mercoledì 28 febbraio 2007

Le ossa di Gesù?

È possibile che i resti trovati in una tomba scoperta nel 1980 nei dintorni di Gerusalemme siano quelli di Gesù di Nazareth, di sua madre Maria e di altri membri della sua famiglia? Sul blog The Jesus Dynasty James Tabor risponde ad alcune delle critiche fin qui rivolte a questa ipotesi («Christian Blogging on the Jesus Family Tomb», 27 febbraio 2007).
Le prove addotte sono indubbiamente suggestive. Se l’analisi completa del DNA confermasse i rapporti familiari noti dalle fonti letterarie, diventerebbero prove pesanti.

Aggiornamento: Tabor ha cancellato il post dal suo blog, per qualche ragione. Si può leggere al suo posto «Some Initial Thoughts on the Talpiot Tomb», del giorno prima.

Aggiornamento 2: l’archeologa Jodi Magness elenca i motivi di perplessità nei confronti dell’ipotesi («Has the Tomb of Jesus Been Discovered?», SBL Forum). Interessante la sua spiegazione della scomparsa del corpo di Gesù dalla tomba di Giuseppe d’Arimatea:

When the women entered the tomb of Joseph of Arimathea on Sunday morning, the loculus where Jesus’ body had been laid was empty. The theological explanation for this phenomenon is that Jesus was resurrected from the dead. However, once Jesus had been buried in accordance with Jewish law, there was no prohibition against removing the body from the tomb after the end of the Sabbath and reburying it. It is therefore possible that followers or family members removed Jesus’ body from Joseph’s tomb after the Sabbath ended and buried it in a trench grave, as it would have been unusual (to say the least) to leave a non-relative in a family tomb. Whatever explanation one prefers, the fact that Jesus’ body did not remain in Joseph’s tomb means that his bones could not have been collected in an ossuary, at least not if we follow the Gospel accounts.
Aggiornamento 3: Randy Ingermanson («Statistics and The “Jesus Family Tomb”») propone un’analisi statistica dei dati diversa da quella seguita da Tabor, e conclude che è improbabile che quelle siano le ossa di Gesù di Nazareth. Il suo trattamento sembra superiore, soprattutto per quanto riguarda il nome di Maria di Magdala, mentre le considerazioni sul fratello di Gesù, Yose, andrebbero forse riviste. Ingermanson non sembra inoltre considerare la possibilità che l’eventuale figlio di Gesù, Yehudah, fosse morto senza lasciare discendenti (anche se questo non inficia la parte principale del suo ragionamento).

God on the Line

New Cellphone Services. Put God on the Line, The Wall Street Journal, 27 marzo 2006:

In late 2004, an ultra-Orthodox rabbi asked Abrasha Burstyn, the chief executive of a small Israeli cellphone company, for a phone that could put the secular world on hold.

Cellphone companies, at the time, had started to load their products with entertainment features, and the rabbi wanted none of it. He was in search of a phone without Internet capabilities or text messaging. He didn’t want cameras, music downloading, or anything else that could “distract” the pious. He was looking for a device that could make and receive calls. Period.
(Continua...)

Asaq

A 1 dollaro il farmaco no profit contro la malaria.

E a proposito di riparazioni...

Comunicato stampa del Circolo Mario Mieli, Alle falde dell’omofobia, 28 febbraio 2007:

Sono giunte anche a noi numerose e scandalizzate segnalazioni sulla trasmissione di domenica scorsa di “Alle Falde del Kilimangiaro” condotto da Licia Colò. Ospite era una donna musulmana medico e sessuologa che ha attaccato gli omosessuali e l’omosessualità definendola come vietata dalle tre religioni monoteistiche e una malattia da curare. Il tutto senza contraddittorio e coll’assenso della conduttrice.

Pensavamo che non servisse più ricordare come ormai da oltre 10 anni l’omosessualità non è inclusa nell’elenco delle malattie dal DSM IV, sia a livello internazionale che nazionale. Invece sembra che quando scienza e religione vengono irresponsabilmente confuse si ritiene legittimo insultare, attaccare umiliare persone dal pulpito delle televisione pubblica.

Di fronte alle telefonate e alle proteste da subito piovute sul programma la Colò si è difesa in diretta, affermando la libertà di espressione della sua ospite. Per parte nostra noi non riusciamo a capire cosa c’entrino le teorie sull’omosessualità con un programma di viaggi. In secondo luogo ricordiamo alla sprovveduta presentatrice che in democrazia la libertà di espressione trova un limite invalicabile nel rispetto degli altri e delle leggi, e che a questi limiti vanno ad aggiungersi quelli del buon senso e del buon gusto del ruolo della televisione pubblica che è sostenuta con il canone di tutti i cittadini, anche omosessuali.

Persino le teorie razziste del Manifesto della Razza di Gobineau pretendevano di avere fondamenti scientifici, e se vogliamo puntare sull’etnologia ci sono società in cui ancora esiste la schiavitù o l’infibulazione. Giustamente qualsiasi presentatore si sarebbe opposto a che queste cose venissero sostenute positivamente nella propria trasmissione. Ma ancora una volta i cittadini omosessuali non vengono ritenuti degni di protezione e rispetto.

Per molto meno la RAI ha preso seri provvedimenti.
Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli chiede alla Colò chiare e pubbliche scuse e alla direzione della sua rete di prendere provvedimenti valutando la sospensione del programma, o la rimozione della inadeguata presentatrice.

Si ripara quello che è rotto

Nel sito CulturaCattolica.it è possibile leggere una intervista che sembra venuta fuori da un altro mondo (quello in cui non vorrei vivere). Riporto alcune domande particolarmente significative, sforzandomi di commentare qua e là (ma confesso che la reazione più invadente è di un attonito silenzio). I corsivi sono miei.
Omosessualità & normalità. Colloquio con Joseph Nicolosi.
Sottotitolo: L’omosessualità è un sintomo di un problema emotivo e rappresenta bisogni emotivi insoddisfatti dall’infanzia, specialmente nella relazione con il genitore dello stesso sesso.

L’omosessualità è ‘normale’? E cosa è ‘normale’?

Io non penso che l’omosessualità sia normale. La popolazione omosessuale è circa il 2%, 1,5-2%. Perciò statisticamente non è ‘normale’ nel senso che è molto diffusa. Oltre a questo, non è nemmeno normale in termini di natural design (nota: Il termine design, difficilmente traducibile, può essere reso con scopo, progetto, modello. Si tratta del concetto tomista di ‘natura’: è l’essenza in relazione alla funzione o attività della cosa). Quando parliamo di legge naturale, e della funzione del corpo umano... quando guardiamo alla funzione del corpo umano, l’omosessualità non è normale. È un sintomo di qualche disordine. La normalità è ciò che adempie ad una funzione in conformità al proprio design; questo è il concetto di legge naturale – e in questo senso l’omosessualità non può essere normale, perché l’anatomia di due uomini, i corpi di due uomini, o due donne, non sono compatibili.
(Il DSM IV ha eliminato l’omosessualità dall’elenco delle patologie.)
Il movimento gay è un movimento per i diritti umani?

Da un certo punto di vista lo è, è un movimento per i diritti umani, o per i diritti civili, perché tutte le persone, non importa quale sia il loro orientamento sessuale, devono godere dei loro diritti civili – comunque questo non significa che la società debba ridefinire il matrimonio; questo è un altro argomento e va oltre lo scopo di questa conversazione.
Noi crediamo che molti attivisti gay hanno usato la questione dei diritti civili o delle libertà civili come un modo per opprimere persone che stanno cercando di cambiare, persone che stanno cercando di uscire dall’omosessualità. C’è una intera popolazione di individui che sono uscite o che stanno uscendo dall’omosessualità, e questo fatto è una minaccia per gli attivisti gay, e gli attivisti gay stanno tentando di sopprimere e far passare sotto silenzio questo punto di vista, questa popolazione.
(Accogliendo l’indicazione di Leilani suggerisco di ascoltare le dichiarazioni di Robert Spitzer, professore di Psichiatria della Columbia University. Interessante, solo per fare un esempio, sulla terapia riparativa qui.)
I ricercatori dicono che gli omosessuali soffrono molto. La causa di questa sofferenza è l’omosessualità o l’omofobia sociale?

Noi crediamo che ci sia della sofferenza per le persone omosessualmente orientate nella società, perché la cultura gay è minoritaria in questa società e perché gli obiettivi sociali del movimento gay costituiscono una minaccia per il corpo sociale perché i gay vogliono ridefinire il matrimonio, la natura della genitorialità, e la norma sociale fondamentale circa il sesso e il genere, perciò la società ha resistito alla normalizzazione dell’omosessualità e alla visibilità dei gay. E riconosciamo che questo sia difficile per le persone che si identificano come gay.

Comunque, ciò di cui non si parla è il disordine intrinseco nella condizione omosessuale. Noi crediamo che l’omosessualità sia intrinsecamente disordinata (nota: Cfr. ‘Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata’, Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, § 3, 01/10/1986.), e contraria alla vera identità dell’individuo; e molti dei sintomi dei quali soffrono le persone gay e lesbiche non sono causate dall’omofobia sociale ma perché la condizione stessa è contraria alla loro vera natura.

Moltissimi studi mostrano che gli omosessuali sono più infelici, depressi, predisposti a tentativi di suicidio, hanno relazioni povere, sono incapaci di sostenere relazioni a lungo termine, hanno comportamenti autolesionistici e disadattati. Ma non si può semplicemente dire che tutto ciò sia causato dall’omofobia della società. In parte lo è; ma io credo che la maggior parte della sofferenza sia dovuta alla natura disordinata della stessa omosessualità – perché contrasta la nostra natura umana.
(Ancora grazie a Leilani: Narth, Love in Action; molto istruttivo.)
Cos’è la terapia riparativa?

La terapia riparativa è un particolare tipo di psicoterapia che è applicata agli individui che vogliono superare la loro attrazione omosessuale. È una terapia particolare che guarda alle origini e alle cause di questa condizione, che aiuta il cliente a comprendersi, insegnandogli a capire cosa è successo nella sua infanzia, a capire gli eventi particolari che gli sono accaduti, specialmente nei termini delle relazioni con sua madre e suo padre, e ad andare oltre a tutto ciò... a sostenere il cliente nel creare quelle nuove relazioni che sono sane, che sono benefiche, e che compensano il vuoto emotivo che si è creato nel suo sviluppo.

La terapia riparativa studia davvero a fondo le tecniche che sono più efficaci nel diminuire l’omosessualità di una persona e a sviluppare il suo potenziale eterosessuale.

Oddio, l’incesto!

Il Corriere della Sera dedica un articolo a un caso di incesto in Germania (Francesco Tortora, «Il caso d’incesto che divide la Germania», 27 febbraio 2007):

Sono fratello e sorella ma si amano e sono pronti a portare il loro caso davanti alla Corte Costituzionale tedesca affinché l’antica legge che proibisce l’incesto sia abolita. È la storia di Patrick Stübing e di sua sorella Susan, entrambi di Lipsia, rispettivamente 29 e 24 anni, che in questi giorni sono sulle pagine di molti giornali tedeschi: Patrick e Susan hanno iniziato una relazione nel 2000 e oggi hanno 4 figli, tre dei quali adesso sono in affidamento.
La loro storia d’amore non è così chiara e lineare, come potrebbe apparire in un primo momento: i due infatti hanno vissuto la loro infanzia divisi nella Germania dell’Est comunista e si sono conosciuti quando erano già grandi. Patrick fu adottato da un’altra famiglia e conobbe i suoi parenti biologici non prima del suo diciottesimo anno di età. Il suo vero padre era già morto, ma egli riuscì a trovare la madre, Annemarie e sua sorella Susan solo nel 2000. Sei mesi dopo la riunione la madre Annamarie morì per un attacco di cuore. Presto Susan e Patrick s’innamorarono e cominciarono ad avere una relazione.
Adesso però i due amanti sono stanchi di essere trattati come criminali e hanno annunciato domenica scorsa che porteranno il loro caso davanti alla Corte costituzionale tedesca per cercare di far abolire una legge «vecchia di 100 anni» che dichiara crimine l’incesto: «Vogliamo che la legge che presenta l’incesto come un crimine sia abolita» ha specificato Patrick Stübing che ha passato due anni in carcere e adesso rischia un ulteriore pena proprio perchè non ha messo fine alla relazione con sua sorella. «Non ci sentiamo colpevoli di quello che è accaduto» hanno affermato tutti e due in una dichiarazione rilasciata ai media locali.
La storia ha diviso non solo la Germania, ma anche i Paesi vicini, come il Belgio, l’Olanda e la Francia, dove l’incesto non è proibito per legge. La maggior parte dei dottori che si è interessata al caso però ha sottolineato che sebbene la loro storia sia comprensibile è giusto rispettare le regole della natura: infatti come dimostra la loro storia i figli nati da fratelli e sorelle hanno maggiori possibilità di presentare malformazioni e malattie. Due dei figli di Patrick e Susan sono disabili.
Interessante e ineccepibile il commento di Jim Momo («A proposito di tabù: l’incesto», 27 febbraio):
Dal punto di vista scientifico i figli nati da fratelli e sorelle hanno maggiori possibilità di presentare malformazioni e malattie. Ma nessuna legge proibisce a persone anziane, o disabili, o a portatori sani di malattie genetiche, di avere bambini, anche se corrono seri rischi di generare figli malati o con malformazioni fisiche e mentali. Dunque la proibizione dei rapporti incestuosi rappresenta un limite alla libertà sessuale, ma siccome questo limite non viene posto in analoghe situazioni di rischio per il nascituro, ne consegue che si fonda su un tabù morale.
[…] Quanti si oppongono – e Pera, la Binetti, Galli Della Loggia credo siano fra questi – alle terapie geniche prenatali, a pratiche come l’analisi preimpianto o l’eutanasia infantile, ritenendole forme sfumate di eugenetica, dovrebbero vedere anche nel divieto di incesto, volto a impedire per legge la probabile nascita di bimbi “difettosi”, una forma sfumata di eugenetica.
Insomma, pare che non si possa essere contemporaneamente contro l’eugenetica e contro l’incesto. Perché ragionando con lo stesso metro con cui si valutano altre pratiche, vietando l’incesto a causa dell’alta possibilità che vengano generati figli portatori di handicap si compirebbe ugualmente un’operazione eugenetica.
Viceversa, è semplice rimanere coerenti e tranquilli sulle loro posizioni per coloro che hanno nella libertà individuale la bussola di orientamento. Libertà sessuale. Libertà per fratello e sorella di generare figli se è una scelta libera e consapevole; libertà di generare figli anche in presenza di un elevato rischio di prole disabile o malata; libertà di ricorrere alle tecnologie che permettono di evitare di generare figli disabili e malati; libertà di affidarsi al caso o al destino, o a Dio per chi ci crede. Finché la scelta, appunto, rimane individuale, libera e consapevole, non può esserci dietro progetto eugenetico.
Ovviamente per i reazionari l’incesto rimane lo spauracchio preferito da agitare ogni volta che si parla di allargare i diritti connessi al matrimonio: come se la gente fosse trattenuta dall’unirsi carnalmente con i propri fratelli solo perché gli omosessuali non possono sposarsi... In realtà, basta per questo l’istinto naturale (prodotto verosimilmente dalla selezione naturale), o anche solo l’evoluzione della società verso rapporti sempre più aperti: si pensi a come i matrimoni tra cugini, pur consentiti dalla legge, siano andati diminuendo dai tempi in cui erano pratica diffusa presso alcuni ceti. Ma a chi non riesce a scandalizzarsi perché un ragazzo reo solo di avere amato finisca in galera, questo evidentemente non può bastare.

martedì 27 febbraio 2007

Sublime Aioros

Quando parla del papa – anzi: quando parla col papa – è sempre un piccolo capolavoro.

Lisa dagli occhi blu (o Jennifer Capriati)

A proposito della possibilità di intervenire sul patrimonio genetico degli embrioni vorrei demolire qualche luogo comune.
Sebbene la possibilità di modificare tratti somatici (come il colore degli occhi o l’immissione di un talento specifico) sia uno scenario fantascientifico piuttosto che scientifico, è utile sgombrare il campo da presunti argomenti che condannano la genetica migliorativa.
La condanna della manipolazione genetica positiva o migliorativa si basa spesso sull’argomento della violazione della autodeterminazione del nascituro (vedi come esemplare la posizione di Jürgen Habermas in Il Futuro della Natura Umana, 2001). Argomento debole. Molto debole.

Innanzi tutto per l’estrema difficoltà di distinguere una manipolazione genetica negativa (i cui scopi sono terapeutici e difficilmente condannabili moralmente) da una manipolazione genetica positiva (i cui scopi sono migliorativi e oggetto di una dura accusa “eugenetica. Qual è la linea di confine? E, soprattutto, perché la manipolazione genetica negativa viene considerata moralmente accettabile, mentre quella positiva è criticata aspramente come immorale e disumana?
Lo stesso Habermas è costretto a ammettere che tracciare un confine tra genetica positiva e genetica negativa è difficile e implica l’annoso problema di operare una cesura in una sequenza discreta non interrotta da avvenimenti moralmente significativi. Il confine è necessariamente arbitrario e non fattuale, proprio come lo è il confine politico tra due Paesi o la definizione di maggiore età a partire dal compimento dei diciotto anni. Lungo il continuum degli interventi genetici, qual è il punto in cui un intervento (genetico e “tradizionale”) non è più terapeutico ma diventa migliorativo?
Se è agevole definire come intervento squisitamente terapeutico la correzione a livello genetico di una grave malattia (la sindrome di Lesch-Nyhan, ad esempio), è più difficile in casi più sfumati: l’incremento di intelligenza o di forza muscolare è evidentemente un intervento soltanto migliorativo? L’aumento della resistenza immunitaria o il rimedio della calvizie come devono essere considerati? Sembra ragionevole ammettere che una possibile soluzione consisterebbe nell’individuare una soglia di normalità, soddisfatta la quale gli interventi non sono più terapeutici bensì migliorativi. Quali sono i criteri per stabilire la soglia di normalità, da utilizzare come spartiacque tra interventi terapeutici e migliorativi? La questione non è semplice, soprattutto alla luce della difficoltà di offrire criteri soddisfacenti per definire la normalità, la salute e la patologia, e della opinabilità e parzialità di tutti i criteri possibili.

La possibilità della manipolazione genetica darebbe poi origine a un nuovo diritto che le si impone come argine: il diritto a un patrimonio genetico non manipolato. Argomento affine a quello della innaturalità, solleva la seguente domanda: la trasformazione genetica costituisce un accrescimento dell’autonomia e della salute individuali, oppure è dannosa?
Invocare il diritto alla casualità non risolve granché. Affermare il diritto al caso dovrebbe servire da una parte a condannare la strumentalizzazione di una vita umana rispetto alle preferenze di terzi (i genitori), dall’altra la violazione della lotteria cromosomica (che valore ha la lotteria cromosomica?).
Il diritto al caso è un’arma critica piuttosto debole: anche gli interventi genetici terapeutici (dunque gli interventi che in genere vengono considerati moralmente ammissibili) violano il diritto al caso, andando intenzionalmente a correggere anomalie genetiche: la trisomia del cromosoma 21, originata per caso, dovrebbe dunque essere protetta dall’intervento genetico? Perché sarebbe immorale sostituirsi alla casualità genetica nel caso degli interventi genetici migliorativi, ma non nel caso degli interventi genetici terapeutici? Il diritto al caso non può essere invocato arbitrariamente: si può istituire accettandone tutte le implicazioni, e dunque anche l’astensione da interventi genetici terapeutici, oppure è necessario ricusarlo. (Accettereste di essere curati “a caso”?)

La soluzione proposta da Habermas è che gli interventi terapeutici traggono la forza da una presupposizione controfattuale di un possibile consenso da parte dell’embrione, evitando così il rischio di eterodeterminazione genetica (per quale motivo sia possibile presupporre un consenso soltanto rispetto a interventi terapeutici, e non rispetto a interventi che possano migliorare le caratteristiche del nascituro (incrementi genetici di bellezza, intelligenza, memoria) è oscuro): questa presupposizione può riferirsi solo alla prevenzione di mali estremi, che senza dubbio sarebbero rifiutati da tutti. Non può invece essere ipotizzato in altre circostanze. La presunzione di un consenso da parte nel nascituro a quegli interventi contro mali estremi suscita innumerevoli perplessità. Se fosse rilevato un male piccolo, o che comporta sofferenze medie, ci si dovrebbe forse astenere dall’intervenire perché l’intervento sarebbe immorale? E chi stabilisce quale male è estremo? Quali sono i criteri per valutare oggettivamente una gerarchia di mali?
Escludere interventi (eugenetici o terapeutici?) richiamandosi alla necessità del consenso degli interessati sembra equivalere all’affermazione che l’abolizione della schiavitù dovrebbe suscitare il consenso potenziale degli schiavi; ma in fondo la schiavitù – rispetto alla pena di morte, o al diritto del sovrano di vita e di morte sui sudditi – sembra un male medio o trascurabile; dal momento che sarebbe azzardato affermare che tutti darebbero il proprio consenso alla liberazione dalla schiavitù (qualcuno potrebbe preferire vivere in schiavitù, o magari i figli degli schiavi liberati potrebbero rimpiangere la condizione dei loro genitori), possiamo continuare a tenerci i nostri schiavi (bel risultato!).

Gli interventi genetici migliorativi non compromettono l’autonomia individuale e la possibilità di scegliere della propria esistenza.
Non è riscontrabile una differenza moralmente rilevante tra modificazione genetica e modificazione pedagogica, e la pedagogia è accettata (la scuola, i campeggi, le lezioni di danza e di pianoforte), allora anche un intervento genetico migliorativo dovrebbe rientrare in un’area discrezionale dei genitori (la nascita stessa, quella tradizionale, è un atto intrinsecamente eterodeterminato: cosa c’è di più irreversibile e asimmetrico del mettere al mondo un figlio naturalmente?).
È bene sottolineare l’impossibilità di rendere «non avvenuta» una qualsiasi forma di educazione. È sempre possibile, almeno in linea di principio, correggerne le conseguenze; ma questo è possibile anche per gli interventi genetici (posso correggere le conseguenze di una miglioria genetica così come posso correggere le conseguenze di una educazione musicale. Non è superfluo aggiungere che se mi fosse stata aggiunta una predisposizione musicale, ciò non implicherebbe affatto un dovere o una impossibilità di sottrarmi alla carriera musicale. Potrei ignorarla, e non sentirmi limitata nella mia libertà da una aggiunta genetica voluta dai miei genitori. In questa cornice, la mia esistenza non sarebbe compromessa e i miei genitori avrebbero soddisfatto un desiderio che non mi comporta alcun danno, cioè non comporta per me nessun peggioramento della mia condizione. Vi sono limitazioni ben più gravi della libertà filiale, e atteggiamenti dannosi da parte dei genitori nei riguardi dei figli che non sono condannati con la veemenza con cui spesso si critica l’eugenetica, né sono vietati da una legge: l’iscrizione a certe scuole, l’educazione parentale dei primi anni di vita, l’indottrinamento religioso, lo stesso contesto sociale in cui si nasce, le aspettative verso un figlio avvocato o dentista. Tutti questi elementi sono fortissimi condizionamenti della mia libertà di determinare il corso della mia esistenza, e sono forse più irrimediabili del possedere una predisposizione genetica alla danza o all’hockey su ghiaccio. L’infanzia di Jennifer Capriati, trascinata dal padre per ore sui campi da tennis, è un buon esempio di imposizione molto diversa dall’imposizione di una caratteristica genetica…). È evidente che la premessa dell’equivalenza tra modificazioni genetiche e modificazioni pedagogiche (e dunque della possibilità di apportare ‘correzioni’ in entrambi i casi) è costituita dal rifiuto di un ingenuo determinismo genetico.
Insomma, l’esistenza di un individuo migliorato geneticamente sarebbe in qualche modo peggiore della sua esistenza senza quel miglioramento? E se quel miglioramento può essere agevolmente trascurato nelle decisioni riguardanti la propria vita, potrebbe in qualche modo costituire un restringimento dell’autodeterminazione?
Il nascituro si trova nella condizione di non potere mai esprimere una preferenza, ma soltanto una eventuale e futura protesta. Questa eventuale protesta non può servire per condannare una modificazione genetica nei casi in cui la dotazione di predisposizioni (musicali, sportive) non comporti nessun ragionevole peggioramento della condizione del nascituro: egli potrà non usare le predisposizioni geneticamente determinate, e scegliere liberamente il corso della propria esistenza. La dotazione di predisposizioni non danneggia in nessun modo la sua vita.
Inoltre, l’esistenza di un figlio ‘programmato’ mi sembra preferibile all’esistenza di un figlio dell’errore e della distrazione.

Altro che figlio perfetto!

Un eccellente articolo di Pietro Greco («Embrioni, il falso mito degli “occhi azzurri” che rallenta le cure», L’Unità, 26 febbraio 2007, p. 9) spiega con chiarezza in che cosa consista verosimilmente, al di là delle distorsioni e demonizzazioni subito diffuse, il progetto di legge che il governo britannico sembra intenzionato a presentare per aggiornare la normativa sulla fecondazione artificiale, e che prevederebbe (secondo alcune indiscrezioni) la possibilità di modificare geneticamente gli embrioni umani: per far nascere solo bambini biondi con gli occhi azzurri, secondo gli integralisti di ogni latitudine; per curare gravi malattie – oltretutto senza danneggiare nessun embrione! – secondo Greco e secondo il buon senso.

lunedì 26 febbraio 2007

Una scelta ardua

Gay si nasce o si diventa? (nella versione blog), “Ero gay: i preti mi hanno guarito” (nella versione seria). Questa la scelta ardua: scegliere il titolo più bello. (Il testo non cambia, gli effetti collaterali e diretti sono gli stessi, e la parola che meglio li descriverebbe è un insulto e lo taccio per buon gusto.)
Non stateci troppo tempo; sapete la fine che ha fatto davvero l’asino di Buridano nevvero?

Quando al liberale non piacciono le unioni omosessuali

In un momento già non felice per le sorti del liberalismo in Italia, capita spesso di scoprire angosciati che alcuni di quelli che si dicono liberali o finanche libertari – e che saresti quindi portato a computare dalla tua parte, quasi senza pensarci – si oppongono violentemente a battaglie che hai sempre pensato fossero in massimo grado liberali e libertarie. È il caso ultimamente della regolamentazione delle unioni di fatto: è capitato persino che qualcuno che orgogliosamente sbandierava la sua appartenenza ai «libertari italiani» dimostrasse all’improvviso un’omofobia degna dei peggiori codini.
L’angoscia è giustificata, ma non c’è forse molto da stupirsi: il libertarismo, in Italia – ma qualche esempio c’è anche altrove – è divenuto da un po’ di tempo la copertura ideologica prestigiosa, «americana», dei ceti più insofferenti all’imposizione fiscale, che per il resto rimangono però strettamente legati al mondo vetero-cattolico delle origini e ai privilegi del patriarcato: per loro l’unica libertà che conta è la libertà dalle tasse; lo sperimentalismo sociale della parte più viva del libertarismo anglosassone (si pensi per esempio all’influenza dello scrittore Robert A. Heinlein negli Usa) è necessariamente il loro nemico. Discorso non diverso per molti ‘liberali’ (la differenza è in sostanza solo anagrafica: i libertari all’italiana sono mediamente più giovani), che sono tali solo in quanto avversi a uno Stato potenzialmente incline a mettere in dubbio i loro privilegi sanzionati dal tempo e dalla Tradizione, e che ritroviamo puntualmente a cantare le lodi delle posizioni più retrive della Chiesa cattolica.

Consideriamo un esempio concreto. Il Foglio di due giorni fa ha ospitato un lungo articolo di Giovanni Orsina («L’individualista e laico Orsina dice che la legge sui Dico non è liberale, è solo anticlericale», 24 febbraio 2007, p. 3). L’autore, poco dopo l’inizio, fa questa dichiarazione di principi:

Il diritto che gli individui indiscutibilmente hanno è quello di vivere con qualunque altro individuo adulto e consenziente essi vogliano, sia di un altro sesso o sia del medesimo, senza doverne rendere conto alla società né allo stato. Detto altrimenti, gli individui hanno precisamente il sacrosanto diritto di creare una coppia di fatto. Ma che quella coppia di fatto sia poi riconosciuta pubblicamente, e le siano attribuiti privilegi che vanno a discapito di terzi – come nel caso del subentro nel contratto d’affitto –, o della collettività – ad esempio con la reversibilità della pensione –, è questione che con gli intangibili diritti dell’individuo ha ben poco a che spartire. Uno stato rigorosamente individualista, libertario, consente qualunque comportamento non leda i diritti altrui, ma al contempo di questi comportamenti leciti non ne incentiva neppure nessuno. Ai suoi occhi una zitella solinga o Harun al Rashid col suo harem di mogli si equivalgono a perfezione.
E fin qui non ci sarebbe nulla da eccepire, naturalmente, se non una certa occhiutezza ideologica che pragmaticamente andrebbe stemperata (il pensiero del proprietario che butta fuori dall’appartamento la compagna dell’inquilino appena morto non sembra dar fastidio a Orsina, ma a moltissimi altri, fortunatamente, sì). Ma l’articolo prosegue:
La questione andrebbe dunque del tutto rovesciata. Se in termini liberali il caso deviante non è la mancata attribuzione di privilegi alle coppie di fatto, ma al contrario l’attribuzione di privilegi alle coppie sposate, la vera domanda che dovremmo porci è se sia giusto, e per quali ragioni, che lo stato regolamenti e incentivi col matrimonio la convivenza stabile fra persone di sesso diverso. […]
Detto questo, ritengo tuttavia che la domanda posta sopra – se sia opportuno attribuire privilegi alle coppie regolarmente sposate – debba trovare una risposta positiva. Per la semplice ragione che, fino ad ora, la convivenza stabile fra persone di sesso diverso s’è storicamente dimostrata lo strumento più adatto per generare e formare i nuovi individui. […]
I privilegi che la legge attribuisce al matrimonio, e che possono essere difesi in un’ottica liberale perché atti a facilitare la generazione e formazione di nuovi individui, vanno estesi anche alle coppie di fatto eterosessuali? E a quelle omosessuali? A mio avviso entrambe le risposte debbono essere negative. Rispetto alle coppie omosessuali, perché manca l’elemento cruciale: la generazione e formazione di nuovi individui, appunto. Altro sarebbe se le coppie omosessuali potessero accedere alle procedure di procreazione artificiale o all’adozione. Il che però sarebbe a mio avviso gravemente inopportuno, considerato come la struttura che storicamente s’è rivelata in grado di formare gli individui sia la famiglia eterosessuale, e come un elementare principio di prudenza suggerisca di seguire in questo campo i dettami della tradizione, evitando di imporre esperimenti a pre-individui che – per definizione – sono incapaci di scegliere.
Argomentazione ripetuta mille volte, dalla quale viene quasi sempre omessa – scientemente, perché è un punto troppo ovvio per essere dimenticato – la circostanza che la inchioda alla sua vacuità: il matrimonio eterosessuale non è appannaggio esclusivo delle coppie in grado di generare; ad esso e ai suoi privilegi sono ammesse anche le coppie sterili, e soprattutto le coppie di anziani, per le quali si sa già in anticipo che le nozze sono destinate a rimanere infeconde e chiuse alla procreazione. Né questi sono considerati dalla società matrimoni di seconda categoria: l’approvazione sociale è sincera e per nulla inferiore a quella che circonda il matrimonio di una coppia potenzialmente fertile.
Quando muovi questa obiezione, «libertari italiani», liberalconservatori e liberalclericali abbozzano un sorrisetto di compatimento, scuotono la testa, come a dire «è vecchia!»; ma la controreplica, chissà perché, non arriva mai – se non nella forma di assurdi arzigogoli; e non può arrivare, perché logicamente non ce n’è una (si veda la lunga – anzi, ahimè, prolissa – discussione, in cui mi sono ritrovato impegnato qualche giorno fa).
Una risposta coerente sarebbe l’abolizione del diritto a sposarsi per le coppie di anziani che non abbiano già figli; ma naturalmente, questo è per molte ragioni improponibile (anche se a lungo termine l’evoluzione del costume va verosimilmente nella direzione della fine del matrimonio come unione sessuale, e della sua sostituzione nell’ordinamento giuridico con la relazione di cura, secondo le suggestioni di Martha Albertson Fineman e di altri).
Si può invece sostenere che il matrimonio genera altri beni sociali, oltre a quelli rappresentati dalla riproduzione, e che quindi esso andrebbe esteso (di fatto se non di nome) anche agli omosessuali. Un liberale autentico guarderà sempre con sano scetticismo a queste pretese di vantaggi per la società, ma in questo caso non c’è in effetti neppure bisogno che esse siano giustificate: l’uguaglianza di fronte alla legge basta e avanza per dire sì alle nozze omosessuali. Non esiste uno straccio di giustificazione per la situazione attuale, in cui gli omosessuali pagano con le loro tasse i privilegi delle coppie eterosessuali, anche sterili, da cui essi sono tuttavia esclusi.
Del resto, è poi così ovvio che gli omosessuali siano incapaci di generare? Orsina, con ingenuità tanto monumentale da riuscire ancora una volta sospetta, sembra credere che i gay non possano avere figli se non con la fecondazione in vitro o l’adozione. Forse l’equivoco è naturale per quanti – in accordo con meccanismi psicologici ben noti – sentono il bisogno di marcare la propria distanza dall’universo gay incrementando fino al parossismo la ripulsa dell’orientamento omosessuale; ma in ogni caso si dovrebbe sapere che la fecondazione artificiale non avviene solo in provetta e in laboratorio...
Le famiglie omosessuali, anche se i figli provengono geneticamente dall’esterno della coppia (almeno allo stadio attuale delle tecniche riproduttive), sono più fertili di molte coppie eterosessuali – e certo nessuno può pensare di sottrarre loro i bambini (caritatevolmente evito di esaminare la consistenza logica delle idee di Orsina sui pre-individui). Il loro diritto a sposarsi, checché ne pensino tanti sedicenti ‘liberali’, è sicuro e incomprimibile, e lottare per conseguirlo è una battaglia di libertà.

Minnesota University: commedia blasfema

Un vero e proprio scandalo, come avverte un banner piuttosto evidente e che ho riportato per diffondere la richiesta di inviare per mail (urgent action!, avvertono).
Che cosa starà mai succedendo?

University of Minnesota Set to Bash Catholicism
, October 18, 2006:

How can any respectable university consider blasphemy academic freedom? Well, the Department of Theatre Arts and Dance of the University of Minnesota plans to stage a blasphemous play called The Pope and the Witch starting on March 1, 2007.
According to The New York Times: “The witch, in nun’s habit, turns up as an aide to the doctor summoned to treat the pope, and before long the Holy Father is seized with a paralytic affliction that, among other names, is known as ‘a crucifixion stroke,’ leaving him with his arms outstretched.”
The Yale Herald further states: “The blasphemy aspect of the production adds another layer of prickly humor…”
To sign a quick personal e-protest, CLICK HERE now.
Proseguendo nella lettura ci si imbatte in una descrizione delle ragioni della protesta e del profilo dell’autore. Formidabile.
The Pope and the Witch is unmistakably anti-Catholic. Its communist author, Dario Fo, mocks Catholic hierarchy and morality. The Pope figure in the play is a greedy heroin-addict according to press reports. Among other gross distortions, the Church is responsible for world poverty and hunger because of its doctrine against abortion and contraception.
Italian playwright Dario Fo, a long-time member of the Communist Party, is well known for his subversive work against religion and family. In 1983, he was denied entry into the United States for the second time. And the Vatican called his 1977 broadcast of Mistero Buffo “the most blasphemous show in the history of television.”
(I corsivi delle ultime righe sono miei. Vedi come si finisce a forza di attaccare la religione e la famiglia? Da leggere anche la difesa accorata della religione che sarebbe sotto scacco e la descrizione pacifica della protesta.)

CattoCartoons

Come primo miracolo avrebbe potuto fare di meglio. Comunque, sfido chiunque a riuscirci.
Molti altri esilaranti Cartoons qui.

Giocare a diventare papa

Chissà quando arriverà in Italia. Non possiamo che presentarlo in anteprima e con una certa impazienza: VATICAN The Board Game. From Cardinal to Pope—how it happens . . . (sottotitolo: Unlock the secrets of how a man become pope).

Dalla home page si legge:

VATICAN, historically accurate, is more compelling than the depictions of the Catholic Church in popular culture. Reality and truth are always more interesting than fiction.
VATICAN is a fascinating way for all to understand a central point of Catholic identity, and will appeal to a wide variety of audiences, whatever their religious preferences.
VATICAN is sophisticated, filled with nuance that makes replays as enjoyable as the first time you play it. For teachers, it’s a powerful educational tool – for a gathering of friends, it’s a stimulating experience.
VATICAN – a high quality game that makes the ideal gift. Buy now – fun and learning in an outstanding package!
Molto interessante anche la foto e le notizie sul creatore (è proprio il caso di dirlo, non banale inventore) del gioco: Stephen Haliczer.
Per ordinarlo.

domenica 25 febbraio 2007

Homo (in)habilis

Francesco Agnoli ha l’onore di essere oggetto delle nostre attenzioni ancora una volta nel giro di poco tempo scrivendo nell’inserto èFamiglia Ma io Dico: i giovani chiedono ben altro, Avvenire, 23 febbraio 2007 (non varrebbe nemmeno la pena di prenderlo seriamente in considerazione se non fosse rappresenttivo di un pensiero ossessivo e ingombrante). Inizia con una domanda folgorante (poi si lascia prendere dalla foga narrativa):

I giovani hanno veramente bisogno dei Dico? Stiamo guardando al loro futuro, stiamo forse pensando a loro? Per rispondere a questa domanda, così essenziale, vorrei partire dalla vita, dall’esperienza concreta. Qualche sera fa ho portato al cinema una mia classe, a vedere “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino. Un film ispirato ad una storia vera. La storia di una famiglia in cui la madre abbandona marito e figlio, perché i disagi economici rendono la vita, per lei, insopportabile. Il padre, invece, vuole tenere duro: ha avuto anche lui una infanzia difficile, ha conosciuto suo padre molto avanti negli anni, e vuole per suo figlio qualcosa di diverso. Il film è tutto giocato su questo rapporto, tra padre e figlio: il padre che domanda di continuo al suo bambino se ha fiducia in lui. E il bimbo che si affida, come tutti i bimbi, a chi lo ama. Poi, alla fine del film, ho riportato a casa una mia alunna: non a casa sua, ma di sua nonna. Il padre, infatti, vive da una parte, la madre da un’altra, e lei con la nonna. Vede sua madre in giorni prestabiliti, ma non per molto, né con grande gioia: «Lei tanto è indaffarata col suo moroso». Io, che ho vissuto in una bella famiglia, unita, felice, non ho potuto non commuovermi, e chiedermi: cosa stiamo dando, ai nostri giovani? Tutti in fondo se lo chiedono: cosa gli stiamo dando, per quanto riguarda la famiglia, o per quanto riguarda il lavoro.
Francesco Agnoli si pone come interprete e portavoce dei “giovani”, e a loro nome spiega che “no, dei Dico i giovani non hanno bisogno” e che “i giovani hanno bisogno della famiglia Vera” (ha chiesto loro di che opinione fossero?). Che cosa poi sia, la famiglia Vera, ce lo spiega lui. Se esista o se sia mai esistita io non so. Ma Francesco è convinto che i principali guai (se non addirittura tutti i guai) derivino dalla dissoluzione di questo passepartout esistenziale. Come se il matrimonio (in chiesa, si intende) possa ergersi a garante di qualcosa. E non perché legalmente è possibile divorziare. Anche prima del divorzio esistevano famiglie (bollate dal matrimonio indissolubile, data di scadenza: MAI) infelici, disastrose, pericolose. Umberto Galimberti, il cui pensiero e il cui modo di “fare filosofia” non mi sono congeniali, una volta rivolse ai lettori della sua rubrica su D di Repubblica una questione scomoda e imbarazzante (a proposito di un caso di una mamma che avevo ucciso il figlio inscenando un rapimento; il figlio era naturale e la mamma regolarmente sposata): se l’ingenuo pensiero dell’amore materno e delle premure parentali non fosse tale (ingenuo), non ci ritroveremmo con tanti bambini, adolescenti e adulti inguaiati. In altre parole (vorrei che Francesco comprendesse senza sbavature): le madri non sono sempre amorevoli e premurose; le famiglie (tradizionali) non sono sempre accudenti e rassicuranti; i legami familiari non sono sempre impostati sulla fiducia e l’amore. Distinguere i buoni dai cattivi in base a una parola (Matrimonio) è una operazione rassicurante ma nella migliore delle ipotesi inefficace. E spesso stupida, di quella stupidità cieca e insofferente alle complicazioni e alle distinzioni.
Mi fa sorridere l’apologia del film di Gabriele Muccino, l’ingenuità del dire con enfasi “è una storia vera” (e pertanto avrebbe un valore aggiuntivo?), la semplificazione del pensare che un modello formale possa garantire il buon esito della “ricerca della felicità”. Mi piacerebbe sapere se davvero il caro Francesco sia convinto che la famiglia (come la intende lui, madre padre e figli) sia una garanzia sufficiente a conferire stabilità e rassicurazione. E mi astengo dal chiedere cosa diavolo ci facesse Francesco al cinema con una sua alunna (sì, sì; al cinema era con tutta la classe, ma poi a casa ne ha riaccompagnata soltanto una. Oppure è munito di un pulmino giallo?).
Ma andiamo avanti con la lettura.
Il grande finanziere George Soros, un ebreo ungherese che vive in America, ha scritto un libro, “Soros su Soros” (editrice Ponte alle Grazie), molto utile per capire dove stiamo andando. In esso ci parla delle sue doti di “filantropo”: si batte, con le sue infinite disponibilità economiche, in collaborazione con Hugh Hefner, proprietario di Playboy, per una «società aperta», cioè una società in cui vi sia droga libera, mobilità lavorativa, mercato libero, emigrazione e immigrazione... in cui «la struttura organica di una società si è disintegrata al punto che i suoi atomi, gli individui, si muovono in varie parti senza radici». In questa società, scrive Soros, «amici, vicini di casa, mariti e mogli diventano, se non intercambiabili, almeno prontamente rimpiazzabili da sostituti impercettibilmente inferiori, o superiori... il rapporto tra genitori e figli rimane presumibilmente fisso, ma i legami che li uniscono potrebbero diventare meno importanti». L’essenziale, prosegue Soros, è che «nelle società aperte ogni individuo deve trovarsi da solo il proprio scopo di vita», sapendo che la libertà è semplicemente la possibilità dell’individuo di «conseguire il proprio interesse personale come egli lo percepisce».
Ma noi siamo veramente fatti per questo? Siamo veramente fatti «per il nostro interesse personale», per muoverci di continuo, per continuare a cambiare lavoro e dimora? Siamo fatti per avere più famiglie, più genitori, amici e vicini intercambiabili, e cioè senza valore? A me non sembra. Mi pare, al contrario, che tanti giovani non credono più all’amore per sempre perché gli abbiamo tolto la terra sotto i piedi: abbiamo reso ardua l’opzione famiglia, con le mille paure e con la sfiducia che caratterizzano la cultura odierna, e poi rimandando di continuo l’età della indipendenza lavorativa, precarizzando il lavoro, omettendo ogni politica sociale a favore della famiglia...
È molto interessante come la pluralità diventi interscambiabilità e poi assenza di valore. Seguendo quella idea che la possibilità di scelta costituisca in realtà una svalutazione. In fondo, se la Verità è una, tutte le altre “opzioni” hanno poco o nessun valore.
Le credenze, poi, non hanno il potere di affermarsi a dispetto delle circostanze. Io posso pure credere in Gesù Bambino, ma non è la debolezza della mia credenza a far trapelare le crepe. Così, posso anche credere nell’amore per sempre, ma se mio marito mi picchia cosa scelgo, la credenza o la fuga?
L’uomo, invece, è l’unico “animale” che ha bisogno di sicurezza, di stabilità, di fedeltà, di unità: l’unico che rimane legato alla famiglia d’origine, per tutta la vita; l’unico che dipende da essa per moltissimi anni; l’unico che tendenzialmente ama per sempre; l’unico che mantiene il legame con i suoi cari, tramite la tomba, persino dopo la morte... L’uomo crea e desidera amicizie stabili, una dimora fissa, un lavoro che non cambi di continuo... Su questa stabilità costruisce la sua identità, il suo essere qualcuno, la sua tranquillità interiore.
Ma che ne sa? È lecito che qualcuno desideri diversamente? E come si mantiene il legame con i propri cari tramite la tomba? È un legame monodirezionale? Oppure anche chi sta sottoterra mantiene un legame? Gli argomenti di Francesco sono stringenti, e non poteva mancare il richiamo ai figli adottati o ai figli della procreazione assistita.
Il figlio ha la necessità di poter contare sui suoi genitori, vive della loro unità e soffre delle loro discordie; il marito e la moglie, hanno bisogno di poter contare sul coniuge, di aver in lui una sicurezza, un aiuto, un conforto.
Lo dimostra molto bene il caso dei figli adottati o, ancor di più, di quelli nati con fecondazione artificiale eterologa. I primi, infatti, ricercano di solito i loro genitori naturali, desiderano conoscerli, anche se si trovano benissimo nella famiglia adottiva. I nati da eterologa, invece, come racconta Chiara Valentini, giornalista de L’espresso, nel suo “La fecondazione proibita” (editrice Feltrinelli), divenuti maggiorenni si mettono spesso sulle tracce del loro padre o della loro madre genetici: eppure non li hanno mai visti, neppure di lontano!
Feltrinelli è una casa editrice femminile?
Ebbene cosa stiamo costruendo noi con i Dico? Stiamo creando una società sempre più aperta, ma nel senso di liquida, di sfuggente, di instabile ed incerta... in cui un figlio, o una moglie, si cambiano come si cambia il lavoro, anzi più in fretta ancora di un co.co.co, o come si cambia un cellulare, affinché l’economia continui a girare... Così facendo però non costruiamo l’uomo, ma lo decostruiamo: torneremo nomadi, come nei tempi preistorici: nomadi spirituali, cioè uomini soli, senza radici, senza storia, senza legami. I giovani non vogliono questo: soprattutto quelli come la mia alunna, che ha sperimentato su di sé l’incertezza dell’amore, vogliono altro. È la mia personale riflessione, ma anche la mia esperienza quotidiana di insegnante. Tutti vorrebbero costruire sulla roccia degli affetti stabili, e non sulla sabbia delle passioni mutevoli, delle paure e degli egoismi. Compito dello Stato è tutelare e difendere questo desiderio originario, e non altro.
Tutelare, non imporre. Tutelare significa proteggere, non eliminare gli avversari. Starebbe bene Agnoli tra gli uomini d’un tempo. Quelli che non si ponevano troppi interrogativi sulla vita e sulla morte, ma dovevano procacciarsi il cibo. E tenere a freno la lingua per concentrare le energie sulla corsa e il pugnalare a morte la povera bestiola da fare alla brace.

Il padre dei DiCo si redime

Siamo stati severi, qualche giorno fa qui su Bioetica – e credo a ragione – con Stefano Ceccanti, consigliere giuridico del ministro Pollastrini ed estensore materiale (assieme ad altri) del disegno di legge sui DiCo. Ma ciò non toglie che Ceccanti dica anche cose intelligenti, quando non si trova a dover difendere l’indifendibile. In particolare, un suo articolo sul Foglio di ieri fa giustizia di alcuni luoghi comuni che girano sulle convivenze («Il cattodem Ceccanti si cimenta con la bozza della nota dei vescovi. Un duello in punta di diritto», 24 febbraio 2007, p. 3). Parlando della bozza (trapelata sulla stampa) della futura Nota Cei, che dovrebbe impegnare i politici cattolici a contrastare ogni proposta di legge sui Pacs, Ceccanti afferma:

L’autonomia privata potrà garantire qualcosa come dice il documento del 2003, ma purtroppo non può garantire nessuno dei diritti previsti dai Dico.
La bozza parte dal documento della Congregazione per la Dottrina della fede del 2003 che parla di “autonomia privata […] per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse”: questa apertura si riferisce a un’area molto ristretta. La bozza, in spirito di ulteriore apertura, vorrebbe ricomprendere in quell’apertura “molti dei diritti di cui parla il presente progetto di legge”. Un’operazione che però, purtroppo, non si può proprio fare. Con tutta evidenza i contratti non possono regolare né una quota di legittima nelle successioni, né diritti previdenziali e pensionistici, né permessi di soggiorno, né far insorgere obblighi alimentari. Neppure possono determinare una giurisprudenza univoca in materia di impresa o di trattamenti sanitari (che infatti ad oggi non è univoca), consentire in caso di conflitto con familiari un effettivo diritto all’assistenza per malattia o ricovero, costituire titolo per trasferimenti e assegnazioni di sede o imporre standard essenziali alla legislazione regionale per alloggi di edilizia pubblica. Né possono espandere al di là delle tipologie di conviventi già tutelati il subentro nel contratto di affitto o l’opposizione alla donazione degli organi. Alla fine, pertanto, se ci si basa solo sul Documento del 2003, bisogna affermare che nessuno di quei diritti è meritevole di tutela da parte del Parlamento, cosa che comunque finirebbe per provocare interventi del potere giudiziario per sanare le più evidenti discriminazioni. Ma è proprio inevitabile restare nei limiti del 2003? La prolusione del cardinale Ruini al Consiglio permanente del settembre 2005 poneva anch’essa la via del diritto comune come strada maestra, ma ricomprendeva poi come subordinata la possibilità di varare “qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate, eventuali norme a loro tutela” che dovrebbero “rimanere nell’ambito dei diritti e dei doveri delle persone”. Perché non riconfermare anche tale apertura che nella bozza non c’è più?
Da leggere anche il resto (che si può integrare utilmente con «Chi si oppone è contrario anche al Trattato costituzionale europeo?», Il Riformista, 14 febbraio 2007, p. 5, dello stesso Ceccanti).

Due negazioni = una affermazione

Dico: Binetti (DL), nessun diktat da Rutelli, la Repubblica, 24 febbraio 2007:

“In merito ad alcune mie frasi riportate da organi di informazione, tengo a precisare che da Francesco Rutelli io i ‘teodem’ non abbiamo mai ricevuto ‘diktat’ né ci consideriamo ‘il suo braccio operativo’”. Lo precisa la senatrice Paola Binetti. “Il nostro agire politico è sempre stato secondo coscienza, in totale, piena autonomia. Abbiamo sempre risposto delle nostre scelte in prima persona senza alcuna imposizione, né bisogno di schermi. E lo stesso, è perfino superfluo ricordare, a proposito di Rutelli, che ha dimostrato chiaramente di saper prendere le sue responsabilità politiche senza bisogno di suoi delegati che gli risparmino l’onere di esprimere le proprie opinioni”.
(I corsivi sono miei a supporto del titolo del post. Quel “mai” rientra nella proposizione negativa...)
E poi l’autonomia non è limitata o annientata soltanto da persone fisiche.

Quell’ingrato di Welby

Sulla Stampa Flavia Amabile intervista Paola Binetti («“Abbiamo ringraziato Dio. Merito suo la fine dei Dico”», 24 febbraio 2007, p. 9), che festeggia l’affondamento dei DiCo («abbiamo innanzitutto ringraziato il Padreterno perché solo da lui poteva giungere una mano così inaspettata») e minaccia di far fare la stessa fine al Testamento biologico («Che cosa vi aspettate dal futuro governo?» «Che adesso si prenda una pausa di riflessione anche sulla legge sul testamento biologico che si presta alla stessa strumentalizzazione dei Dico»). Poi, proprio alla fine, dice:

I radicali hanno una lista: era ancora caldo il ricordo di Luca Coscioni che è apparso Welby, poi è stata la volta di Nuvoli. Il tutto anche con una certa ingratitudine nei confronti della scienza.

Welby ingrato?
Certo, Welby ha mai pensato che è arrivato fino a sessant’anni solo grazie al progresso scientifico e che ci sarebbero stati tanti malati che sarebbero più che felici di aver vissuto come lui?
Chissà come si sarà offesa, la Scienza, dell’«ingratitudine» di Welby! E quanta, oh quanta umanità, che calda comprensione nella senatrice Binetti per il povero incompreso Progresso scientifico! Te la immagini quasi, mentre lo coccola e lo carezza, e gli sussurra di non piangere più, ché tanto quel cattivone è morto e non gli può più far male...

sabato 24 febbraio 2007

Diritti in svendita

venerdì 23 febbraio 2007

Il tema drammatico dell’imposizione

Il paziente rifiuta la cura? Il medico può andare avanti, Quotidiano.net, 23 febbraio 2007:
Il paziente rifiuta le cure? Il medico può andare avanti se il quadro clinico è talmente cambiato “con imminente pericolo di vita” per il paziente stesso. Lo sottolinea la Corte di Cassazione (Terza sezione civile) che, intervenendo “nell’attuale vivace dibattito sul tema drammatico della morte”, ricorda come anche i ddl sul ‘testamento biologico’ vadano in questa direzione.
Scrivono gli ‘ermellini’ che “nei vari disegni di legge sul ‘testamento biologico’, contenente le anticipate direttive di un soggetto sano con riguardo alle terapie consentite in caso si trovi in stato di incoscienza, spesso è previsto che tali prescrizioni non siano vincolanti per il medico, che può decidere di non rispettarle motivando le sue ragioni nella cartella clinica”.
In particolare, i supremi giudici si sono espressi in questi termini affrontando il caso di un Testimone di Geova di Trento, T. S., che in seguito ad un grave incidente stradale era stato ricoverato presso il pronto soccorso dell’ospedale Santa Chiara e trasferito nel reparto di rianimazione perché affetto da rotture multiple e rottura dell’arteria principale con emorragia in atto.
Nel corso di un successivo intervento chirurgico, si legge nelle motivazioni della sentenza 4211, “veniva sottoposto a trasfusione sanguigna nonostante avesse dichiarato che, in ossequio al proprio credo religioso, non voleva gli venisse praticato tale trattamento”. Da qui la richiesta, peraltro rifiutata anche dalla Cassazione oltre che dal Tribunale e dalla Corte d’appello di Trento, di risarcimento dei danni morali patiti per essere stato costretto a subire la trasfusione rifiutata.
Secondo la Cassazione, che ha respinto il ricorso del paziente, bene hanno fatto i giudici di merito a negare il risarcimento richiesto in quanto “il giudice ha ritenuto che il dissenso originario, con una valutazione altamente probabilistica, non dovesse più considerarsi operante in un momento successivo, davanti ad un quadro clinico fortemente mutato e con imminente pericolo di vita e senza la possibilità di un ulteriore interpello del paziente ormai anestetizzato”.
Del resto, viene ancora annotato, T. S. aveva chiesto, qualora fosse stato indispensabile ricorrere ad una trasfusione, di essere trasferito presso un ospedale attrezzato per l’autotrasfusione, “così manifestando implicitamente il desiderio di essere curato e non certo di morire”.
In definitiva, dice la Suprema Corte, la motivazione dei colleghi di merito «si fonda su argomenti congrui e logici certamente aderenti ad un diffuso sentire in questo tempo di così vivo ed ampio dibattito sui problemi esistenziali della vita e della morte, delle terapie e del dolore», insomma, “delle varie situazioni configurabili nell’attuale vivace dibattito sul tema drammatico della morte, situazioni – osserva la Suprema Corte – da tenere ben distinte per evitare sovrapposizioni fuorvianti (accanimento terapeutico, rifiuto di cure, testamento biologico, suicidio assistito)”.
In altre parole, il comportamento dei medici che hanno praticato la trasfusione anche dopo l’ok ricevuto dalla Procura, è “legittimo” perché essi “hanno praticato nel ragionevole convincimento che il primitivo rifiuto del paziente non fosse più valido ed operante”.

giovedì 22 febbraio 2007

Francesco Agnoli e la propaganda che fallisce

Il mestiere del propagandista non è facile. Chi smercia menzogne deve saper occultare la verità, senza che nulla ne trapeli; o almeno, quando la verità è troppo ovvia per essere nascosta, la deve aggirare con sicurezza, come se non fosse lì, senza inciamparci miseramente davanti a tutti. A Francesco Agnoli purtroppo – o fortunatamente – questa abilità manca del tutto.
I lettori di Bioetica lo conoscono già: docente di italiano e storia all’Istituto Tecnico Grafico parificato “Sacro Cuore” di Trento, sparacchia periodicamente da una sua colonnina sul Foglio contro la teoria dell’evoluzione, della quale ignora palesemente e assolutamente tutto. Oggi Agnoli si cimenta con un altro tema: la legge recentemente approvata dalla Regione Lombardia sull’obbligo di seppellire i feti abortiti («Allarmi inutili», Il Foglio, 22 febbraio 2007, p. 2). Gli esiti sono quelli che ci si può aspettare – anzi, riusciranno forse a sorprendere persino i più cinici...

Marina Terragni, su Io donna, urla la sua rabbia e il suo rancore verso tutti coloro che volessero “indietro il feto per il funeralino” […] Rimanga pure della sua idea, racconti pure che la sepoltura dei feti ricaccerà le donne nel “percorso a ostacoli” dei “cucchiai d’oro” e delle “mammane”. Saranno in pochi a crederle, benché lei scriva su giornali importanti: le menzogne ripetute all’infinito, sino a un certo punto funzionano, poi perdono interesse, diventano monotone e risibili. Certo, lei non è l’unica a spaventarsi: se i morti possono essere seppelliti, infatti, benché il loro corpicino sia straziato e irriconoscibile, significa che erano vivi, e che sono stati uccisi. Alla logica, alla realtà, non si scappa [corsivo mio].
Agnoli sembra non rendersi conto che in questo modo dà precisamente ragione a Marina Terragni: la sepoltura dei feti serve appunto a inculcare l’idea che quelli fossero bambini – un’idea che, se venisse accolta largamente, avvicinerebbe di sicuro il ritorno ai cucchiai d’oro e alle mammane. Alla logica, alla realtà, non si scappa...
Anche Dacia Maraini, l’amica degli alberi e degli animali, ha voluto affidare al Corriere la sua indignazione: “Immagino che presto saranno proposti funerali per gli embrioni e perché no, per gli spermatozoi o per gli ovuli fecondati ma non andati a termine”. Così, con questa ironia mal riuscita, si vuol far finta di credere che un embrione della specie umana, con 46 cromosomi, o un feto con mani, piedi, cuore e sistema nervoso, che sente rumori e odori, siano la stessa cosa di un ovulo e di uno spermatozoo. Che falsità!
Anche qui l’incontinente Agnoli si lascia scappare qualcosa che avrebbe fatto meglio a tacere: il paragone improponibile tra il feto «con mani, piedi, cuore e sistema nervoso, che sente rumori e odori» (una minoranza infima di quelli abortiti, ammesso che ce ne siano, e per motivi gravissimi di salute della donna) e l’ovulo e lo spermatozoo, impone all’attenzione anche quello, altrettanto assurdo, tra lo stesso feto e l’embrione «della specie umana», che Agnoli riesce a dotare miseramente di 46 cromosomi e di nient’altro.

La scelta di avere Francesco Agnoli come commentatore la dice lunga sui livelli intellettuali e culturali di chi l’ha scelto per quel ruolo. Speriamo che non lo caccino: quella gaffe sui «giornali importanti», tra i quali sembra proprio di capire che Agnoli non annoveri il quotidiano su cui scrive, potrebbe ferire qualche animo vanitoso...

mercoledì 21 febbraio 2007

I dissenzienti

Ossimoro da bar


In Croazia Hitler su bustine zucchero
, Ansa, 19 febbraio 2007.

Paola Binetti: il cilicio come l’ombelico di fuori

Su “Il Sardegna” di oggi Cristina Cossu intervista Paola Binetti (La crisi della famiglia si aggrava con i “DiCo”).

Il secondo motivo [per il quale il riconoscimento dei diritti dei conviventi sarebbe un attacco alla famiglia]?
Io sostengo che nel momento in cui nella percezione dei giovani ci sono alternative, a parità di risorse e di diritti, si spinga a scegliere la soluzione meno complicata. La crisi della famiglia porta anche al bullismo o alla violenza negli stadi, indebolisce i valori di solidarietà.
Uno Stato deve contribuire a creare legami durevoli.
Sarebbe interessante conoscere le idee di Paola Binetti a proposito del valore morale di una “scelta” compiuta in assenza di alternative. Dimentica, la senatrice, che se posso percorrere una sola strada il mio cammino non ha alcuna connotazione morale. È morale o immorale che per sopravvivere mi tocca respirare? Attribuire alla crisi della famiglia (come se poi prima fosse un idillio!, che ingenua visione di una età dell’oro familiare) il bullismo o la violenza negli stadi è ridicolo. Perfino ti strappa un sorriso.
Davvero è il costruire legami durevoli uno degli obblighi di uno Stato?
Il Papa può essere criticato?
C’è libertà di opinione e di parola, ma una persona con la storia, lo spessore e le capacità di Benedetto XVI non merita di essere criticata.
Usiamo alla senatrice la stessa cieca cortesia? Impossibile. Perché Paola Binetti merita proprio di essere criticata. Le sue idee meritano di essere criticate.
Le sembra giusto che la Chiesa faccia lobby politica?
Non la sta facendo, non si sta schierando, sta riaffermando i valori di sempre, non negoziabili.
Questa non è politica, è vita.
Eh, non capisco come l’intervistatrice abbia domandato una tale scempiaggine: la Chiesa non si sporca con la politica (però i politici con la Chiesa ci vanno a nozze, e mica matrimonio di serie B...). Eppoi, suvvia, questa è vita (questa cosa?). Affermare i valori assoluti. È vita. Non lo sapevo.
Lei è un’integralista cattolica?
Credo profondamente e ritengo che la coerenza sia la cifra della mia maturità umana. Se sostituisce integralismo con integrità mi ci riconosco e lo prendo come un complimento.
Sì però la domanda era un’altra. (D: Lei è pessimista? R: Se sostituisce pessimista con pessimo lo prendo come un complimento.)
Lei è di sinistra?
Certo. Credo nella promozione di un sistema più giusto, nella solidarietà, credo in un welfare che colga le difficoltà delle persone.
Il “più giusto” però lo decide lei. Sarebbe più onesto dire: “Credo nella promozione dell’unico sistema giusto: il mio”.
La infastidiscono i Radicali quando dicono “10, 100, 1000 Porta Pia”?
Vivono di spot, è il loro modo di richiamare l’attenzione. Non mi scandalizzo per questo. È molto peggio la loro legittimazione dell’eutanasia, fare di un malato terminale un’icona per sollevare certe questioni è gravissimo. È difficile dialogare con loro, non hanno rispetto della sofferenza.
Spot. Avevo pensato lo stesso di Paola Binetti, che coincidenza. Sono lieta che non si scandalizzi, è una donna di mondo e non basta l’animo commerciale dei radicali a smuoverla. Le questioni, poi, sono i malati stessi a porle. E la questione potrebbe essere riassunta nel rifiutare la tortura di una esistenza devastata. Rispettare la sofferenza significa protrarla? In effetti sì. Se permetti al malato di morire e di esaudire la sua volontà, non rispetti la sofferenza perché la interrompi. Lo slogan potrebbe essere: tieni in vita il malato, altrimenti uccidi la sofferenza. E la sofferenza ha diritto alla vita e alla protezione (la sofferenza, non il malato sia chiaro).
Cosa pensa delle coppie omosessuali nelle sit-com televisive?
E il cinema dove lo lascia? I film di Almodovar, oppure anche “Manuale d’amore”. Ormai la presenza di coppie omosessuali sembra diventato un ingrediente necessario, noto una certa ostentazione, un pressing culturale di cui farei volentieri a meno, perché ho il massimo rispetto per gli omosessuali.
E allora che differenza fa? Che differenza fa con chi uno va a letto? Nessuno avrebbe (e giustamente) domandato a Paola Binetti il suo parere sulla presenza di coppie vestite di blu o con i capelli scuri. Ma sulle checche e le lesbiche, perché questo sono: ostentazione. È patetico e offensivo l’atteggiamento binettiano alla “ti perdono”. Il suo perbenismo e la viltà nel ripararsi dietro al “rispetto”. Il rispetto sarebbe stato rispondere: che differenza fa, omosessuali eterosessuali o asessuati, che differenza fa?
È vero che usa il cilicio?
Vede, è una pratica che appartiene alla cultura cristiana, e non solo.
La vita di ognuno di noi è esposta a prove e difficoltà e ci vuole un certo “allenamento”. Le privazioni, lo spirito di mortificazione, un domani mi aiuteranno ad affrontare cose più grandi. Pensi a cosa fanno le persone che vogliono mantenere la linea. Oppure a un atleta che si prepara per una gara.
A quale gara si prepara, alla vita eterna?
E fa male?
Non più che portare il busto come facevano le donne in altri tempi.
O girare in inverno con l’ombelico di fuori.

martedì 20 febbraio 2007

I mostri e il monsignore

Una delle più bizzarre obiezioni alla vendita di ovociti (che il governo britannico si appresterebbe a legalizzare, stando alle ultime notizie) è stata avanzata da monsignor Elio Sgreccia, in un’intervista apparsa ieri sulla Stampa (Daniela Daniele, «“Qual è il progetto? Così potrebbe nascere una stirpe di mostri”», 19 febbraio 2007):

Il commercio di ovuli fa pensare che ci sia un progetto di riproduzione. Che cosa vogliono fare? Il gamete, ovulo e spermatozoo, è cellula che si presta a qualsiasi tipo di fecondazione, anche tra specie diverse, ovulo umano con sperma di animale o viceversa. Parliamo di esperimenti che possono diventare incontrollabili. La curiosità degli scienziati non ha limiti. Potrebbe derivarne una stirpe di cui non si conosce la provenienza, così come un mostro, o si potrebbe dare il via a una serie di sperimentazioni selvagge. Quindi, la prima cosa che devono fare i ricercatori è agire con trasparenza e dirci che progetti hanno.
Come è noto, secondo una delle definizioni più diffuse, si dice che due specie animali sono differenti quando gli individui che appartengono ad esse incrociandosi non riescono a generare progenie fertile. Naturalmente non risulta sempre facile accertare questa circostanza: per esempio, se le due specie vivono separate geograficamente. Inoltre due specie possono essere incapaci di generare prole per molti motivi: per mancanza di attrazione sessuale reciproca (non molti esseri umani troverebbero attraente un gorilla del sesso opposto, e viceversa), per incompatibilità dei rispettivi apparati genitali, e simili (uno spermatozoo umano potrebbe trovarsi a mal partito nell’utero di un orango). In questo senso, è vero che gameti di specie diverse uniti in laboratorio potrebbero prestarsi a fecondazioni ardite; ma a questo punto entra in gioco la pura diversità genetica. Più l’antenato comune di due specie si situa indietro nel tempo, più sarà difficile che i suoi discendenti possano annullare la distanza che li separa. Ora, l’animale geneticamente più simile all’uomo, e cioè lo scimpanzè, si è separato dal ceppo comune circa sei o sette milioni di anni fa; che oggi uno spermatozoo umano possa fecondare un ovocita di scimpanzè è già quasi incredibile; che lo zigote così formatosi possa cominciare a dividersi sarebbe un evento del tutto inverosimile (basti pensare al fatto che gli esseri umani hanno un paio di cromosomi in meno); che in questo modo possa nascere una creatura ibrida è pura fantasia.
È possibile che Sgreccia sia caduto in un equivoco che ha già fatto altre vittime: in Gran Bretagna si è parlato di recente della possibilità di produrre chimere uomo-animale, e alcuni hanno creduto che ciò avvenisse tramite la fecondazione con sperma umano di ovociti animali. Ma se questo equivoco è ciò che ci si può attendere dal Foglio di Ferrara, autentico focolaio di ignoranza e di falsificazione, dal Presidente della Pontificia Accademia per la Vita ci si aspetterebbe uno standard almeno un poco più elevato.

Ciò che colpisce nella risposta di Sgreccia, a parte la labilità delle sue conoscenze scientifiche, è l’immagine della scienza e degli scienziati, che sembra ispirata più dalla lettura dell’Isola del dottor Moreau che dalla realtà attuale: ce lo vedete un comitato etico che dà il benestare a un esperimento di questo tipo? O uno scienziato che spende il suo tempo in ricerche che non potrà palesemente mai pubblicare? O ancora, riuscite a trovare credibile la fuga della creatura dal laboratorio (devo supporre che Sgreccia, quando parla di «stirpe di cui non si conosce la provenienza», si riferisca a un’eventualità di questo genere), a seminare il panico in città?
L’Italia paga già le conseguenze di un insufficiente sostegno alla ricerca; la demonizzazione gratuita degli scienziati non l’aiuta di certo a uscire da questa situazione.

Forse Lombroso aveva ragione

Dalle Ultimissime dello UAAR, Polonia: Dio non la vuole! Al bando la pillola, 16 febbraio 2007.

La contraccezione non piace alla destra polacca che ha deciso di mettere al bando condom e pillola. Il motivo di tanta avversione? “La famiglia polacca è in pericolo! Nel nostro Paese nascono pochi bambini”, sono queste le parole con cui la deputata cattolica, Anna Sobecka, ha accompagnato la presentazione dell’iniziativa. Per incoraggiare le nascite la rappresentante del Sejm, la Camera dei deputati di Varsavia, vorrebbero far mettere al bando pillola e preservativo che secondo la destra nazional conservatrice sarebbero tra le cause della bassa natalità registrata negli ultimi anni in Polonia.
La Sobecka sta da tempo lavorando a un programma di sostegno alla famiglia (Liga pro familia) insieme a un paio di colleghi dell’ala più consevatrice del Parlamento e alla collega Marina Pjlka, appartenente al primo partito del paese, Diritto e Giustizia (Pis), del neoeletto presidente Lech Kaczynski. Tra le varie proposte c’è anche quella di limitare per via legislativa l’utilizzo degli anticoncezionali. Ma non è tutto, perchè i deputati cattolici non si sono fermati alla proposta di legge. I rappresentanti del programma a sostegno della famiglia hanno anche dato vita a un’allarmante campagna anticondom sostenendo la tesi che la contraccezione rende sterili. Per sensibilizzare la popolazione del paese sull’argomento, i parlamentari pro famiglia si sono spinti fin al punto di proporre di far stampare scritte persuasive sulle confezioni dei preservativi e delle pillole anticoncezionali.
Significa che le scatole dei profilattici polacchi presto potrebbero essere accompagnate da frasi come: “La contraccezione danneggia la vostra salute”, proprio sul modello di quanto è stato fatto con i pacchetti di sigarette nei paesi europei per arginare i danni provocati dal fumo. Inoltre il gruppo di parlamentari sta lavorando ad alcune campagne in televisione e radio che hanno l’obiettivo di richiamare l’attenzione dei più giovani sul pericolo della contraccezione.
“È ora di mettere la parola fine al grande silenzio che è sceso sull’argomento”, dichiara la Pjlka. Secondo la parlamentare i giovani polacchi sanno troppo poco sui rischi che corrono quando usano il preservativo. Il ministero della Salute non si è dimostrato distaccato rispetto all’argomento. Le prime prese di posizione del ministero si sono orientate sulla posizione che l’uso dei contraccettivi non sarebbe del tutto innocuo. Contro la limitazione dell’utilizzo di anticoncezionali si è espressa invece un’altra rappresentante della stessa corrente politica, Joanna Kluzik-Rostkowska, che ha fatto notare come sia necessario permettere l’uso di strumenti che possano prevenire la gravidanza se si vuole limitare il numero degli aborti clandestini in crescita nel paese.
(I corsivi sono miei. Quella nella foto è Anna Sobecka. Evito di fare commenti schifosamente maschilisti, ma ne ho la tentazione. Quasi irresistibile.)

lunedì 19 febbraio 2007

Parlare per luoghi comuni

Così il ministro Livia Turco commenta la possibilità per le donne di vendere ovuli a scopo di ricerca (Turco: vendita ovuli è mercificazione corpo, Ansa, 19 febbraio 2007):

È mercificazione, un orrore, serve un limite alla scienza.
Capisco le ragioni della scienza ma il fine non giustifica i mezzi. Qui siamo oltre il dibattito sulla liceità di sperimentare o no sugli embrioni. L’incentivo a vendere le ovaie introduce un elemento, la mercificazione del corpo umano che mi spaventa. Credo che la società debba porre limiti e opporsi al commercio e alla manipolazione di parti del corpo.
Sono molto sensibile alle sorti della ricerca e in Italia ci stiamo attivando nella giusta direzione incentivando la ricerca sulle cellule staminali adulte, un campo ancora inesplorato e potenzialmente molto fertile.
(Sull’uso degli embrioni sovrannumerari): Occorre affrontare con meno ipocrisia il problema. Forse è su questi che potrebbe essere applicata la ricerca. Se il loro destino è lasciarli deperire e buttarli via allora è meglio utilizzarli a fin di bene.
(I corsivi sono miei.)

Collazione pericolosa



Dalla Rubrica di Marco Travaglio “Carta Canta”, La famiglia di serie A, 14 febbraio 2007:

“Da noi nessuna stampella al governo: il Dico è un matrimonio di serie B che svilisce il significato di famiglia”.
(Silvio Berlusconi, Il Messaggero, 11-2-2006.)
Berlusconi. Iniziamo male l’anno!
Dell’Utri. Perché male?
Berlusconi. Perché dovevano venire due [ragazze] di “Drive In” che ci hanno fatto il bidone! E anche Craxi è fuori dalla grazia di Dio!
Dell’Utri. Ah! Ma che te ne frega di “Drive In”?
Berlusconi. Che me ne frega? Poi finisce che non scopiamo più! Se non comincia così l’anno, non si scopa più!
Dell’Utri. Va bene, insomma, che vada a scopare in un altro posto!
Berlusconi. Senti, dice Fedele [Confalonieri] che devi sacrificarti (…). Devi venire qui!
Dell’Utri. No, figurati!
Berlusconi. Purché le tette siano tette! Truccate soprattutto bene le tette! (…) Grazie, ciao Marcellino!
Dell’Utri. Un abbraccio, anche a Veronica. Ciao!
Berlusconi. Anche a te e tua moglie, ciao!
(Telefonata intercettata dalla Guardia di Finanza sul telefono di Marcello Dell’Utri a colloquio con Berlusconi nella sua casa ad Arcore, dove il Cavaliere festeggia il Capodanno con Confalonieri e l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, ore 20.52 del 31 dicembre 1986.)

Famiglia di gruppo

Sopratitolo: Due noti studiosi, un giurista e una storica, rispondono al filosofo Emanuele Severino che l’ha definita invenzione della Chiesa.
Titolo: Ma quant’è antica la famiglia, Avvenire, 17 febbrario 2007
Sottotitolo: Francesco Paolo Casavola, «Un modello non creato, ma benedetto dal cristianesimo».

(Domanda) Quale il rischio nel riconoscere giuridicamente forme alternative alla famiglia tradizionale?
(Risposta) «Il rischio è quello che si sta delineando nelle polemiche di questi giorni: cioè che nasca un gruppo tessuto da relazioni di genitorialità, di filialità e di fraternità, però non fondato sul matrimonio. L’“unione” è un termine che riguarda la relazione tra due persone, però se dall’unione di due persone di sesso diverso nasce una prole, allora quella non è più un’unione, ma è un gruppo. Questo gruppo non è fondato sul matrimonio, quindi nasce un organismo para-familiare, in qualche modo simmetrico, però diverso nel suo fondamento dal modello costituzionale. Da qui il problema di un’incompatibilità con la Costituzione che va risolta».
L’altra nota studiosa è Marta Sordi. Per chi fosse distratto il primo noto studioso è anche Presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica. Aspettiamo con fiducia i primi pareri (e la domanda incresciosa è: sentiremo la mancanza di Francesco D’Agostino?).

Binetti invoca l’art. 32

In una intervista a Daniela Daniele per La Stampa sul caso di Valentina, la bambina fatta abortire dai genitori, la senatrice Paola Binetti dichiara fra l’altro («“Quella bambina ha subito doppia violenza”», 18 febbraio 2007, p. 18):

Se è vero che Valentina è stata costretta da qualcuno a rinunciare a suo figlio, allora si è violato l’art. 32 della Costituzione, laddove si stabilisce che non si possano fare interventi su una persona contro la sua volontà.
Strano, ultimamente non ci era sembrato che Paola Binetti avesse così a cuore l’art. 32 della Costituzione: nel caso Welby, in effetti, avevamo avuto l’impressione diametralmente opposta... Ma evidentemente ci sbagliavamo, visto che la senatrice ha talmente a cuore l’autonomia del paziente da invocarla anche là dove non si applicherebbe in modo automatico, come appunto nel caso dei minori (non si viola l’art. 32 della Costituzione se si fa un’iniezione a un fanciullo recalcitrante, per esempio)...

Nuvoli e gli ipocriti

Dal Giornale di ieri («Welby sardo: nuova polemica sull’eutanasia», 18 febbraio 2007, p. 8; si noti la squisita umanità del titolista, per il quale Giovanni Nuvoli non ha nome, ma è solo il «Welby sardo»):

Il primario di rianimazione a Sassari, Demetrio Vidili, che si era rifiutato di interrompere il trattamento terapeutico, ha detto: «Nuvoli aveva un rapporto diverso con medici e infermieri. Ora c’è un clima più pesante, per il pressing mediatico e politico su di lui» e ha annunciato di aver chiesto all’Asl l’acquisto di un sintetizzatore vocale che consenta a Nuvoli di esprimersi meglio.
C’è da chiedersi come fosse veramente il rapporto di Nuvoli «con medici e infermieri» e in che direzione sia cambiato «per il pressing mediatico e politico», visto che l’acquisto del sintetizzatore vocale è stato deciso solo adesso, dopo che Nuvoli l’aveva chiesto invano per tre anni...

domenica 18 febbraio 2007

Anatra quadrupede

Buon compleanno legge 40!

Domani compie 3 anni. Ormai è un ometto.
In questa gradita occasione spendiamo qualche parola al proposito. Uno dei punti più formidabili della legge 40 (quella sulla procreazione medicalmente assistita) è l’aver imposto il profilo del buon genitore. Per diventare genitore (artificiale) ci vogliono rigidi prerequisiti, si intende per il bene del nascituro. È proprio vero, poi, che fare il genitore è il mestiere più difficile, ci ricorda la saggezza popolare. Di conseguenza è sensato che per procreare si debba essere detentori di una patente genitoriale.
In questo modo i bambini sono protetti. Ma purtroppo per ora ci si è limitati ai figli della procreazione artificiale, discriminando i figli naturali.
È urgente che si ponga rimedio a questa discriminazione tramite la regolamentazione della procreazione naturale. Per un mondo migliore e più responsabile.

Tra qualche anno, in seguito all’entrata in vigore della legge sulla procreazione naturale, potremo assistere a simili controlli dell’affidabilità dei futuri genitori. Un passo verso una società più giusta.

(Primavera 2017)

Siamo osservatori ideali e nascosti di un incontro amoroso tra un uomo e una donna. I due si baciano e si abbracciano; dalla cucina si spostano in camera da letto e cominciano a togliersi i vestiti. Quando stanno per fare l’amore nella camera da letto entra un funzionario governativo (FG) addetto alle Politiche Procreative e alla Verifica Genitoriale. Impettito nella sua uniforme blu e verde intima ai due innamorati di fermarsi, giusto il tempo per rispondere ad alcune domande, aggiunge per rendere l’imposizione meno amara.
La prima informazione riguarda la natura del rapporto sessuale.

FG: usate precauzioni?
U & D: (dopo qualche secondo di perplessità) no.
FG: dunque rischiate di concepire, ne siete consapevoli?
U: sì, abbiamo smesso di preoccuparci di una eventuale gravidanza.
D: anzi, ci piacerebbe avere un figlio.
FG: ah! E avete fatto domanda?
D: domanda?
FG: deve essere stata una nostra svista; in ogni modo rimediamo. Vi farò qualche domanda per concedervi il permesso di procedere alla procreazione. Siete sposati?
U: no, non siamo sposati.
FG: almeno conviventi? Altrimenti non proseguiamo nemmeno con il test.
D: viviamo insieme, ma che cosa vi importa?
FG: signora, noi dobbiamo garantire il profilo genitoriale ideale per il nascituro. Andiamo avanti. Quanti anni avete?
D: 34 anni.
U: 32.
FG: lo sa signora che è preferibile avviare una gravidanza in età meno avanzata?
D: ?
FG: è in buona salute almeno? Oppure ha avuto qualche episodio di malattia importante?
D: godo di ottima salute, e non vedo in che modo possa essere pertinente.
U (rivolto a D): ti hanno operata due anni fa.
D (rivolta a entrambi): sì, mi hanno asportato la milza, e allora?
FG: mmm, verificheremo questo particolare e (rivolto all’uomo) di lei che mi dice?
U: ho qualche allergia, niente di grave, credo.
FG: e siete a conoscenza del fatto che una valida alternativa alla procreazione naturale è rappresentata dall’adozione?
D: che cosa c’entra? Io voglio un figlio mio.
FG: ecco, questo è un tipica reazione egoistica di voi aspiranti genitori. Ma è talmente comune che l’abbiamo dovuto togliere dai criteri impeditivi. Avete intenzione di stare insieme in futuro e a lungo?
U: senta, adesso sta davvero esagerando.
FG: è la prassi, mio caro signore. Ripeto, vi considerate una coppia stabile?
D: sì, è soddisfatto?
FG: e toglietemi una curiosità personale, perché non vi sposate?
U: vogliamo finire l’interrogatorio?
FG: almeno uno dei due ha un lavoro stabile?
D: sono impiegato statale.
FG: bene! Potete tornare alla vostra attività! E buona fortuna.
(poi aggiunge quasi sulla soglia): qual è il suo peso, signora?
La risposta è un libro che va a sbattere sulla porta prontamente richiusa.

Il funzionario chiude la porta ed esce lasciando ai due innamorati un certificato per attestare che hanno superato l’esame del ‘buon genitore’ e hanno pertanto l’autorizzazione a procreare.

Ostaggio del reparto di Terapia Intensiva

Marco Cappato (Roma, 18 febbraio 2007):

Si è costituito a Sassari il solito sedicente “fronte della vita”, che si arroga il diritto di rappresentare il vero interesse di Giovanni Nuvoli, poco importa se contro la volontà di Giovanni Nuvoli stesso e contro la Costituzione italiana. A costoro, e innanzitutto al Primario del reparto di terapia intensiva dell’Ospedale di Sassari, Demetrio Vidili, abbiamo da rivolgere una semplice domanda: che cosa ci fa da oltre un anno Giovanni Nuvoli recluso nel reparto di terapia intensiva? Perché non è trasferito in un reparto normale, senza vincoli per le visite e la comunicazione con il mondo?
Sebbene infatti la condizione fisica di Nuvoli, attaccato a un respiratore e impossibilitato a qualsiasi movimento e persino a parlare, sia simile a quella di una persona in coma, la condizione psichica è esattamente opposta. Giovanni Nuvoli è perfettamente capace di intendere e di volere, e dunque avrebbe bisogno vitale di poter usufruire del massimo di sollecitazioni e stimoli da un punto di vista psicologico e relazionale. E invece? E invece è recluso da solo in mezzo a quattro pareti verde elettrico, potendo ricevere, come un detenuto, la visita di massimo due persone dalle 18.30 alle 20, e a volte la visita viene persino negata.
Il “fronte della vita” ha qualcosa da dire su questo? Sanno bene che non si tratta di un caso isolato, ma che riguarda la sorte di migliaia di pazienti pienamente coscienti che sono trattati come persone in coma soltanto a causa di carenze nella formazione del personale ospedaliero.

Bambini con due mamme

Dalla Stampa di ieri (Domenico Quirico, «Il boom dei bimbi con due mamme», 17 febbraio 2007):

Quando Astrid e Myriam sono andate a iscrivere Augustine a scuola la maestra non ha battuto ciglio. Nel piccolo villaggio dell’Ardèche dove abitano, settecento anime, la loro storia la conoscono tutti e non ha mai fatto bisbigliare. Senza nessun suggerimento, l’insegnante sul registro ha sostituito la formula consueta: tuo padre e tua madre seguiranno la tua crescita...» con «le tue due mamme...» E sì: Augustine, che ha cinque anni, quando disegna la sua famiglia disegna due mamme e il gatto Ouille. Il papà no, perché Augustine non c’è l’ha. Astrid, che lavora nell’editoria, e Myrian, che è restauratrice, compongono una delle centomila, famiglie omosessuali francesi. Che sempre più hanno bambini. Duecentomila dice l’Associazione dei genitori gay, decine di migliaia accorciano le cifre semi ufficiali. Il contrasto sul numero di zeri non impedisce comunque il consenso sull’esistenza di un «gaybabyboom» che ha potentemente contribuito a trasformare la Francia senescente e con le culle vuote nel paese che ha il più alto indice di natalità dell’Unione europea, due bimbi per coppia.
Benvenuti dunque anche ai bimbi con due mamme. Ma non solo. Spostiamoci a Parigi nel decimo arrondissement. A vederli davanti a scuola dove aspettano a giorni rigorosamente alterni l’uscita della piccola Lou, Jérôme e Nathalie possono appartenere a una storia banale, di divorziati capaci di gestire senza strilli e litigi il dopo. Invece Lui è omosessuale, da tre anni vive con un compagno. Per avere un figlio grazie a un amico ha trovato lei, eterosessuale e celibe che non aveva mai incontrato l’anima gemella. Lou è nata in Belgio con l’inseminazione artificiale. Da tre anni il metodo di dividersela funziona anche perché i due genitori abitano a poca distanza l’uno dall’altro. Ma il compagno di Jérôme lo ha lasciato. Le frontiere della famiglia, la sua stessa definizione in Francia si stanno spostando ad alta velocità. Ci sono casi ancor più estremi: bambini che hanno due mamme e due padri, la madre biologica e la sua compagna, il padre biologico che ha fornito il seme e il suo compagno. Nell’opinione pubblica, occorre dirlo, è una realtà che non sembra far paura, nemmeno stupire. Nessuno grida all’antico «scandalo». È la politica, semmai, che continua a far finta di nulla, è in ritardo, resta prudenzialmente ancorata ai divieti. Ma poi, ipocritamente, accetta che la legge, passo dopo passo, insensibilmente, venga aggirata, svuotata e il costume avanzi. Ipocrisia? Saggezza politica? Il grande scontro è ormai sulla legalità dell’adozione da parte delle coppie omosessuali. E mercoledì la Corte di appello di Amiens ha fissato un passaggio forse decisivo in questa rivoluzione silenziosa e pressoché quotidiana. Protagonista ancora un bébé Thalys come li chiamano qui, dal nome del treno che collega la Francia e il Belgio: dove si va perchè lì l’inseminazione artificiale è consentita. È il figlio di due donne, due funzionarie della Somme, che hanno formato una coppia di fatto nel 2001. Sono loro che hanno chiesto a un tribunale di autorizzare la sua adozione da parte della compagna della madre. Di riconoscere insomma per la prima volta la doppia maternità. La corte di appello, confermando la sentenza di primo grado, ha detto che è una richiesta legittima: «Il bambino è stato allevato in un’ambiente stabile e le due donne vogliono educarlo insieme. In questo modo potrà disporre di un genitore in più in conformità con la realtà del quadro familiare in cui cresce».
La sentenza, accolta come rivoluzionaria dall’Associazione dei genitori gay farà giurisprudenza. Ma per ora si resta al caso per caso, alla faticosa odissea legale e aministrativa dove perfino l’impaccio linguistico e definitorio prova l’incertezza del diritto, un residuo di ipocrisia. Basta scorrere le sentenze e i ricorsi, inutilizzabile il vecchio vocabolario, padre e madre, si lavora di metafore e di neologismi: «la compagna della madre» oppure «i genitori sociali»... la legge si può facilmente aggirare, basta nascondere la propria omosessualità e presentarsi nella domanda di adozione come celibi. Sono gli stessi servizi sociali a suggerire il trucco: «Non ci sono, in fondo, questionari dove è rischiesto di spiegare le proprie partiche sessuali». Ma è dopo che iniziano i guai e i problemi: non avendo alcun riconoscimento legale, se la madre muore, ad esempio, la compagna che con lei ha allevato il bambino fino a quel momento non ha alcun diritto a tenerlo con sé. È per questo che si avanza a piccoli colpi, erodendo la legge con le sentenze. Karine e Elodie per esempio hanno citato in giudizio la Cassa assistenza malattie di Nantes, la città dove vivono. Karine ha portato in grembo il loro bambino, Elodie di fatto svolge il ruolo di padre. Ma non le spettano i tre giorni di assenza autorizzata e le ferie pagate concessi dalla «Sécu» a tutti i padri di famiglia. «Un papà non può essere una mamma – ha argomentato il direttore – questo bambino non ha forse un padre biologico? Se lui ci chiede le ferie gliele diamo». In attesa che il tribunale si pronunci, è Elodie che aspetta a sua volta un bambino. Lei andrà in congedo maternità. E sarà Karine a rivendicare le ferie come padre. Come è complicata la nuova famiglia.

sabato 17 febbraio 2007

DiCo: il ministero tenta di chiarire – ma non ci riesce

Dopo le perplessità espresse da molti – compresi noi di Bioetica, in un post precedente – su alcune palesi assurdità contenute nel disegno di legge governativo sui DiCo, il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio tenta di chiarire alcuni dei punti più controversi, con una scheda di approfondimento («Cosa sono i DiCo»; il contenuto è praticamente identico a quello di una ‘intervista’ a Stefano Ceccanti, uno degli estensori materiali della legge, presente sullo stesso sito).

Il primo chiarimento riguarda, come ci si poteva aspettare, la famigerata raccomandata con ricevuta di ritorno:

Due persone, che si trovino nelle condizioni previste dalla legge, possono ottenere certificazione di questa realtà se si trovano in questa condizione di fatto, che possono dichiarare in due modi a loro scelta:
A) quella [sic] più semplice è di andare contestualmente all’ufficio di anagrafe facendo una dichiarazione;
B) in alternativa può andare uno solo e dimostrare di avere avvisato l’altro con raccomandata con ricevuta di ritorno. Nell’applicazione della legge si garantirà che sia l’altro convivente a ricevere materialmente tale comunicazione [corsivo mio].
La spiegazione non spiega un granché, come si vede, e non ci rimane che fantasticare su come si otterrà la garanzia che la raccomandata cada nelle mani giuste. Escludendo che il postino si accampi sotto casa nostra in attesa che il nostro convivente torni a casa dopo una settimana di vacanze, possiamo supporre che la raccomandata DiCo dovrà portare stampigliata in bella evidenza l’oggetto del suo contenuto (pazienza per la privacy...), e che potrà essere consegnata solo dietro esibizione di un documento personale, di cui il postino annoterà scrupolosamente gli estremi; il destinatario non reperibile si dovrà recare presso l’ufficio postale, senza possibilità di deleghe. Tutto, pur di non sancire l’obbligo della dichiarazione contestuale e dell’assenso di entrambi i conviventi.
Non sfugge la preghiera implicita contenuta al punto A): lo sappiamo bene – sembrano dire i tecnici ministeriali – che le complicazioni della raccomandata sono inverosimili e pazzesche; l’unico modo sensato per dichiarare i DiCo è di venire a farlo tutti e due all’Anagrafe. Ma non possiamo dirlo apertamente: sù, fate i bravi, non metteteci in difficoltà con i teodem – ci rimettereste anche voi, se quelli bocciano la legge – lasciate perdere le Poste e venite all’Anagrafe, che così si fa prima e con meno fatica...

Il disegno di legge solleva un’altra, ancor più grave perplessità: da molti indizi sembra che esso non preveda la possibilità per due conviventi di sottrarsi ai suoi effetti giuridici, che lo vogliano oppure no. Qui la risposta del Ministero è più indiretta, e conviene analizzarla a fondo.
Cominciamo da ciò che sembra affermare la lettera del disegno di legge, all’art. 1:
1. Due persone maggiorenni e capaci, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi, che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale, […] sono titolari dei diritti, dei doveri e delle facoltà stabiliti dalla presente legge.
2. La convivenza di cui al comma 1 è provata dalle risultanze anagrafiche in conformità agli articoli 4, 13 comma 1 lettera b), 21 e 33 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, secondo le modalità stabilite nel medesimo decreto per l’iscrizione, il mutamento o la cancellazione. È fatta salva la prova contraria sulla sussistenza degli elementi di cui al comma 1 e delle cause di esclusione di cui all’articolo 2. […]
3. Relativamente alla convivenza di cui al comma 1, qualora la dichiarazione all’ufficio di anagrafe di cui all’articolo 13, comma 1, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, non sia resa contestualmente da entrambi i conviventi, il convivente che l’ha resa ha l’onere di darne comunicazione mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento all’altro convivente; la mancata comunicazione preclude la possibilità di utilizzare le risultanze anagrafiche a fini probatori ai sensi della presente legge.
Cosa vuol dire tutto ciò? Come si vede, si cita due volte un decreto del Presidente della Repubblica, approvato nel 1989 e quindi già da tempo in vigore. All’art. 4, comma 1 il decreto definisce cosa si deve intendere per «famiglia»:
Agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune.
Secondo l’art. 13, comma 1, lettera b dello stesso decreto, chi forma una nuova famiglia ha l’obbligo di dichiararlo entro venti giorni all’Anagrafe del Comune in cui vive, che a sua volta creerà una apposita scheda di famiglia. Ora, da una lettura attenta del disegno di legge sui DiCo sembrerebbe che sia questa dichiarazione quella di cui parla: basta che Elisabetta abbia dichiarato all’Anagrafe – come è suo preciso obbligo – di convivere con Luca, e che Luca ne sia stato portato a conoscenza, perché i due si trovino automaticamente titolari di tutti i diritti e i doveri previsti dalla legge sui DiCo (per la verità, secondo una possibile interpretazione il disegno di legge sembrerebbe imporre le conseguenze giuridiche della convivenza anche a chi non sia stato informato dell’iscrizione all’anagrafe; ma non complichiamo ulteriormente le cose).
La scheda di approfondimento cambia però inopinatamente le carte in tavola. Subito dopo il passo sulla raccomandata, afferma infatti:
L’anagrafe riporterà tali dichiarazioni in una scheda che è già prevista, che si chiama scheda della famiglia anagrafica, dove sono già inseriti tutti quanti vivono sotto lo stesso tetto. Oggi non si sa a che titolo vivono insieme, a meno che non risulti dai registri di un altro ufficio, quello dello stato civile.
L’anagrafe si limita a fotografare la realtà; invece lo stato civile registra gli status, come il matrimonio: sono due uffici diversi.
Dopo l’entrata in vigore della legge:
  • chi fa emergere la propria situazione di fatto andando all’anagrafe e facendo quella dichiarazione in uno di quei due modi previsti si trova dentro l’ambito di applicazione della legge.
  • Chi non può perché rientra nelle esclusioni della legge, o chi non è interessato a dichiarare che convive con le caratteristiche individuate dall’art. 1 della legge, continua a stare puramente e semplicemente nella scheda della famiglia anagrafica: la legge non gli si applica.
C’è bisogno di questo passaggio perché ci deve essere certezza sui titolari: sia in positivo, per renderli effettivi, sia in negativo, per evitare abusi [corsivi miei].
Qui la dichiarazione all’Anagrafe si è sdoppiata: quella obbligatoria per la costituzione di una nuova famiglia non basta più per fare scattare gli effetti giuridici dei DiCo; ce ne vuole una seconda, integrativa, non prevista dal decreto presidenziale di cui parlavamo, in cui si afferma che chi convive lo fa su basi affettive.
Si tratta di un chiarimento del disegno di legge del Governo o di una sua correzione? Temo che si debba propendere per la seconda ipotesi: nella bozza che era circolata prima dell’intervento del giornale dei vescovi, l’art. 1, comma 1 recitava:
Qualora due persone, anche dello stesso sesso, legate da reciproci vincoli affettivi e che convivono stabilmente, intendano avvalersi dei diritti e, conseguentemente adempiere ai doveri individuati dalla presente legge, ne fanno dichiarazione congiunta all’ufficiale dell’anagrafe del Comune dove hanno stabilito la comune residenza, il quale annota la data della dichiarazione e la integra nella scheda anagrafica di cui all’articolo 1 della legge 24 dicembre 1954, n. 1228 ed agli articoli 4, 21 e 33 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.
Questo è precisamente ciò che adesso dice la scheda di approfondimento del Ministero – ma non sembra un caso che il testo del disegno di legge contenga invece una formulazione del tutto diversa.
Ammettiamo comunque che questa sia l’interpretazione autentica della legge, o meglio ancora che – integralisti permettendo – la legge ritorni alla lettera primitiva; potrebbero i conviventi stare tranquilli? Il dubbio, purtroppo, è più che mai lecito.
La scheda di approfondimento ripete ossessivamente un concetto: diritti e corrispondenti doveri nascono da un fatto (la parola ricorre ben cinque volte nella prima pagina del documento). Recependo interamente le obiezioni della Conferenza Episcopale Italiana, i legislatori hanno voluto in questo modo marcare un punto fermo: i diritti previsti dalla legge non nascono da un libero patto tra i due contraenti. La convivenza non è un nuovo istituto cui chi vuole può accedere, ma una condizione di fatto cui si attaccano una serie di conseguenze giuridiche, valide per chiunque in quella condizione si trovi ad essere. La controprova di quanto qui si afferma è data da una monumentale assenza nella scheda ministeriale: si continua a non chiarire come il convivente che riceve la comunicazione dell’avvenuta dichiarazione possa sottrarsi, se così vuole, a degli obblighi che non ha sottoscritto. Ebbene, il chiarimento non c’è perché non ci può essere: se il cittadino, pur convivendo more uxorio con il suo partner potesse sottrarsi agli effetti dei DiCo, ciò vorrebbe dire che la legge riguarda un nuovo status giuridico, e non a una condizione di fatto già esistente; ma questo, a causa della pressione della Cei, non si può proprio ammettere.
Si dirà: pazienza, per le coppie normali basterà non firmare la dichiarazione integrativa con la quale si certifica a che titolo si svolge la convivenza. Ebbene, non ne sarei tanto sicuro. Torniamo ai nostri Luca ed Elisabetta. Elisabetta ha dichiarato la nascita della nuova famiglia all’Anagrafe ma, d’accordo con Luca, ha omesso di integrare la scheda di famiglia con la dichiarazione sulle motivazioni della convivenza. Cosa diceva, però, l’art. 4 del decreto del Presidente della Repubblica?
Agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune.
Nel momento in cui Luca cambiasse idea, e volesse costringere la propria partner a corrispondergli gli alimenti, potrebbe dimostrare molto facilmente di non essere legato a lei da «vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione o tutela»; e che dunque Elisabetta, con la dichiarazione all’Anagrafe, aveva implicitamente ammesso l’esistenza di vincoli affettivi, proprio quelli cui la legge fa corrispondere precisi obblighi... Come afferma ad altro proposito la scheda del ministero, involontariamente minacciosa: «nei primi nove mesi dall’entrata in vigore della legge si può provare che la convivenza è iniziata prima con gli stessi criteri usati nei tribunali». Ed è lì che finirà prevedibilmente questa legge, se sciaguratamente le Camere la lasciassero passare immutata: nelle aule dei tribunali.

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La smentita di un miracolo annunciato


Francesco Agnoli in I Dico non si fanno per rispetto della libertà, èFamiglia online (Avvenire), 16 febbraio 2007:

In questi giorni, quando si discute dei Dico, ritorna di continuo un vecchio ritornello: «Io, personalmente, non farei nessun Dico. Credo nel matrimonio, nell’amore responsabile, stabile, fedele, fatto di diritti e di doveri. Ma perché impedire i Dico ad altri, che la pensano diversamente, che non hanno la mia stessa visione del matrimonio? Perché imporre ad altri la mia opinione?».
Queste prime righe sono state una promessa di un miracolo (fatta eccezione per l’identificazione tra matrimonio e amore responsabile e così via; ma insomma non si può chiedere ad una zanzara di suonare il pianoforte). Che puntualmente ha mostrato la sua fallacia. Ho pensato: “Francesco Agnoli ha capito uno dei concetti fondamentali della civiltà, uno dei fondamenti dello Stato liberale, conquista politica e culturale rivoluzionaria quasi quanto l’evoluzionismo”. (Chissà che non sia un caso che mi sia venuto in mente tale paragone. Il nostro sembra in difficoltà su entrambi i versanti.)
Dicevo, la smentita di un miracolo annunciato. Alla sesta riga ecco giungere un “In realtà”. Francesco Agnoli ci spiega come stanno davvero le cose, ci racconta cosa si nasconde dietro all’apparente ragionamento (che poi un ragionamento dovrebbe dirsi errato o corretto, coerente o contraddittorio, ma apparente che cosa significa? Che non è un ragionamento, bensì un sofisma – ecco svelato l’arcano. Tuttavia il sofisma non è che un ragionamento capzioso, magari falso, ma è un ragionamento (e quanto i sofisti ragionassero meglio di Agnoli è superfluo dire).
In realtà, dietro questo apparente ragionamento, si nasconde un sofisma: mentre si discute di un argomento, i cosiddetti Dico, mentre si vota per creare o meno un nuovo istituto giuridico, mentre insomma ognuno dice la sua, a favore o contro, per cambiare la società e le sue consuetudini, gli unici che rischiano di tagliarsi fuori sarebbero coloro che si oppongono, coloro che non approvano.
Che cosa ciarla Agnoli? Tagliarsi fuori? Forse non ha capito il ragionamento dal quale è partito. Chi dice: “Non farei x, ma non imporrei agli altri di non fare x” è un buon esempio di essere umano civile e in grado di sottrarsi alla violenza di “Ti obbligo per il tuo bene”. Ma per Agnoli questo è un atto di autocensura.
Bella democrazia, quella in cui qualcuno deve decidere di stare sostanzialmente zitto, omettere di esprimere la propria opinione, auto-censurare il proprio punto di vista! Non è un caso che a ripetere per primi il ritornello, affinché tanti lo imparino a memoria, sono solitamente i radicali. Gli stessi che si scandalizzano quando qualcuno parla di verità, quando qualcuno afferma di credere nella verità, e poi costituiscono un partito per portare avanti, a suon di leggi, referendum e propaganda, le proprie “verità”! Dovrebbe allora anzitutto essere chiara una cosa: chi crede nel matrimonio, come istituto fondamentale su cui si basa la società umana, può e deve sostenere la sua convinzione, allo stesso modo di chi fa il contrario, senza essere accusato, da quest’ultimo, di conculcare la libertà altrui.
È diverso sostenere la propria opinione dall’imporla per legge (o per assenza di legge). Chi crede nel matrimonio si sposa; questo dovrebbe significare che chi crede nel matrimonio deve trascinare fino all’abside tutti i recalcitranti amanti? E poi, caro Agnoli, non hai fatto caso che sei passato da verità (singolare) a verità (plurale)? Slittamento per te casuale, ma involontariamente segnale di quanto sto per ricordarti: chi si batte per la possibilità di scegliere (verità al plurale) non impone a nessuno una visione della vita che è necessariamente personale, soggettiva e non universalizzabile. Chi si batte per la libertà (di divorziare, di abortire, di morire, e così via) riconsegna il destino nelle mani di ciascun individuo, ma non costringe nessuno a una scelta predefinita. Chi vuole divorzia, chi non vuole si ama per tutta la vita o vive da separato in casa. Insomma, ognuno fa come vuole (con i limiti segnati dal principio del danno su cui ora non ho voglia di soffermarmi).
Ma Agnoli non sa di cosa sta parlando. Non sceglie il silenzio dinnanzi a faccende che gli si negano, ma la presunzione di essere portatore di Verità (quella al singolare).
Detto questo, è bene ricordare alcuni concetti innati nell’uomo, anche in quello pagano dell’antica Grecia.
Se sono innati (ovvero legati alla natura umana, alla natura dell’homo sapiens) certo che ce l’hanno pure i greci (pure tanti altri che Agnoli escluderebbe). Ma non è ancora arrivato il meglio.
l’uomo, come scriveva Aristotele, è un animale sociale, politico, che vive in relazione con gli altri, e che non può fare altrimenti. Agli altri si interessa, con gli altri vive, gioisce, soffre, costruisce e distrugge... Il poeta latino Terenzio scriveva: «Sono uomo, e nulla di ciò che è umano considero a me estraneo». Il pensiero liberale individualista, invece, sostiene che ognuno fa quello che vuole, perché ognuno è padrone di se stesso, della sua vita, e può disporne a piacimento; e sostiene che qui starebbe la vera libertà, la vera realizzazione dell’uomo. Afferma che ognuno deve perseguire il proprio interesse, ripiegarsi sul proprio io, escludere gli altri dal proprio orizzonte. Ma questo ragionare, oltre che profondamente egoistico, non è neppure umano. Non siamo monadi, esseri assoluti svincolati da tutto e dal prossimo, «atomi nello spazio e attimi nel tempo», bensì creature con dei legami, con un passato, una storia, un’origine, e in qualche modo già artefici del futuro. Come alberi piantati a terra, con le radici, e con i rami tesi verso il cielo, e verso il futuro. Nasciamo da una relazione, ci sviluppiamo nell’utero materno, in relazione con nostra madre, cresciamo in un tessuto di relazioni, che non ci limitano, nella nostra libertà, ma ci realizzano e ci completano. Poi diveniamo adulti, indipendenti, si fa per dire, magari pure benestanti, e qualcuno si illude di poter fare da solo, decidere da solo, realizzare da solo la propria felicità. Così, divenuti cinici, riduciamo il lavoro a competizione, la vita a una giungla in cui vige la legge del più forte, e la vita affettiva a esperienza solamente individuale e privata, come un oggetto di nostra appartenenza. Così riduciamo spesso il sesso a qualcosa di svincolato dall’altro, non come relazione, ma come auto-realizzazione, in cui il prossimo diviene mezzo, e non più fine (il famoso “amore sicuro”).
Difficile governare i pensieri eh? Inutile rispondere a chi non si è preso nemmeno la briga di conoscere la storia del pensiero umano, e farfuglia parole la cui eco scolastica ammanta di ridicolo. La legge del più forte? Io rinuncio, l’unica risposta che mi viene in mente è quanto diceva Woddy Allen a proposito di masturbazione: è fare del sesso con qualcuno che stimate veramente!

Anche ad Agnoli sorge un dubbio (non sulla masturbazione, né sulla sua inconsistenza cerebrale):
Tutto questo per dire cosa? Che la relazione matrimoniale è alla base di una società umana: «dal dì che nozze e tribunali ed are/ dieder alle umane belve essere pietose/ di sé stesse e d’altrui...». Così scriveva Ugo Foscolo, non certo un cattolico bigotto: la civiltà è nata intorno all’istituto del matrimonio e al diritto, inteso come sforzo di regolare e raggiungere il bene comune, non quello individuale, particolare, personale... Il matrimonio, che è nato dalla pietas per noi stessi e per gli altri, come scrive Foscolo, che è per l’uomo, è allora il luogo della vita affettiva, quello in cui cresciamo come figli, in cui impariamo a relazionarci col nostro prossimo, il più prossimo possibile, per crescere con un equilibrio interiore, sapendo di essere amati, veramente, e cioè stabilmente.
Ulteriore rimembranza liceale, Foscolo è vissuto un paio di secoli fa. Senza scivolare in una ingenua visione di perfettibilità del genere umano e della società, è lecito tuttavia domandarsi se il giudizio di Foscolo sul matrimonio sia non pertinente. Poetico, per carità, ma non pertinente. (E di citazione che smentirebbero Foscolo ce ne sarebbero molte, ma avrebbe un senso procedere a colpi di “X ha detto” “Y ha detto”?).
E infine la conclusione.
Dire no ai Dico significa allora continuare a credere nel matrimonio, nelle nozze civilizzatrici, nel diritto come tutela del bene comune, nell’uomo come animale sociale... Abbiamo una visione del mondo, un’idea di uomo, perché tutto ciò che è umano ci interessa, ci sta a cuore: e abbiamo il dovere, sacrosanto, di dirlo, di crederci, di batterci per questo... contro la società disgregata, in cui ognuno fa e disfa, senza neppure trattative, assume diritti e rifiuta doveri, in nome del suo io, più o meno gonfio, più o meno smarrito, più o meno disorientato. Se chi propone i Dico dice di farlo per gli altri, è bene dire che gli altri non hanno bisogno di questo, ma di altro: del matrimonio, dell’assunzione di responsabilità, di fronte a chi amano e alla società! Diciamolo ad alta voce, senza paura: diciamo no ai Dico, né carne né pesce, né pasta né minestra, costruzione giuridica artificiosa, incomprensibile, nata attraverso cavilli e mediazioni continue, a metà tra qualcosa e qualcos’altro, tra la convivenza e il matrimonio, inafferrabile e disorientante.
Non sono per l’uomo, ma contro di lui. Se ne accorgerebbero soprattutto le generazioni future: generazioni che partirebbero già col piede sbagliato, se gli spiegassimo, noi, oggi, che l’amore non è una dedizione totale, ma un patto momentaneo, un momento, un attimo, per quanto “ben” regolamentato. Lo scriveva anche Verga: abbiamo bisogno di uno scoglio, di una certezza, quella della famiglia, e coloro che vogliono abbandonare lo scoglio, la realtà umana e naturale che ci è propria e che ci corrisponde, per brama di ignoto, di meglio, o per puro egoismo, sono destinati a naufragare. Mancano forse i naufragi, nella odierna disgregazione delle famiglie, perché qualcuno possa dire che ciò che si è detto non è sperimentabile?
Strano che tra la citazione non siano comparsi I Promessi Sposi, incredibilmente inerenti per argomento e soprattutto sopravvissuti eterni nelle nostre memorie dopo esserceli sorbiti 6 volte nel corso degli anni scolastici.
Ma io ho un dubbio: l’amore è dedizione totale o istupidimento animale? Diciamolo ad alta voce (anche noi), senza paura: diciamo no all’idiozia, all’approssimazione, al vuoto cerebrale. E non mi riferisco ai DiCo.

(In onore di Francesco Agnoli ho creato una nuova etichetta. Spero apprezzi.)

Omofobia e antisemitismo

Uno splendido post di Cadavrexquis ci mostra come il paragone tra omofobia e antisemitismo sia più che mai valido («Omofobie, ovvero: un tuffo nelle fogne italiche», 17 febbraio 2007).

Il carattere paranoico e omofobico si manifesta inoltre nella convinzione, da parte di alcuni, che vi sia un vero e proprio complotto, da parte degli omosessuali, per sovvertire questo ordine. Anche qui il paragone con le accuse che l’antisemitismo tradizionale rivolge agli ebrei è lampante: manca soltanto che ai savi di Sion si sostituiscano i savi di Sodoma, e poi il gioco è fatto. Se però l’assurdità del “complotto giudaico” viene respinta e riconosciuta per quello che è – cioè puro e semplice antisemitismo, ovvero odio per l’ebreo in quanto tale –, mi chiedo perché anche l’ossessione del “complotto omosessuale” non dovrebbe essere riconosciuta per ciò che è, ovvero pura e semplice omofobia, odio per l’omosessuale in quanto tale. Un Mirko Tremaglia – che scrive su carta ministeriale che “l’Europa è in mano ai culattoni” – o un Roberto Calderoli – che dice che i gay vorrebbero che tutti diventassero “ricchioni” – dovrebbero essere trattati alla stregua di qualsiasi antisemita ed espulsi dai loro partiti.
Da leggere tutto, assolutamente.

venerdì 16 febbraio 2007

Nuove forme di vita da tutelare


Marte: foto dimostrano che vita è possibile, Il Corriere della Sera, 16 febbraio 2007:

Non è la prima volta che da immagini di Marte si hanno, secondo gli scienziati, indicazioni che lasciano pensare alla presenza di acqua. Ma la novità in questo caso è che si intravede un tessuto geologico tale da far dedurre che acqua o biossido di carbonio liquido, o una combinazione dei due elementi, scorresse da tempo sufficiente a erodere le rocce e quindi anche da permettere a forme di vita di sopravvivere.

Raffreddare il pianeta

Sulla Technology Review si passano brevemente in rassegna alcuni sistemi tecnologici per raffreddare il clima della terra, nell’ipotesi che il riscaldamento globale dovesse andare fuori controllo (Mark Williams, «Cooling the Planet», 13 febbraio 2007). La soluzione proposta da Gregory Benford (fisico e scrittore di fantascienza) è particolarmente semplice ed economica, al punto che potrebbe essere messa in opera anche da privati: seminare la stratosfera con particelle microscopiche di silice (SiO2), che riflettendo la luce del sole provocherebbero un raffreddamento dell’atmosfera, e il cui effetto sarebbe del tutto reversibile (dopo un po’ la silice si deposita al suolo). Benford propone un esperimento pilota sull’Artico, dove il riscaldamento per effetto serra è in proporzione maggiore e potenzialmente più dannoso. Per finanziare un intervento su scala globale potrebbero bastare un paio di miliardi di dollari l’anno.

giovedì 15 febbraio 2007

“Costituzionalmente sterili”

Mara Carfagna (Carfagna: “Gay costituzionalmente sterili”. Luxuria: “Inaccettabile da chi sfascia famiglie”, la Repubblica, 15 febbraio 2007):

i gay sono “costituzionalmente sterili”.
Soffro di difetti di memoria, ma in quale articolo della Costituzione si dice codesta illuminante verità? (Perché poi le virgolette?)
Non contenta aggiunge:
per volersi bene il requisito fondamentale è poter procreare.
Davvero triste. Quasi quanto il fatto che la politica sia dominata da queste liti da comari. E che il funzionamento del SNC sia un requisito superfluo, forse molesto.

Un uomo non indispensabile

Rocco Buttiglione interviene ad un convegno di Forza Italia sul testamento biologico (Testamento biologico: Buttiglione, legge non indispensabile, 13 febbraio 2007):

Non abbiamo il dovere di fare una legge sul testamento biologico, perché una legge non è indispensabile: se ci sono le condizioni per fare una buona legge, bene, altrimenti è meglio non averne alcuna.
[…] Una legge non è indispensabile ed in realtà è più voluta da magistrati e medici, per non assumersi troppe responsabilità, che dai pazienti stessi. [Tuttavia medici e magistrati] dovranno sempre pronunciarsi in ultima analisi su casi di questo tipo.
[Il testamento biologico] non può essere uno strumento per legittimare l’eutanasia e questa non può passare subdolamente attraverso di esso.
Interessante che la volontà del paziente non attiri per nulla l’attenzione di Buttiglione.
Poi ha detto che bisogna parlare di tre casi limite.
[…] Penso sia ad esempio lecito somministrare antidolorifici anche se questi possono ridurre la vita del paziente, così come è lecito non attuare tutte le terapie se queste possono portare benefici solo limitati al malato, ma è invece inaccettabile privare un paziente di cibo o acqua.
[È necessario] costruire una politica che allevi il disagio degli anziani, perché spesso la domanda di eutanasia è legata a queste realtà, mentre anche nei pochi Paesi dove l’eutanasia è prevista, la si sta rimettendo in discussione, a partire dall’Olanda.
Sono entusiasmanti i casi limite di Buttiglione:

1. Liceità di somministrare antidolorifici anche se questi possono ridurre la vita del paziente (però il dolore arricchisce l’anima umana, forse non è tanto lecito somministrare antidolorifici).
2. Liceità di non attuare tutte le terapie se queste possono portare benefici solo limitati al malato (però tentare si deve, e poi sono pur sempre benefici).
3. Non liceità di privare un paziente di cibo o acqua (un panino e una coca non si negano a nessuno).

Il disagio degli anziani non ho ben capito se possa costituire il quarto caso limite. Sicuramente è un caso limite la capacità argomentativa di Buttiglione.
E poi, avete sentito? Anche l’Olanda rimette in discussione l’eutanasia! È o non è uno scoop?

(Fotocomposizione di Alessandro Capriccioli)

Un medico per Giovanni Nuvoli

Un Comunicato Stampa della Cellula Coscioni di Sassari sottolinea la non pertinenza della risposta del procuratore Paolo Piras alla richiesta di Giovanni Nuvoli e rivolge un appello a un medico che sia disposto ad aiutarlo.

Per venire ora alla decisione del Procuratore Paolo Piras, che dichiara inammissibile la richiesta di nominare un anestesista che compia ciò che chiede Giovanni Nuvoli, è evidente che non può farlo, perché la volontà del medico non può essere coartata. Il fatto è che nessuno gli ha chiesto questo. Quello che Giovanni Nuvoli vuole è che sia consentito al medico che lo voglia fare, di intervenire per restituirlo ad una morte naturale, che l’adozione delle macchine sta rimandando, senza alcuna pietà, per la sua terribile sofferenza. Del resto, il dottor Mario Riccio è intervenuto a soddisfare le richieste di Piergiorgio Welby ed il comitato di bioetica di Cremona, dove egli svolge la sua attività di medico anestesista, ha ritenuto, all’unanimità, lecito il suo operato e comunque corrispondente ai dettami del Codice Deontologico Medico.
Il PM Piras, inoltre, riconosce a Giovanni Nuvoli il diritto a rifiutare le cure mediche, previsto dalla Costituzione e dalla Convenzione di Oviedo, per cui “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non nei casi in cui la legge lo prevede”. A questo punto a Giovanni resta solo da aspettare che si faccia avanti un medico anestesista (a casa, se non è possibile in ospedale), che assolva alla sua ultima richiesta.
Facciamo pertanto un appello perché un medico, un uomo coraggioso (che tale deve essere in questa Italia in cui sempre più i diritti sono scritti sulla sabbia) si faccia avanti per interrompere ciò che appare come una vera tortura continuata , protratta e aggravata da comportamenti omissivi privi di alcuna pietà umana.

Staminali adulte: dati alterati

Traduco integralmente un articolo apparso oggi su NewScientist (Peter Aldhous e Eugenie Samuel Reich, «Flawed stem cell data withdrawn», n. 2591, 15 febbraio 2007, p. 12):

Sono considerati fra gli studi più noti degli ultimi cinque anni sulle cellule staminali, e descrivono cellule che sembrano avere le stesse potenzialità delle staminali embrionali. Adesso, in seguito ad indagini condotte da New Scientist, alcuni dei dati contenuti in questi articoli vengono messi in dubbio.
Nel 2002, un gruppo guidato da Catherine Verfaillie della University of Minnesota di Minneapolis aveva descritto «cellule progenitrici adulte multipotenti» (“Multipotent Adult Progenitor Cells”, MAPC), isolate dal midollo osseo di roditori (Nature 418, p. 41). Queste cellule sembravano capaci di dare origine alla maggior parte dei tessuti del corpo.
In precedenza, solo cellule staminali embrionali (Embryonic Stem Cells, ESC) si erano dimostrate altrettanto versatili, e così gli oppositori della ricerca sulle ESC si sono impadroniti dei risultati della Verfaillie e dei suoi colleghi per proclamare che cellule altrettanto versatili potrebbero essere raccolte senza distruggere embrioni umani.
Ma i risultati si sono dimostrati difficili da replicare, e per più di sei mesi dopo la fine del 2003 persino il gruppo della Verfaillie non è stato in grado di isolare le cellule. Quando New Scientist ha dato un’occhiata più da vicino, abbiamo scoperto che sei grafici presenti nell’articolo di Nature e nei suoi supplementi si ritrovavano identici in un secondo articolo, pubblicato quasi contemporaneamente in Experimental Hematology (vol. 30, p. 896), anche se si riferivano a cellule differenti, prelevate da altri topi. I grafici descrivevano marcatori molecolari presenti sulla superficie cellulare, apparentemente caratteristici delle MAPC.
Dopo che New Scientist ha messo in dubbio i risultati, un comitato di esperti ha ricontrollato i dati. Verfaillie, ora all’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, ha scritto alle due riviste, informandole dei problemi con i dati dei due articoli, e affermando: «L’opinione concorde [degli esperti] è stata che i dati sono errati e che non dovrebbero essere considerati una rappresentazione accurata del profilo dei marcatori delle MAPC».
Gli errori cui si riferisce non riguardano le duplicazioni presenti negli articoli. Queste ultime, ha dichiarato a New Scientist Verfaillie, sono dovute a un banale disguido. La studiosa continua a sostenere che le MAPC possono trasformarsi nella maggior parte dei tessuti del corpo, ed afferma che articoli successivi hanno descritto metodi affidabili per identificarle. Nel suo studio più recente, Verfaillie e Irving Weissman (un biologo esperto in cellule staminali dell’Università di Stanford in California) hanno mostrato che le MAPC possono dare origine a tutti i tipi di cellule trovati nel sangue, ma non è ancora chiaro se le MAPC siano davvero così versatili come si affermava nell’articolo originario di Nature.
Molti ricercatori non sono stati in grado nemmeno di isolarle: «Sono cellule particolarmente intrattabili», nota Amy Wagers della Harvard University, che ha passato una settimana nel laboratorio della Verfaillie, tentando invano di imparare la tecnica.
I problemi con i profili dei marcatori possono contribuire a spiegare queste difficoltà. «Se dopo il 2002 avessi seguito quelle istruzioni, adesso sarei estremamente arrabbiata», ha dichiarato Jeanne Loring, un’esperta di cellule staminali del Burnham Institute for Medical Research di La Jolla, California.
«Stiamo contattando l’autrice per ottenere maggiori dettagli sui problemi che cita, e in seguito decideremo che misure prendere, probabilmente con l’aiuto di consiglieri esterni», afferma Philip Campbell, redattore capo di Nature.

Aggiornamento: a distanza di poche settimane il New York Times interviene sulla questione, con qualche aggiornamento (Nicholas Wade, «Panel Finds Flawed Data in a Major Stem Cell Report», 28 febbraio 2007).

Niente autismo dai vaccini

Arthur Caplan ha scritto un articolo sulla leggenda metropolitana che pretende di individuare nel mercurio contenuto in alcuni vaccini la causa della crescita dei casi di autismo negli ultimi vent’anni («Fact: No link of vaccine, autism», Philadelphia Inquirer, 6 febbraio 2007). Si tratta di una sciocca fantasia confutata da tempo, ma che ancora oggi continua a causare tragedie:

What must it be like to spend a huge amount of time every waking day trying to change public health practice – only to find out that you were wrong?
That is precisely what has happened to the proponents of the theory that mercury in vaccines – contained in the preservative thimerosal, which once was used (and is used no longer) in vaccines – is responsible for a nearly 20-year explosion in autism and other neurological disorders among American children.
This urban legend has had very real – and terrible – consequences. It has led, and continues to lead, many parents to avoid getting their kids and themselves vaccinated against life-threatening diseases. The failure to vaccinate has caused many preventable deaths and avoidable hospitalizations from measles, whooping cough, diphtheria, flu, hepatitis and meningitis. And fear of vaccines puts each one of us at risk that we, our children or grandchildren will become part of a deadly outbreak triggered by someone whose parents avoided getting their child vaccinated for fear of autism.
Recent research on many fronts in medicine and science has nailed the coffin shut on the mercury-in-vaccines-causes-autism hypothesis. The connection is just not there. Perhaps the key fact, which has garnered little attention, is that thimerosal has been removed from vaccines in this and other countries for many years, with no obvious impact on the incidence of autism. The most recent data point toward a correlation with nothing at all to do with vaccines: the increasing age at which people (particularly men) have children seems to be associated with an increase in autism and other neurological problems.
Still, some of the most fervent anti-vaccine critics cannot let go. They continue to tell devastated parents of children with autism that vaccines are to blame. Others are still out on the lecture circuit peddling books and articles that bash vaccines and invoke mercury as a problem. Still others pepper the Internet with the false message that vaccines and autism do go hand in hand – it is just that the government, or the pharmaceutical companies, or organized medicine, or all of them, are keeping the truth from us all.
Da leggere anche il resto.

mercoledì 14 febbraio 2007

L’altrui coscienza

Il sostituto procuratore del tribunale di Sassari, Paolo Piras ha dichiarato inammissibile la richiesta di Giovanni Nuvoli («Non si può costringere un medico a un atto al quale la sua coscienza si ribella», Il Mattino, 14 febbraio 2007).
Dall’ordinanza di tre cartelle si legge:

non si può costringere un medico, neppure indirettamente, a compiere un atto al quale la sua coscienza si ribella. Un atto al quale certamente segue l’insufficienza respiratoria acuta (iatrogena) e poi la morte. Non si può costringere a provocare l’insufficienza respiratoria colui che quotidianamente la combatte, che non a caso si chiama rianimatore. Anche se basterebbe un semplice gesto, dopo la sedazione del paziente. Le dita del medico […] scorrono spesso sui tasti di quel ventilatore, come sulla tastiera di un computer. Ma premere un certo tasto, mai. E quel mai va rispettato. Per taluni è come premere un grilletto. Non ci si può ergere a giudice dell’altrui coscienza.
Sul fatto che in generale non si possa costringere un medico (come qualsiasi altra persona) a compiere un atto contro la sua volontà non v’è dubbio. Esistono tuttavia delle situazioni in cui la coercizione è lecita e doverosa. Nel dubbio che la richiesta di Giovanni Nuvoli potesse rientrare in questo dominio, sarebbe stato tuttavia più utile sapere il parere del sostituto procuratore nel caso vi fosse un medico disposto ad esaudire la richiesta di Nuvoli.
Ma non è questo il punto più discutibile delle dichiarazioni di Paolo Piras (ammesso che siano state riportate correttamente dalla stampa).
Curioso l’utilizzo dell’aggettivo iatrogeno: forse Piras non ne ricorda con esattezza il significato, ma gli è rimasto impresso soltanto l’alone negativo. E allora per dire che l’insufficienza respiratoria è causata dal medico ed è (secondo lui) cosa da condannare, dice “è iatrogena!” (ovvero, è un atto ingiusto e immorale causato da un medico).
Inoltre ogni medico combatte la malattia (e la morte), ma ogni medico dovrebbe sapere che non è in suo potere eliminarla. E che la volontà del paziente è più importante di qualunque sua idea sulla vita e sulla morte.
Il rianimatore sa bene che in alcune circostanze non si può rianimare, è preferibile non rianimare. Non è un macchinario cieco che esegue il comando: “rianima!”.
Di pessimo gusto il paragone tra ventilatore e computer sui quali le dita del medico scorrono. E di pessimo gusto il ricorso al “mai”.
Ha perfettamente ragione nel sostenere che non ci si può ergere a giudice dell’altrui coscienza. Peccato che l’abbia appena fatto. Perché della coscienza di Giovanni Nuvoli se n’è bellamente infischiato.

Quello sporco 3%


Dalle Ultimissime dello UAAR di ieri Portogallo-Italia cosa è andato storto:

I vescovi portoghesi si sono riuniti ieri a consulto dopo la vittoria del ‘sì’ e l’annuncio del premier socialista José Socrates che, malgrado il referendum non abbia raggiunto il quorum, il suo governo promuoverà una legge per depenalizzare l’aborto. Gli esponenti dell’episcopato si sono ritirati a Fatima, dove la Vergine apparve alle pastorelle, e vi rimarranno fino a venerdì per analizzare la situazione e far quindi conoscere la posizione ufficiale della chiesa portoghese. “Una grande vittoria del Partito socialista, e soprattutto personale di Socrates” sentenzia oggi il quotidiano Publico, il più influente del paese. Una vittoria, rilevano gli osservatori, di cui il premier, costretto ad una politica di dure e impopolari misure per far uscire il paese dalla stagnazione economica, aveva bisogno. La chiesa, secondo il giornale, invece ha subito forse “la più grave disfatta dopo il ritorno della democrazia” con la Rivoluzione dei Garofani nel 1974. La vittoria del ’si’ fa infatti seguito a un’appassionata campagna antiabortista apertamente sostenuta dai vescovi portoghesi che ne avevano fatto “una battaglia culturale” per frenare la deriva morale ed etica dell’Europa. Ma è improbabile che la sconfitta demoralizzi la chiesa che appare pronta a continuare la battaglia per impedire che la legge consenta un “aborto libero”.
(Fonte: Swisspolitics)

Doveroso il Ricapitoliamo di Raffaele Carcano:
In Portogallo, pochi giorni fa, è andato a votare il 43,61% degli elettori. Il 59,25% si è pronunciato per il sì. I favorevoli alla depenalizzazione dell’aborto sono stati, dunque, il 25,84% della popolazione. I giornali parlano di disfatta della Chiesa e il governo di centrosinistra ne ha tratto l’indicazione per modificare la legge.
In Italia, due anni fa, andò a votare il 25,7% degli elettori. L’88,0% si pronunciò per il sì. I favorevoli alla modifica della legge 40 furono, dunque, il 22,62% della popolazione. I giornali parlarono di trionfo della Chiesa e il governo di centrosinistra ne ha tratto l’indicazione per non modificare la legge.
Ditemi che non è solo colpa di quello sporco 3% di differenza...

Non sono incostituzionali

Dichiarazione-appello promossa dalla Fondazione Critica Liberale sull’interpretazione dell’art. 29 della Costituzione:

Senza entrare nel merito della discussione delle attuali proposte di riforma, volte a riconoscere o tutelare in diversa forma e misura unioni familiari di tipo diverso da quello tradizionale, ci preme però chiarire che è infondata l’affermazione secondo cui l’articolo 29, primo comma, della vigente Costituzione porrebbe dei limiti costituzionali al riconoscimento giuridico delle famiglie non tradizionali o non fondate sul matrimonio, come è ormai avvenuto in quasi tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale.
L’articolo 29, primo comma, non impone affatto alla Repubblica di riconoscere come famiglia solo quella definita quale «società naturale fondata sul matrimonio». Impone invece alla Repubblica di riconoscere i suoi diritti, in quanto espressione dell’autonomia sociale. Testualmente: «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Ad essa viene quindi garantita una sfera di autonomia rispetto al potere dello Stato. Per tale motivo sarebbe contraria alla Costituzione una legge ordinaria che mirasse a disconoscere i diritti di tali famiglie.
«Circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua [della famiglia] regolamentazione»: questa la funzione della disposizione secondo quanto ebbe a dichiarare Costantino Mortati nell’Assemblea costituente. «Non è una definizione, è una determinazione di limiti», ribadì nella stessa sede Aldo Moro.
Il Costituente del 1946-47 non poteva immaginare che nei decenni successivi sarebbe stata avanzata in Italia o altrove la richiesta del riconoscimento di famiglie di tipo diverso dal modello tradizionale, mentre vivo era invece il ricordo del tentativo fascista di monopolizzare l’educazione dei giovani, tentativo analogo a quello in corso proprio in quei mesi con l’instaurazione di regimi stalinisti in molti paesi dell’Europa centrale: e tale era appunto il pericolo che con la formulazione dell’articolo 29 si intendeva scongiurare.
Inoltre, secondo l’art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, la disciplina nazionale può modulare variamente le modalità di esercizio dei distinti diritti di sposarsi e di costituire una famiglia, ma non in forme tali che possano portare alla vanificazione dell’uno o dell’altro.
Il riconoscimento giuridico di altre tipologie di famiglia non comporterebbe alcun disconoscimento dei diritti delle famiglie fondate sul matrimonio e non potrebbe quindi violare il disposto dell’articolo 29, primo comma, della Costituzione.
Il fatto che la Costituzione garantisca in modo particolare i diritti della famiglia fondata sul matrimonio non può in alcun modo avere come effetto il mancato riconoscimento dei diritti delle altre formazioni famigliari. A proposito delle quali vanno invece tenuti ben presenti il fondamentale divieto di discriminare sulla base, anche, di «condizioni personali», di cui all’articolo 3, primo comma, della Costituzione, e il dovere della Repubblica di riconoscere e garantire «i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità», di cui all’articolo 2, già richiamato in questa materia dalla giurisprudenza costituzionale.

martedì 13 febbraio 2007

Dio è (in) un cono gelato

Un incauto lettore pone una domanda e la indirizza a “Zenit”. Carlo Valerio Bellieni, Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena, risponde (La “grammatica morale” alla base della Bioetica, 11 febbraio 2007).
Fossi il lettore incauto avrei le idee ancora più confuse dopo avere letto la risposta alla missiva (Il caso Welby, la fecondazione assistita, l’aborto, l’eutanasia... Ma come si fa a distinguere se un atto è bioeticamente buono o cattivo? E come fa un medico a decidere su basi bioetiche? Quale metro di giudizio può essere utilizzato? E quale è quello giusto? C.S. Roma).
Poveretto. Non è secondario, ai fini di ottenere una risposta soddisfacente, la scelta del proprio interlocutore. E Bellieni lascia parecchio a desiderare. Però l’incauto lettore se l’è cercata.

Fin dalla premessa ci accorgiamo di trovarci di fronte non solo ad un esperto in materia, ma a un sensibile analista dell’animo umano.

L’insistenza nel tentativo di mettere all’ordine del giorno sempre più “novità” in campo bioetico ha provocato tra la gente una specie di allergia, ovvero di sensibilità accresciuta e talora fastidiosa al veder sorgere l’ennesimo agguato alla vita umana e alla sua dignità. C’è ovviamente il rischio che, novità dopo novità, ci si abitui tristemente, o che non si sappia cosa dire, dato il polverone mediatico a senso unico che sapientemente accompagna le innovazioni. Cerchiamo dunque di trovare una bussola nel mare della bioetica. Sembra un pianeta astruso, ma forse non lo è come pensiamo.
Dopo qualche riflessione imperdibile e ubiqua, la solita citazione di Kant (pover’uomo, comincia a starmi sempre più simpatico) e una affermazione che ci trova concordi per un mero caso probabilistico (la bioetica riguarda tutti e non pochi esperti), un intermezzo poetico sull’“io”, Bellieni entra finalmente nell’area di rigore (siamo tutti inevitabilmente contagiati dall’idea che la vita sia in fondo soltanto una partita di calcio) e si sofferma addirittura in una analisi ermeneutica e etimologica del termine “bioetica”, che non è solo analisi terminologica, va da sé, ma sconfina in quella concettuale e sostanziale.
Inutile dire che la sua narrazione non cerca di percorrere la via della descrizione o della ricostruzione storica, ma va a gamba tesa (e ci risiamo) al significato normativo. Al come-dovrebbe-essere.
Già: molti usano la parola “bioetica” ma intendono questa come “la cosa più arguta che mi viene in mente” senza rendersi conto che invece stanno usando delle categorie che non sanno gestire o che stanno scimmiottando quello che la mattina hanno appreso dal giornale letto al bar. Oppure, si parla di bioetica non confrontando tutto (ma proprio tutto fino in fondo) con le categorie di bellezza ecc. suddette, cioè con ciò che al fondo ci costituisce; ma confrontandolo con una certa “smania di possesso”. Insomma: anche se non lo sappiamo, noi stiamo usando un determinato “metro” per misurare le azioni, e questo metro può essere quello sbagliato, un po’ come misurare il peso dell’acqua col termometro.
Le categorie di bellezza menzionate sarebbero, ad esempio, “lo spettacolo di un tramonto o un bambino che nasce”. Ma non ditemi che è per questo sottinteso che non è chiaro quanto dice Bellieni. Io non ho capito. E nemmeno mi chiarisce le idee quanto viene subitaneamente aggiunto, con tanto di premessa “Mi spiego meglio”:
un bambino che mangia un gelato, magari senza riflettere, si pone la domanda appena lo ha assaggiato: “Mi piace?”; difficilmente si chiederà se mangiarlo lo fa diventare potente o gli darà fascino. Questo atteggiamento è giusto: magari è parziale, ma usa uno strumento consono: misura il sapore per capire l’oggetto che mangia; questo atteggiamento va perdendosi man mano che si cresce, e in un certo senso è bene: sottrarsi all’istinto si deve, a condizione, però, che all’istinto si assommi la ragione e non la paura. Che, mangiando un gelato, oltre al giudizio sul gusto entri anche quello sulle calorie in eccesso è un buon ragionare; un po’ meno buono è se invece il giudizio per prenderlo è “Cosa penseranno gli altri se mi vedono?” oppure: “Lo mangio anche se non mi piace, perché ho dei soldi e non so come spenderli”. Cosa c’entri la paura è presto detto: la paura è nascosta dietro ogni azione che non si faccia per affermare la bontà di ciò che abbiamo intorno, ma per ripararsi da esso.
Io ancora non ho capito, però nella parte successiva si cominciano a nominare questioni familiari. Tuttavia la mia incapacità di comprendere permane. Che cosa c’entra se il bambino è scemo o masochistico e mangia il gelato pure se gli fa schifo? Oppure se è già isterico e fissato da chiedersi le calorie contenute nel suo cono crema e cioccolato? Le calorie in eccesso? Per un gelato? Che se non esageri con le noccioline e altri manicaretti saranno meno di 300 calorie. E quale ragazzino infelice ad ogni leccata farà il conto delle calorie in eccesso ingerite? Non mi sembra un modo sensato nemmeno per affrontare l’obesità infantile ed adolescenziale, caro dottor Bellieni. Certo, Sirchia aveva proposto di dimezzare le porzioni al ristorante per combattere quella adulta...
Ciò che abbiamo intorno, poi, non è necessariamente buono. Come facciamo a distinguere il buono da quello che buono non è (in senso morale e non riguardo al gelato)? Che poi è il cuore della domanda del lettore incauto. Mistero.
Usando un paradosso, bisogna rammaricarsi che oggi certe azioni (aborto, fecondazione in vitro) non vengano propagandate per egoismo, ma per paura: infatti l’egoismo almeno ha dietro di sé un “io” detto male, storto, alterato, ma almeno un “io” c’è; dietro le azioni dettate dalla paura, invece, non c’è più nessuno, la persona è fuggita, è rimasta solo la reattività e l’istinto.
[…]
E la burla finale è che, poiché in realtà noi non “gestiamo” proprio un bel nulla della vita pubblica, del pubblico dominio (tutto è governato da leggi proliferate per arginare proprio la nostra smania di essere), l’unica cosa che ci resta da gestire è proprio il nostro povero corpo... e su di esso ci affanniamo nell’ansia di affermare (solo là) la nostra esistenza. Bioingegnerie, figli in età inconcepibile, chirurgia estetica estrema, doping sono solo alcuni esempi. In poche parole: siamo soli.
Finalmente conosciamo la diagnosi: solitudine. È per solitudine che si compiono indagini prenatali (e si compirebbero anche quelle preimpianto se non fossero illegali)? È per solitudine che si ricorre alle tecniche di procreazione assistita? Per ottenere figli che possano farci compagnia, certo. Ma è quanto succede anche con la procreazione naturale: fare figli che ci tengano compagnia (temo che Bellieni dissentirebbe). Non lo domando sull’eutanasia, perché già conosco la risposta nonostante la mia fosse una domanda retorica.
Parlando di bioetica, dunque, dobbiamo sapere che una sfida ci attende, perché davvero non vogliamo restare e vivere da soli, né vogliamo che ciò avvenga per i nostri figli; la sfida è la seguente: o “con il nostro cuore” o “con il nostro potere”.
[…]
Ecco cos’è al fondo la bioetica: confrontare tutto il campo della medicina e della biologia con l’amore alla verità, giustizia e bellezza scritte nel nostro profondo, e non con i pre-giudizi o col nulla del relativismo etico. E non fidarsi di coloro che dicono che queste esigenze sono soggettive, che non esiste un DNA etico, quello che il Papa chiama una “grammatica morale”: il nostro cuore è scritto con questa grammatica, è fatto ad immagine di un Creatore che vi ha inciso dentro ragione e libertà, proprio ad immagine delle Sue. E attende solo che noi le usiamo e lasciamo che attraverso di esse ci possa fare uomini felici.
Un DNA etico? Esigenze soggettive e oggettive? La premessa che il nostro cuore è fatto a immagine e somiglianza di un Creatore, che vi ha inciso ragione e libertà, è una figura retorica? E come si usano ragionee libertà per decidere in materia di bioetica (ma anche per decidere con chi uscire stasera)?
Anche volendo soprassedere sul Creatore e sulle incisioni del nostro cuore: come confrontare? E confrontare cosa con cosa? Che avrà capito il lettore? È lecito oppure no chiedere l’eutanasia o sottoporsi a un test genetico? Welby ha compiuto una azione legittima oppure no?
Nonostante mi bruci essere la scelta di ripiego, dichiaro la mia disponibilità a rispondere al lettore (a meno che non sia già soddisfatto).

Il Portogallo e noi

Domenica scorsa il Portogallo è stato chiamato alle urne per esprimersi su un referendum che mirava a liberalizzare l’aborto. Come in Italia, esiste il quorum, per cui se la partecipazione al voto rimane sotto il 50% l’esito della consultazione non ha valore legale; come in Italia, la Chiesa locale ha tentato il trucco vigliacco dell’astensionismo, per sommare i voti dei contrari a quelli di chi non ha interesse a votare. A differenza dell’Italia, il governo non è succube delle gerarchie clericali, e ha reso chiaro prima di domenica che se il referendum non avesse raggiunto il quorum, il governo ne avrebbe comunque considerato vincolante il risultato, come in un referendum consultivo, e in caso di vittoria dei Sì avrebbe quindi proceduto a cambiare la legge. La Chiesa portoghese è allora passata a fare propaganda per il No, ricorrendo ad argomenti di solida razionalità, come la minaccia della «maledizione» che non avrebbe mancato di abbattersi sul paese se esso si fosse unito all’«apostasia silenziosa» del resto d’Europa e alla sua «cultura della morte» («Portugal: l’avortement légalisé avant l’été?», Le Figaro, 11 febbraio 2007). Alla fine ha votato il 43,6% degli aventi diritto, con i Sì al 59,3% e i No al 40,8%; il primo ministro José Sócrates ha subito annunciato il varo di una nuova legge.
Tutto molto chiaro, no? Ma ecco le reazioni degli integralisti italiani («“Da Lisbona un segnale all’Italia”», Avvenire, 13 febbraio 2007):

Soddisfazione del Movimento per la vita italiano per l’esito del referendum in Portogallo. «La società portoghese, nonostante le iniziali indecisioni del fronte antiabortista – commenta Carlo Casini, presidente del Movimento – ha dato una risposta chiara al tentativo del governo di liberalizzare l’aborto. Anche volendo sposare la soluzione più prudente, i portoghesi hanno dimostrato di non considerare la liberalizzazione dell’aborto come una questione urgente. Ma l’ampiezza del risultato legittima anche interpretazioni più ottimistiche: in sostanza meno del 25% dei portoghesi ha chiesto di modificare la legge sull’aborto. Per il resto, anche considerando una fetta consistente di assenteismo fisiologico, ha detto un “niet” secco ed inequivocabile». «Eppure – conclude Casini – il governo di Lisbona dichiara di voler andare avanti. Con una protervia figlia minore dell’ideologia, si fa beffe della volontà popolare e della democrazia e prosegue per la sua strada. Di conseguenza anche la battaglia è destinata a continuare. Una battaglia che riguarda il Portogallo e non solo». […]
Per la senatrice della Margherita Paola Binetti il risultato del referendum è un insegnamento anche per l’Italia, dove è arrivato il momento di applicare la parte della legge 194 che riguarda la prevenzione. «Fare una legge senza tener conto degli astenuti» significherebbe quindi tradire la volontà popolare. «Penso sia giunto il momento di riparlare della 194 e dell’attuazione della prima parte: quella sulla prevenzione». Su questo tema, avverte l’esponente dielle, «batteremo il ferro finché è caldo».
Ora, se il tuo governo ti ha appena comunicato che non terrà conto delle astensioni, e tu vuoi esprimere «un “niet” secco ed inequivocabile» all’aborto, cosa fai? Per Casini e Binetti, evidentemente, puoi votare No o astenerti...
L’interpretazione più caritatevole è che i due siano rimasti intossicati dalla loro stessa propaganda (ricordate la balla del 75% di Italiani «favorevoli» alla legge 40?); quella meno caritatevole è che i meccanismi della democrazia, persino i più elementari, siano del tutto incomprensibili a Casini e Binetti, che appartengono nel profondo a un mondo opposto a quello delle regole democratiche; un mondo che, con «una protervia figlia minore dell’ideologia, si fa beffe della volontà popolare»...

Dicitencellovuieastacumpagnavosta

Sebastiano Messina, La sigla, in Bonsai di ieri (Il Corriere della Sera):

Dal momento stesso in cui il governo ha varato il ddl sui Dico (Diritti dei Conviventi) tutti, o quasi, vogliono correggerlo. Anche nel titolo, che in effetti non è brillantissimo. La senatrice Binetti, leader dei teodem, ha già proposto di cambiarlo in Didoco (Diritti e Doveri della Coppia). Siamo sinceri: non funziona.
La sigla Dico non va perché è la prima persona singolare del verbo dire. E le convivenze vorrebbero non l’io ma il noi. Dunque sarebbe più coerente modificarla in Diciamo (Diritti Coppie Italiane Amorevoli). O in Diremo (Disposizione Immediata per il Riconoscimento delle Esistenti Matrimonialità Occulte). Volendo poi pensare a qualcosa di più articolato, andrebbe bene anche Diciamolo (Doveri Impliciti dei Conviventi Italiani in Attesa di Matrimonio O Legittima Omologazione).
Il meccanismo surreale della raccomandata al convivente renderebbe appropriato anche Diglielotu (Disciplina Generale Limitata E Labirintica per l’Organizzazione di Tutte le Unioni). Scarterei invece, per quanto suggestivo – ma troppo difficile da scrivere a nord del Garigliano – l’acronimo che convincerebbe persino Mastella: Dicitencellovuieastacumpagnavosta.

Dal punto di vista di un marziano

Che potrebbe significare che Luca Volontè è il marziano.
Oppure è solo la prima parte di una frase.
Dal punto di vista di un marziano bisognerebbe invocare l’articolo 34 della legge 180.

«L’anticattolicesimo nuovo collante dell’Unione», di Luca Volontè *, Il Tempo, 11 febbraio 2007:

NÉ Repubblica, né l’Unione possono pretendere di essere Dio. Da che parte sta Dio? Il partito di Repubblica, prima il direttore Ezio Mauro, poi Merlo e Scoppola, con contorno di Zagrebelsky hanno provocatoriamente e «bestemmiando» affermato che il Dio cristiano ci perde se sta a destra. Vero, verissimo tanto da essere totalmente falso. Dio, colui che è il Mistero, è Altro in tutte le religioni. Figuriamoci per la fede cristiana cattolica. Altro, sopra, intorno, più in là, eppure «si fece carne e rimane tra noi». Questo lo sanno bene i tipi di Repubblica, mica sono tonti. Allora perché la provocazione, in larga parte ambigua e maligna nei confronti della Cei, del Papa e di Ruini? Partiamo da due semplici fatti: l’origine e l’effetto del messaggio intimidatorio apparso mercoledi su Repubblica. L’origine si trova in quella indigeribile sconfitta al referendum del 2005, in quella batosta alla deriva libertaria e laicista che pretendeva di porre la parola fine alla presenza pubblica della Chiesa. Qui troviamo i germi della fine del partito di Repubblica. Le reazioni con alcuni editoriali di Scalfari sulla legittimità di essere cattolici e cristiani senza Chiesa, accompagnati dalle dure invettive di Merlo su Ruini hanno da allora segnato la «nuova strada»: fare della Chiesa un orpello inutile, sostituire il Vangelo con il libro di Augias su Gesù, lasciare a Scalfari il posto di nuovo detentore della dottrina. Cristo senza Chiesa, l’Avvenimento senza l’umana compagnia, significa semplicemente non credere a Gesù Cristo. Essere cattolici e non seguire il Catechismo o le note dottrinali, semplicemente significa fare del cattolicesimo un qualunque «vitello d’oro» per il «comò» di casa. L’esito? Lo stesso giorno dell’editoriale di Ezio Mauro, Dario Franceschini raccoglie la firma di 60 margherite, pro pacs gay. Spiazza Rutelli che viene invitato da Prodi a cena e firma la resa incondizionata. La gran parte degli ex popolari staranno nel PD da soli, gaudenti e sotto il giogo di DS e Prodi. L’approvazione prima della partenza per l’India del ddl progaypacs, è solo l’ultima soddisfazione che il cattolico adulto si vuol prendere. «Io faccio così, voi dite pure quel che volete, me ne frego!». Insomma, Prodi che sugli embrioni aveva sacrificato la propria coscienza per preparare la sua leadership, non poteva che sacrificare la famiglia per mantenerla. Noi stiamo con i ventidue milioni di famiglie discriminate, vuoi vedere che alla fine vinciamo? Dio da che parte sta? «Maschio e femmina li creò»...Se il partito di Repubblica, Fassino, Rutelli, Prodi, Franceschini andasse a Messa ogni tanto avrebbe trovato motivo di riflessione nelle letture di questo periodo: la Genesi. Ma no, anche quando ci vanno dimenticano di ascoltare quello che si legge della Parola di Dio e dei Vangeli, figuriamoci se ascoltassero gli apostoli. Repubblica vuole dare un nuovo fondamento, un novella collante alla coalizione di Prodi: l’anticattolicesimo. Per far questo c’è solo una possibilità: abolire la laicità dello Stato, eliminare la separazione tra Stato e Chiesa. Questo è l’obiettivo vero. Perciò si attacca a testa bassa, con argomenti del peggior giacobinismo rivoluzionario e sanguinario, la Chiesa per ogni sospiro che fà. Non si oppone al richiamo dei vescovi e del Papa un ragionamento, un argomentare, ma solo una insolente e intollerante invettiva: «Taci!». Così lo Stato non solo non rispetta la società ma vuole essere lui stesso ad assorbire in Cesare, Dio. Stato che vuole con l’aiuto di alcuni prezzolati manutengoli, divenire l’unico agente dei valori e censore delle fedi. Un pericolo assoluto per la democrazia italiana, che in tutto questo ci stia anche il deisiderio dell’Unione di decidere il prossimo Presidente della Cei, è solo una conferma della barbarie pericolosa in cui stiamo vivendo.
* Capogruppo Udc alla Camera

(Gli errori ortografici sono di Luca Volontè. Io non posso intervenire sul Verbo.)

lunedì 12 febbraio 2007

In principio era il Rebbe

Un leader ebreo, amatissimo dai suoi seguaci. Un uomo giusto e sapiente, a tal punto da venire dichiarato – col suo assenso, benché espresso ambiguamente – Messia. Dopo la sua morte i seguaci, benché costernati, rimangono convinti che tornerà presto a instaurare il regno di Dio. Molti anzi negano che sia morto: benché sia stato sigillato in una tomba, sostengono che in realtà è vivo, nel suo corpo di carne. Col tempo, mentre i libri che raccolgono i suoi detti si affiancano alle scritture della tradizione giudaica, si comincia a pensare a lui come a un essere divino: «Il Rebbe (il Maestro) non è stato creato: il Rebbe è sempre stato e sempre sarà». Infine, alcuni giungono all’estremo scandalo, tra lo sdegno degli Ebrei ortodossi: il Rebbe e Dio, affermano, sono una cosa sola.
Un destino straordinario, quasi inspiegabile col metro delle normali vicende umane; un destino, quello di Menachem Mendel Schneerson (1902-1994), settimo Rebbe della setta Lubavitch – perché di lui stiamo parlando – decisamente unico, o quasi... (cfr. Saul Sadka, «The Lubavitcher Rebbe as a God», Haaretz, 12 febbraio 2007).

domenica 11 febbraio 2007

Il Quaderno di Scienza e Vita: “Né accanimento, né eutanasia” 2

Ovvero il potere medicale (non chiedetemi cosa sia, lo dice il nostro).
Come promesso ecco la seconda (e non ultima) parte: dopo l’introduzione di Lucetta Scaraffia il primo intervento nel Quaderno è di Louis-Vincent Thomas, La gestione del processo di morte.

Partendo dal ben noto principio che la vita vale più della morte, e che il fatto di vivere più a lungo non implica in sé alcuna contraddizione, l’atteggiamento di rifiuto dell’abbandono del paziente costituisce certamente un atto di coraggio. Esso è anche un atto di fede verso la medicina, poiché implica la ferma credenza nell’efficacia delle sue tecniche. D’altronde grazie all’impiego di queste numerosi malati, che sarebbero stati frettolosamente condannati a morte, sono ancora in vita.
Ci sono alcuni passaggi oscuri qua e là. In che modo potrebbe essere contraddittorio il fatto di vivere più a lungo? L’atto di fede verso la medicina mi lascia senza fiato. Passi che sia un modo di dire, ma è proprio infelice. È poi strano che un fan della naturalità (uno degli argomenti preferiti di quanti abbracciano un atteggiamento prudente verso le biotecnologie) si trovi a incensare una incarnazione dell’artificio: la medicina. Medicina che, almeno nella sua versione moderna, anela al metodo sperimentale che poco ha a che spartire con atti di fede e credenze (intese nel senso che usa Thomas).

Anche lui non resiste al monito eugenetico: come non pensare
all’eutanasia eugenetica praticata in nome della razza o degli interessi di Stato[?]
ma c’è di più:
segnaleremo di sfuggita l’eutanasia economica, «arma segreta degli economisti per risolvere i costi della sanità», la quale consiste nel lasciar morire coloro che si salverebbero a prezzo di ingenti investimenti.
Il paragone con l’eugenetica è tanto frequente quanto assurdo (autonomia e scelta “dal basso” vs imposizione e scelta “dall’alto”). Quanto all’arma segreta impugnata dagli economisti sembra un miscuglio di catastrofismo e fantascienza. Tuttavia lo scenario ha una qualche verosimiglianza, ma rientrerebbe nelle conseguenze (senza dubbio condannabili) non necessarie. Sarebbe un orrore morale ma non una caratteristica intrinseca della eventuale legalizzazione della eutanasia.

Thomas poi a bruciapelo dichiara:
Non possiamo non rabbrividire se pensiamo all’iniziativa del medico britannico che poneva la sigla NBR (Not to Be Resuscited)
Se ci si può risparmiare come superfluo il sottolineare la sgradevolezza di trovarsi di fronte ad una simile condizione, i brividi di Thomas sono mal indirizzati. Perché non si pone nemmeno la domanda di come e perché si sia arrivati alla decisione di non essere rianimati.
Perché non v’è cenno al paziente e alla sua volontà o al fatto che fosse una sua scelta, certo drammatica. Farebbe rabbrividire di gran lunga di più se alla tragicità della condizione di salute si aggiungesse il disinteresse per la volontà del paziente.
Possiamo pensare comunque che, per risolvere la difficile equazione durata-qualità della vita, un’assemblea di saggi, esperti e persone interessate da vicino alla questione saprebbe trovare una soluzione misurata, prudente e ragionevole.
Il paziente non è compreso nella commissione di saggi. È difficile trovare un criterio in assenza della bussola della volontà soggettiva.

Parole parole parole

Piero Fassino (Fassino: niente interferenze. Per Rutelli «possibili ritocchi», Libertà, 10 febbraio 2007) ha dichiarato:

«è sbagliato chiedere alla Chiesa di tacere», ma la politica deve fare il suo mestiere «senza subire interferenze».
E speriamo che non siano solo buoni propositi presto barattati con la prudenza. Certo, di fronte a dichiarazioni come quelle di
Rocco Buttiglione che accusa: «Il Dico introduce il principio del divorzio a richiesta copiato forse dal Corano, dove però si chiama ripudio». E Roberto Calderoli della Lega avverte: «In Senato faremo le barricate». Intanto Francesco Cossiga presenta provocatoriamente un disegno di legge per abolire l’incesto e permettere la poligamia
ci teniamo senza fiatare i buoni propositi. E ringraziamo di cuore della concessione.

Sensazioni sbagliate

Marcello Pera: “Caro Silvio, sui valori basta gag da Bagaglino”, la Stampa, 10 febbraio 2007:

(Domanda) Ma non c’è la laicità tra i vostri valori fondanti? Mica vorrà che tutti la pensino come Benedetto XVI...
(Risposta) «La laicità è una conquista, il laicismo un’ideologia perversa. Io mi sento profondamente laico, e non per questo debbo essere per forza a favore dei Pacs, dell’eutanasia o della sperimentazione sulle cellule embrionali. Anzi, credo di essere un liberale proprio perché sono contrario a tutto ciò: il liberalismo è dottrina giudaico-cristiana. Una destra che rompe le righe al momento di scegliere, che è timida sulla difesa dei valori, mostra di essere permeabile al laicismo di sinistra. E sa perché la sinistra, da comunista che era, è diventata laicista?».
Ha bevuto? O sta pensando alle cosce delle signorine del Bagaglino e si è distratto?

Oggi in Portogallo referendum per la depenalizzazione dell’aborto

Quasi nove milioni di portoghesi oggi votano per la depenalizzazione dell’aborto. La vittoria del “Sì” consentirebbe di interrompere una gravidanza fino alla decima settimana e con la sola richiesta della donna.
I cattolici premono per il non raggiungimento del quorum (ricorda qualcosa?). I sondaggi sono dalla parte del successo referendario, complice anche il fatto che voterà un numero consistente di giovani al voto per la prima volta.

Con il Tatarellum di male in peggio

Giovanni Sartori, Il Corriere della Sera, 9 febbraio 2007:

Come rivoteremo alle politiche? Il dibattito già infuria perché sulla riforma del sistema elettorale pende un referendum, il che irrita i partiti. Questa partita, ritengono, ci spetta, è cosa nostra. Il dibattito sarebbe noioso se non fosse innovato e vivacizzato dalle nuove stupidate che ne emergono. Fino a poco fa, toccare il maggioritario era sacrilegio perché era attentare al bipolarismo, perché chi voleva la proporzionale era un subdolo «centrista» atteso a silurare la democrazia dell’alternanza. Poi Berlusconi e Lega ci hanno imposto il Porcellum, che è un sistema proporzionale (sia pure di tipo «porcata»). Dopodiché i più sono diventati proporzionalisti. Ma come? Non vogliamo più il bipolarismo e l’alternanza? No, anzi, li vogliamo sempre più. Ma, se così, cosa è successo? Dicevamo cretinate prima (da maggioritari), oppure le diciamo ora (da proporzionalisti)? Secondo me, sia prima che ora.
Intanto il fatto è che il nostro ministro per le Riforme on. Chiti ha doverosamente fatto il giro delle sette chiese ricavandone che esiste un nuovo consenso. Che non è – figurarsi – su modelli collaudati, ma invece su «un nuovo modello italiano» che deve per forza essere nuovo (visto che i precedenti hanno fatto fiasco), ma che poi tanto nuovo non è. Difatti si ispira al cosiddetto Tatarellum, e cioè al sistema vigente per le elezioni regionali. Ne riassumo gli estremi: 1) rappresentanza proporzionale con elezione diretta del presidente della Regione; 2) divieto di ribaltone: se il presidente cade si deve rivotare; 3) premio di maggioranza alla coalizione vincente. E tanto basta per dichiarare il Tatarellum l’impasto di tutte le assurdità elettorali inventate dal genio italico negli ultimi anni. È un impasto che abbiamo digerito perché si divide per venti (tante quante sono le nostre regioni), e quindi perché funziona, maluccio, su piccola scala. Ma venti «malucci» sommati assieme ci darebbero un inaccettabile «malissimo» a livello nazionale. Prescindiamo dal fatto che per un sistema parlamentare sia l’elezione diretta (sub 1) quanto il divieto di ribaltone (sub 2) appaiono norme incostituzionali che violano il principio della sovranità del Parlamento. Resta che anche la terza proposta proprio non va.
Finché vigeva il Mattarellum le alleanze elettorali non erano tenute a includere cani e gatti. Infatti l’uninominale consentiva accordi reciproci di desistenza: io mi ritiro in questo collegio e tu ti ritiri, in compenso, in quest’altro collegio. Il primo governo Prodi vinse l’elezione con le desistenze concordate con Rifondazione comunista. Poi cadde perché Prodi è un «duro» incapace di flessibilità. Ma allora il centrosinistra continuò a governare proprio perché Bertinotti era sostituibile. Il secondo governo Prodi è caratterizzato, invece, dalla inclusione di tutte le estreme (di sinistra) nel suo governo. Risultato: in passato Prodi avrebbe potuto accettare, volendo, voti esterni alla stessa stregua con la quale accettava il voto esterno di Bertinotti. Ora non più. Ora si è incastrato: gli estremisti li ha in casa. E questo imbottigliamento verrebbe sanzionato dal Tatarellum nazionalizzato. Perché una coalizione con premio di maggioranza obbliga a mettersi in casa tutti coloro che ne dovrebbero essere lasciati fuori. Il problema italiano non è il bipolarismo a livello elettorale ma a livello di governo. È che noi stiamo fabbricando «poli» sempre più eterogenei al loro interno e blindati al loro esterno. L’esatto contrario di quel che dovrebbe essere. E le coalizioni «maggiorate» sono, appunto, il coronamento di questa distorsione.

sabato 10 febbraio 2007

DiCo: il diavolo è nei dettagli

Gianni e Michela stanno per compiere un passo importante: andranno a vivere assieme. Dopo qualche discussione, hanno deciso di non avvalersi dei diritti previsti dalla legge sui DiCo, optando per una completa libertà. Gianni, per la verità, ci è rimasto male: è la parte economicamente più debole della coppia – è traduttore, e lavora sporadicamente, mentre Michela è manager di una piccola azienda – ma svolge molte incombenze domestiche, e pensa che sarebbe giusto ricevere un assegno di mantenimento se le cose finissero male tra lui e la sua convivente; ma non ha avuto il coraggio di affrontare la questione. Quando è il momento di andare a dichiarare la convivenza all’Anagrafe si offre di farlo lui, visto che Michela rimane in ufficio tutto il giorno. D’impulso, però, decide di fare qualcosa di più: come prevede la legge all’art. 1 comma 3, invia una raccomandata con ricevuta di ritorno a Michela. Il postino, lo sa bene, non ha l’obbligo di consegnarla direttamente al destinatario (perfino l’ufficiale giudiziario può lasciare una notifica a un familiare del destinatario, o al portiere o a un vicino, secondo l’art. 139 del Codice di Procedura Civile); e in casa è lui che è sempre presente per ricevere la posta. Quando il postino porta la raccomandata, Gianni firma la ricevuta di ritorno, che gli tornerà indietro il giorno dopo e che nasconderà, mentre distruggerà la raccomandata per Michela. Se le cose andranno storte e se la convivenza sarà durata almeno tre anni, esibirà la sua ricevuta per dimostrare di avere ottemperato alla legge e per esigere gli alimenti da Michela. Domanda: come farà Michela a dimostrare di non aver mai ricevuto la raccomandata? E se invece i due fossero in un primo tempo d’accordo nell’accettare i diritti e i doveri previsti dal DiCo, ma Michela decidesse, dopo una brusca separazione, di non corrispondere più gli alimenti a Gianni, come farà quest’ultimo a dimostrare di aver consegnato la raccomandata, se l’avviso di ricevuta reca la sua firma e non quella di Michela?
Questi casi implicano, naturalmente, la quasi certezza di una causa in tribunale, e di tutto ciò che ne consegue; ma potrebbe anche non andare così. Sandra ha deciso di non avvalersi dei DiCo, e in particolare ha deciso che alla sua morte i suoi beni vadano interamente ai parenti che ne hanno diritto. Ma dopo la sua scomparsa Francesca, la sua compagna, tira fuori la ricevuta di ritorno – magari firmata dal portiere – senza che nessuno possa provare che Sandra non abbia mai avuto in mano la relativa raccomandata.
Forse il caso più sconcertante è questo: Giorgio non è sicuro di che decisione prendere sui DiCo, ma Enzo gli forza la mano inviandogli ugualmente la raccomandata. Giorgio l’ha ricevuta regolarmente, ma decide a questo punto che non vuol sapere nulla di diritti e doveri. Consulta la legge, e scopre che non esiste nessuna norma che gli consenta di sottrarsi: può soltanto chiedere a Enzo di distruggere la sua ricevuta di ritorno, e fidarsi eventualmente della sua assicurazione di averlo fatto.

Sarebbe sorprendente se il demenziale meccanismo della raccomandata sopravvivesse all’esame delle Camere. Se proprio si volesse mantenere lo spirito della legge, si potrebbe forse fare ricorso a uno scambio di attestazioni autografe fra i conviventi, in cui per esempio Gianni comunichi di aver effettuato la registrazione anagrafica, e Michela di aver ricevuto questa comunicazione; ciascuno dei due potrà godere dei diritti previsti della legge esibendo il documento rilasciatogli dall’altro – e pazienza se la macchinosità del tutto verrebbe così ancora aumentata, fino al ridicolo.
E tuttavia, anche questo potrebbe rivelarsi inutile. Spero di sbagliarmi, ma da certi indizi sembrerebbe di capire che in realtà il decreto legge non preveda affatto la possibilità per i partner di sottrarsi agli effetti giuridici che enumera, che interesserebbero quindi automaticamente tutti i conviventi, posto che si possa dimostrare il fatto della convivenza. Il comma 1 dell’art. 1 attribuisce infatti la titolarità di diritti e doveri senza subordinarli a nessuna manifestazione di consenso:

Due persone maggiorenni e capaci, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi, che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale, non legate da vincoli di matrimonio, parentela in linea retta entro il secondo grado, affinità in linea retta entro il secondo grado, adozione, affiliazione, tutela, curatela o amministrazione di sostegno, sono titolari dei diritti, dei doveri e delle facoltà stabiliti dalla presente legge.
E il fatale comma 3 dell’art. 1 recita, a proposito dell’invio della raccomandata:
la mancata comunicazione preclude la possibilità di utilizzare le risultanze anagrafiche a fini probatori ai sensi della presente legge.
Non si dice affatto che i conviventi senza raccomandata sono liberi di fare ciò che loro aggrada; invece, si lascia aperta la possibilità – questa, almeno, è la mia impressione – che altre prove, diverse dalle risultanze anagrafiche, potrebbero obbligare i partner ai reciproci doveri della legge; non a caso, prove di questo genere vengono citate al comma precedente. Si noti anche che l’art. 3, dedicato alle sanzioni per le false dichiarazioni, riguarda chi «chiede l’iscrizione anagrafica in assenza di coabitazione ovvero dichiara falsamente di essere convivente ai sensi della presente legge», ma non chi falsifica la volontà del partner di accedere agli effetti giuridici della legge; come se quella volontà fosse appunto irrilevante ai fini dei DiCo.

Ma, se questo è vero, come si è potuta perpetrare questa enormità giuridica? E in ogni caso, che cosa ha determinato il ricorso al folle meccanismo della raccomandata con ricevuta di ritorno?
Nella bozza che era circolata più o meno riservatamente prima della presentazione ufficiale del disegno di legge, le cose stavano ben diversamente. Al comma 1 dell’art. 1 si leggeva:
Qualora due persone, anche dello stesso sesso, legate da reciproci vincoli affettivi e che convivono stabilmente, intendano avvalersi dei diritti e, conseguentemente adempiere ai doveri individuati dalla presente legge, ne fanno dichiarazione congiunta all’ufficiale dell’anagrafe del Comune dove hanno stabilito la comune residenza, il quale annota la data della dichiarazione e la integra nella scheda anagrafica di cui all’articolo 1 della legge 24 dicembre 1954, n. 1228 ed agli articoli 4, 21 e 33 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.
Cosa è successo fra la redazione della bozza e il completamento del disegno di legge definitivo? È successo quello che tutti sappiamo: che le gerarchie vaticane si sono lamentate:
qualsiasi modello di registrazione, certificazione o attestazione della convivenza, ad esempio di tipo anagrafico, alla quale venisse collegata l’attribuzione di diritti e di doveri dei soggetti che ne fanno parte, sarebbe del tutto gratuita, e finirebbe per riconoscere legalmente una realtà di tipo para-familiare, determinandola anzi come un nuovo status.
Ebbene, tutto ciò che qui si paventa, lo troviamo nella bozza messa abilmente in circolazione per saggiare l’opinione pubblica. È infatti l’articolo 1 a dare subito il là in senso para-matrimoniale al testo. In primo luogo, introduce il “rito” della dichiarazione di convivenza e della conseguente “annotazione” nell’anagrafe comunale e fa discendere da questo passaggio l’attribuzione di diritti e di doveri ai conviventi. Si delinea, insomma, un processo nel quale l’anagrafe diventa lo strumento non di un puro e semplice accertamento, ma dell’attribuzione di uno status giuridicamente rilevante. […]
Un conto è riconoscere alcuni diritti a persone che hanno dato liberamente origine a una situazione di fatto che rimane tale, e tutt’altro è dare a tale condizione una rilevanza giuridica che ne fa, appunto, la fonte di diritti e doveri assai simili a quelli previsti per la famiglia fondata sul matrimonio.
Così sul giornale dei vescovi («Il perché del nostro leale “non possumus”», 6 febbraio 2007). Molti commentatori hanno spiegato i cambiamenti apportati alla bozza con la volontà di cancellare ogni possibile qualità ‘rituale’ del passaggio allo status di conviventi; ma questo elemento, seppur certo presente, non spiega la portata degli stravolgimenti: lo stesso risultato si sarebbe potuto ottenere con la previsione di dichiarazioni anche disgiunte, senza ricorrere al grottesco scambio di raccomandate (nel testo licenziato dal Consiglio dei Ministri la dichiarazione, se resa in coppia, può essere soltanto contestuale, cioè contemporanea, ma questo dipende da motivi tecnici relativi all’impianto della legge su cui non vale la pena di soffermarsi).
Credo che il governo abbia voluto a tutti i costi tener conto del rifiuto del Vaticano di ogni possibile «nuovo status», a favore di «una situazione di fatto che rimane tale». Accettare di far dipendere diritti e doveri previsti dalla legge da una manifestazione di volontà dei conviventi, positiva o anche solo negativa, avrebbe significato creare di fatto una condizione diversa e nuova rispetto alla convivenza normale; ecco perciò che tutte le convivenze si trovano ad avere automaticamente (o comunque in seguito a una semplice comunicazione di un partner all’altro) effetti giuridici.

L’aborto giuridico che è il risultato di questo tentativo di evitare la vendetta politica delle gerarchie, non potrà che essere mutato profondamente dal Senato e dalla Camera. Bisognerà vedere però se i cattolici del centrosinistra che si dicono laici riusciranno ad accettare un testo diverso dall’attuale; gli agenti del Vaticano, per parte loro, non potranno che votare contro. Possiamo solo sperare che – dopo il disastro compiuto – il governo si faccia da parte, e che si ricerchi un’intesa con i volenterosi del centrodestra (Biondi, Moroni, etc.). Nel mentre, la nuova questione cattolica diventa nel nostro paese di giorno in giorno più drammatica.

Merenda

Nell’allevamento di Chengdu (Cina).

Sporco ciccione a chi?

Dare del “ciccione” a uno che in effetti è ciccione non è una offesa. Se a parlare è un medico, si intende. Addirittura sarebbe terapeutico.
A suggerirlo è la decisione della Corte di Cassazione in merito alla condanna del dottor X per ingiuria. La Corte d’Appello di Trieste aveva giudicato offensivi i modi e le parole del suddetto medico nei confronti di Alessandra V.: “Con tutti quei chili di troppo pretende di non avere il mal di schiena. Con lei perdo solo tempo, chi vuole che la guardi, chi vuole che la tocchi, lei deve dimagrire non le è ancora venuto un infarto, ma chi l’ha assunta, ma come può prestare questo servizio … lei è un peso per la società … visitarla è una perdita di soldi per l’Inail” (Ciccione? Se lo dice medico non è offesa, Sky Life, 9 febbraio 2007).

La corte di Cassazione ha stabilito che il medico si è macchiato al più di maleducazione, ma non di un reato penale.
“Un medico – scrive la Quinta sezione penale nella sentenza 4990 – non può porsi il problema dell’offensività della mera constatazione della condizione patologica del paziente”. E ancora : “Per la condanna penale non è sufficiente l’astratta idoneità delle parole a offendere, ma è necessario che esse siano a ciò destinate”.

Condanne penali a parte, le domande che a mio avviso rimangono insoddisfatte sono sostanzialmente due.
La prima è se davvero possa affermarsi che il maltrattamento (in questo caso linguistico) sia terapeutico. Magari per qualcuno sì, ma se a me uno mi dicesse “sporca cicciona” probabilmente mi incarterei ulteriormente e uscita dallo studio medico mi infilerei nel primo bar a ingozzarmi di porcherie.
La seconda è come considerare l’obesità: capriccio o malattia? Dalla vicenda in questione sembra quasi che la patologia sia esclusivamente quanto l’obesità causa (mal di schiena, rischi di problemi circolatori e così via) e non l’obesità stessa. Siamo sicuri che dire ad una anoressica “schifosa scrocchiazeppi” sia un buon modo di aiutarla?

venerdì 9 febbraio 2007

La realtà democratica di Paola Binetti

Paola Binetti (lo sapete chi è) su i DiCo (io fatico anche solo a scriverlo “DiCo”) dice (perdonate il disguido linguistico) che sono:

il miglior risultato che si poteva trovare in questo momento storico e con questa maggioranza così variegata. Bisogna prendere atto che questa è la realtà democratica.
Cara, cara, Binetti. La realtà democratica. A forza di studiare l’ave maria ha trascurato la filosofia politica, il diritto costituzionale e il buon senso.
La realtà democratica.
Forse che non esistono limiti alla realtà democratica?, avrebbe domandato mia nonna. Oppure si può contrattare e votare su tutto?
Una bella riunione di condominio sulla schiavitù: se i condomini a maggioranza votano “sì”, è fatta. Ristabiliamo la schiavitù! Ma sì. È la realtà democratica. La bellezza del voto popolare, il fascino civico. L’attrattiva del potere del voto.
Anche i fautori del pensiero liberale (quelli genuini, non gli usurpatori viventi) ponevano dei limiti solidi alle materie su cui non si poteva transigere: diritti. Parola desueta, e scomoda per Binetti travolta dalla passione per l’eternità e il perdono divino.
Benjamin Constant diceva che calpestare anche i diritti di un solo individuo è intollerabile. E che uno Stato che si macchia di un simile errore diventa illegittimo e dispotico.

Anche l’estetica non è il suo forte. Ha detto che avrebbe preferito:
si chiamassero ‘Didoco’, per evitare che si ponga l’accento più sui diritti che sui doveri delle coppie conviventi.
Chi ha altre proposte? Io direi ‘PreCuCo’ (= Presa per il Culo dei Conviventi).

Le parole di Giovanni Nuvoli

Ha 53 anni, è alto un metro e 85 e pesa 20 chili. Da sette anni è consumato da una malattia impietosa.
Queste sono le sue parole.

Se l’embrione non può essere manipolato dall’uomo, perchè allora l’uomo adulto può essere manipolato dagli uomini?
Sono stato sentito da voi [Paolo Piras, Sostituto procuratore, Bruno Zanaroli, direttore generale della Asl, e Demetrio Vidili, primario di Rianimazione, il reparto dell’ospedale civile in cui si trova] sulla mia richiesta, che rispetterebbe il mio diritto sancito dall’articolo 32. Ma è trascorso un mese, e ho comunque delle osservazioni da fare.
In quell’occasione, il 4 gennaio, mi fu pronosticata una morte entro pochi giorni se avessi rifiutato i farmaci contro le infezioni. È passato un mese, le infezioni ci sono e la somministrazione è stata sospesa: ma io sono vivo, se vita si può chiamare questa mia permanenza in un involucro che non riconosco più come il mio corpo.
Questo accanimento nel tenermi in vita mi sembra assurdo, ipocrita, inutile. E antieconomico, anche da un punto di vista cattolico, se si pensa al rifiuto di ulteriori interventi sanitari da parte di Papa Wojtyla, quando chiese “lasciatemi morire”. Ma lui verrà fatto santo, io no.
Alla luce di come si è concluso il caso Welby e di come l’Ordine dei Medici ha giudicato l’operato di Mario Riccio, ho chiesto al primario Demetrio Vidili un intervento dello stesso tipo: interruzione di ogni terapia. Mi ha risposto che lui non è un assassino.
[Chi mi uccide] non sarebbe il medico, ma la sclerosi laterale amiotrofica: lei, come tutti i medici consapevoli di non essere padreterni, deve saper accettare la morte. Non come sconfitta professionale, ma come fatto naturale.

Siamo tutti Giovanni Nuvoli

Riporto il comunicato stampa di Giampiero Muroni, segretario di Azione Radicale, su un ennesimo caso scomodo e di fronte al quale è più confortevole girarsi dall’altra parte. Rimandare.

La vicenda di Giovanni Nuvoli, l’uomo malato di sclerosi laterale amiotrofica ricoverato a Sassari, che ha chiesto di poter essere aiutato a morire, riporta in primo piano, in maniera drammatica, il tema delle scelte di fine vita a meno di due mesi dalla morte di Piergiorgio Welby e a un anno esatto da quella di Luca Coscioni.
Purtroppo le parole delle massime cariche dello Stato – il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e della Corte di Cassazione Gaetano Nicastro – che chiedevano al Parlamento una decisione in tempi stretti sull’argomento, sono rimaste ancora senza risposta: evidentemente i tempi della politica sono infinitamente lontani da quelli della vita reale dei cittadini.

Siamo vicini alla disperata richiesta di un’uscita dignitosa dalla prigione della malattia e della sofferenza avanzata da Giovanni Nuvoli e disponibili a offrire a lui e alla sua famiglia tutto il sostegno per la loro battaglia di libertà che sentiamo anche nostra, anche attraverso l’associazione che di Luca Coscioni porta il nome.
Non possiamo accettare che le scelte e le decisioni così sofferte sulla propria persona incontrino al più la pietà di chi è stato più fortunato o l’indifferenza ed il fatalismo di chi, sulla pelle altrui, è capace solo di dire ciò che si deve o non si deve fare in base a precetti “morali” imposti e non condivisi.
Siamo tutti temporaneamente sani; siamo tutti precariamente vivi.
Siamo tutti – se ci è consentito, con il più grande rispetto – Giovanni Nuvoli.
Giovanni Nuvoli ha 53 anni, vive ad Alghero, è devastato dalla Sla e ricoverato in Rianimazione. Ha chiesto di morire:
Sono ancora vivo, ma si può chiamare vita questa mia permanenza in un involucro che non assomiglia e non riconosco più come il mio corpo, alimentato, evacuato e ossigenato attraverso macchine che mi sono altrettanto estranee. Per questo rivolgo un appello a ogni medico anestesista italiano onesto e coraggioso di intervenire fattivamente nella mia situazione, così come ha fatto il dottor Mario Riccio nei riguardi di Piergiorgio Welby.
(«Fatemi morire come avete fatto con Welby», l’Espresso local, 8 febbraio 2007)

Dogmatismo etico

Dalle Ultimissime dello UAAR Michele Serra e il relativismo etico:

Quando il professor Buttiglione, o chi per lui, insiste nel denunciare i guasti del relativismo etico, omette di aggiungere che il contrario di relativismo è il dogmatismo. E omette di considerare che ogni etica “relativistica”, pur producendo non di rado disordine e solitudine, non produce però oppressione. Al contrario delle etiche dogmatiche o granitiche, il cui destino è confortare le certezze di chi le possiede, e tormentare e opprimere tutti gli altri, pretendendo di farli vivere e agire dentro le certezze altrui. Le etiche dogmatiche sono dunque, a conti fatti, terribilmente egoistiche. Chi le possiede gode, si sente depositario di verità e di giustizia. Ma chi non le possiede è costretto a subirle, e come accade proprio adesso a milioni di italiani si sente in ostaggio di una morale così indifferente alla libertà degli altri da considerarla un errore, o una bestemmia, o addirittura un oltraggio alla “società naturale”, che sarebbe poi quella stabilita dalla piccola comunità dei vescovi cattolici.
Il comportamento della Chiesa ratzingeriana è, in questo senso, oppressivo e offensivo. Da relativista etico, l’unica certezza che mi sorregge è non volere e non sapere imporre la mia condotta di vita al professor Buttiglione. Lui non può dire altrettanto.
Niente da aggiungere.

Il miglioramento è degradante?

Ronald Bailey commenta una recentissima conferenza di Leon Kass, l’ex presidente del Comitato americano di bioetica, intitolata «Defending Human Dignity» («On Human Dignity», Reason, 9 febbraio 2007). Per Kass il pericolo maggiore che minaccia la dignità umana è l’aspirazione a migliorarla per mezzo delle nuove tecnolgie biomediche; ma Bailey non è d’accordo:

Kass fears that the biotechnological quest to satisfy “venerable human desires” will lead to humanity’s self-degradation, that it will cause us to lower our own dignity. In our attempt to become more than human we will end up less than human. Kass cited Aldous Huxley’s Brave New World as an example of human degradation. And he is right. The fictional inhabitants of Brave New World are degraded. But they are not degraded because of biotechnology or because of their voluntary choices. No, they are degraded because they are ruled by a totalitarian elite that abuses technology to stunt their bodies, their minds and their moral capacities. Tragically, the Epsilons, Gammas, Deltas, Betas and even the Alphas are not superhuman or transhuman, but subhuman. Surely the salient lesson we learn from Brave New World is that we must guard against tyranny, not against technological progress.

Turismo matrimoniale

Dopo il turismo procreativo intensificato dalla legge 40, si comincerà a parlare di turismo matrimoniale.
Vogliamo avviare un database per precorrere i tempi?
Io ho già dichiarato la mia destinazione.

DiCo’s mother

Ve la ricordate? Certo che sì. Ebbene, è terribilmente somigliante ai 14 articoli dei DiCo (esiste acronimo più ridicolo?).
Sembra un testo normativo che dovrebbe tutelare i diritti delle persone conviventi e tutto il resto, invece è una mummia, una caricatura di un organismo vivente. Un impostore che indossa gli abiti di qualcun altro
Al cinema funziona, i colpi di scena sono assicurati, la sorpresa innegabile.
Ma in tema di diritti è un disastro. Scimmiottare il riconoscimento dei diritti è imperdonabile. E vergognoso.
A proposito, mi rifiuto di aggiungere l’etichetta DiCo. Continuo a chiamarli diritti civili o per semplificare Pacs. Ma DiCo, no, DiCo mi rifiuto.

Sconvolgente novità

ARTICOLO 4 (Assistenza per malattia o ricovero)

1. Le strutture ospedaliere e di assistenza pubbliche e private disciplinano le modalità di esercizio del diritto di accesso del convivente per fini di visita e di assistenza nel caso di malattia o ricovero dell’altro convivente.

giovedì 8 febbraio 2007

Abbozziamo?

Il testo della bozza sui conviventi uscita questo pomeriggio dal Consiglio dei Ministri è disponibile sul sito della Stampa. Nove anni per concorrere all’eredità del convivente defunto; per i termini della pensione di reversibilità, a quanto capisco, si è rimandata ogni decisione a un riordino della normativa. Surreale la comunicazione a mezzo raccomandata (con ricevuta di ritorno...) al partner per informarlo che lo si è iscritto all’anagrafe come proprio convivente.

Un nuovo negazionismo

A Vittorio Messori, che nega o minimizza che ci sia mai stato uno sterminio dei Catari ad opera degli eserciti cristiani (e se c’è stato, afferma, è avvenuto per colpa delle vittime: «Una “Lega anticalunnia” in difesa dei cattolici», Corriere della Sera, 31 gennaio 2007, p. 41), risponde ora Francesco Zambon («Il vero massacro dei Catari», La Repubblica, 7 febbraio 2007, p. 50), enumerando gli svarioni e le falsificazioni di Messori (o delle sue fonti). Come quel monaco, cronista di uno dei massacri, che per Messori scriveva sessant’anni dopo i fatti: il che, se fosse vero, significherebbe che scriveva dall’aldilà, perché era morto trent’anni prima...

Idiota dice il test


Confesso la mia ignoranza in poesia. E prima di ieri sera (mi vergogno un po’) non conoscevo l’esistenza di Davide Rondoni, illustre nostrano poeta.
Nella mia meschinità tento di rimediare alla voragine di imperizia e lo cerco su Google. Ecco il suo sito. E le sue lucenti parole poetiche calmano il mio animo esacerbato. Scegliere la più bella è un’ardua impresa. Ogni scelta è una rinuncia, ogni scelta è un tradimento verso il non scelto.
Magari potremmo fare una rubrica permanente. E allora questa sarà soltanto la prima poesia, e non la prescelta a detrimento delle altre.

Scopro anche che non solo è poeta, ma saggista, narratore, teatrante. E molto altro ce lo racconta lui in “Per presentarmi”.
Della nonna Bruna dice “gran madre” (vabbeh, è un poeta, usa francesismi). E poi: “Ho iniziato a scrivere poesie a 8 anni. Non mi sono ancora fermato”.
“Era inverno, venne il primo verso: ‘Ecco arriva l’inverno/ i bambini accendono il termo’. Grande”. (Se lo dice da solo. È un poeta.)
“Ora la mia casa è a Bologna, città bella e difficile, autoritaria come una cicciona non più brillante e non più molto tonica. Ma bella, comunque. Giro molto, anche lontano. Se è ‘molto lontano’ prendo l’aereo. Ma faccio molti chilometri in automobile.
Un filologo o un critico di professione forse potrebbe tirare richiami intratestuali. Io ho continuato a tirare il fiato da non so dove, da quale pozza buia di aria gratis”.

Ma bando alle chiacchiere, ecco la poesia.

Incinta dice il test
Non chiamarlo, si dilegua
nella sua incoscienza paterna
è già una parte del tuo ricordo
svanisce come l’odore di bruciato,
un fetore, un conato di vomito,
la cena indigesta, è già una ruga
sul tuo volto, coperta
da uno strato di trucco.

È un gonfiore
che ha profusione di vento,
inebria come una cantilena
che ti addormenta e ti culla nel sonno.
Mio amante traditore e pieno di promesse,
la sua impostura ha segnato il cuore,
amara rimembranza di una
incontro fugace. La felicità
è il passato, la ripiega all’incubazione.

La versione vera è qui dopo Bartolomeo e Adieu II (non ho ancora deciso quale faccia più schifo tra le due versioni; il fatto che il Poeta si prenda sul serio va a suo svantaggio...)

Invece quella dell’inverno/termo era proprio sua.

(Per la fotocomposizione grazie ad Alessandro Capriccioli)

Rassegnazione bioetica

Ho capito, non se ne esce.
Vado a sposarmi a Las Vegas.
Faccio la maternità surrogata a San Francisco.
Prenoto il suicidio assistito in Oregon.
E passo i prossimi anni in un coffee shop ad Amsterdam.

Buona fortuna a chi rimane in Italia.

Competenze

Fecondazione: Turco, non mi compete e non modificherò legge 40, Roma, 7 feb. (Adnkronos Salute):

“Non modificherò la legge sulla fecondazione assistita. Non mi compete, non è nel programma di Governo”. Lo ribadisce, con “molta franchezza”, il ministro della Salute Livia Turco, nel corso della videochat sul portale del quotidiano ‘L’Unità’, rispondendo a diverse domande sulle difficoltà incontrate nel nostro Paese per sottoporsi alle tecniche di fecondazione assistita.

Notizie ambigue e falsità scientifiche

La pubblicazione di Climate Change 2007: The Physical Science Basis. Summary for Policymakers, il sommario del prossimo rapporto sulle modificazioni climatiche dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), sta provocando reazioni a non finire. Sul Giornale di ieri, per esempio, Franco Battaglia, docente di Principi di Chimica per l’Ambiente all’Università di Modena e Reggio, cerca di seminare un po’ di dubbi nella mente dei lettori («Notizie false e ambiguità scientifiche», 7 febbraio 2007, p. 14). Dopo una lunga disquisizione sulle «ambiguità» del rapporto, Battaglia propone «tre semplici (ancora inevase) domande» ai «burocrati» dell’IPCC (chissà perché proprio a loro, visto che i rapporti sono scritti da scienziati, non da funzionari):

Come spiegano che quelli dal 1940 al 1975 sono stati anni di alacre attività umana ma in cui la temperatura media globale diminuiva? Come spiegano che dal 1998 la temperatura media globale ha smesso di crescere? Il fatto che nell’anno successivo alla fantastica eruzione del Pinatubo, nelle Filippine (1991), la temperatura media globale è diminuita di 0,5 gradi (confermato sia dalle misure che dai modelli), si ebbe cioè in un solo anno una variazione naturale pari alla variazione «antropogenica» registrata in 150 anni, non è la prova provata che le oscillazioni antropogeniche, ove presenti, sono ben nascoste da quelle naturali?
Proviamo a dare tre semplici risposte:
  1. L’alacrità delle attività umane tende a intensificarsi nel tempo. Di tutta l’anidride carbonica di origine antropica finita nell’atmosfera a partire dall’inizio della Rivoluzione industriale, circa la metà è stata emessa dalla metà degli anni settanta ad oggi: in trent’anni abbiamo prodotto tanta CO2 quanto i nostri predecessori in duecentotrenta. Ma non basta: è cambiato anche il modo di produrla. Dall’uso massiccio del carbone per la produzione di energia e per il riscaldamento domestico siamo passati a un uso sempre maggiore di petrolio e di gas naturale. Ora, la combustione del carbone produce, oltre all’anidride carbonica, anche solfati: sostanze che riflettono la luce del sole, provocando un raffreddamento relativo. Petrolio e gas naturale ne emettono di meno: lo sforzo per ridurre le emissioni di questi inquinanti (che causano tra l’altro le piogge acide) potrebbe paradossalmente aver contribuito al riscaldamento globale. (Potrebbe esserci anche un’altra causa umana per il leggero raffreddamento registrato a partire dal 1940: la II Guerra Mondiale. Gli incendi causati dai massicci bombardamenti potrebbero aver lanciato nell’atmosfera grandi quantità di fumo, le cui particelle tendono a schermare la superficie dai raggi solari.)
  2. A dire il vero, l’anno più caldo, secondo i dati della Nasa, sarebbe stato il 2005, quindi l’affermazione di Battaglia è fattualmente errata (anche se la differenza rispetto al 1998 è minima). Ma a parte questo, bisogna sempre ricordare che la dinamica del clima è complessa, influenzata com’è da centinaia di fattori diversi, che possono determinare momentanei alti e bassi, senza per questo mutare l’andamento di fondo: basta un’occhiata a un grafico della temperatura media globale per rendersi conto della cosa. Il più forte di questi fattori è forse El Niño, un aumento ricorrente della temperatura dell’Oceano Pacifico che influenza il clima globale. El Niño ha toccato un massimo proprio nel 1998, mentre nel 2005, significativamente, non era presente. A proposito, dopo il 2005 e il 1998, quali sono stati gli anni più caldi da quando esistono misurazioni affidabili? Eccoli, sempre secondo la Nasa (in ordine decrescente): il 2002, il 2003, il 2006, il 2004 e il 2001. Strano che questo non dica nulla a Battaglia...
  3. Infine, che la temperatura media globale sia diminuita nel 1992 in seguito all’eruzione del Pinatubo (la colpa è sempre dei solfati, questa volta di origine naturale) non è affatto «la prova provata che le oscillazioni antropogeniche, ove presenti, sono ben nascoste da quelle naturali», ma solo – come dovrebbe essere ovvio – la prova che gli andamenti climatici generati dall’uomo possono essere nascosti per un anno o due da un’oscillazione naturale, per poi riprendere implacabili.
Si dirà: possibile che un docente universitario di chimica ignori questi dati di fatto, notissimi e comunque accessibili facilmente a chiunque, e le semplici deduzioni che se ne possono trarre? Non saprei che rispondere; ma, ricordando un suo intervento a Otto e Mezzo («Allarmi sullo stato del pianeta», La7, 3 novembre 2006), in cui affermava che «Ci sono stati grandi mali dell’umanità: c’è stato il fascismo, il nazismo e l’ambientalismo!», e che l’anidride carbonica non fa male, visto che è contenuta anche in molte bevande, posso dire di non essere affatto sorpreso...

mercoledì 7 febbraio 2007

Non possumus

Io non parlo tanto latino. Per una volta che è stata ironica non si può infierire. Però lo capisce anche un analfabeta il significato della dichiarazione.

lunedì 5 febbraio 2007

Progetti di convivenza

I progetti di legge presentati nel corso di questa legislatura sui patti di solidarietà, le unioni civili e le unioni di fatto sono già molti: per un elenco completo si può interrogare l’apposito motore di ricerca del Senato (che si usa anche per i disegni di legge presentati alla Camera), digitando conviventi nella casella «Ricerca per classificazione (Sistema TESEO)». Dei progetti già assegnati a una commissione è disponibile anche il testo, e di questi dò qui l’elenco:

C. 33
On. Franco Grillini (Ulivo) e altri
Disciplina del patto civile di solidarietà

C. 580
On. Franco Grillini (Ulivo)
Disciplina dell’unione civile

C. 1155
On. Enrico Buemi (Rnp)
Disciplina delle unioni di fatto

C. 1246
On. Daniele Capezzone (Rnp) e altri
Modifiche al codice civile e altre disposizioni in materia di unione civile

C. 1562
On. Titti De Simone (RC-SE) e altri
Norme in materia di unione registrata, di unione civile, di convivenza di fatto, di adozione e di uguaglianza giuridica tra i coniugi

C. 1563
On. Titti De Simone (RC-SE) e altri
Disciplina delle unioni civili

C. 1730
On. Dario Rivolta (FI) e altri
Disciplina del contratto di convivenza

S. 18
Sen. Vittoria Franco (Ulivo) e altri
Norme sul riconoscimento giuridico delle unioni civili

S. 62
Sen. Luigi Malabarba (RC-SE)Norme in materia di unione registrata, di unione civile, di convivenza di fatto, di adozione e di uguaglianza giuridica tra i coniugi

S. 472
Sen. Natale Ripamonti (IU-Verdi-Com)
Disposizioni in materia di unioni civili

S. 481
Sen. Gianpaolo Silvestri (IU-Verdi-Com) e altri
Disciplina del patto civile di solidarietà

S. 589
Sen. Alfredo Biondi (FI)
Disciplina del contratto d’unione solidale

S. 1208
Sen. Maria Luisa Boccia (RC-SE) e altri
Normativa sulle unioni civili e sulle unioni di mutuo aiuto

S. 1224
Sen. Roberto Manzione (Ulivo)
Disciplina del patto di solidarietà

S. 1225
Sen. Giovanni Russo Spena (RC-SE) e altri
Norme in materia di unione registrata, di unione civile, di convivenza di fatto, di adozione e di uguaglianza giuridica tra i coniugi

S. 1227
Sen. Giovanni Russo Spena (RC-SE) e altri
Disciplina delle unioni civili

Alcuni di questi disegni di legge sono nettamente migliori della misera bozza governativa che circola in questi giorni; spero di tornarci su fra poco.

Indovina chi viene a cena?

Il testo di legge governativo sui Pacs non ci piace, l’abbiamo detto fino alla noia. Non risponde alle esigenze e alle aspettative delle coppie di fatto, sia dal punto di vista del riconoscimento di diritti che spettano al cittadino secondo le norme costituzionali, sia sotto il profilo della dignità sociale e civile che deve essere riconosciuta a questo tipo di unione.

Che fare?

Protestare. Non rassegnarci.
Far sentire le voci di dissenso, non accettare il silenzio.

Chiediamo a tutti quelli che sono d’accordo di:
Unire la vostra voce alla nostra.
Contattare persone o associazioni che potrebbero partecipare alla protesta.
Farci sapere al più presto l’eventuale adesione nominale o in carne ed ossa alla Conferenza Stampa che stiamo organizzando e di cui vi daremo al più presto informazioni (nei commenti o inviandoci una mail).

Aggiorneremo questo post con le adesioni e le informazioni sulla Conferenza Stampa.

Approffitiamo anche per segnalare la Manifestazione nazionale sulle unioni civili del prossimo 10 marzo (a Roma, Piazza Farnese).
Anche su questa iniziativa forniremo ulteriori informazioni.


Aggiornamento 1

Ringraziamo per le adesioni:
Stefano Beretta
Maurizio Colucci
Aurelio Mancuso
Luigi Castaldi
Andreas Martini
Morgan Palmas
Raffaele Carcano
Ludivica Mazza
Davide Montanari
Egizia Mondini
Camilla Giunti
Silvana Prosperi
Annamaria Abbate
Pasquale Quaranta
Massimo Rivetta
Leilani
Marco Zamparini
Luca Schenato
Alessandro Capriccioli
Roberto Brigati
Raffaele Prodomo


Sostengono l’iniziativa:
UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti)
LIFF (Lega Italiana Famiglie di Fatto)
Associazione Amica Cicogna Onlus
No God
Consulta di Bioetica

domenica 4 febbraio 2007

Pacs: automobili progettate per non durare

Nella sezione Famiglia di Avvenire trovo l’ennesima invettiva sui Pacs, sebbene si chiami “obiezione” (L’obiezione. Lo Stato protegga i legami stabili, 26 gennaio 2007, di Giacomo Samek Lodovici).
Ogni parola è incantevole, ma il passaggio che mi seduce è:

Il matrimonio è una forma di relazione che ha un valore pubblico e il diritto riconosce che l’unione familiare ha un significato sociale, in quanto, anche se i coniugi si amassero poco, assicura la continuazione di una società e la migliore protezione dei figli.
Cercando qua e là “Giacomo Samek Lodovici” mi imbatto in un articolo meritorio di attenzione, pubblicato dal nostro con il titolo No ai Pacs, in nome della laicità, su Il Timone in data 11 dicembre 2006.
Poi non dite che non ci aveva messo in guardia.
L’articolo inizia con un “Dunque, (virgola)” che mi fa venire in mente tutte le buone regole di scrittura che i tanti insegnanti hanno provato a inculcarci nel corso degli anni – evidentemente senza successo.
Ma il fallimento pedagogico si dimentica presto.
Samek Lodovici (posso chiamarti “Giacomo” che è più facile?) inizia dalla fine. Rovinerebbe un romanzo giallo anticipando il finale; ma qui si scrive di questioni serie e non di maggiordomi assassini. Perciò Giacomo ti avverte subito che quanto deve dimostrare è il rifiuto di
una qualsiasi equiparazione tra il matrimonio e queste forme di unione. Non è una questione di fede, basta essere “laici” per sostenerlo.
Infatti, lo Stato deve incentivare quelle forme di vita che contribuiscono al bene comune ed il maggior contributo consiste nella procreazione e nell’educazione dei figli, che assicurano la sopravvivenza di una società. Ora, il contesto più propizio per la nascita, la crescita e l’educazione di un uomo è una relazione interpersonale stabile.
Oh, oh. Quante sicurezze apodittiche! Quante verità indiscutibili!
Giacomo poi si affida agli studi per dimostrare che i non sposati sono fedifraghi e infedeli. Trascuro per ora gli studi citati da Giacomo e tutti gli altri studi che non ha citato perché sono attratta da un altro argomento: le unioni omosessuali.
Venendo alle unioni omosessuali, esse non possono contribuire alla continuazione della società mediante la procreazione. Possono farlo adottando dei bambini? Ciò vorrebbe dire quanto meno, privare volutamente dei bambini della figura paterna/materna. I dati finora a disposizione indicano che i bambini affidati a queste coppie hanno una propensione molto più alta a soffrire di disturbi psicologici, ad avere poca autostima, alla tossicodipendenza e ad autolesionarsi, almeno per i seguenti tre motivi. Primo: l’assenza della figura materna/paterna. Secondo: la fragilità dei rapporti omosessuali, molto più brevi dei matrimoni, con o senza figli. D. McWirther e A. Mattison, due ricercatori gay, hanno esaminato 156 coppie omosessuali: solo 7 di queste avevano avuto una relazione esclusiva, ma nessuna era durata più di 5 anni. Inoltre, un’indagine su 150 omosessuali ha mostrato che il 65% già a 40 anni aveva avuto più di 100 partner. Terzo: da altre ricerche si vede che gli omosessuali hanno una probabilità superiore di soffrire di problemi psicologici.
Esilarante la postilla, buttata lì con noncuranza da Giacomo, ai due ricercatori (sono gay, non potete sospettarli di inquinare i risultati). Ma soprattutto le inferenze di Giacomo dai dati presenti in The Male Couple (pubblicato nel 1984 e relativi a coppie di San Diego): non sei un buon genitore se hai molti rapporti omosessuali e se non hai un rapporto esclusivo; non sei un buon genitore se hai la sfiga di essere da solo (perché sei vedovo o perché sei stato mollato); non sei un buon genitore se hai un rapporto fragile; non sei un buon genitore se soffri di disturbi psicologici.
Risultato: sono proprio pochi i buoni genitori (ovvero quelli che non hanno nessuna delle quattro piaghe suddette).
Non so a quali studi si riferisce Giacomo per affermare che “i bambini affidati a queste coppie hanno una propensione molto più alta a soffrire di disturbi psicologici, ad avere poca autostima, alla tossicodipendenza e ad autolesionarsi”. Ma esistono studi che affermano il contrario di quanto Giacomo dice. Per fare solo un esempio, (How) Does the Sexual Orientation of Parents Matter?, 2001, Judith Stacey e Timothy J. Biblarz, “American Sociological Review”, 2001, Vol. 66, pp. 59-183.
Ma è necessario leggere con attenzione studi e numeri. Altrimenti si inciampa in qualche inferenza affrettata...
Giacomo chiude con una metafora strabiliante e un monito terrorizzante. In mezzo una ulteriore dimostrazione della fallacia dei Pacs addirittura proveniente dalla Antropologia Culturale. Però.
I matrimoni sono come automobili progettate per funzionare per tutta la vita e possono rompersi, ma gli altri tipi di unione sono come automobili progettate per funzionare solo per un certo periodo, dopo il quale si rompono quasi sempre: il vincolo giuridico matrimoniale ed il diverso atteggiamento dei coniugi rafforzano l’impegno.
Ancora, l’antropologia culturale mostra che la ritualizzazione (per esempio la cerimonia nuziale) di un impegno accresce la capacità di rispettarlo.
Infine, i coniugi assumono i doveri di coabitazione, di curarsi reciprocamente, di contribuire ai bisogni della famiglia, di versare gli alimenti in caso di separazione o divorzio, ecc. Se il governo attribuirà ai conviventi i diritti dei coniugi, ma non gli stessi doveri, i coniugi saranno discriminati.

Ma allora è un vizio, professor Sermonti!

Qualche mese fa avevamo colto Giuseppe Sermonti, il più noto degli anti-evoluzionisti italiani, nell’atto di contraffare sul Foglio una citazione di Albert Einstein, per far credere che il padre della Relatività fosse un nemico di Darwin. Adesso il professor Sermonti ci riprova, sempre sul Foglio («L’evoluzionismo s’è fatto dottrina dogmatica e Darwin è il suo profeta», 30 gennaio 2007, p. 2); e ci riprova non solo perché riporta nuovamente la stessa citazione einsteiniana taroccata, ma perché si esibisce in una nuova alterazione dei testi, questa volta direttamente a danno di Charles Darwin, come stiamo per vedere.

Più che il danno che la via distorta aperta da Darwin ha recato alla scienza, preoccupa il detrimento morale e culturale che esso ha arrecato e arreca al mondo. In un’epoca in cui il male della terra è identificato con la persecuzione razziale, che è considerata il simbolo del male, è decente che la nostra filosofia e la nostra economia (e l’educazione dei nostri figli) siano fondate sul principio infame della sopraffazione del debole da parte del più forte, del “might is right”? E non si dica che questa è una mia interpretazione malevola del pensiero darwiniano. Queste parole, che cito con raccapriccio, sono di Charles Darwin, nella sua “Origine dell’Uomo”: “Tra tutti gli uomini ci deve essere lotta aperta; e non si deve impedire con leggi e costumi ai migliori di avere successo e di allevare il maggior numero di figli. Tra qualche tempo a venire, non molto lontano se misurato nei secoli, è quasi certo che le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge”. Questa non era una prospettiva da scongiurare, ma un preciso auspicio. Era l’unico modo per l’uomo di evolversi, secondo i canoni della teoria della selezione naturale, l’unico modo per aumentare la distanza tra i gentiluomini anglosassoni e gli scimmioni africani.
A leggere la citazione di Darwin riportata tra virgolette non si può, in effetti, che provare raccapriccio: sembra proprio che il grande scienziato stia augurandosi una lotta all’ultimo sangue tra le razze umane, il cui esito finale sarebbe lo sterminio delle meno «civili».
Quando però si va a cercare la citazione nell’edizione originale (The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex, 2 vols., London, Murray, 1871), ecco che si fa una scoperta, che non definiremo sorprendente solo perché conosciamo già i precedenti sermontiani: quella che Sermonti riporta come un’unica, lunga frase, è composta in realtà di due citazioni prese da luoghi differenti del libro e accostate ad arte, per far dire loro cose che nell’originale non dicevano.

Cominciamo dalla prima parte. Vol. II, p. 403:
tutti coloro che non sono in grado di evitare la povertà più abietta per i propri figli dovrebbero astenersi dal matrimonio; perché la povertà non costituisce soltanto un grande male, ma tende ad auto-incrementarsi, portando all’irresponsabilità nel matrimonio. D’altra parte, come ha fatto notare Galton, se i prudenti evitano il matrimonio mentre gli irresponsabili si sposano, i membri inferiori della società tenderanno a soppiantare i migliori. L’uomo, come ogni altro animale, ha senza dubbio raggiunto la sua attuale elevata condizione attraverso una lotta per l’esistenza che ha fatto seguito alla sua rapida crescita demografica; e se vuole progredire ancora di più deve rimanere soggetto a una competizione severa. Altrimenti scivolerebbe presto nell’indolenza, e gli esseri umani più altamente dotati non godrebbero di maggior successo nella lotta per la vita dei meno dotati. Per questa ragione il nostro tasso di incremento naturale, benché causa di molti ed evidenti mali, non dovrebbe in alcun modo diminuire eccessivamente. Tra tutti gli uomini ci dovrebbe essere un’aperta competizione; e non si dovrebbe impedire con leggi e costumi ai più abili di avere successo e di allevare il maggior numero di figli.
Nell’originale:
all ought to refrain from marriage who cannot avoid abject poverty for their children; for poverty is not only a great evil, but tends to its own increase by leading to recklessness in marriage. On the other hand, as Mr. Galton has remarked, if the prudent avoid marriage, whilst the reckless marry, the inferior members will tend to supplant the better members of society. Man, like every other animal, has no doubt advanced to his present high condition through a struggle for existence consequent on his rapid multiplication; and if he is to advance still higher he must remain subject to a severe struggle. Otherwise he would soon sink into indolence, and the more highly-gifted men would not be more successful in the battle of life than the less gifted. Hence our natural rate of increase, though leading to many and obvious evils, must not be greatly diminished by any means. There should be open competition for all men; and the most able should not be prevented by laws or customs from succeeding best and rearing the largest number of offspring.
La gara o competizione di cui Darwin sta parlando è, come si comprende dal contesto, quella a chi ha il numero maggiore di figli. Nell’Inghilterra vittoriana la povertà era cosa ben diversa da quella attuale, e i timori che i poveri moltiplicandosi disordinatamente riuscissero a peggiorare ancora di più la loro condizione e a mettere a repentaglio l’intera società si possono dire esagerati solo col senno di poi. Certo, la retorica della lotta per l’esistenza applicata agli esseri umani ci colpisce negativamente; eppure, ancor oggi udiamo allarmi molto simili, per esempio sul sorpasso demografico dei prolifici immigrati musulmani a danno degli occidentali che li ospitano; timori espressi in particolare dai giornali su cui il professor Sermonti scrive di preferenza, senza che la cosa sembri scandalizzarlo minimamente...
D’accordo, si dirà; ma non sono comunque queste preoccupazioni l’indizio, in Darwin, di una fredda mentalità eugenica, per la quale i forti dovrebbero sopraffare i deboli? Non proprio. Vediamo cosa scrive nella stessa Descent of Man (vol. I, pp. 168-69):
L’aiuto che ci sentiamo costretti a dare ai bisognosi è in larga parte un risultato accidentale dell’istinto della simpatia, che è stato acquisito in origine come parte degli istinti sociali, ma reso in seguito […] più delicato e più ampiamente diffuso. Né potremmo controllare la nostra simpatia, se la fredda ragione ci spronasse a farlo, senza un deterioramento della parte più nobile della nostra natura. Il chirurgo può indurire se stesso mentre compie un’operazione, perché sa che sta agendo per il bene del suo paziente; ma se noi dovessimo intenzionalmente trascurare il debole e il bisognoso, ciò sarebbe solo a favore di un beneficio passeggero, accompagnato immediatamente da un male certo ed ingente.
Nell’originale:
The aid which we feel impelled to give to the helpless is mainly an incidental result of the instinct of sympathy, which was originally acquired as part of the social instincts, but subsequently rendered […] more tender and more widely diffused. Nor could we check our sympathy, if so urged by hard reason, without deterioration in the noblest part of our nature. The surgeon may harden himself whilst performing an operation, for he knows that he is acting for the good of his patient; but if we were intentionally to neglect the weak and helpless, it could only be for a contingent benefit, with a certain and great present evil.
Le convinzioni di Darwin non passerebbero forse il vaglio della moderna political correctness, ma proprio per questo la sua opposizione decisa all’abbandono dei più deboli costituisce uno degli appelli più sinceri contro l’eugenica che io abbia mai letto.

Passiamo adesso alla seconda parte della ‘citazione’. Vol. I, p. 201:
Tra qualche tempo a venire, non molto lontano se misurato nei secoli, è quasi certo che le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge. Allo stesso tempo le scimmie antropomorfe, come ha fatto notare il professor Schaaffhausen, saranno senza dubbio state sterminate. La distanza sarà allora resa più ampia, perché si aprirà tra l’uomo, che si troverà in una condizione più civilizzata – c’è da sperare – di quella della razza caucasica, e qualche scimmia inferiore, come il babbuino, invece che tra il negro o l’australiano e il gorilla, come avviene oggi.
Nell’originale:
At some future period, not very distant as measured by centuries, the civilised races of man will almost certainly exterminate and replace throughout the world the savage races. At the same time the anthropomorphous apes, as Professor Schaaffhausen has remarked, will no doubt be exterminated. The break will then be rendered wider, for it will intervene between man in a more civilised state, as we may hope, than the Caucasian, and some ape as low as a baboon, instead of as at present between the negro or Australian and the gorilla.
Qui Darwin sta spiegando perché tra le specie esistenti non esista un continuum morfologico: la sua risposta è che le specie intermedie sono spesso andate estinte (Darwin credeva erroneamente che le «razze selvagge» dell’uomo rappresentassero stadi anteriori della sua evoluzione). Ma non sta affatto affermando che ciò costituisca un bene; l’unica espressione che implica un auspicio («c’è da sperare») riguarda paradossalmente il superamento della stessa razza caucasica, cioè bianca, ed è usata nello stesso senso in cui ancor oggi ci si auspica un superamento del presente stato della civiltà umana. Non siete convinti? Leggiamo allora cosa scrive Darwin altrove nella stessa opera (vol. I, pp. 100-101):
Man mano che l’uomo progredisce nella civiltà, e piccole tribù si uniscono in comunità più ampie, la più elementare ragione imporrà a ciascun individuo di estendere i suoi istinti e le sue simpatie sociali a tutti i membri della medesima nazione, benché non li conosca di persona. Una volta raggiunto questo punto, rimane solo una barriera artificiale a impedirgli di estendere le sue simpatie agli uomini di tutte le nazioni e di tutte le razze.
Nell’originale:
As man advances in civilisation, and small tribes are united into larger communities, the simplest reason would tell each individual that he ought to extend his social instincts and sympathies to all the members of the same nation, though personally unknown to him. This point being once reached, there is only an artificial barrier to prevent his sympathies extending to the men of all nations and races.
Sono le parole di un razzista, queste? Solo una volta, che io sappia, Darwin ha auspicato che una razza prendesse con la violenza il posto di un’altra. In una lettera alla moglie, del giugno 1833, così scriveva (The Life and Letters of Charles Darwin, Including an Autobiographical Chapter, ed. by Francis Darwin, 3 vols., London, Murray, 1887, vol. I, p. 246):
Ho visto come il sentimento generale, come appare dai risultati elettorali, si stia ribellando contro la schiavitù. Che cosa splendida sarebbe se l’Inghilterra fosse la prima nazione europea ad abolirla completamente! Prima di lasciare l’Inghilterra mi era stato detto che dopo aver vissuto in paesi schiavisti tutte le mie opinioni sarebbero cambiate; l’unico cambiamento di cui mi sono accorto è che mi sono fatto un’opinione assai più alta del carattere dei Neri. È impossibile non vedere un nero e non provare simpatia nei suoi confronti; tanto allegra, aperta, onesta è la loro espressione, e tanto belli i loro corpi muscolosi. Non ho mai posato gli occhi su nessuno dei meschini Portoghesi, con le loro espressioni da assassini, senza quasi augurare al Brasile di seguire l’esempio di Haiti [dove la popolazione nera aveva preso il potere nel 1803 con una rivoluzione].
Nell’originale:
I have watched how steadily the general feeling, as shown at elections, has been rising against Slavery. What a proud thing for England if she is the first European nation which utterly abolishes it! I was told before leaving England that after living in slave countries all my opinions would be altered; the only alteration I am aware of is forming a much higher estimate of the negro character. It is impossible to see a negro and not feel kindly towards him; such cheerful, open, honest expressions and such fine muscular bodies. I never saw any of the diminutive Portuguese, with their murderous countenances, without almost wishing for Brazil to follow the example of Hayti.
Darwin razzista, professor Sermonti?

Ci resta da giudicare questa alterazione dei testi. Si potrebbe concedere il beneficio del dubbio, e pensare che Sermonti in realtà non abbia mai letto Darwin (cosa per la verità di per sé già abbastanza grave), e che dipenda da qualche creazionista di pochi scrupoli, di cui si è fidato troppo: si sa che in questo genere di letteratura ci si limita spesso a copiare gli altri senza controllare le fonti. Ma purtroppo questa interpretazione benevola ci è impedita da un testimone autorevole: lo stesso Giuseppe Sermonti. In un brano disponibile anche online, tratto dal suo libro La mela di Adamo e la mela di Newton (Milano, Rusconi, 1974, pp. 22-35), le due citazioni sono riportate separatamente e con i rispettivi numeri di pagina. Si tratta dunque di una contraffazione consapevole del Sermonti.

Ma supponiamo pure, per amor di discussione, che la citazione non fosse stata fraudolenta, e che Darwin fosse stato veramente un razzista convinto. Cosa ne avremmmo dovuto concludere? Da una descrizione di fatti non si può derivare una prescrizione di valori: se in natura una specie animale ne stermina un’altra, questo non implica in nessun modo che sia giusto lo sterminio di altre specie; sostenere il contrario porterebbe, per esempio, a dover sostenere anche che, visto che tutti gli oggetti sono sottoposti alla gravitazione universale, allora è male impedire che un bambino cada da una scala. Se Darwin avesse sostenuto che lo schiavismo è giustificato dall’evoluzione, avrebbe dunque commesso un errore logico fondamentale. Nella furia di dimostrare che proprio questa sarebbe stata la posizione di Darwin – furia spinta fino alla calunnia e al falso storico – Sermonti sembra preda di un errore uguale ed opposto: che dalla intollerabilità dello schiavismo si possa dedurre la falsità della teoria dell’evoluzione.

Variazioni sui Pacs

Riccardo Pedrizzi, deputato di Alleanza nazionale (UNIONI CIVILI/PEDRIZZI (AN): A PADOVA POLIGAMIA E PACS UOMO-CANE, APCom, 3 febbraio 2007, da GayNews):

Ora potranno chiedere al Comune di Padova il riconoscimento di famiglia anagrafica basata su vincoli affettivi, con tutto ciò che questo comporta in termini di assegnazione di diritti, provvidenze, benefici e agevolazioni, anche un uomo che coabita con un cane o un nucleo poligamico.
[…]
A questo porta il varo della mozione che equipara, dal punto di vista della registrazione anagrafica, e quindi della formalizzazione pubblica, la famiglia naturale, legittima e costituzionale fondata sul matrimonio ad una fantomatica famiglia basata su vincoli affettivi.
[…]
Una mozione approvata con il voto determinante dei sedicenti cattolici della maggioranza di Sinistracentro che governa il Comune di Padova e che ha ricevuto la ‘benedizione’ del ministro della Famiglia Rosy Bindi, che l’ha ritenuta in linea con il programma dell’Unione in materia di coppie di fatto.
[…]
La nozione di ‘vincoli affettivi’ è assolutamente vaga e generica. Così tutto (e niente) diventa famiglia. Perfino una donna che convive con una gatta o un nucleo poligamico. E ad essere ulteriormente danneggiata, penalizzata e discriminata, sarà la coppia che, sposandosi, si assume di fronte alla società e allo Stato responsabilità e doveri definiti e precisi. Alla famiglia naturale, legittima, tradizionale e costituzionale fondata sul matrimonio, insomma, saranno sottratti diritti, risorse, benefici e facilitazioni, per indirizzarli a chi altro non dovrà fare che dichiararsi ‘vincolato affettivamente’. È la stessa cosa che il Sinistracentro, col ddl Bindi-Pollastrini e la complicità dei Teodem […] vuole fare a livello nazionale.
Meglio un Pacs con un cane che con Pedrizzi. Meglio un Pacs con un cane di un tradizionale matrimonio con Pedrizzi. Insomma meglio un cane di Pedrizzi.

(Foto Cane e padrone, di Marcello)

sabato 3 febbraio 2007

Gli autentici valori dell’Occidente

Questo è l’incipit:

Le libertà civili degli omosessuali sono un valore dell’Occidente, di quell’Occidente per la cui difesa alcuni invece invocano il ricorso all’oscurantismo religioso e alla traduzione in legge dei ferrivecchi di ogni teologia. Difendere le libertà civili degli omosessuali – la loro parità di cittadini con tutti gli altri cittadini, il che implica l’accesso agli stessi diritti – significa dunque difendere i valori occidentali, significa amare e difendere la libertà delle nostre democrazie. In nessuna dittatura – né fascista, né comunista, né teocratica – gli omosessuali sono mai stati o sono liberi, né tanto meno hanno avuto gli stessi diritti dei cittadini eterosessuali. Ecco perché accusare gli omosessuali o chi ne difende i diritti – incluso il diritto di una persona omosessuale a sposare il proprio partner, perché i legami stabili stalibizzano la società e hanno quindi anche un valore sociale – di minare alla radice i valori dell’Occidente o di essere, per esempio, in combutta con il fondamentalismo islamico è un controsenso: significa accusarli di voler far trionfare proprio quelle forze che vorrebbero schiacciarli e distruggerli. Io direi invece che chi si proclama filo-occidentale e liberale ma non sta dalla parte degli omosessuali e dei loro diritti è lui, oggettivamente, un fiancheggiatore dei totalitarismi e dei fondamentalismi. È lui il pericolo per la democrazia liberale, è lui che insulta e ferisce i valori dell’Occidente.
Il resto («Difendere i diritti dei gay significa difendere i valori dell’Occidente», Cadavrexquis, 3 febbraio 2007) non è da meno. Da leggere fino in fondo.

De rerum Mastellae

Con spirito di sacrificio Clemente ha dichiarato:

Nonostante abbia 39,4 di febbre, ho letto la bozza del disegno di legge sulle coppie di fatto e una cosa è chiara: è folle. Qui si configura l’anagrafe delle coppie di fatto, anche per i gay, un vero e proprio matrimonio di serie B. Purtroppo tutti i miei timori sono confermati. Se il testo rimane questo non è possibile discutere. Se c’è disponibilità a cambiarlo, allora dobbiamo lavorare per ridurre il danno
[…]
È irricevibile. È difficile metterci mano se non si cambiano la logica del provvedimento. C’è perfino una norma transitoria che consente il riconoscimento retroattivo delle coppie di fatto.
Soltanto due giorni prima... (Arcigay Campania contro Sandra Lonardo Mastella, Caserta News, 31 Gennaio 2007):
In una intervista pubblicata dal Corriere della Sera la presidente del Consiglio Regionale della Regione Campania, Sandra Lonardo, afferma con espressioni offensive, caricaturali e pregiudizi che le coppie omosessuali non sono in grado di costituire famiglia. “Con le sue affermazioni la signora Mastella è stata capace di superare se stessa meritando il primo premio del politicamente scorretto”, afferma Salvatore Simioli, presidente dell’Arcigay di Napoli, “dovrebbe imparare che il silenzio giova a chi è messo a ricoprire un ruolo politico solo perché moglie di un ex-democristiano”. “Se vuole conoscere una famiglia gay venga a casa mia, io ed il mio compagno faremo il possibile per insegnarle il rispetto degli altri”, conclude Simioli. “Intanto dimostra di essere inadeguata al ruolo delicato che ricopre, per questo ci auguriamo che ritorni a fare la “sovrana” di Ceppaloni: risulterebbe meno dannosa per la Regione Campania, per la Sinistra, per la nostra democrazia”. “L’invito a pranzo della signora Lonardo noi lo accettiamo e volentieri”, afferma Veniero Fusco, presidente dell’Arcigay “Coming Out” di Caserta e Benevento, “ma solo se c’è il suo coniuge, il senatore e ministro della Giustizia Clemente Mastella, che ha annunciato astensione al Consiglio dei Ministri e voto contro al Senato sulla legge per le Unioni Civili, così potremmo prendere “due piccioni con un pacs” e spiegare loro perché due omosessuali possono non solo costituire una famiglia ma anche meritare e rivendicare che questa sia riconosciuta con i dovuti diritti dal nostro Stato”.

Caro Pacs, ti scrivo

È datata, ma solo cronologicamente perché senza dubbio i protagonisti non hanno cambiato idea e perché altri oggi ne appoggerebbero il contenuto.
Chi scrive è Massimo Colombo, Collegio regionale di garanzia Prc Liguria, Direttivo circolo Prc Albenga. Sono le sei del pomeriggio dello scorso 11 dicembre.
L’argomento si capisce dal titolo della lettera, Da un esponente di Rifondazione un’opinione personale sui PACS, inviata a “Il Vostro Giornale”, quotidiano di informazione della provincia di Savona.

Come dirigente regionale di un Partito di Sinistra e specialmente come cattolico praticante in questi ultimi tempi sono molto a disagio sui temi riguardanti i PACS che alcuni esponenti del centrosinistra si ostinano a voler portare avanti, nonostante vi siano problemi ben più urgenti da risolvere per il bene del Paese. Ritengo purtroppo che vi sia una ondata di anticlericalismo (non solo nell’Unione), che fa solo del male alla nostra società e che a tutti i costi vuole nascondere le radici che accomunano l’Europa. Voglio chiarire che la mia posizione personale è completamente a favore di quanto dice la Chiesa Cattolica e che al contrario del Ministro Turco non ritengo ingerenze le posizioni della Chiesa, ma spunti di seria riflessione. Tengo a precisare inoltre che anche altre religioni e confessioni sono contrarie ai PACS, ma nessuno questo lo vuole far notare... Auspico che per il bene della Famiglia come fondamenta della nostra società, si evitino le confusioni che stanno minando la nostra società stessa, nella quale le nuove generazioni stanno crescendo senza più veri punti di riferimento e con troppi esempi negativi (la violenza, il bullismo e i danni nelle scuole ne sono un esempio). So che queste mie parole a molti non piaceranno, ma è giusto che ognuno possa dire liberamente come la pensa. Il S. Natale del Signore ci illumini e il Santo Padre guidi sempre la Chiesa sulla retta via tracciata da Dio.
Già la lettera è fulminante. Non so decidere se sia più geniale il richiamo all’ordine sulle questioni più urgenti o il suggerimento che tra gli esempi negativi (la violenza, il bullismo e i danni nelle scuole) rientrino anche i Pacs come terroristi della famiglia. Parlare del centrosinistra come di una coalizione politica avanzata e rivoluzionaria, poi, è davvero esilarante. È comico.
Tuttavia i commenti alla missiva di Colombo, difficile da credere, superano il maestro.
Ne riporto un paio (non posso garantire la assoluta certezza che chi ha stilato il commento sia esattamente il nome che ha usato. Posso solo garantire, ad esempio, che esiste un Roberto Nicolick che è consigliere provinciale della Lega Nord).
Roberto Nicolick, Consigliere provinciale Lega Nord (11 Dicembre 2006 alle 22:48)
Non voglio entrare nel merito della fede che professo, essendo questa un fatto puramente ristretto alla mia sfera personale e privata, ma se un governo, di qualsiasi colore politico, vuole imporre alla ribalta legislativa e fiscale un fatto privato come le unioni di fatto, allora penso che sia il caso di esprimere una ferma e decisa contrarietà. […] Mi stupisco dello stupore di alcuni cosiddetti benpensanti che vorrebbero imbavagliare un papa e i suoi cardinali, tacciandoli di pesanti ingerenze politiche solo perché hanno espresso opinioni autorevoli e per giunta da una sede prestigiosa.
Guido Lugani, Coordinatore di Forza Italia Giovani Albenga (12 Dicembre 2006 alle 02:51)
I PACS sono patti di puro egoismo personale, che vogliono permettere tutto e il contrario di tutto. Credo che il paese abbia altri problemi ma purtroppo qualcuno ha fatto eleggere LUXURIA e GRILLINI in Parlamento e adesso gli devono dare il “contentino”.
Credo che i politici possano riflette sulla possibilità di allargare le libertà civili di ogni persona, ma legiferare i PACS sarebbe mettere la parola fine sul significato di famiglia.
Comunque credo che il problema è serio e possa essere affrontato ma sicuramente non adesso, proprio quando ci vogliono appioppare questa Finanziaria!!!
Mi compiaccio delle parole del Sign. Colombo, complimenti bella prova di onestà intellettuale.
Ho corretto gli errori di ortografia in tutti e tre gli interventi.
Sui commenti ho poco altro da aggiungere.
Soltanto, caro Lugani, che tutto comprende anche il suo contrario. Avrebbe risparmiato 5 parole. Magari per ribadire con foga: “I Pacs fanno davvero schifo!”.

Aggiornamento
Su segnalazione di lik, riporto la risposta di Marco Ravera,
 Segretario provinciale PRC
 Savona (28 Dicembre 2006):
I PACS non si toccano
Dura presa di posizione del Segretario provinciale alle dichiarazioni di un iscritto al PRC contro i “Patti civili di solidarietà”.
Dopo le imbarazzanti dichiarazioni sul Presidente della Provincia Marco Bertolotto, Massimo Colombo componente del Collegio regionale di garanzia del PRC, che è bene sottolinearlo si occupa principalmente di verificare i bilanci ed i conti consuntivi del partito ed è quindi un po’ una forzatura autodefinirsi “dirigente regionale”, espone maldestramente anche la sua posizione sui cosiddetti PACS.
Una posizione integralista in netta contrapposizione a quella del partito, e a mio modo di vedere lesiva della immagine pubblica del PRC, su un argomento non certo marginale come quello dei diritti. Non certo un tema “lasciato” alla libertà di coscienza. La difesa e la conquista dei diritti in ogni ambito rappresentano un punto centrale della politica di Rifondazione Comunista. Non capisco perché il nostro partito dovrebbe lottare per il diritto allo studio, per il diritto alla casa, per il diritto al lavoro, per il diritto alla pensione, ma dovrebbe fermarsi di fronte ai più elementari diritti delle persone.
Per questo anche i PACS rappresentano una priorità al pari della lotta alla precarietà, della lotta per il diritto alla casa, della lotta per la difesa delle pensioni, ecc...
Un’ultima considerazione. Rifondazione Comunista è contro ogni forma di integralismo. Religioso e non. Stando ai sondaggio più della metà della popolazione italiana che si professa di fede cattolica è favorevole ai PACS (68,7% secondo un’indagine Eurispes). Quindi Colombo con le sue dichiarazioni si colloca non tra le fila del cattolicesimo democratico, del cattolicesimo “progressista” (se mi si passa il termine), ma dell’integralismo cattolico quello che, per ultimo, ha negato i funerali a Pier Giorgio Welby.
Nei prossimi giorni Colombo verrà convocato. A prescindere dalle ortodosse posizioni personali, firmate tuttavia con gli “incarichi” di partito, è opportuno chiarire con il diretto interessato se egli si sente ancora parte di un partito che difende tutti i diritti oppure no.
Tuttavia, ad essere preoccupante, oltre alla giovane età di Colombo (31 anni, come lik segnala), è il fatto che le presunte e deliranti ragioni per opporsi ai Pacs adottate da Colombo si trovino sulla bocca di molti.

A volte ritornano

Marcello Pera (Pacs, Pera attacca Berlusconi. “Perché lascia libertà di coscienza?”, Il Corriere della Sera, 2 febbraio 2007):

“Non solo non possiamo votare i pacs, non possiamo neppure dire che Forza Italia ‘lascia libertà’ di coscienza. Libertà di coscienza perché non abbiamo un’idea neanche per dare un indicazione o un suggerimento di voto? Libertà di coscienza sulla nostra identità? Libertà di coscienza sulla nostra collocazione ideale? Non posso crederci”. Tocca all’ex presidente del Senato Marcello Pera sferrare un attacco diretto a Silvio Berlusconi sul tema delle unioni civili.
Durante un convegno organizzato dalla fondazione Magna Carta a Napoli, a cui Berlusconi interverrà tra poco con un collegamento telefonico, Pera, critica l’ex premier che ritiene necessario lasciare libertà di coscienza ai propri parlamentari sui temi etici.
Pera è un fiume in piena. Attacca sia chi dentro Forza Italia si è detto disponibile a votare a favore dei Pacs, sia chi “siccome è socialista” è a favore dei Pacs. “Proprio perché i Pacs sono elemento del laicismo che è l’erede ideologico di quel partito comunista che ha sempre voluto distruggere, fino a riuscirci, il partito socialista, io voto contro i Pacs” tuona l’ex presidente del Senato.
“La mia opinione – conclude Pera – è che se siamo per i Pacs, per l’eutanasia, per la soppressione degli embrioni e, ancora, se accettiamo il multiculturalismo, se vogliamo fare i patti con l’Ucoii, cioè con i fratelli musulmani che vogliono distruggere l’Occidente, se consideriamo ‘dialogo’ la costruzione di moschee in casa nostra senza chiedere reciprocità in alcun Paese arabo o islamico, se siamo per la tolleranza che è già diventata acquiescenza, indifferenza, negligenza, se siamo anche noi quelli che dicono è meglio togliere il crocefisso o nascondere il presepe, allora non siamo né liberali, ne conservatori, né socialisti, né cristiano-democratici, siamo già succubi dell’ideologia della sinistra”.

venerdì 2 febbraio 2007

Quale sarebbe l’equivalente di Antonino Zichichi?

Se fosse possibile dimostrare l’esistenza di Dio per via di un rigoroso procedimento di Logica matematica, Dio sarebbe l’equivalente di un teorema matematico.
Se fosse possibile dimostrare l’esistenza di Dio per via di una serie di ricerche rigorosamente scientifiche, Dio sarebbe l’equivalente di una grande scoperta scientifica.
Se ciò fosse possibile, l’uomo sarebbe in grado di arrivare al teorema supremo: la dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio.
Ovvero la più straordinaria di tutte le scoperte scientifiche: la scoperta di Dio.
(da Perché io credo in colui che ha fatto il mondo, 1999, Il Saggiatore.)

L’incarnazione vivente di una barzelletta*

Ovvero, Antonino Zichichi.
Dalle Ultimissime dello Uaar apprendo e riporto fedelmente:

“Non siamo arrivati fino a qui con la scienza atea”: lo ha affermato ieri sera Antonio Zichichi, presidente della World Federation of Scientists [che ha fondato lui, NDR], nel suo discorso su “L’irresistibile fascino del tempo”, rivolto ai giovani universitari riuniti al Teatro Argentina di Roma, su iniziativa del Coordinamento degli studenti dei Collegi universitari e dell’Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato di Roma. Zichichi ha spiegato come il calendario gregoriano e la scienza – le due più grande scoperte della nostra civiltà – siano legati alla fede. “Il calendario perfetto fu scoperto perché i cristiani non volevano sbagliare la data della resurrezione di Cristo, e la scienza moderna nacque quando Galileo cominciò a porre domande al Creatore sul mondo che vedeva intorno a se. Atto di ragione, o atto di fede?”, ha chiesto provocatoriamente Zichichi, che ha poi messo in guardia contro la mentalità attuale: “Visto che siete giovani, vi devo mettere sulla buona strada. Anche a Galileo hanno messo in bocca delle cose che lui non ha mai detto. Si accettano come verità scientifiche affermazioni che non sono mai state provate”, ha concluso Zichichi, definendo questo periodo come “l’età dell’Hiroshima culturale”.
(Fonte SIR)

Entrando nel sito della federazione mondiale di scienziati (mondiale, capito?, mica 4 spelacchiati che trafficano con i microscopi), alla voce About the Organization potrete trovare tante informazioni utili. Inizia così:
The World Federation of Scientists (WFS) was founded in Erice, Sicily, in 1973, by a group of eminent scientists led by Isidor Isaac Rabi and Antonino Zichichi. Since then, many other scientists have affiliated themselves with the Federation, among them T. D. Lee, Laura Fermi, Eugene Wigner, Paul Dirac and Piotr Kapitza.
Cosa aggiungere? Che l’unico merito dell’esistenza di Antonino Zichichi è quello di essere stato il pretesto per le meravigliose Zichicche e Zichicche 2 di Piergiorgio Odifreddi (* il titolo del mio post deriva dall’incipit di Zichicche 2: Tra i fisici italiani circolano molte barzellette sull’autore di questo libro, una delle quali rilevante in questa sede. Narra di un suo collega che ad un congresso lo incontra, realizzando il sogno della sua vita. Per l’emozione muore, ma arrivato in Paradiso lo trova deserto: San Pietro non sta alla porta, e fra le nuvole non c’è anima morta. Finalmente passa qualcuno trafelato, che spiega di essere in ritardo per la conferenza del Professor Zichichi. “Ma come, è morto pure lui?”, gli chiede allarmato il nuovo arrivato. “No. In realtà la conferenza la tiene Dio, ma ultimamente si è montato la testa”. Guardate la copertina del libro...). Di questo lo ringraziamo di cuore.

Tutti i fondamentalismi si assomigliano

Contrariamente a quanto molti sembrano pensare, il creazionismo non è una triste esclusiva del fondamentalismo cristiano (e, sempre più spesso, dell’integralismo cattolico): anche gli islamisti, per esempio, sono creazionisti, come ci ricorda questo articolo (Marc Mennessier, «Offensive du créationnisme islamique en France», Le Figaro, 2 febbraio 2007):

Depuis une semaine, la plupart des universités, lycées et collèges de France ont reçu un livre luxueux, intitulé L’Atlas de la Création, qui réfute sur 770 pages très richement illustrées le darwinisme et la théorie de l’évolution. Écrit par un certain Harun Yahya (de son vrai nom Adnan Oktar), de nationalité turque, l’ouvrage, directement expédié à plusieurs dizaines de milliers d’exemplaires depuis la Turquie et l’Allemagne, entend dénoncer «l’imposture des évolutionnistes, leurs affirmations trompeuses» et surtout «les liens occultes existant entre le darwinisme et les sanglantes idéologies telles que le fascisme et le communisme».
Selon l’auteur, les théories de Charles Darwin (1809-1882) seraient même «la réelle source du terrorisme». On peut lire par exemple, sous une photo représentant les attentats du 11 Septembre, cette légende stupéfiante: «Ceux qui perpétuent la terreur dans le monde sont en réalité des darwinistes. Le darwinisme est la seule philosophie qui valorise et donc encourage le conflit.»
Très vite alerté, le cabinet du ministre de l’Éducation nationale, Gilles de Robien, a discrètement demandé aux recteurs d’académie de veiller à ce que ce livre, «qui ne correspond pas au contenu des programmes établis par le ministre, ne figure pas dans les centres de documentation et d’information des établissements scolaires».
«Il s’agit d’une nouvelle forme de créationnisme, bien plus insidieuse que celle, d’inspiration chrétienne, qui sévit en Amérique du Nord» explique au Figaro le biologiste Hervé Le Guyader, de la faculté de Jussieu à Paris, qui vient de procéder à la demande de l’Inspection générale de l’Éducation nationale à une analyse détaillée de L’Atlas de la Création.
Harun Yahya ne prétend pas, en effet, que le monde et ce qui l’habite a été créé il y a six mille ans et en sept jours, comme le dit la Genèse. L’auteur, de confession musulmane, admet au contraire que la Terre a bel et bien 4,6 milliards d’années, son âge réel. Il s’appuie d’ailleurs sur les très nombreux fossiles retrouvés depuis deux siècles dans le monde entier pour asséner que «les espèces n’ont jamais changé».
L’auteur présente ainsi, dans le désordre le plus complet, de magnifiques photos de spécimens de poissons, de hyènes, de fourmis, d’étoiles de mer ou encore de feuilles d’arbres, vieux de plusieurs dizaines de millions d’années, qu’il compare à une photo de leur descendant actuel pour bien montrer qu’ils se ressemblent. Et que, donc, «les êtres vivants n’ont pas subi d’évolution, mais furent bien créés»...
«La méthode peut s’avérer redoutablement efficace sur un public non averti, s’inquiète Hervé Le Guyader. Car ces espèces a priori semblables sont en fait très différentes les unes des autres tant sur le plan anatomique que génomique. La plupart seraient incapables de se reproduire entre elles!»
L’auteur, qui cite abondamment le Coran, conclut que «la création est un fait», prouve «l’existence de l’âme» et prophétise «la fin du matérialisme». Reste à savoir qui se cache derrière Harun Yahya et surtout qui a financé l’édition et la distribution massive – et gratuite – de ce livre hors de prix? D’autant qu’il s’agit du premier volume d’une série de sept ouvrages. Autre mystère: comment la maison d’édition s’est-elle procuré les noms des destinataires de l’ouvrage, mentionnés en toutes lettres sur les colis?
Come si vede, la variante del creazionismo spacciata da questo turco misterioso e da chi lo sostiene assomiglia moltissimo a quella dottrina del Disegno Intelligente che molti, anche qui in Italia, vorrebbero smerciare assieme a tutto il pacchetto delle «radici giudaico-cristiane». Si arriva al paradosso che i giornali che tuonano maggiormente contro «l’invasione islamica» e rimpiangono la buonanima dell’Oriana, sono anche gli stessi che ospitano i deliri creazionistici o para-creazionistici dei vari Meotti, Agnoli e Sermonti. Ma il paradosso è forse solo apparente: perché le sparate contro l’islamismo di questi signori hanno tutta l’aria di nascondere soltanto una grande, grande invidia per la teocrazia realizzata...

(Grazie per la segnalazione a Federico Bordonaro.)

Incertezza paterna

6 calciatori, 2 assessori comunali e un imprenditore: chi è il padre?
Ancora nessuna voce s’è levata a commentare l’immoralità della vicenda. Avere un rapporto sessuale prima del matrimonio (in questo caso sembra anche di più) e non affrettarsi a un matrimonio riparatore (con chiunque disposto a riparare). Vergogna! Appena lo scopre Volontè, dimentica la polemica rispetto alle coppie di fatto.

Che barba Volontè

Luca Volontè sulla maschera da Gesù Cristo di produzione cinese (Volontè: maschera di Gesù – offesi milioni di cristiani e di cattolici, NoiPress, 31 gennaio 2007):

Se a Carnevale ogni scherzo vale, valga per tutti: ma si lascino fuori i simboli religiosi. […] È un’operazione commerciale che offende il sentimento religioso di milioni di cristiani e cattolici italiani […]. Non oso pensare cosa sarebbe successo se un ‘made in China’ senza scrupoli avesse messo in produzione il kit del profeta musulmano: tra minacce di rappresaglie e di attentati, avremmo dovuto temere il peggio.
Evidentemente […] tolleranza e rispetto del credo religioso, a casa nostra, non esistono. Il silenzio connivente della gran parte dei laicisti, che un anno fa si scagliarono contro vignette e magliette danesi, dimostra la schizofrenia barbara e anticristiana presente nel nostro Paese.
Ma Volontè ha interrogato uno per uno i milioni di cristiani e cattolici italiani? Ha verificato la loro offesa e umiliazione causate da una barbetta finta? Magari qualcuno si è divertito. Magari qualcuno se l’è pure comprata...

Il diritto storto e insaziabile secondo Luca Volontè

Deciso e pregnante l’intervento di Luca Volontè sulla Mozione Pacs, discussa ieri in Aula. Ne riportiamo di seguito il testo integrale.
Così inizia Luca Volontè: ripartiamo dalla famiglia, NoiPress, 1 febbraio 2007.

Non vorremmo essere da meno, ma noi mettiamo solo il link. Però il riferimento a Stalin è proprio bello. Pregnante, direi.
Non esiste alcun diritto individuale mancante nel nostro Paese. Forse qualcuno non se ne è accorto, ma non siamo vissuti fino ad ora nella Repubblica sovietica di Stalin [Applausi dei deputati del gruppo UDC (Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro)]! Se passa questa idea, domani si chiederà necessariamente l’adozione e poi l’inseminazione artificiale e via di seguito, perché quando i desideri diventano diritti, il «diritto diventa storto» ed anche insaziabile.
Adozione e inseminazione agli omosessuali, intendeva Stalin, cioè Volontè.

Debita ingerenza della Chiesa nell’attività legislativa

Il Consiglio Episcopale Permanente riunito a Roma dal 22 al 25 gennaio 2007 ha prodotto un documento finale imperdibile.
Riporto la parte sui Pacs e sulle direttive anticipate di trattamento. Ma è interamente degno di lettura.

Di fronte alle accuse di indebita ingerenza nell’attività legislativa, anche per ciò che concerne il riconoscimento giuridico delle unione di fatto, i vescovi ricordano che al riguardo la Chiesa non può rimanere indifferente e silenziosa ma ha il dovere di proclamare la verità sull’uomo e sul suo destino. A questo proposito, i vescovi hanno riaffermato che alla famiglia fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso “non possono essere equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali riconoscimento legale”. Inoltre hanno chiesto ai responsabili della cosa pubblica un maggiore sostegno alla famiglia legittima fondata sul matrimonio, in accordo con il dettato costituzionale, attraverso la rimozione degli ostacoli di ordine pratico, giuridico e fiscale che allontano i giovani dal matrimonio e dalla generazione di figli.
Quanto alle convivenze eterosessuali, è stato ribadito che la protezione dei loro diritti può essere assicurata dall’attuale giurisprudenza. “Per ulteriori aspetti che potessero aver bisogno di una protezione giuridica esiste anzitutto – ha ribadito il Cardinale Presidente, confortato dal consenso dei membri del Consiglio – la strada del diritto comune, assai ampia e adattabile alle diverse situazioni, e a eventuali lacune o difficoltà si potrebbe porre rimedio attraverso modifiche del codice civile, rimanendo comunque nell’ambito dei diritti e dei doveri della persona. Non vi è quindi motivo di creare un modello legislativamente precostituito, che inevitabilmente configurerebbe qualcosa di simile a un matrimonio, dove ai diritti non corrisponderebbero uguali doveri: sarebbe questa la strada sicura per rendere più difficile la formazione di famiglie autentiche, con gravissimo danno delle persone, a cominciare dai figli, e della società italiana”. Rimane, comunque, alta la preoccupazione pastorale dei vescovi per lo sfondo culturale in cui viene condotto tale dibattito: molti giovani di oggi avvertono una grande difficoltà nel compiere scelte definitive e, soprattutto, sperimentano una crescente perdita di orientamento e una radicale insicurezza circa il futuro, a cui si aggiunge, in riferimento al riconoscimento legale dell’unioni omosessuali, la perdita di “ogni rilevanza alla mascolinità e alla femminilità della persona umana”.
Per ciò che riguarda la cosiddetta “dichiarazione anticipata di trattamento” i vescovi hanno, infine, ribadito il loro rifiuto dell’eutanasia come anche dell’accanimento terapeutico che però, ovviamente, non può giungere a legittimare forme più o meno mascherate di eutanasia e in particolare quell’“abbandono terapeutico” che priva il paziente del necessario sostegno vitale attraverso l’alimentazione e l’idratazione.

Il dilemma dell’embrione sepolto

La Regione Lombardia ha approvato un nuovo regolamento per le Attività Funebri e Cimiteriali.
Un buon risultato: si potranno disperdere le ceneri anche di chi è morto prima dell’entrata in vigore della nuova legge, nell’autunno scorso. Chi è stato cremato prima della legge e tumulato ora potrà essere disseppellito e le sue ceneri disperse nel luogo preferito. Sarà possibile chiederlo a partire dal 12 febbraio, presso l’ufficiale di stato civile del Comune dove è avvenuto il decesso (da Lombardia: anche i feti avranno il funerale, vita.it, 31 gennaio 2007).

E un risultato piuttosto discutibile: il regolamento varato dalla regione Lombardia prevede la sepoltura per tutti i feti, compresi quelli che provengono da aborti sotto i cinque mesi. O meglio, lo impone. Perché nel caso in cui la donna o i genitori non siano interessati o si rifiutino di celebrare il funerale, sarà la struttura ospedaliera a garantire degna sepoltura (nei fatti: ci saranno delle barette? artigiani specializzati in piccoli funerali?).

Pessimo gusto a parte, i problemi sono: in primo luogo l’imposizione. Se fosse stata una possibile scelta della donna o dei genitori sarebbe stato accettabile (ripeto, di pessimo gusto ma non è giusto proibire il pessimo gusto); ma rendere obbligatorio il funerale è grottesco e insensato.
Inoltre: il funerale quanto costerà (a pagare è la Regione, le Asl)? Questione concettualmente non dirimente, ma sicuramente la lista delle possibili destinazioni dei fondi che saranno usati per questo ridicolo rituale è lunga.
Infine (e forse il punto più importante): davvero è un colpo ben assestato alla affermazione della personalità dell’embrione? (Sono indecisa al momento.)

Roberto Formigoni dichiara: “Per la prima volta in Italia si riconosce al feto il rispetto che merita”. E non avevamo dubbi sul pensiero del presidente lombardo.
Il regolamento regionale riconosce che “anche i feti sotto le venti settimane sono prodotti del concepimento, non più rifiuti speciali” (letteralmente è vero che i feti siano prodotti del concepimento; non è questa la questione, ma se quei prodotti siano titolari di diritti: se quei prodotti siano persone).
Secondo Flamigni questi sono solo “problemi dettati dall’ideologia religiosa che spingono il Paese verso la dittatura dell’embrione”.
(Aborto: Flamigni, Sepoltura Feti Apre Strada a ‘Dittatura Embrione’, 31 gennaio 2007, AdnKronos Salute)

Per Flamigni, la scelta di dare sepoltura ai feti è anche rischiosa: “Per quale ragione si deve fare di un pezzo di placenta il punto di riferimento delle preghiere? Per una donna che ha abortito – sottolinea – significa dare ancora più corpo al dolore, amplificare un evento che già viene vissuto come un lutto”. La scelta della Regione Lombardia non nasce dal nulla. Secondo Flamigni, qualcosa di simile era già nell’aria da tempo: “Quando nella scorsa legislatura, una parlamentare di Forza Italia aveva proposto di dare un nome a tutti gli embrioni – ricorda Flamigni – pensavo si trattasse di uno scherzo. A quanto pare la Regione Lombardia ci ricorda che non è così”.
Ognuno dovrebbe fare quello che gli pare: se una donna vuole celebrare il funerale a un pezzo di placenta, che lo facesse. Le preghiere, d’altra parte, vertono sulle questioni più strambe. E rivolgersi a un pezzo di placenta non è tanto più strano di rivolgersi a un pezzo di legno, pure se a forma di croce. La storia del lutto abortivo ha già suscitato una polemica infinita, e non vorrei rianimarla... Però è decisamente semplicistico legare indissolubilmente l’aborto al vissuto di dolore e di lutto. Non aggiungo altro, per carità.
La proposta di dare un nome a tutti gli embrioni era geniale, bisogna riconoscerlo. Una proposta ioneschiana.

Diagnosi televisiva

Quando si dice l’occhio clinico.

giovedì 1 febbraio 2007

Demonizzazione

Su Avvenire di oggi (Giorgio Carbone, «Se si privatizza la richiesta di poter morire», 1 febbraio 2007, p. E2):

denominare l’eutanasia «diritto individuale a una morte dignitosa» fa parte di una precisa tattica: quella della semantica aberrante. Si ricorre a eufemismi ingannevoli e a espressioni innocenti per celare all’opinione pubblica la reale natura delle procedure e delle cose. E questo rimanda a colui che è bugiardo e omicida fin dal principio (Gv 8,44).
Di fronte a questo agitarsi epilettoide – te lo immagini quasi, il Carbone, con la schiuma alla bocca e gli occhi fuori dalle orbite, mentre compone sussultando il suo ignobile articoletto – verrebbe voglia di scrollare le spalle e di sorridere. Ma poi ti ricordi a quali mali non ha mai mancato di condurre il fanatismo di chi vede negli avversari il demonio incarnato, e il sorriso ti muore sulle labbra.

Archiviato dall’Ordine dei Medici di Cremona il procedimento per Mario Riccio

Una buona notizia (Welby, nessuna misura contro il medico, Il Corriere della Sera, 1 febbraio 2007):

L’ordine dei medici di Cremona ha deciso l’archiviazione del procedimento disciplinare a carico di Mario Riccio, l’anestesista che il 20 dicembre scorso aiutò Piergiorgio Welby a morire staccandogli il respiratore che lo teneva in vita. Nella lunga riunione di mercoledì notte, i colleghi di Riccio hanno infatti stabilito che non c’è stata violazione del codice deontologico.

Il verdetto è stato raggiunto all’unanimità nella nottata dalla commissione disciplinare alla quale Riccio era stato rinviato lo scorso 27 dicembre dopo un primo lungo colloquio con il presidente dell’Ordine, il dottor Andrea Bianchi. In quel faccia a faccia Bianchi aveva potuto ascoltare la ricostruzione fornita dall’anestesista che per avallare le sue azioni aveva consegnato al presidente alcuni documenti e un diario (una sorta di cartella clinica di tre pagine) sul caso Welby. Al termine dell’incontro Bianchi però non si era sentito di prendere una decisione ‘in quanto il rinvio alla commissione su un caso delicato e complesso è un atto dovuto. La commissione si è riunita due volte: la prima il 26 gennaio, la seconda ieri alle 21. Attorno a mezzanotte i 15 membri dopo avere preso in cosiderazione diversi punti, tra cui la volontà del paziente, sono arrivati alla decisione unanime di archiviare il caso.

Lo sceneggiato dei Pacs: riassunto delle puntate precedenti

Il disegno di legge sui Pacs, ancora in fase di bozza, sta appassionando gli animi come uno sceneggiato interminabile: colpi di scena, tradimenti, ripensamenti e compromessi. Con la differenza che il risultato del dibattito parlamentare condizionerà molti cittadini italiani, al contrario del matrimonio fallito tra il bello e la fanciulla di turno.
Ci sono alcuni articoli che rischiano di svuotare il testo normativo del suo significato originario – garantire tutele ai conviventi – e di renderlo un involucro vuoto.
Successione, assegni familiari e reversibilità della pensione: concessi, ma con calma. Perché devono passare alcuni anni tra la certificazione di convivenza e la garanzia dei suddetti diritti. Quanti? Dipende dal ministro. Barbara Pollastrini suggerisce 5 anni; Rosy Bindi invece ne pretende 10, o addirittura 15. Che sono il tempo di uno sbatter di ciglia rispetto all’eternità; ma che sulla Terra sono una generosa porzione dell’esistenza umana.
Se uno dei conviventi muore prima del raggiungimento della fatidica soglia? Perché i conviventi devono dimostrare la “bontà” della loro unione misurata in durata-anni?
No alle adozioni per le coppie di fatto: perché il fantasma degli omosessuali si diverte a terrorizzare gli animi pavidi dei politici. I quali non si prendono nemmeno la briga di riflettere su questo scenario o di cercare le ragioni (senza invocare pregiudizi e luoghi comuni) per vietare ad una coppia omosessuale di adottare. E non osano ricorrere apertamente alla discriminazione che tranquillizzerebbe i loro animi: sì alle coppie eterosessuali, no a quelle omosessuali.

(Oggi su E Polis con il titolo Intorno ai Pacs il gran far west della politica).