo la scadenza era stata stabilita per domani, 15 novembre. Lo hanno deciso i Presidenti delle 32 organizzazioni che formano la Coalizione durante la riunione che si è svolta ieri, al termine della conferenza stampa in cui è stato annunciato il raggiungimento ed anzi superamento dell’obiettivo che ci si era posti, ovvero raccogliere 3 milioni di Sì.
“Considerato lo straordinario successo ottenuto – si legge in una nota dei Presidenti – abbiamo deciso all’unanimità di prolungare la Consultazione, in modo che gli italiani possano continuare ad esprimere il proprio Sì ad un modello agroalimentare Ogm free”. L’auspicio è che con i nuovi voti raccolti si possa esercitare una pressione ancora maggiore sul Governo non solo italiano ma anche europeo, in modo che in materia di Ogm si tenga conto del sentire espresso dall’opinione pubblica piuttosto che di interessi economici di parte.
Vorrei cogliere l’occasione per proporre una consultazione popolare su dove il cane va a pisciare.

Consultori familiari: meglio tacere

In un articolo di ieri (Consultori familiari. Urgente pronunciarsi, Avvenire) Giuseppe Della Torre ci illumina sui consultori familiari, e su molte altre questioni.

Agli inizi degli anni Settanta, quando la crisi della famiglia cominciava a manifestarsi in maniera preoccupante anche da noi e il divorzio, per la prima volta nella storia d’Italia, era entrato nell’ordinamento giuridico, il legislatore ritenne di dover intervenire con importanti provvedimenti. Si trattava in sostanza di attuare pienamente le disposizioni costituzionali su matrimonio e famiglia, sia nella prospettiva, più propriamente tuzioristica, di garantire la famiglia fondata sul matrimonio nei diritti inalienabili e naturali che sono suoi propri, sia nella prospettiva, più chiaramente promozionale, di favorire la costituzione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi. Videro così la luce nello stesso anno, il 1975, sia la legge di riforma del diritto di famiglia, che novellò il codice civile del 1942, sia la legge che istituiva i consultori familiari.
A sentire lui, “famiglia” sarebbe un modello unico e universale (nonché assoluto e immodificabile), e sarebbe quello che dicono i cattolici (notoriamente rappresentanti di tutte le culture e di tutte i momenti storici). Da notare poi come l’accento sul divorzio sia messo per farci sentire in colpa, noi, dissolutori di famiglie!
Il nostro ha le idee confuse, o quantomeno molto parziali. I consultori non sono nati come cintura di sicurezza del matrimonio. Non parliamo della famiglia prima della riforma del diritto di famiglia: padre padrone cattolico, certo, ma padre padrone con donna, metà angelo del focolare, metà imbecille da cornificare – senza divorziare, si capisce. Perché la famiglia è sacra, ma il sesso è pur sempre una esigenza maschile da soddisfare, mica ci si può reprimere, che fa male sia all’umore che al fisico. L’idea più potente (e purtroppo tradita) dei consultori consiste nello spostamento dalla cura alla prevenzione della salute. I consultori nascono su basi molto complesse e aspiravano ad essere molto più di un certificatificio per andare ad abortire. Purtroppo tagli e disattenzioni politiche (e non solo) hanno contribuito a svuotarli del significato complesso iniziale, rendendoli inadatti e inefficaci nel rispondere (mettici spesso una carenza del personale, una riduzione delle ore, e così via).
L’idea che mosse questi interventi riformatori, in gran parte condivisa trasversalmente tra le varie forze politiche, fu di rafforzare l’istituzione familiare con una normativa più moderna, per rispondere alle nuove sfide poste dall’evoluzione sociale, nonché di sostenerla nei diversi momenti e nelle differenti vicissitudini che in concreto può incontrare. Insomma: riforma del diritto di famiglia e legge sui consultori familiari furono pensate insieme per stare insieme, in una visione che guardava al futuro. Due leggi non perfette, come spesso accade nelle cose umane, e tuttavia animate delle migliori intenzioni e con elementi certamente apprezzabili.
Insieme chi? Ho un vago ricordo (me lo raccontava mia nonna, non vanto ricordi solidamente fondati) che ci fu qualche referendum in quegli anni, e se ben ricordo due posizioni si scontravano (mi sembra una per il “sì” e una per il “no”). Insieme? Per stare insieme?
Dopo una sdolcinata e falsa descrizione della famigliola nostrana, resistente a molte traversie, Giuseppe Della Torre si avvia verso la conclusione, vibrante di indignazione e carica di speranze:
In questo contesto, diciamolo francamente, le attese sollevate dalla legge del 1975 sui consultori familiari sono state sostanzialmente deluse. Se si tolgono le solite lodevoli eccezioni, e fra queste sono senz’altro i consultori di ispirazione cristiana, la funzione consultoriale si è banalizzata e ridotta ad una sanitarizzazione; i consultori si sono ridotti a luoghi per l’aborto e per la contraccezione, tra l’altro con le conseguenze in termini di squilibrio demografico che oggi vengono drammaticamente emergendo. La funzione di formazione dei giovani al matrimonio, la consulenza nelle difficoltà di coppia, l’opera di mediazione per la prevenzione di separazioni e divorzi, la salvaguardia della vita nascente, il sostegno ai nuclei familiari con persone in difficoltà, la consulenza psicologica e pedagogica: tutto ciò è in buona parte mancato. Non sarebbe ora di riaprire la discussione sul tema?
Certo, i consultori cristiani. O quelli piantonati dal MPV. Quelli in cui ti dicono che abortire ti fa venire il cancro all’utero, o che prendere la pillola riduce drasticamente la fertilità. Un gran contributo, nell’ottica che ciò che non ti ammazza ti fortifica.
La situazione dei consultori familiari è penosa, ma di certo non per le ragioni invocate da Della Torre. E soprattutto, prima di invocare discussioni (con l’intento di modificare la legge, e chissà come mai ho il presentimento che la direzione non sia quella da me sperata) sarebbe opportuno invocare l’applicazione di una legge esistente, che è ancora una gran legge e che costituisce ancora oggi un solido riferimento per la libertà di cura e di scelta, che ha segnato un passo importante nella critica del paternalismo (morale e medico).

martedì 13 novembre 2007

SAgRi replica a Cannella sul coverup

SAgRi apprende con sconcerto dalle agenzie di stampa le dichiarazioni rilasciate dal presidente dell’Inran Carlo Cannella. Cannella nega che qualcuno abbia svolto per conto del suo istituto indagini sulle micotossine, se non il laboratorio deputato dall’Istituto Superiore di Sanità. Questa affermazione, intanto, è contraddetta dal suo predecessore, Giovanni Monastra, responsabile dell’Inran nel periodo in cui si è svolto lo studio contestato. Monastra, infatti, rispondendo a un articolo di Gilberto Corbellini sul Sole 24 Ore l’8 luglio ammetteva che questi studi ci sono stati e hanno rilevato per le fumonisine “valori maggiori nelle farine non GM”, anche se cercava di sminuire la significatività dei dati. Le dichiarazioni di Cannella appaiono sorprendenti anche alla luce del fatto che la mancata diffusione dei dati sulle fumonisine da parte del suo istituto è stata oggetto di un’interrogazione parlamentare presentata il 6 giugno 2007. In ogni caso Tommaso Maggiore, che ha eseguito la prova su campo per conto nell’Inran confrontando mais OGM e convenzionale in una delle stazioni sperimentali dell’Università di Milano, ci ha dichiarato: “Ho fatto eseguire queste analisi sui campioni della sperimentazione Inran e successivamente ho comunicato questi dati all’istituto insieme a quelli sugli attacchi della piralide e del Fusarium, il fungo produttore delle fumonisine. Ma l’Inran non li ha mai divulgati”.

Liberi con gli OGM denunciano il cover-up di uno studio sul mais GM

Il coordinamento SAgRI costituito da ricercatori e associazioni favorevoli alle biotecnologie agrarie, che si riunisce oggi a Roma per l’iniziativa intitolata “Liberi con gli OGM”(ore 14.30, Hotel Nazionale, Piazza di Montecitorio 131), denuncia la mancata diffusione al pubblico dei risultati di uno studio sul mais OGM condotto in Italia. Questa ricerca è stata commissionata nel 2005 dall’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN) del Ministero per le politiche agricole a un docente dell’Università di Milano, Tommaso Maggiore. Quest’ultimo era tenuto per contratto a non divulgare i dati, mentre l’INRAN ha omesso dalle proprie comunicazioni una parte rilevante dei risultati, nonostante fossero stati ottenuti con fondi pubblici e avessero evidenti ricadute per le politiche a tutela della salute dei consumatori. Lo studio condotto per conto dell’INRAN, infatti, ha rinvenuto nel mais convenzionale un contenuto allarmante di fumonisine, superiore alle soglie consentite dalla normativa europea. Questo valore si è dimostrato 100 volte superiore a quello del mais OGM resistente alla piralide (mais Bt) coltivato nello stesso campo sperimentale. Le fumonisine sono sostanze cancerogene e teratogene, prodotte dal fungo Fusarium, che prolifera in presenza della piralide. Questo parassita e le tossine che si accumulano in sua presenza rappresentano un problema cronico per la maiscoltura italiana. Si stima infatti che metà del mais italiano contenga livelli di fumonisine superiori al tetto fissato dal Regolamento 1126/2007 e pertanto vada considerato fuorilegge per il consumo umano. Per gli scienziati di SAgRI è assurdo che si continui a discutere dei rischi teorici degli OGM, mentre si nascondono i rischi reali dei prodotti convenzionali a cui l’ingegneria genetica consentirebbe di rimediare. È inoltre gravissimo che il legislatore e i consumatori siano stati tenuti all’oscuro di informazioni utili per proteggere la salute degli Italiani. SAgRI ha dichiarato il proprio sostegno al Prof. Maggiore, che si è trovato a dover gestire da solo una situazione oggettivamente insidiosa, e ha spiegato la decisione di divulgare i dati con la volontà di non tradire il rapporto di fiducia che lega la comunità scientifica e i cittadini.

(Qui la registrazione della conferenza stampa).

Il guaio delle disgiuntive

X: vuoi andare al mare o in montagna?
Y: sì.
X: come sì? al mare o in montagna?
Y: è uguale.
X: ma come fa ad essere uguale? il mare è diverso dalla montagna.
Y: sì, ma fa lo stesso.
X: ... (capitolazione).

Cervelli in fuga, galline in Senato

Maggioranza e governo sono stati battuti nell’aula del Senato su un emendamento alla Finanziaria di Giuseppe Valditara (An) che prevede che il Fondo di finanziamento ordinario sia aumentato di 40 milioni di euro per ciascuno degli anni 2008, 2009 e 2020, al fine di incrementare l’assegno di dottorato di ricerca. I sì sono stati 161, i no 152, gli astenuti 3. Il parere di governo e relatore era contrario.
Ai miei tempi, signora mia, la borsa si aggirava intorno agli 850 euro (dubito vi siano significativi cambiamenti). Se a questo si aggiunge l’età media in cui si riesce a vincere un dottorato (soprattutto nelle materie umanistiche) e il deserto che lo circonda, prima e dopo, non ci si riesce proprio a spiegare per quali ragioni chi ha un po’ di sale in zucca se ne vada... Chissà.

lunedì 12 novembre 2007

Liberi con gli OGM

COMUNICATO STAMPA

Scienziati e agricoltori pro-biotech insieme contro Capanna

La coalizione guidata da Mario Capanna vuole liberare gli Italiani dagli OGM. Ricercatori e agricoltori favorevoli all’uso delle biotecnologie agrarie, invece, invitano tutti i liberi pensatori a contribuire a un dibattito informato sui vantaggi delle colture migliorate geneticamente.

L’appuntamento intitolato “Liberi con gli OGM. Per un’agricoltura senza pregiudizi e bugie” è per domani martedì 13 novembre alle ore 14.30 nella Sala Cristallo dell’Hotel Nazionale, in Piazza di Montecitorio 131, a Roma.

Partecipano, fra gli altri, Edoardo Boncinelli (Università Vita-Salute, Milano); Luigi Frati (Università di Roma La Sapienza); Silvio Garattini (Istituto Mario Negri); Cinzia Caporale (Comitato Nazionale di Bioetica); Duilio Campagnolo (Futuragra); Roberto Defez (CNR, Napoli); Gilberto Corbellini (Associazione Luca Coscioni); Alberto Oliverio (Università di Roma La Sapienza); Piergiorgio Odifreddi (Università di Torino); Giuliano D’Agnolo (Comitato Biosicurezza); Luciano Caglioti (Comitato Biosicurezza); Elena Cattaneo (Università di Milano); Amedeo Pietri (Università Cattolica di Piacenza); Francesco Sala (Università di Milano); Giuseppe Dalfino (Associazione Biotecnologi Italiani); Luca Marini (Comitato Nazionale di Bioetica); Pino Macino (Università di Roma La Sapienza); Giorgio Cantelli Forti (Società Italiana di Tossicologia); Felice Cervone (Società Italiana di Fisiologia Vegetale); Ezio Bussoletti (Università di Napoli Parthenope); Carlo Stagnaro (Istituto Bruno Leoni); Antonio Gaspari (Cristiani per l’Ambiente).

L’incontro è promosso da SAgRI, dalle iniziali di Salute, agricoltura, ricerca, un coordinamento tra ricercatori, la Società Italiana di Genetica Agraria, la Società Italiana di Tossicologia, l’associazione di imprenditori agricoli Futuragra, l’Associazione per la libertà di ricerca scientifica Luca Coscioni. A questa iniziativa hanno aderito l’Associazione Galileo 2001, l’Istituto Bruno Leoni, l’Associazione dei Cristiani per l’Ambiente, la Fondazione Umberto Veronesi, l’Osservatorio sulla bioetica della Fondazione Einaudi, la Società Italiana di Fisiologia Vegetale.

Mia cara, sii spontanea!

Questo invito somiglia molto alla nuova legge in Illinois che impone preghiera e raccoglimento (reflective silence) prima di cominciare ogni giorno di scuola!
Una fanciulla e suo padre si sono arrabbiati (Teen Challenges Moment-Of-Silence Law, abcnews) e sono stati definiti atei. Ora, può anche essere che lo siano (anzi, è decisamente probabile che lo siano) ma forse il punto non sarebbe questo, ma il fatto che raccoglimento spirituale, preghiera, riflessione e così via non dovrebbero essere affare di governo, né tantomento imposti per legge. Sia perché sarebbe una forma di moralismo legale inaccettabile, sia perché sembra che l’obbligo svuoterebbe di significato la preghiera o la riflessione.
A meno che non si riducano a meri gesti esteriori, una specia di rituale formale.

The lawsuit asks the court to declare the law unconstitutional, said attorney Gregory Kulis, who represents Dawn Sherman, a freshman at Buffalo Grove High School, and her father Robert Sherman, a radio talk show host.

Kulis said the law is an attempt to inject religion into public schools in violation of the First Amendment. The suit also seeks a temporary restraining order to halt schools’ obeying the law until the case is decided. A judge will consider that request at a hearing Monday.

domenica 11 novembre 2007

Ogm e colture tipiche

Un eccellente, chiarissimo articolo di Dario Bressanini («La papaya Ogm», Scienza in cucina, 7 novembre 2007) fa giustizia di una delle tante accuse infondate rivolte agli organismi geneticamente modificati: che non servirebbero alle colture tipiche, e anzi ne metterebbero in pericolo la sopravvivenza. Bressanini racconta la storia del salvataggio delle colture di papaya delle Hawaii, minacciate da un virus, grazie alle tecniche di ingegneria genetica; e fa il paragone con i nostri prodotti, come il pomodoro San Marzano, condannato alla quasi estinzione per il rifiuto aprioristico di usare le stesse tecniche.
Ne approfitto per segnalare un articolo precedente dello stesso autore, sempre sugli Ogm («L’Ogm che non è mai esistito», 13 settembre) in cui si smonta, fra l’altro, la leggenda metropolitana della fragola con i geni di pesce.

God, you sound like a really useful guy

D.C.: buonasera signorina.
K.M: buonasera.
D.C.: tempaccio ultimamente, piogge torrenziali. È proprio vero quel luogo comune sulle mezze stagioni.
K.M.: non lo dica a me!
D.C.: lo so, lo so. Mi dispiace molto per la sua casa.
K.M.: è stato terribile.
D.C.: mi dispiace anche che si sia allagato il suo pub.
K.M.: già, non solo la casa, anche il pub.
D.C.: stia serena, ho saputo dal proprietario che nel giro di 6 mesi sarà riaperto.
K.M.: menomale, è un sollievo saperlo.
D.C.: le inondazioni l’estate passata sono state proprio un guaio. Cercare di arginare i danni, poi…
K.M.: anche perché non è facile trovare in poco tempo chi possa aiutarti. Senta, posso chiederle il suo numero di telefono? Dovesse succedere ancora, almeno si potrebbe intervenire tempestivamente. E poi, ora che ci penso, ho anche un rubinetto che perde.

(D.C. è David Cameron; K.M. è Kate Moss. D.C. ha dimostrato di avere ironia commentando l’accaduto: The good news is, I met Kate Moss and she wanted my telephone number. The bad news is, I think she thinks I’m something to do with drainage. Chissà, se l’avesse visto come nella foto, lo avrebbe preso per un veterinario?).

Ma sì. In fondo poteva andare peggio. Molti politici indigeni, per esempio, non sanno indicare il secolo della rivoluzione francese (il secolo, nemmeno l’anno preciso).

sabato 10 novembre 2007

Dio turismo

Altra puntata di Curzio Maltese (Turisti nel nome di Dio un affare da 5 miliardi, la Repubblica, 10 novembre 2007, ma non si chiamava accidia? No, forse nemmeno arriviamo a questo...):

Il turismo è il primo settore commerciale del mondo per espansione, terzo per margini di profitti dietro il petrolio e il traffico di armi. In Italia, una delle principali mete del pianeta, la chiesa cattolica è di gran lunga il dominus del settore. Secondo l’indagine Trademark la chiesa cattolica controlla ogni anno un traffico di 40 milioni di presenze, 19 milioni di pernottamenti, 250 mila posti letto in quasi 4 mila strutture. Il volume d’affari supera i 5 miliardi di euro all’anno, il triplo del fatturato dell’Alpitour, primo tour operator italiano. In cima alla piramide organizzativa del turismo cattolico sta l’Opera Romana Pellegrinaggi, che ha convenzioni con 2500 agenzie e una rete con migliaia di referenti sul territorio.

venerdì 9 novembre 2007

Ministro, che sta facendo?

Forse prepara la fionda...

Gesto di ossequio

Antonio Capano, «Unioni civili, registro abolito», Avvenire, 9 novembre 2007, p. 10:

L’amministrazione comunale di Pizzo ha abolito da qualche giorno il registro delle unioni civili che era stato istituito con una delibera del 2004 dalla precedente giunta municipale.
Pizzo era stata la prima città della regione a dotarsi di questo strumento. Ma adesso, anche senza suscitare il clamore che aveva avuto per l’istituzione, stabilisce il nuovo primato di una comunità che lo elimina.
D’altra parte nessuno aveva usufruito di quel registro.
Nei giorni scorsi il sindaco del comune calabrese, Fernando Nicotra, ha indirizzato una lettera al Santo Padre per comunicare la decisione presa dalla propria giunta. E da Roma, attraverso la Segretaria di Stato vaticana, non si è fatta attendere la risposta con l’invio di un messaggio-benedizione indirizzato al Comune e al primo cittadino «per il premuroso gesto di ossequio e di fedele adesione all’universale ministero del Santo Padre, incoraggiando a preservare con gioia nei propositi di amore a Cristo nella continua ricerca della verità».
Forse avrei dovuto ambientare «Concetta» un po’ più vicino nel tempo...

giovedì 8 novembre 2007

Soltanto dodici

Riporto (da un post di Cadavrexquis) i nomi dei dodici senatori che hanno votato a favore dell’emendamento alla Finanziaria 2008 presentato da Accursio Montalbano, Roberto Barbieri e Gavino Angius, «che propone di escludere dall’esenzione ICI i locali di proprietà di ONLUS o di confessioni religiose destinati anche parzialmente ad attività commerciale»:

  1. Roberto Barbieri (Misto - Costituente Socialista)
  2. Emilio Nicola Buccico (An)
  3. Mauro Bulgarelli (Iv-Verdi-Com.)
  4. Furio Colombo (Ulivo)
  5. Antonio Del Pennino (D.C. per le Autonomie - Partito Repubblicano Italiano - Movimento per l’Autonomia)
  6. Lucio Malan (Forza Italia)
  7. Accursio Montalbano (Misto - Costituente Socialista)
  8. Magda Negri (Gruppo per le Autonomie)
  9. Antonio Paravia (An)
  10. Fernando Rossi (Misto-Mpc)
  11. Giuseppe Saro (D.C. per le Autonomie - Partito Repubblicano Italiano - Movimento per l’Autonomia)
  12. Franco Turigliatto (Misto-Sc)
A questi nomi va aggiunto quello di Gavino Angius (Costituente Socialista), presentatore dell’emendamento che non ha poi potuto votare, in quanto presidente dell’assemblea.
Sarebbe giusto, penso, che l’elenco fosse diffuso il più ampiamente possibile.

«Ti porterà dove tu non vuoi»

La storia di come Antony Flew, un filosofo già noto per i suoi brillanti argomenti a favore dell’ateismo, sia stato condotto a rivedere le proprie convinzioni e a dichiararsi deista, e addirittura a sostenere lo studio del Disegno Intelligente nelle scuole, viene narrata ora da Mark Oppenheimer («The Turning of an Atheist», New York Times, 4 novembre 2007). Non è forse solo una storia di declino senile e di qualcosa che assomiglia molto alla circonvenzione d’incapace – un certo gusto per le vedute originali e un estremo conservatorismo politico possono avere giocato un ruolo, seppur minore; ma questo lento affievolimento di un intelletto una volta prodigiosamente lucido riempie comunque di tristezza.

Bene, bravi, bis

Il Senato ha respinto una proposta di legge affinché la Chiesa Cattolica pagasse l’ICI (Finanziaria, Senato: sullIci alla Chiesa scoppia la polemica, l’Unità, 7 novembre 2007):

Accursio Montalbano, Roberto Barbieri, Gavino Angius, i tre senatori della Costituente socialista, presentano un emendamento che prevede di far pagare l’Ici sugli immobili di proprietà della Chiesa che svolgono un’attività commerciale. Il relatore invita al ritiro «perché non è opportuno affrontare adesso la materia»; Cdl compatta e Ulivo parlano di «discussione ottocentesca, di un elemento identitario dei socialisti che manderebbe agli italiani un messaggio di divisione». La sinistra dell’Unione nella dichiarazione di voto annuncia «un’astensione sofferta» per non turbare i delicati equilibri della maggioranza a palazzo Madama. Tommaso Barbato dell’Udeur coglie l’occasione per sottolineare «l’atteggiamento della sinistra», ideologicamente affine al contenuto del testo socialista, per annunciare al suo gruppo che potrà sentirsi «libero di comportarsi in maniera analoga nel prosieguo dell’esame della legge finanziaria».
I corsivi sono miei. E se pensaste che già è davvero troppo, vi illudete. Il capogruppo della Lega Nord Roberto Castelli ricorda
la sua infanzia all’oratorio «tra bevute di spuma» e «stringhe di liquirizia». Memorie, conclude Castelli, che l’emendamento socialista avrebbe voluto cancellare.
Risultato finale: 240 voti contrari, 12 senatori favorevoli e 48 astenuti.
Contro questo emendamento hanno votato anche Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi. A favore, solamente Socialisti e Radicali.

Resoconto di fine seduta.

Ontogenesi e vita umana...

Giuseppe Noia (in Agenzia Fides, 7 novembre)

parlando dello stato di salute della donna e dei primi otto giorni dell’embrione, lo ha definito come “un attivo direttore d’orchestra che dirige il suo futuro”. Inoltre ha denunciato che “da studi fatti non da cattolici, ma da una letteratura laica onesta si ricava che per le donne che abortiscono c’è un rischio di depressione quattro volte superiore negli anni successivi, e anche il tasso di suicidi è più alto, per cui parlare di aborto significa anche parlare di salute psicofisica della donna”.
Questa può essere considerata una introduzione al congresso Ontogenesi e vita umana che si terrà dal 15 al 17 novembre presso il Pontificio ateneo Regina Apostolorum.

Conversazione con Maurizio Ferraris

Domenica mattina a Pescara, 14 ottobre, Festival della Laicità.
Su Radio Radicale la registrazione della sessione (sciroccati inclusi).

mercoledì 7 novembre 2007

Vorrei essere una rana

Giovanni Borroni, medico presso il Servizio di Rianimazione dell’Ospedale di Macerata, Specializzato in Anestesia e Chirurgia presso l’Università di Chieti, idoneità nazionale a primario, segretario dell’Associazione medici cattolici di Macerata, risponde alle domande rivoltegli da Scienza & Vita sull’inutilità del testamento biologico (Medici sul campo/11. Dall'immunoterapia, sguardo a testamento biologico, eutanasia e cure palliative, Korazym, 7 novembre 2007). Tralascio le banalità e arrivo direttamente allo scempio semantico e terminologico.

Che cosa intende per eutanasia?
La definirei in questo modo: intromissione indebita dell’umano nel cammino di una vita di una persona, che può avvenire in qualunque stadio della vita, per un feto o per una persona in coma. Si ha eutanasia, quando una persona giudica che un suo simile non sia più capace di avere una vita normale.
Da dove cominciare? Intromissione indebita dell’umano nel cammino di una vita di una persona: che l’umano e la persona non siano ontologicamente affini? O forse il problema è che l’intromissione sia indebita, per quali ragioni è impossibile sapere. Chissà se una intromissione divina sarebbe accettata da Borroni, probabilmente sì. Poi non si capisce come si riconoscerebbe una mano divina. Magari lui ha la risposta, ma la conserva gelosamente per sé e per i suoi cari. Poi butta là, con disattenzione quasi, l’equivalenza tra persona e feto (per carità, lui si limita ad una disgiuntiva; però lascia sospettare che non vi sia alcuna differenza rilevante). Il fatto che si avrebbe eutanasia quando X accoppa Y (no, scusate, quando X si limita a pensare che Y non sia più capace di avere una vita normale: in che senso normale?) è grottesco. Superfluo ribadire le differenze e tutto il resto.
Può indicare la differenza tra testamento biologico e pianificazione dei trattamenti, contestualizzata nella relazione medico-paziente?
Con il testamento biologico, a mio avviso, si verrebbe a perdere il rapporto fiduciario tra medico, paziente e parenti del paziente.
Sarebbe stato più onesto rispondere: no, non posso indicarla. O non voglio indicarla. O parlare del tempo o delle mezze stagioni (e dei pomodori, ovviamente, che, signora mia non sanno più di niente). Ma non siamo troppo spietati! Quello che voleva dire, forse, era che il testamento biologico annienta il rapporto tra medico e paziente (che c’entrano i parenti?); mentre la pianificazione no.
Io vorrei rispondere che spero di non inciampare mai in un medico come Borroni. Preferirei un veterinario.

Pubblicità elettorale


In Australia il Secular Party si presenta per la prima volta alle elezioni per il rinnovo del Senato federale. Il suo programma:
  • defending government schools;
  • protecting human rights;
  • ending tax breaks for religious institutions.
I problemi, a quanto pare, sono gli stessi in tutto il mondo – più o meno. I modi di affrontarli, no.

martedì 6 novembre 2007

Soglie di Carlo Alberto Defanti

“Il fatto che una persona possa essere dichiarata viva in uno Stato e morta in un altro è certamente un paradosso, una sfida al senso comune”. E proprio una sfida al senso comune può essere definito il nuovo libro di Carlo Alberto Defanti, primario neurologo emerito all’ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano. Soglie. Medicina e fine della vita (Bollati Boringhieri, nelle librerie da giovedì), i complessi problemi riguardanti la fine della vita e la definizione stessa di morte sono stati al centro di una tavola rotonda nell’ambito di “La bioetica tra etica pratica e saperi scientifici. La prospettiva delle professioni sanitarie”, un convegno organizzato dal Master in Etica pratica e bioetica, Università «Sapienza» di Roma, il 5 e 6 novembre scorsi.

Le soglie discusse da Defanti offrono una preziosa occasione per riflettere sulla morte e sul suo cambiamento; e uno strumento formidabile contro semplificazioni e banalizzazioni. Una premessa importante riguarda il modo di affrontare la discussione su questi argomenti. Come lo stesso Defanti sostiene, “non si può prescindere dalle intuizioni morali. Però, siccome possono corrispondere a modelli del passato, devono essere sottoposte ad un vaglio razionale. Ed eventualmente modificate. Questo non significa che siano necessariamente sbagliate, soltanto che non vanno prese per verità immutabili. È un lavoro faticoso, far cambiare idea alle persone è difficile e complesso”. Anche cambiare idea è spesso difficile: Defanti lo ha fatto circa la possibilità di considerare la morte cerebrale come la morte stessa. E nel suo libro racconta questo suo percorso, oltre a soffermarsi su molte questioni di notevole rilevanza e su questioni di metodo.

Spesso un argomento usato per contestare la libertà di interrompere un trattamento sanitario o la libertà di “anticipare” la propria morte consiste nell’affermare – come unica possibilità – la morte naturale. Ove non c’è nulla di “naturale” nel mantenere in vita qualcuno con dei macchinari. È bene ricordare che in molti casi è l’avanzamento della tecnica medica che permette di prolungare la sopravvivenza di quanti fino a pochi anni fa sarebbero morti. La stessa Eluana Englaro, ha ricordato il neurologo, qualche tempo fa non sarebbe mai sopravvissuta: “La morte naturale può capitare in seguito a un incidente in un luogo sperduto; ma tutto il resto è morte culturale”.

Defanti non è ottimista sulla capacità della politica di rispondere ai problemi di bioetica, nemmeno riguardo alle direttive anticipate: “Realisticamente una legge sulle direttive anticipate, se sarà mai approvata, sarà una legge castrata. Ed allora meglio sarebbe nessuna legge”. Perché si rischierebbe di peggiorare la situazione rispetto ad oggi; una normativa sbagliata potrebbe addirittura restringere lo spazio di decisione personale, invece che garantire e rafforzare – come vorrebbe una legge sulle direttive anticipate – il principio che l’individuo può scegliere riguardo ai trattamenti sanitari cui sottoporsi. Sia oggi, in condizioni di coscienza e consapevolezza; sia per domani, qualora non sia più in grado di farlo: in entrambi i casi si tratterebbe di un legittimo esercizio della propria libertà individuale. “Non dovrebbero esserci limiti alla libertà individuale, se non in presenza di danni agli altri”.

Se non possiamo fare a meno delle definizioni (convenzionali e discrete, rispetto all’incessante fluire dei processi biologici, ogni soglia che si cerca di imporre al continuum dell’esistenza sarà imperfetta), non possiamo però sacrificare loro la complessità della realtà. Anche la morte è un processo e in quanto tale difficile da relegare in un momento t preciso e puntuale (sono molto affascinanti, a questo proposito, i capitoli “I segni della morte certa” e la “La paura della morte apparente”).

La concezione di morte cerebrale fa violenza alla gente, che non riesce a crederci. Osservando una persona che è morta cerebralmente non si è capaci di distinguerla da chi non lo è. Il motivo di questo stravolgimento del senso comune sta nel voler aggirare il problema ‘eutanasia’. Conoscendo i retroscena del Comitato di Harvard, dice De Fanti, questa esigenza emerge chiaramente”. Il Comitato della Harvard Medical School nel 1968 stabilì un nuovo criterio di morte: il coma irreversibile (irreversibile coma). Le ragioni secondo il rapporto, erano due: evitare di mantenere in vita un individuo con il cuore che ancora batte ma il cervello irreversibilmente danneggiato; rinnovare i criteri di morte per l’espianto di organi. Ma non è un caso che il Comitato sia stato istituito dopo il primo trapianto di cuore effettuato da Christian Barnard a Città del Capo, con lo scopo di evitare contenziosi giudiziari in interventi simili. “Si sarebbe corso il rischio – espiantando da persone in coma – di essere accusati di omicidio. Il medico che eseguiva un trapianto non poteva rischiare di essere accusato di un reato tanto infamante”. Non è nemmeno un caso che la nuova definizione di morte sia stata appoggiata anche dalla Chiesa per non aprire le porte all’eutanasia: “è la scienza che stabilisce la morte (come morte cerebrale), e una volta accertata è lecito eseguire l’espianto. Se l’espianto dovesse seguire una decisione di accelerare la morte del potenziale donatore, sarebbe l’inizio della fine”. Nonostante l’avversione verso la scienza, in questo caso la Chiesa, osserva io neurologo, sembra averla usata per i suoi intenti: “i discorsi di Pio XII sembrano anticipare il concetto di morte cerebrale”.

Le soglie discusse da Defanti offrono una preziosa occasione per riflettere sulla morte e sul suo cambiamento; e uno strumento formidabile contro semplificazioni e banalizzazioni. Ridiscutere i criteri di morte, si badi, nulla ha a che vedere con l’opportunità di usare il criterio di morte cerebrale. “Non voglio attaccare i trapianti – conclude Defanti – ma riflettere e dare conto della complessità. La morte cerebrale può essere considerata come un criterio infallibile di morte a venire (spesso nel giro di poco tempo; qualche volta dopo molto). Questi criteri sono etici, oltre ad essere scientifici”. Chiarire i concetti, insomma, non implica assolutamente sabotare le terapie.

(Pensieri al limite, Galileo, 6 novembre 2007).

Illimitato pessimo gusto

Vince la Repubblica il premio del peggior cattivo gusto con la foto della bara. Probabilmente potrà essere superata nelle prossime ore.

Coccodrillo di un poeta

Era bello che lui ci fosse. Bello e anche comodo, Avvenire, 4 novembre 2007:

Come ha detto una ex ragazza di strada al tg: mi ha fatto conoscere Cristo, mi ha fatto ritrovare fiducia in me stessa, e amare la vita. Tre cose semplici e grandiose.
Per tutto il suo editoriale, il poeta chiama Oreste Benzi «un tizio così«, «un tizio colà». Espressioni non proprio poetiche.

domenica 4 novembre 2007

Furore giacobino

Non poteva mancare la segnalazione. Il nuovo libro di uno dei più giovani leader italiani.
Poveri noi.

Chi l’ha visto?

Quello al centro, si intende. Sugli altri due siamo informati (non che sia una garanzia contro i guai eh).

Autodafè di Camillo Ruini

Camillo Ruini rilascia la sua prima intervista dai tempi della presidenza Cei; Aldo Cazzullo fa le domande; Ruini divaga quando non le ritiene sufficientemente cristiane (Ruini: attaccano la Chiesa perché adesso sta vincendo, Il Corriere della Sera, 4 novembre 2007).

Aldo: È proprio la coerenza della Chiesa con i suoi insegnamenti a essere in questione. Le si rimprovera di essere tutt’altro che povera.
Camillo: «Non credo affatto che la Chiesa sia ricca. Potrà esserlo il singolo ecclesiastico, ma non lo è certo la Chiesa come istituzione. Contrariamente a quel che viene proposto, il rapporto tra i mezzi di cui la Chiesa dispone e le opere che riesce a compiere è incredibilmente favorevole. E questo lo si deve al volontariato. La gran parte delle risorse della Chiesa non vengono dallo Stato ma dai fedeli, sia in forma di offerte sia in forma di militanza. Questo la gente lo percepisce; e vedere una campagna in senso contrario, che proietta un’immagine rovesciata e presenta la Chiesa come un’istituzione che prende anziché dare, suscita interrogativi, diffidenze, timori».
Ovvero: la nota questione che dalla somma delle parti non si ottiene il tutto riusata ad uso e consumo di Ruini. E se riformulassimo la domanda: Si rimprovera loro (ai singoli ecclesiastici) di essere ricchi, che cosa risponderebbe Ruini? Che è responsabilità dei singoli, non della Chiesa; che le pecorelle smarrite esistono ovunque e che la Chiesa le accoglie invece che respingerle (se portano una buona dote, le pecorelle, sono ancora più benvenute). Certo, certo: il volontariato. Di chi? E poi, soprattutto: se è volontariato, i mezzi economici che gli viene rimproverato di disporre sono salvi! Non usati per opere pie, insomma, ma per il benessere degli ecclesiastici. Interrogativi, diffidenze e timore sono condivisi da chi legge; per ragioni molto diverse da quelle di Ruini & Company però.
Aldo: Vi si accusa anche di nascondere le violazioni della morale sessuale, in particolare la pedofilia.
Camillo: «La fragilità umana esiste nella Chiesa come nel mondo intero. Neppure la Chiesa è fuori da un contesto socioculturale in cui la sessualità è concepita ed esaltata come fine a se stessa. Il contraccolpo è inevitabile, pure tra i credenti. Ci sono state, e temo continuino a esserci, realtà molto dolorose, che colpiscono profondamente quanti amano la Chiesa e in particolare coloro che hanno la responsabilità di governarla. Va anche detto che si può e si deve, sempre rispettando la dignità delle persone, essere attenti e vigili. Non è vero che queste realtà vengano coperte. Sia nella mia esperienza diretta, sia nell’esperienza di tanti altri, la vigilanza c’è sempre stata; anche se è difficile, poiché chi si rende responsabile di tali comportamenti tende a nasconderli. Ma la contestazione verso la Chiesa non si muove solo sul versante del vissuto».
Incredibile. Capolavoro di ipocrisia e del gioco delle 3 carte. La sessualità concepita ed esaltata come fine a se stessa? Non la sessualità, Ruini, la violenza, l’imposizione. Quanto siete abituati a maneggiare da secoli. Il potere e il sopruso. Con le eccezioni delle persone per bene, che esistono ovunque e che è solo merito loro – non certo di mamma Chiesa.
Ad essere ancora più incredibile è l’assenza di parole verso le vittime, quelle vere (gli abusati, se qualcuno avesse qualche dubbio). Secondo Ruini le conseguenze sgradevoli riguardano la Chiesa e i credenti (o quelli che amano la Chiesa, che non si capisce se coincidono con i credenti e sono una categoria distinta). Certo anche i responsabili di governare la Chiesa qualche fastidio dalla scandalo della pedofilia ce l’hanno avuto. Tutto questo baccano, in fondo, si sarebbe potuto evitare, no? Tanto se ti hanno stuprato, ormai è fatta, perché protestare? Cosa pensi di ottenere? Ma siamo più tranquilli, oggi, perché Ruini ha detto che bisogna essere “attenti e vigili”. Nel caso in cui si scopra qualcosa, omertosi. No, meglio: complici. Mica si tradiscono i colleghi mascherati da preti buoni. Non ti era stato chiesto conto, Ruini, delle reazioni dei singoli stupratori (si capisce che tendano a nascondere “tali comportamenti” – meglio sarebbe stato ricordare in modo meno ambiguo e usare espressioni più pertinenti: gli stupri o gli abusi sessuali), ma della reazione della Chiesa. Della copertura di Cosa Nostra ai picciotti distratti e vogliosi. Di questo si chiedeva. Ma il silenzio e l’ambiguità hanno la meglio sulla decenza. Il buon cuore è in cancrena da millenni.
Che accidenti è, infine, il “versante del vissuto”?

sabato 3 novembre 2007

Micione e basta

Il gatto ghepardo sbanca i media (darwin news, 2 novembre 2007) ma è nato da tradizionali tecniche di incrocio operate da un disinvolto imprenditore. Ashera sarebbe un incrocio tra due linee di gatti selvatici, quello africano e quello del Bengala – con un gatto domestico. Insomma

il gatto geneticamente modificato per il momento è solo una fantasia. Eppure i media hanno riferito che per arrivare al risultato si è fatto uso dell’ingegneria genetica, perché solo così si poteva ottenere un animale da compagnia che assomigliasse più a un ghepardo che al micio che ospitate in casa: quasi 15 chili di peso e una taglia di quasi un metro e venti.

Eterna consolazione

Cominciare la giornata con l’editoriale del poeta è una esperienza d’eterno (Siamo soffio accento d’eterno, Avvenire, 2 novembre 2007). Un editoriale sulla morte, che se siete superstiziosi passate oltre. Anche perché una volta letto il titolo è possibile capire che aria tira e leggere oltre è superfluo; forse dannoso.
Anche se la scelta degli aggettivi è sempre accurata da parte del poeta, così come quando attacca dicendo che “Oggi la notizia è la morte. Ma non come tutti gli altri giorni. Quando la morte di uno o di tanti ci arriva come notizia, violenta e penosa, e pur così consueta, triturata e quasi predigerita per il fatto stesso d’esser divenuta titolo o articolo sui giornali o in tv. No, oggi la morte arriva come notizia che ci riguarda.”.
Predigerita: come nei documentari sui piccoli degli uccelli. Mamma uccello premasticava quel pappone per i piccoli che aspettava a becco aperto (anche i rondoni fanno così, immagino). Che ci voglia una ricorrenza a ricordare l’effimero (l’accento d’eterno, volevo dire) è discutibile. Soprattutto se calcata dalle parole del poeta; uno finisce per distrarsi tra metafore sineddoche e roba simile perdendo di vista l’oggetto.
“Nutriamo depressioni e sensi opprimenti del limite, nell’arte spesso esibiamo corpi in preda ad anatomie o autopsie”. Attenzione: ha usato il plurale anche per l’arte: esibiamo, ha detto, insinuandosi senza timore nella categoria “arte”.
“Fissata in un tempo in cui non c’erano giornali e tv, la ricorrenza della memoria dei defunti arriva a ricordarci la notizia della nostra stessa morte, che per così dire inizia e più ci duole in quella dei nostri amati. Arrivava sui calendari e oggi sui giornali la notizia che portiamo scritta nelle ossa, nel correre del sangue, tra le linee della mano: siamo qui provvisori. Siamo meno di un soffio: cosa avrebbero dovuto titolare oggi i giornali”. Come non considerarlo un artista? Nonché fine giornalista: tutti gli altri hanno bucato la notizia; il poeta no, lui ci avverte, oggi, di tale imminenza. Ci ammonisce. E forse tra qualche riga ci farà anche un predicozzo. Ci scommetto.
“La morte è un problema della vita. Un laicissimo e religioso problema della vita”: è laico o religioso? Ah, il poeta gioca con gli ossimori. Le domande sulla morte sono imperdibili – ancorché incomprensibili. Almeno ad una prima lettura.
“Siamo quasi niente. La morte dunque è la conferma del nostro niente? O al contrario la conferma, del nostro esser ‘quasi’ niente? In altre parole, è una sorta di coperchio finale che cala sulla nostra esistenza breve o lunga, e sigilla nel nulla tutto quel che abbiamo vissuto e sentito? O è una specie di accento finale, di intonazione ultima data alla vita, di accordo trovato tra il tempo e l’eterno, tra il finito e l’infinito? Mille e mille sono i modi con cui gli uomini hanno immaginato di trovare questo accordo. Mille i modi con cui hanno cercato di modulare questo accento, di lanciare il ponte tra tempo e durata oltre di noi. Modi religiosi e modi idolatri” (modi idolatri?). Ma se la morte è un coperchio (e vai con i sinonimi poetici) come fa a diventare un accordo? Nel finale, speriamo, la soluzione.
“Oggi prevale la cura della fama, come se essa piccola o grande che sia, assicurasse un merito alla vita. Durare sì, nelle chiacchiera degli uomini o nelle intitolazioni delle strade. I famosi sembrano i più fortunati e forti tra gli uomini. Ma ‘l’uom s’etterna’ solo perché la sua fama dura oltre la sua fine? O forse, come ha espresso Dante, la fama è la preoccupazione un po’ isterica di intellettuali come Brunetto Latini, una finta, una malacopia dell’eterno? Solo l’incontro con Beatrice, con una presenza amata e piena di grazia, introduce l’uomo a sperimentare la vertigine e il mistero buono dell’al di là, dell’eterno che inizia nel tempo e ci chiama. Senza quell’incontro, la memoria dei morti diventerebbe solo un incubo, un farsi amaro sangue, un’ombra da cui dopo breve sosta fuggire, come nelle struggenti epigrafi antiche.
Invece oggi li ricordiamo, i nostri cari morti, con dolente desiderio. Sapendo che l’aggettivo cari è più importante e duraturo di quell’altra parola là accanto”.
Le intitolazioni delle strade sono in effetti il sogno di molti, e chi non sarebbe pronto a barattare qualcosa cui tiene molto con una futura intitolazione di una strada? Però io mi chiedo: questo eterno allora che cos’è? La strada non va bene; che cosa serve? La presenza amata? Beatrice sarebbe una consolazione per i nostri amici che hanno tirato le cuoia? Il fatto di essere “cari” non basta mica a illuderci che non siano morti. Uno può essere “caro” e morto; può anche essere molto molto “caro”, e molto morto però. La dolente nostalgia non è consolata. E come potrebbe? Come fa il poeta a pensare di abbindolarci con questi giochetti scemi? Nemmeno sintatticamente regge quanto il poeta ci ha scritto per ricordarci che dobbiamo morire, figuriamoci se funziona a convincerci che non dobbiamo preoccuparci perché tanto siamo eterni e pure i nostri cari sono eterni e anche se non li vediamo da anni e non ci diamo pace, in realtà loro stanno molto meglio di Mazzini, Cavour e Kant (che c’avranno pure una strada, ma forse si sono lasciati sedurre dalla fama). Poeta, tu citi i tuoi avi; io mi trovo a risponderti che preferisco una illacrimata sepoltura (confido nella tua cultura almeno scolastica e non mi spingo oltre) a queste idiozie. Grazie per il monito comunque.

venerdì 2 novembre 2007

A proposito di italiano (idioma)

Silvio Berlusconi (Tg2, ore 20,30) sul decreto sulle espulsioni degli stranieri:

... quello che indigna è ... che almeno stessero zitti.

... non sapersi guardare addosso.

Concetta

Il vagone della metropolitana puzza, ma Concetta non se n’è accorta. La lettera è spianata sulle sue ginocchia, bianca sul tessuto blu della lunga gonna a pieghe, con la scritta dorata «Ministero degli Affari Sociali» sotto il logo del giglio. «Gentile Signorina Formisani»: per l’ennesima volta attacca dall’inizio. Parigi! A 22 anni, ricevere un permesso di espatrio non è per niente scontato, e Concetta ha passato gli ultimi giorni in un’attesa prima nervosa e poi quasi angosciata. Ha sempre saputo fin troppo bene che la lettera della professoressa Solari, che attesta i motivi di studio del viaggio, non sarebbe mai bastata da sola. Dà un’occhiata all’anellino d’argento che le circonda l’anulare, simbolo del suo Impegno di Verginità: senza dubbio è stata quella l’attestazione più importante, assieme alla presentazione di Padre Amedeo, che ha confermato la sincerità della sua fede. Ma neanche questo sarebbe bastato, senza la visita. Concetta rabbrividisce, al ricordo di un’amica che aveva sostenuto si trattasse di un esame ginecologico: avrebbe preferito rinunciare al viaggio, piuttosto che lasciarsi mettere le mani lì. E invece la cosa si è rivelata un semplice test di gravidanza – anche se l’imbarazzo di restare in mutandine e reggipetto davanti a una suora arcigna, che l’ha percorsa con lo sguardo alla ricerca di fiale nascoste, e poi di riempire una provetta di pipì dietro un esiguo paravento, è indimenticabile.

Ma adesso è tutto passato; e Concetta ha davanti a sé la prospettiva esaltante di tre settimane a Parigi. La Bibliothèque Nationale, innanzitutto, a cercare tomi per la tesi; ma anche Notre Dame, la basilica del Sacro Cuore, la chiesa della Maddalena; forse il Louvre, se ci sarà tempo... Rabbrividisce dolcemente, al pensiero del privilegio che si è guadagnata.
Non è stato sempre così, naturalmente; fino a una dozzina di anni prima, andare all’estero sarebbe stato quasi banale, persino per una giovane donna («in età fertile», come recitano le norme attuali, con un tono che a Concetta sembra ogni volta inutilmente brutale). Era una bambina all’epoca, ma ricorda molto bene il caos di quei giorni, quando l’Italia era stata espulsa dall’Unione Europea, subito dopo l’approvazione – assieme a molte altre – delle leggi contro il turismo abortivo e riproduttivo. I discorsi angosciati dei genitori, mentre la lira, appena rinata, passava attraverso una serie di svalutazioni selvagge, e i prezzi di ogni cosa salivano alle stelle; le molotov contro le chiese (una notte Padre Amedeo era corso fuori in pigiama a spegnere il piccolo incendio che minacciava la canonica); il fiume di conoscenti che lasciavano il paese per l’estero, maledicendo preti e politici; le prediche incessanti del Papa dell’epoca a sostegno del governo, che riempivano i telegiornali...

«CRISTO!» L’imprecazione strappa Concetta ai suoi pensieri. Si guarda attorno, scandalizzata. Un uomo alto, vestito con un pastrano scolorito, è rimasto incastrato fra le portiere che si chiudevano mentre tentava di salire a bordo, e subito dopo il treno ha accennato a muoversi. Ma la locomotrice si arresta quasi subito, e l’uomo riesce a districarsi. Guarda su e giù per il vagone, mentre il treno riparte, e infine appunta lo sguardo su Concetta, come a sollecitarne la solidarietà. La ragazza distoglie subito gli occhi, fissando un punto sulla destra – in cui non c’è nulla, si rende conto un attimo dopo – e poi riportandoli sulla lettera, che finge di leggere come se la vedesse per la prima volta.
Un vicino di posto tira fuori un tabloid spiegazzato, e Concetta ha qualcosa da leggere per davvero. La prima pagina è interamente occupata da un discorso di Benedetto XVII sul «giusto protezionismo»; l’occhiello segnala il plauso unanime delle forze politiche, dai Cristiano-Comunisti ad Alleanza Cattolica Nazionale. Concetta non si appassiona molto a questo genere di questioni; distoglie lo sguardo per controllare furtivamente che l’uomo col pastrano non si interessi più a lei. Un fruscio le segnala che il vicino ha voltato pagina. Questa è più interessante; la faccia occhialuta del Presidente del Consiglio campeggia sotto una scritta bellicosa:

IL PREMIER: «AMMONISCO ALLE NAZIONI ATEISTICHE EUROPEE»

Concetta pondera per un momento quella frase: le pare che ci sia qualcosa di sbagliato – non è la prima volta, del resto, con i discorsi del Presidente del Consiglio. Poi, più concretamente, si chiede se fra le nazioni ammonite ci sia anche la Francia, e se ci possano essere delle conseguenze per i turisti.

Il treno giunge a un’altra stazione. I finestrini sono completamente oscurati da strati di graffiti, e l’altoparlante gracchia un nome incomprensibile; ma Concetta sa lo stesso di essere arrivata. Esce tra due ali di membri in divisa paramilitare della Militia Petri, che aspettano educatamente di salire per effettuare una ronda anti-omosessuali sulla metro, e si affretta su per le scale.
Il parcheggio davanti all’ingresso dell’ospedale, teoricamente riservato alle ambulanze, è occupato da auto in doppia fila, e Concetta è costretta a camminare di fianco, per passare. All’interno, come sempre, ha per un attimo la sensazione di trovarsi in una chiesa: enorme, un crocifisso pende dall’alto sul banco dell’accettazione. Ma il pavimento lurido fa svanire l’illusione: Concetta nota che la grossa macchia di sangue nell’angolo opposto alla porta, che era stata ancora fresca una settimana prima, adesso è secca e annerita. Come se non bastasse, i letti dei degenti hanno invaso anche la sala d’aspetto: una donna in avanzato stato di gravidanza giace immobile sul proprio, con le braccia assicurate da cinghie di contenzione e lo sguardo spento rivolto al soffitto. Un aborto fermato appena in tempo, senza dubbio. Non c’è da stupirsi, pensa scandalizzata Concetta, che la gente preferisca sempre più gli ospedali gestiti dalla Chiesa e dai privati a questo schifo.
Ma la camera di Giovanni, fortunatamente, è in condizioni assai migliori. Il linoleum è passabilmente pulito, e lo spazio abbonda: soltanto cinque letti (di cui uno vuoto, al momento), tutti allineati contro una parete; sull’altra, di fronte a ciascun letto, enormi poster a colori con paesaggi esotici. Al di fuori delle ore di visita, una musica soffusa permea la stanza, ma adesso è stata spenta, per far posto alle chitarre e alle risate dei Gruppi di Sostegno.
Il letto di Giovanni è il terzo. Concetta si fa strada nella stanza affollata – i volontari fanno visita tutti nello stesso giorno, per evitare che qualche malato si senta solo e trascurato – saluta i componenti del suo gruppo (sono già tutti lì, ma comunque visibilmente appena arrivati, nota con sollievo), agita la mano in direzione di Giovanni, e si siede.

«Allora, ragazzi, com’è andata la settimana?» (fra i ragazzi è compreso anche Giovanni, naturalmente, anche se ha passato da un pezzo la cinquantina). Paolo, il capogruppo, è l’unico trentenne; gli altri, come Concetta, hanno tutti vent’anni. I sorrisi si accendono, come fari; non si spegneranno fino alla fine della visita. Anche Concetta accende il suo (a volte, dopo, le dolgono le guance, ma è un piccolissimo sacrificio, pensa sempre), lo fa passare sui suoi amici, fino a Giovanni; che è l’unico che non ride, perché non può: la malattia ha divorato quasi tutti i nervi facciali, assieme agli altri del suo corpo, e il viso rimane atono, rivolto per lo più verso il poster, e indecifrabile come le spie luminose del ventilatore automatico a lato del letto. Ma Concetta è sicurissima che ci sia un sorriso, steso invisibile sul volto del malato.
È il momento dei racconti buffi, piccole peripezie degli ultimi sette giorni. I sorrisi si illuminano ancora di più, risate scoccano come flash. Concetta ha appena gettato la testa all’indietro, in modo da accentuare il proprio scoppio di riso, quando le pare d’accorgersi che Paolo, di fronte a lei, le stia fissando il seno. Perde il coordinamento, sussulta e quasi si strozza; ma si riprende, soffocando la tentazione di controllare con la mano che la sua camicetta sia perfettamente abbottonata – sa già che lo è. Quando finalmente trova il coraggio di riportare gli occhi su Paolo, quello sta guardando da un’altra parte. Concetta, sollevata, pensa di aver visto male.
Intanto sono uscite fuori le chitarre, e ben presto stanno tutti lì a cantare: «Camminiamo sulla strada», «Vieni vieni Spirito d’amore», «È bello andar». Concetta ha di nuovo la sensazione di stare in chiesa, anche se adesso a messa si sentono quasi solo canti gregoriani, e le chitarre sono confinate negli oratori. Di certo non sembra di stare in un ospedale, pensa con orgoglio.

Concetta, prima di entrare nel gruppo, ha studiato i problemi dei malati come Giovanni. Persone in queste condizioni chiedono spesso con insistenza di morire (e in passato non sono mancati assassini a sangue freddo bramosi di accontentarli), a causa di un profondo stato depressivo: Giovanni stesso era giunto al punto di rifiutare di essere collegato al respiratore automatico, e c’era voluto un ordine del tribunale per intubarlo. Per guarire non bastano gli antidepressivi, come quelli che calano dalla flebo a fianco del letto (un altro ordine del tribunale, presume Concetta); c’è bisogno di affetto, di amici, di persone che ridiano al malato la dignità e la gioia di chi si sa amato non malgrado ma grazie alla propria disabilità... Le parole del manuale di Monsignor Colla tornano ordinatamente alla memoria di Concetta. Purtroppo, trovare questo amore non è sempre possibile: la moglie di Giovanni, le ha raccontato una volta Paolo al bar dell’ospedale, aveva tentato di corrompere un infermiere perché staccasse il tubo del respiratore, ed era finita per questo in carcere con una condanna a 15 anni. Concetta non sa se credere a questa storia: i giornali non ne hanno mai parlato, e questo le sembra strano. Preferisce pensare che la donna si sia rifatta egoisticamente una vita altrove, abbandonando il malato (che incongruamente porta ancora la fede al dito: forse perché non è in grado di levarsela, ipotizza con spirito pratico Concetta).
In ogni caso, Giovanni ha adesso amici che lo aiutano a non disprezzare il dono della vita: i giovani volontari del Gruppo di Sostegno, che si riuniscono attorno al suo letto una volta a settimana. Peccato, si cruccia Concetta, che non esista un modo per farlo parlare (i sintetizzatori vocali di una volta sono stati dichiarati inaffidabili dal Ministero della Salute, a quanto pare): le farebbe piacere ascoltare la gratitudine del malato – quella gratitudine che il poveretto non riesce ad esprimere nemmeno con gli sguardi.

Il suono delle chitarre si è ridotto ora a isolato strimpellio. I ragazzi parlottano fra di loro; ogni tanto si interrompono, guardano verso il malato per accertarsi che qualcuno lo tenga impegnato, quindi ricominciano a chiacchierare. Concetta si distrae, pensa a cosa mettere in valigia. Una ragazza tiene aperto davanti al viso di Giovanni un libro di foto della Terrasanta, e con gesti esagerati del dito arcuato gliene indica alcune, mentre sfoglia le pagine.
L’ora delle visite sembra finire molto più rapidamente del solito: probabile effetto, pensa Concetta, delle sue fantasticherie parigine. Le sedie vengono scostate, i giubbotti sollevati dagli schienali, le borsette rimesse in spalla, i sorrisi scoccano di nuovo più abbaglianti che mai. Concetta si schiarisce la gola e, «Ragazzi», esordisce, «Oggi è il mio ultimo giorno, per un po’». Visi che si voltano verso di lei. «Parto la settimana prossima per Parigi». Paolo fa una smorfia. «Starò via per tre settimane – una vacanza di studio, cercherò libri per la tesi». Concetta si gode – anche se sa che non dovrebbe – l’accenno di stizza che compare su qualche viso, subito ricacciato sotto sorrisi lampeggianti. Dovrà ricordarsi di confessare la momentanea debolezza a Padre Amedeo, prende nota mentalmente. «Mi mancherete, ma soprattutto mi mancherai tu», una brevissima pausa, «Giovanni». Giovanni stacca gli occhi dal poster, li volge su di lei. «Non scappare via, Giovanni, mi raccomando!». Ascolta compiaciuta la fragorosa risata generale. «Ci rivediamo al mio rientro, eh?». Lo sguardo di Giovanni. Lo sguardo, immobile su di lei, di Giovanni.

Concetta abbassa gli occhi, infine. Via dalla stanza, assieme agli altri. Attraverso i corridoi e la fetida sala d’aspetto, sfiorando la donna gravida legata al suo letto, passando fra le macchine assiepate davanti all’ingresso, mentre il gruppo si sfrangia e si dissolve, giù di corsa per le scale sporche di urina della stazione, sulla banchina colma di gente, dentro il treno. Concetta cerca un sedile vuoto, invano. Rabbrividisce confusa. Tiene gli occhi bassi, fissi a terra, timorosi; per non ritrovare negli occhi degli altri, di nuovo, quello stesso sguardo. Cosa è successo? Cosa ho fatto? Lo sguardo di Giovanni. Lo sguardo di disprezzo – di disprezzo infinito – di Giovanni.

giovedì 1 novembre 2007

Il globo terracqueo e l’obiezione di coscienza

Siamo riconoscenti ad Assuntina Morresi per avere chiarito i termini della questione (si parla di Papa e obiezione di coscienza; di Papa e cattolici; cose così). Finalmente possiamo capire (Il Papa si rivolge ai cattolici del mondo non ai farmacisti di Federfarma, l’Occidentale, 1 novembre) quale fosse il pubblico del discorso del Papa, e possiamo anche deporre l’ascia.

Sarebbe bene invece tenere a mente che i fedeli cattolici sono sparsi in quasi tutto il globo terracqueo, e che a tutti loro sono rivolte le parole del Papa e dei suoi principali collaboratori, anche nei discorsi pubblici.
Non sembra che il contesto internazionale sia sufficiente a sbarazzarsi del problema centrale: l’invadenza papale. Anche nel globo terracqueo ci sarà la distinzione tra potere temporale e spirituale, o no?
La critica di Morresi rispetto alla ammissibilità della obiezione di coscienza rivela tutta la sua malafede.
Paolo Flores D’Arcais, su Liberazione, sostiene che non bisogna permettere l’obiezione di coscienza per i ginecologi per quanto riguarda l’aborto, per esempio, e a maggior ragione per i farmacisti. “Chi trova ripugnante per la propria coscienza l’aborto, scelga una diversa professione (nell’ambito della missione medica, del resto, vi sono infinite altre specializzazioni)”: molto democraticamente Flores D’Arcais suggerisce che ai cattolici siano preclusi certi lavori – ce ne sono tanti altri – un po’ come ai neri d’America ai bei tempi.
Il paragone ai neri potrà commuovere, ma è assolutamente fuori fuoco. Discriminare una popolazione è inammissibile (per il colore della pelle o per altre idiozie); nel caso del ginecologo che obietta la storia è ben diversa. Esiste una legge che autorizza l’interruzione di gravidanza; esiste una categoria di medici (i ginecologi) che possono praticarla. Obiettare può essere comprensibile per un breve periodo (nei primi anni di entrata in vigore della legge), ma poi l’emergenza passa e il ginecologo che obietta somiglia al chirurgo che non vuole (per coscienza) fare determinati interventi chirurgici. Mettiamo che non voglia mai e in nessun caso asportare l’appendice, perché ritiene che sia inviolabile e sacra. Gli fareste fare il chirurgo? Che facesse l’osteopata. O quello che più gli piace. Però non venisse a dirci che vuole fare il chirurgo ma che mai e poi mai toglierebbe una maledetta appendice.

La tragica storia di Aldo Bianzino

Verità per Aldo. Sabato Manifestazione a Perugia, di Emanuele Giordana (Il Manifesto, 1 novembre 2007):

La voce corrente è che tutto sia cominciato con una mail a perugialife.it, sito perugino di intrattenimento e non solo. Era il 20 ottobre ed erano passati sei giorni dalla morte nel carcere di Capanne di Aldo Bianzino, ucciso nella notte tra sabato e domenica nella cella dove era stato rinchiuso dopo l’arresto e dalla quale è poi uscito senza vita. La mail l’aveva spedita Tommaso Ciacca, un antiproibizionista storico della città umbra, dopo aver letto le cronache dei giornali. In men che non si dica sul suo messaggio “postato” erano arrivati un migliaio di contatti.
È nata così, sotto traccia, la mobilitazione della gente che ha sentito, nella storia di Aldo, gli echi di una cultura del carcere che a Capanne si è declinata con la morte. E ne è uscito il “Comitato verità per Aldo Bianzino” dove c’è un po’ di tutto: Arci, radicali, amici di Aldo, associazioni e circoli. “Il comitato – spiega Luca Boccardini, uno dei promotori – è aperto a tutti senza distinzione”. Ci sono forse anche quelli che intanto si sono indignati per il caso dei cinque “terroristi” spoletini arrestati con una mobilitazione di forze spropositata a quella che appare come un’operazione con gambe indiziarie molto fragili. Si moltiplicano le azioni di solidarietà: piccole e grandi iniziative nate in modo spontaneo ma sempre più organizzato. Tra le piccole c’è quella di Carla Fiacchi, ad esempio, un’insegnante di Perugia che si è portata a scuola tutti i giorni il giornale per far conoscere la vicenda di Capanne e raccogliere denari da mettere sul conto corrente intestato alla compagna e al figlio di Aldo. Tra le grandi c’è invece la manifestazione indetta per sabato 10 novembre a Perugia dal comitato. Una manifestazione che, nelle intenzioni degli organizzatori, vuol andar oltre le mura di Capanne e oltre quelle dell’Umbria.
Nella testa dei promotori il 10 novembre sarà infatti un “appuntamento nazionale contro tutte le intolleranze, perché un paese intollerante – hanno detto ieri alle agenzie di stampa – tutto è tranne che un paese sicuro”. Secondo il comitato “la vicenda di Aldo Bianzino sembra simile a quella di altri, vittime del proibizionismo e di una generale paranoia securitaria che agisce violentemente, psicologicamente e fisicamente. Dal G8 di Genova in poi – dicono – i comportamenti fuori dagli schemi vengono criminalizzati in nome di una sicurezza vista come maggiore controllo e non intesa come rispetto e garanzia di quei diritti che permettono una vita meno precaria, casa, reddito e salute”. La manifestazione si svolgerà a partire dal primo pomeriggio di sabato e si articolerà in un corteo per le vie del centro storico. Appuntamento dunque tra una decina di giorni.
Intanto, proprio mentre si decideva della manifestazione, nel carcere di Capanne si svolgeva la festa provinciale della polizia penitenziaria dedicata al patrono del Corpo, S. Basilide. Festa con cerimonia e presenza di poliziotti, funzionari e prelati come monsignor Giuseppe Chiaretti, arcivescovo di Perugia che nella sua omelia ha invitato gli agenti di polizia penitenziaria a “non dimenticare mai di trovarsi in ogni caso davanti a delle persone umane, non dinanzi a degli individui. La persona – ha detto – è una realtà che pensa, che ama, che desidera la libertà, che desidera lo sviluppo". Parole sante. Ma nel carcere di Capanne qualcuno non ha fatto tesoro di questi insegnamenti. Sta ora alla procura, che sta indagando per omicidio, capire chi ha ucciso ma anche accertare le eventuali responsabilità di chi ha coperto una verità che stenta a venire a galla in una vicenda dai contorni ancora molto oscuri.
Anche il direttore del carcere, Giacobbe Pantaleone vuole dire la sua. È la sua prima uscita pubblica: “Capanne non è un Hotel Ruanda”. Assioma per ora difficile da dimostrare.
Nel sito Centro di Iniziativa Radicale Perugia altre informazioni.

La gravidanza inizia con l’ultimo ciclo mestruale

I consigli del Papa ai farmacisti, cattolici e non, hanno avviato la consueta scia di commenti e critiche. Come spesso accade, alcune reazioni sono ancora più godibili delle dichiarazioni che le hanno suscitate. In questa occasione Luisa Capitanio Santolini, responsabile Udc per la Famiglia, addirittura commenta il commento di Livia Turco. Il Ministro della Salute, sia pure con una cautela prossima al silenzio, ricorda che la cosiddetta pillola del giorno dopo è stata autorizzata dall’Agenzia Europea per il Farmaco e che “somiglia”, per composizione chimica, agli anticoncezionali. Santolini si indigna e attacca la premessa del discorso del Ministro: “non vi può essere l’idea, che si va pericolosamente affermando negli ultimi tempi, che la gravidanza inizi con l’impianto dell’embrione: ginecologia ed esperienza comune sono concordi infatti a farla risalire addirittura alla data dell’ultimo ciclo mestruale”. Non è chiaro a quale concordia tra ginecologi faccia riferimento Santolini, ma è verosimile che abbia fatto molta, molta confusione. La gravidanza coincide con l’avvio del processo di annidamento dell’embrione; prima si può parlare solo di un processo di fecondazione. L’ultima mestruazione serve a calcolare l’età gestazionale; età virtuale e che non coincide nel modo più assoluto con l’inizio della gravidanza. Sarebbe stato più onesto condannare il ricorso alla contraccezione d’emergenza, invece che improvvisare. Santolini incarna soltanto quell’esperienza comune che cita ma che non basta a fondare una opinione sensata. Meglio sarebbe tacere, piuttosto che parlare senza sapere.

(Papa e aborto: quelle reazioni quasi surreali, E Polis, 1 novembre 2007).